Nuovo presidente per la Fed. Bene i mercati, i metalli crollano

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il presidente americano Donald Trump ha nominato Kevin Warsh alla carica di nuovo presidente della Federal Reserve. Il banchiere centrale, che il prossimo maggio subentrerà a Jerome Powell, ha avuto la meglio su una ristretta rosa di candidati. Nel board della Fed dal 2006 al 2011, è stato anche consigliere economico dello stesso Trump; recentemente si è mostrato in linea con le critiche del presidente alla stessa Federal Reserve, sostenendo l’esigenza di tagliare i tassi – operazione che la scorsa settimana non è stata effettuata, nonostante le pressioni del presidente Usa.

Nessun approccio dogmatico

Da un primo giudizio, con l’era-Warsh sembra possibile un cambiamento della politica monetaria della Fed. Ma questo è tutto da dimostrare.
Primo, perché le decisioni non spettano a una sola persona, ma al board. Un organismo che (come in ogni direttivo di banca centrale, compresa la Bce) è solitamente composto da “falchi” e “colombe”. E in cui, a quanto pare, continuerà a sedere l’attuale governatore. Secondo, le linee guida di una banca centrale non dipendono tanto dall’impostazione o dall’approccio del suo presidente e del suo board (che pur, come visto, esistono), ma dalla situazione economica del Paese. In totale autonomia. Infatti la reazione positiva dei mercati (pur sorpresi dalla scelta di Trump) e il conseguente rafforzamento del dollaro suggeriscono che, secondo gli investitori, Warsh abbia le carte in regola per mantenere l’indipendenza totale della Fed dal potere politico. Come sempre accade, anche con il nuovo leader la Federal Reserve si muoverà guardando all’inflazione, che attualmente sta scendendo. Se la situazione economica si dimostrasse favorevole al mantenimento della stretta monetaria, Warsh potrebbe quindi essere indotto a rovesciare la sua impostazione favorevole ai tagli dei tassi, mantenendo immutato il costo del dollaro. O al massimo ad apportare solo una sforbiciata di 25 punti base, per poi restare fermo per vari turni. Nello stesso tempo, qualora si presentasse la necessità di comprare debito pubblico, Warsh sicuramente agirebbe di conseguenza, pur essendo ideologicamente contrario all’acquisto di bond governativi.

Terremoto metalli

Contemporaneamente all’annuncio della nuova era della Fed, si è verificato il crollo improvviso di oro, argento e altri metalli e materie prime. Un vero terremoto, che ha costretto investitori con posizioni allo scoperto a chiuderle in tutta fretta: alcuni certificati a leva cinque ora valgono zero (basta un -20% per svalutare totalmente il sottostante). La magnitudine del movimento “tellurico” ha mandato in fumo 7 trilioni di dollari solo per oro e argento, e ancora di più se consideriamo anche il resto delle materie prime, come l’alluminio. La corsa sfrenata dei due metalli era insostenibile e si è fermata improvvisamente, obbedendo a una sorta di legge fisica. Come accade per un proiettile che, dopo lo sparo, rallenta la salita e piomba dritto a terra. Molti osservatori hanno collegato la nomina di Warsh al crollo di oro e argento, indicandola come un fattore di sicurezza che renderebbe meno appetibili i beni rifugio. Ma questa sembra una scusa ex post: il mercato dei metalli mostrava volatilità già da tre o quattro giorni e preannunciava un assestamento. Che si è puntualmente verificato. E che ora sembra in esaurimento: le vendite massicce di oro e di argento (che comunque conserva un +10% rispetto a inizio anno) stanno rallentando, soprattutto a New York. I due metalli – la cui funzione di bene rifugio è più che mai in discussione – potrebbero quindi assestarsi su valori più consoni. Ha invece superato quota 1.09 euro il franco svizzero, che però non è immune da possibilità di cali anche improvvisi, soprattutto se la sua corsa si facesse travolgente.

La ripresa delle Borse

Come detto, il crollo di oro e argento si è rivelato positivo per le Borse, già spinte dagli utili, che insieme alla crescita restano elementi fondamentali per indirizzare i mercati azionari. Non per niente, i listini hanno dato un segnale incredibile di forza, chiudendo una buona settimana e aprendo ancora meglio quella nuova. Gli utili tra il 7% e il 9% raggiunti dalle società quotate (a eccezione del lusso, che paga il mutato atteggiamento nei confronti di capi molto costosi) evidenziano che non c’è motivo per cui i mercati debbano scendere, anche se la volatilità è decisamente maggiore rispetto allo scorso anno. A meno, ovviamente, che si non presenti il classico “cigno nero”: per esempio, un nuovo fattore geopolitico, o magari l’acclarato coinvolgimento di personaggi molto importanti nel caso-Epstein, i cui file stanno mostrando un marciume diffuso e rivelando storie terribili e degne dei peggiori film horror.

Bollette ancora su

Se i metalli scendono, il gas si assesta. Ma non è solo il prezzo del metano a determinare le tariffe che le famiglie e le aziende italiane devono sostenere: l’energia ha un impatto di solo il 60% sul totale – e se si rinunciasse a utilizzare l’indice Ttf di Amsterdam per stabilirne il prezzo, il suo peso sarebbe ancora minore. I cosiddetti “oneri di sistema”, per esempio, hanno aumentato il loro peso sul prezzo finale fino a sfiorare il 20% della bolletta. Lo denuncia il rapporto 2025 dell’Osservatorio Confcommercio Energia, che ha valutato la situazione dei costi (e degli aumenti) per le imprese del terziario. Aziende che, afferma lo studio, su questo fronte non se la passano per niente bene, dato che l’anno scorso hanno subito la crescita dei costi della luce del 28,8% sul 2019, ultimo dato pre-Covid, e di quelli del gas alla percentuale-monstre del 70,4%. Secondo Goldman Sachs, in una previsione che deve comunque essere presa con le pinze, entro due anni il prezzo del gas dovrebbe dimezzarsi. Sperando, naturalmente, che non sia troppo tardi per la sopravvivenza di molte imprese.

Milano-Cortina al cancelletto di partenza

Domani si svolgeranno le prime partite di hockey dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, che poi vedranno la cerimonia d’apertura venerdì sera a San Siro. Fino al 22 febbraio si alterneranno le gare su neve e ghiaccio, seguite in marzo dalle Paralimpiadi. E poi sarà tempo di bilanci. Naturalmente, già ora è possibile individuare le due facce della medaglia. Da una parte, per quanto riguarda le località di montagna, saranno utilizzate in gran parte piste già esistenti, che, eccezioni a parte, hanno avuto bisogno di interventi poco più che ordinari per essere pronte: soldi ben spesi, dato che si prevede che le infrastrutture rimangano poi sul territorio. D’altro canto, è andata in tutt’altra direzione la costruzione dell’impianto di Cortina per bob, slittino e skeleton, che ha drenato molte risorse, senza la certezza di un utilizzo continuativo dopo i Giochi. A Milano, l’intervento dei privati ha mitigato i finanziamenti pubblici per i luoghi di gara. Ma le infrastrutture viarie del territorio olimpico non sono state del tutto completate: l’esempio più eclatante è la tramvia che avrebbe dovuto collegare Rogoredo e il palazzetto di Santa Giulia, che sarà ultimata a Giochi ampiamente chiusi. La lista dei lavori non ultimati – o non effettuati – comprende anche opere fuori Milano, dai progetti viari in Valtellina alla telecabinovia Apollonio-Socrepes di Cortina, che avrebbe permesso alle persone di raggiungere le piste da sci teatro delle gare olimpiche: in questo caso, la corsa contro il tempo è stata persa e i lavori saranno conclusi dopo i Giochi, offrendo comunque un’infrastruttura importante per vacanzieri e sciatori. La tavolozza è quindi in chiaroscuro. Resta la speranza che i Giochi siano un volano per Milano e per il turismo invernale sulle nostre montagne, con evidenti ritorni economici sui territori.

Foto di Todd Trapani su Unsplash


Oro e argento: una corsa inarrestabile?

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Continua il ping pong dei mercati, che evidentemente non hanno ancora deciso che direzione prendere. Dopo la correzione seguita alle dichiarazioni bellicose di Donald Trump su nuovi dazi nei confronti dei Paesi che sosterranno la Groenlandia, le Borse si sono rasserenate per il mezzo passo indietro del presidente Usa a Davos e hanno provato un timido recupero. A Milano, le banche hanno spinto un leggero rimbalzo, dimostrando ancora una volta che sta proseguendo il trend all’insegna della rotazione settoriale tipico di questi ultimi mesi. Ed evidenziando che, nella pianificazione di eventuali investimenti, è consigliabile una strategia prudente. Potrebbe dunque rivelarsi saggio mantenere le posizioni, senza incrementare, e sfruttare questa fase interlocutoria per studiare le prossime mosse esaminando problemi geopolitici, utili e outlook delle aziende. Puntando comunque sull’azionario, che promette senz’altro performance maggiori rispetto a un obbligazionario ormai normalizzato dall’assestamento dei tassi verso il basso.

Silvermania

Se le Borse navigano a vista, è sempre più clamorosa la corsa dell’oro e soprattutto dell’argento, che ha sbriciolato il muro dei 100 dollari l’oncia. Un traguardo che era previsto per fine 2026 e che invece è stato superato nel primo mese dell’anno. Le crisi geopolitiche (Ucraina, Venezuela e Iran in primo luogo) e la conseguente ricerca di beni rifugio sono sicuramente cause importanti di questo fenomeno ma – ora che le dimensioni dell’avanzata sono impressionanti – non bastano più da sole a spiegarlo. Anche perché gli altri metalli non seguono lo stesso trend, rendendo i due beni rifugio ancora più saldi in questa posizione. E allora? Allora, è molto probabile che dietro ai movimenti folli dell’argento ci sia una componente speculativa, che innesca un rischio-bolla. Molti si ricordano del Silver Thursday, che scosse i mercati giovedì 27 marzo 1980; in quel giorno, un crollo della quotazione dell’argento creò il panico tra gli investitori. A seguito del crack, i fratelli Hunt – petrolieri texani che si erano accaparrati una parte enorme di argento, causando così una reazione che avrebbe portato al crack – persero oltre un miliardo di dollari. Pur salvandosi inizialmente dal default, i fratelli videro progressivamente diminuire il loro patrimonio; anni dopo arrivò il colpo finale: i due furono dichiarati responsabili in sede civile per le loro operazioni tendenti al monopolio. Non ci è dato di sapere se in questo caso si verificherà un calo molto rilevante o una semplice correzione; è però probabile che prima di un eventuale arretramento possa proseguire per un po’ la fase rialzista.

Troppo caro per l’industria

Si è rimarcato più volte che l’argento, a differenza dell’oro, ha anche un’applicazione industriale. Una freccia in più al suo arco, si potrebbe dire. Tuttavia, questa caratteristica inizia a essere messa a rischio dall’impennata del suo valore. Nei moduli fotovoltaici, per esempio, il costo dell’argento ha ormai raggiunto il 30% del totale. In Cina si inizia già la caccia a metalli alternativi, nello specifico il rame, per gli usi industriali. Un argento improvvisamente super-valutato (un anno fa si aggirava sui 30 dollari, ora supera i 100) mette in difficoltà anche i venditori di gioielli: quotazioni simili tagliano fuori la classe media dagli acquisti, spingendola verso la bigiotteria o altre soluzioni più economiche. Questi aumenti sono, in ogni caso, più sentiti negli Stati Uniti che in Europa, dato che la valutazione ufficiale di oro e argento è espressa in dollari e il biglietto verde sta ancora cedendo e avvicinandosi a quota 1.20 sulla moneta unica. Non corre come i metalli preziosi ma sale gradualmente il prezzo del gas, che ha già prodotto una sortita oltre quota 40 euro a mwh. Ancora in fase soft, invece, il petrolio, che veleggia tra i 60 e i 70 dollari al barile.

Faro sulla Fed

Oltre a crisi geopolitiche, utili e outlook delle società, gli investitori sono in attesa della prossima decisione della Fed sui tassi, prevista fra poche ore. Importante anche capire la strategia della banca centrale americana per i prossimi mesi. Il quadro vede gli Stati Uniti superare i 33mila miliardi di dollari di debito pubblico (105.000 dollari per cittadino americano), con un deficit annuale pari al 6%. Ciò significa che nel 2026 gli Usa emetteranno il 50% circa del nuovo debito mondiale.

Il dopo-Powell

Intanto è corsa alla successione di Jerome Powell. Dopo che Trump ha raffreddato la candidatura di Kevin Hassett, capo del National Economic Council dallo scorso anno (“mi piacerebbe” mantenerlo “dov’è”, ha detto), spunta l’alternativa Rick Rieder, esponente di Blackrock: le previsioni del sito specializzato Polymarket, citato del Sole 24 Ore, hanno visto le possibilità del manager balzare dal 6% al 47% in una settimana lavorativa. La scelta di Rieder rifletterebbe la tendenza di scegliere un personaggio vicino a Wall Street, Ciò, però, non deve preoccupare, perchè solitamente, in un istituto centrale e nei suoi rapporti con il potere politico e la finanza, il sistema di pesi e contrappesi funziona. Come hanno dimostrato Powell con l’autonomia sui tassi e Mario Draghi ai tempi del salvataggio dell’euro, un banchiere centrale e il suo board, pur nominati dalla politica, possono lavorare conservando la loro indipendenza.

Nuovi stress test

E’ invece stabile la politica dei tassi Bce, che sembra non aver più intenzione di muovere le percentuali di riferimento – a meno che si verifichi un ritorno dell’inflazione. Risultato: oggi un Btp a due anni rende oltre il 2%, con la curva un po’ inclinata. Se appare ferma nella politica monetaria, l’Eurotower è molto attiva negli stress test nei confronti delle banche sulla tenuta rispetto a rischi geopolitici (in un quadro contraddistinto da minori aiuti pubblici) e attacchi informatici o malfunzionamenti dei sistemi. Dal punto di vista economico, senz’altro le banche sono messe bene, dato che la loro patrimonializzazione – richiesta proprio dall’Europa dopo il disastro Lehman – è eccellente. La medaglia, però, ha il suo rovescio: le normative hanno di molto diminuito l’attività tradizionale di erogazione del credito a famiglie e aziende, che storicamente contraddistinguono la vita delle banche.

Foto di Dash Cryptocurrency su Unsplash


Mercati, ancora trading range. Mentre i bitcoin crollano

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il dicembre delle Borse si è aperto con un trading range al ribasso, già constatato alla fine del mese precedente. Un lieve movimento, ma meno preoccupante di quanto molti temano: di fatto, il 2025 è ormai praticamente finito (i giorni di apertura delle Borse sono rimasti una ventina) e i mercati fanno piccole manovre per assestarsi, prima arretrando e poi provando cauti rimbalzi. Difficile che questa fase di stanca sia qualcosa di più preoccupante di un normale su e giù: le Borse hanno dimostrato di saper recuperare quei cali ciclici del 2%-3% che si sono verificati di tanto in tanto. Siamo, lo ripetiamo, a fine anno: chi ha approfittato degli utili può aver pensato di portare a casa qualcosa. Hanno influito sulla leggera incertezza anche le crisi geopolitiche, l’attesa dei dati americani del post-shutdown e delle decisioni della Federal Reserve sui tassi. Il mercato ha già scontato il taglio di 25 punti base: una retromarcia della Fed sarebbe dunque una sorpresa negativa. Improbabile, ma non impossibile, dato che l’inflazione Usa è ancora sopra il 2,5%.

Le preoccupazioni Bce

Ha avuto invece un influsso quasi nullo il monito della Banca Centrale Europea, che nel suo rapporto sulla stabilità finanziaria ha paventato un rischio di correzione dei mercati azionario e obbligazionario. Tuttavia, dalle parole di Luis De Guindos, vicepresidente della Bce, sembrerebbe che il momento molto favorevole che ha contraddistinto i mercati fino a non molto tempo fa possa nascondere un’insidia “dietro l’angolo”. Tre i rischi evidenziati dal rapporto. Primo, le valutazioni molto alte dei titoli, soprattutto di quelli dell’intelligenza artificiale: il timore di restare fuori da parte degli investitori hanno causato un forte rialzo dei titoli, ma prima o poi, afferma la Bce, potrebbe verificarsi un improvviso aggiustamento (anche se – precisa la banca centrale – non si ravvisano similitudini con la bolla di inizio millennio). Secondo punto critico, i rischi legati ad alcuni bilanci di Paesi europei. Terzo, i dazi, di cui si parla meno, ma i cui effetti possono ancora colpire le aziende e, di riflesso, il settore bancario, a causa del rischio di credito nei confronti delle imprese esposte alle tariffe doganali di Donald Trump. Come detto, le Borse europee non si sono fatte influenzare da questo rapporto, che rimane un’opinione come un’altra. Sono almeno tre mesi che le banche centrali lanciano avvertimenti pessimistici, ma finora non è accaduto nulla di drammatico, né al mercato obbligazionario, né tanto meno a quello azionario. Intendiamoci: l’effetto dei dazi e dei debiti pubblici sull’economia è reale e sulla tecnologia ci sono valutazioni molto forti e “tirate”, che dovranno essere confermate da crescita di fatturato e di utili; se ciò non avvenisse, i rischi potrebbero rivelarsi reali. Ma sul mercato, in generale, attualmente non ci sono valutazioni da bolla. E’ quindi lecito essere ottimisti sul 2026, che nonostante la volatilità alta potrebbe assestarsi su una crescita annuale fino all’8%. Poco in confronto agli ultimi anni, ma tutto sommato niente male. Dicembre è solitamente un mese di attesa, in cui i più staranno fermi. Eccezione può rivelarsi il titolo Mps, che ai livelli attuali può promettere guadagni: è infatti facile che il tonfo assurdo seguito all’inchiesta per aggiotaggio possa essere recuperato del tutto in tempi brevi.

La (parziale) retromarcia di Trump

I dazi, come si è visto, fanno ancora paura, ma un po’ meno di prima. Trump ha infatti deciso di fare alcuni passi indietro; l’ultimo è lo stop alle tariffe su circa 200 alimenti, in gran parte prodotti solo fuori dagli Stati Uniti, fra cui tè, caffè, cacao, arance, pomodori, succhi e frutta tropicale. Il presidente americano ha motivato la decisione come conseguenza di accordi siglati con alcuni Paesi dell’America Latina, ma è chiaro che sulla marcia indietro ha pesato il vortice dell’inflazione alimentare: l’aumento dei prezzi (a due cifre per beni come carne bovina e caffè in polvere) ha creato tensioni tra i cittadini statunitensi: quando la merce rincara, difficilmente poi torna indietro, anche se le tasse doganali vengono eliminate. Il malcontento degli americani si è già osservato in alcune elezioni locali e potrebbe amplificarsi alle votazioni di mid term. Un vero incubo per il presidente degli Stati Uniti. L’Italia, finora, non è stata toccata dal “colpo di spugna” trumpiano, ma ogni passo verso l’attenuazione delle tariffe rende lecita qualche timida speranza. In ogni caso, non sono i dazi sul cibo a preoccupare l’Italia, ma quelli – al 50% – su acciaio e alluminio.

Bitcoin in rotta

Prosegue il trend ribassista dei bitcoin, con ripetuti tentativi di rimbalzo. Il realizzo degli early adopter ha contribuito a innescare una forte correzione. La crisi sembra assumere il carattere di una vera e propria fuga, che ora pare coinvolgere anche gli Etf. Il calo della “regina delle criptovalute” può impressionare per le sue dimensioni, ma non stupire più di tanto. Perché il bitcoin non è altro che un asset ad alto rischio, e non può entrare nella maniera più assoluta nella categoria dei beni rifugio, già presidiata da oro, argento e franco svizzero. A posteriori, anche l’ok della Fed agli Etf in criptovaluta è stato un azzardo, per l’opacità dello strumento. Una caratteristica che li rende fragili ogni volta che si manifesta un’avversione al rischio.

Il caso Airbus

Nei giorni scorsi Airbus ha richiamato circa 6.000 aerei A320 a causa di una vulnerabilità del software alle radiazioni solari. Il difetto è stato riscontrato in un programma fornito da Thales (ma, a quanto ha affermato Airbus, il problema non è di responsabilità di questa azienda). Il gruppo francese non ha fatto a tempo ad aggiornare con procedura d’urgenza gran parte degli aeromobili che si è presentato un altro problema, questa volta legato ai pannelli della fusoliera (in questo caso, la responsabilità sarebbe di un subfornitore). La notizia ha spinto i titoli Airbus a -11%, poi solo parzialmente recuperati. Occorre precisare che le temute cancellazioni massicce di voli non si sono fortunatamente verificate. E’ però vero che oggi siamo completamente nelle mani della tecnologia, e dobbiamo fidarci, sperando che non ci abbandoni o non ci mostri la sua fragilità.

Foto di Kanchanara su Unsplash


Borse, ancora su e giù. Ma i mercati non crollano

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Per due volte nel giro di pochi giorni, le Borse hanno fatto quanto si suol dire tutto e il contrario di tutto. E questo è particolarmente vero per il Nasdaq. Un mercato che sembrava tonico ha inaspettatamente corretto in maniera brusca, per poi tornare in alto sulle ali dei titoli tecnologici americani.
A brillare particolarmente è stata Nvidia, che ha archiviato il terzo trimestre con un fatturato pari a 57 miliardi di dollari e un utile di 31,91, pari a 1,30 dollari ogni azione. I numeri, ben superiori alle aspettative, sembrano mitigare le paure di bolla per l’intelligenza artificiale che – con una certa dose di esagerazione – si erano diffuse nelle scorse settimane. Piuttosto, il settore Ia è molto magmatico, come si conviene alle discipline che stanno spiccando i primi passi (anche se da gigante): voci di alleanze tra colossi e di ulteriori innovazioni si rincorrono, evitando qualsiasi rischio di rilassamento o di noia tra gli osservatori. Per esempio: le recentissime indiscrezioni sulle trattative fra Meta e Alphabet, con il gruppo di Facebook che sarebbe intenzionato a utilizzare i chip IA di Google dal 2027 in avanti, hanno causato un crollo delle azioni Nvidia, con un successivo recupero, ma solo parziale. C’è da scommettere che le indiscrezioni sull’intelligenza artificiale continueranno a proliferare, e non mancheranno le maxi-operazioni nel comparto.

Come uno stress test

Da questa situazione caotica emerge paradossalmente una buona notizia: nonostante i ripetuti ed eterogenei allarmi, il mercato non crolla; la volatilità è particolarmente alta, ma gli investitori sembrano mantenere la calma e mostrare nervi saldi. In altri termini, non ci sono le premesse per un tonfo a due cifre. Le condizioni attuali assomigliano quasi a una situazione di stress test, con cui si cerca di sondare le possibili reazioni dei mercati retail a sollecitazioni forti. Come quelle geopolitiche, particolarmente articolate. Ma anche l’incertezza sul taglio dei tassi Fed a dicembre, operazione che fino a pochi giorni fa sembrava improbabile e ora appare tutto a un tratto possibile.

Fed, in evidenza il partito pro-tagli

Il cambio di approccio nei confronti dei tagli a dicembre ha potuto verificarsi grazie alle dichiarazioni di tre esponenti della Federal Reserve, che hanno aperto alla possibilità di effettuare questa operazione: il membro del board Christopher Waller (secondo cui la mossa sarebbe giustificata dalla debolezza del mercato del lavoro), la presidente della Fed di San Francisco, Mary Daly, e il suo omologo di New York, John Williams. Le tre esternazioni hanno catturato l’attenzione delle Borse: quelle europee, in particolare, procedono caute, cercando di fare fine tuning sulle reali intenzioni di Jerome Powell. Che proceda o no a dicembre (e, a questo punto, sembra probabile che lo faccia), la Fed probabilmente opterà per due tagli di 25 punti base ciascuno entro fine giugno 2026. La Bce, invece, potrebbe mantenersi stabile per almeno sei mesi, a meno che l’economia non mostri improvvisi segnali di crisi. L’Europa ha ormai centrato l’obiettivo di inflazione, mentre gli Stati Uniti sono ancora un po’ sopra target.

La pace piace

Piazza Affari, a questo giro, ha evidenziato un calo, raggiungendo una performance inferiore alla media delle Borse europee. La responsabilità risiede nello stacco delle cedole, che ha fisiologicamente favorito la fase orso. Ma a tenere banco sono stati i due piani di pace per l’Ucraina, presentati rispettivamente da Stati Uniti e Commissione Europea per l’Ucraina. Piani che, a quanto pare, sono graditi ai mercati occidentali, anche se in Europa si segnala un calo del settore difesa. Il gas, da parte sua, scende dopo molto tempo sotto i 30 euro al megawattora e il petrolio arretra (il Brent è di poco sopra i 60 dollari al barile, il Wti addirittura sotto). Al momento non si può prevedere se, in caso di pace, i commerci tra Europa e Russia torneranno alla normalità; tuttavia, sembra che il mercato prenda in considerazione questa eventualità. Oro e argento continuano il loro ballo sulle montagne russe, ma ad apparire particolarmente interessanti sono le azioni legate ai due comparti, che rendono più promettente un investimento in titoli del settore (per esempio, quelli legati alle miniere d’argento) che non ai due metalli “fisici”. Nelle cripto, continuano le vendite da parte dei primissimi compratori, che stanno realizzando l’enorme plusvalenza accumulata in questi anni. E il valore di bitcoin e compagnia ne risente in negativo. Di lì a teorizzare che il settore non sia in salute, però, ce ne passa. Anche perché a un venditore corrisponde sempre un compratore. E dove c’è un compratore, c’è un investimento, soprattutto se l’acquisto avviene a prezzi comunque stratosferici, anche se inferiori a un po’ di tempo fa.

Qualcuno volò sul nido delle bigtech

Intanto, da New York, giunge una notizia inattesa: la big pharma americana Eli Lilly ha superato la capitalizzazione di 1.000 miliardi di dollari. E’ la prima società del settore farmaceutico (e la seconda non tecnologica, dopo la Berkshire Hathaway di Warren Buffett) a sfondare questa soglia psicologica. Più in generale, sarebbe utile seguire il comparto pharma, che ha trascorso un paio danni di sottoperformance e ora potrebbe spiccare il salto. Con l’aumentare del reddito e della crescita si apre più spazio per la spesa sanitaria e i medicinali, soprattutto quelli per malattie e disturbi legati al benessere: non per niente, Eli Lilly è specializzata in farmaci contro l’obesità e le sue conseguenze e il diabete di tipo 2. Proprio il settore farmaceutico, insieme ai titoli argentiferi, è tra i candidati a una buona performance per il 2026, che – qualora l’anno in corso si chiudesse a questi livelli – evidenzierebbe ottimi margini di crescita.

Foto di Samuel Jerónimo su Unsplash


Borse senza una direzione precisa

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo i voti favorevoli del Congresso e la firma del presidente Donald Trump, lo shutdown più lungo della storia americana si è ufficialmente concluso. Ora, gradualmente, si rimetterà in moto la gigantesca macchina organizzativa federale, con la riassunzione dei dipendenti provvisoriamente licenziati e la pubblicazione dei dati macroeconomici bloccati dal lungo stop. Primi tra tutti quelli sull’occupazione, fermi alle comunicazioni relative ad agosto, e il cui aggiornamento su settembre è previsto a breve.

Su e giù

La fine dello shutdown ha dato slancio alle Borse, ma per poco. I mercati hanno infatti archiviato presto la vicenda, tornando a concentrarsi su tre nodi: le crisi geopolitiche, i timori di una bolla legata all’intelligenza artificiale e le preoccupazioni sulle prossime mosse della Fed che, anche a causa del blackout sui dati economici pubblici derivanti dallo shutdown, potrebbe rinunciare ai tagli dei tassi previsti a dicembre. La decisione cambierebbe i piani dei mercati, che avevano già previsto un intervento, ma sarebbe anche sintomo di un’economia in ripresa, senza la quale è onestamente difficile mantenere la stretta monetaria. In ogni caso, le montagne russe sono proseguite fino a fine settimana, con un recupero del Nasdaq che ha spinto anche Piazza Affari a una parziale rimonta dopo ore di forte calo. Tuttavia, lunedì mattina è giunto il contrordine: Wall Street è crollata. Né per l’onda lunga dello shutdown, né per i problemi geopolitici: a causare la picchiata è stata soprattutto la strategia di Peter Thiel, il cui hedge fund ha sorprendentemente venduto le sue partecipazioni in Nvidia per 100 milioni di dollari, senza aspettare gli imminenti risultati del gigante dei semiconduttori. L’operazione ha rinfocolato il nervosismo e i timori di bolla dell’intelligenza artificiale, affossando le Borse americane. Il risultato lo abbiamo già anticipato: il crollo di Wall Street. E questo nonostante l’investimento da 5 miliardi di dollari che Berkshire Hathaway ha effettuato in Alphabet. Un’operazione che, in condizioni normali, avrebbe spinto le Borse americane, più per motivi psicologici che per altro; il titolo del gruppo che controlla Google capitalizza 3.000 miliardi, e l’investimento della società – che ha ancora 340 miliardi sul suo conto corrente – è percentualmente molto basso, anche se enorme agli occhi del cittadino comune. Occorre anche ricordare che il gruppo presieduto da Warren Buffett aveva ridotto di molto la posizione sia in Apple, sia in altre aziende, e da qualche gruppo è anche uscita completamente. Il crollo di Wall Street ha influenzato il calo (non così drammatico, però) delle Borse europee.

Bolla Ia: sì o no?

Il nervosismo per il sell off di Nvidia è pienamente giustificato (se Thiel lo ha fatto ci sarà un motivo), ma i timori di una bolla legata all’intelligenza artificiale sembrano per lo meno esagerati: almeno per ora, infatti, queste paure non hanno un fondamento logico, se non i soliti condizionamenti psicologici. A oggi, sembra di non riscontrare numeri “da bolla”: occorrerà, ovviamente, osservare l’andamento dei titoli e gli utili delle big per poi rifasarsi. E’ certo che il monitoraggio dei tecnologici dovrà essere effettuato con molta attenzione: oggi il mercato americano vale due volte il Pil, contro il 78% dell’Europa e il 38% dell’Italia. Ecco: nel 2005, gli Stati Uniti evidenziavano una percentuale dell’80% – simile, cioè, a quella attuale del nostro continente. I protagonisti del balzo, è persino inutile ricordarlo, sono i titoli tecnologici, cresciuti enormemente. E la cui forza è iperconcentrata; su 27mila miliardi di dollari, 9.000 sono in mano a tre persone – il che fa emergere una crescita disorganica.

Saltano gli schemi

Probabilmente, dovremo farci l’abitudine: sembrano saltati tutti i parametri, e il rischio più grande è l’imprevedibilità dei mercati. Persino i bitcoin, per cui qualcuno prevedeva un lungo futuro di magnifiche sorti progressive, sono rovinosamente franati sotto i 90.000 dollari, per poi attestarsi di poco sopra a questa soglia. Anche in questo caso, il fenomeno è stato causato, o almeno favorito, da una campagna di sell off: per la prima volta dalla sua creazione, il bitcoin è stato infatti oggetto di vendite massicce da parte di alcuni early adopter, che avevano accumulato fortune incredibili e si trovavano in mano una ricchezza non ancora monetizzata in valuta reale. L’oro, da parte sua, è sceso per poi abbozzare un tentativo di recupero appena sopra quota 4.000 dollari l’oncia. L’unico bene rifugio che continua a macinare record è il franco svizzero, che sale sia sull’euro, sia sul dollaro; il rapporto tra la moneta unica e il biglietto verde si mantiene invece all’insegna della stabilità, intorno a quota 1,16.

Il nodo Taiwan

Mentre le crisi geopolitiche dominano la scena, si manifesta un altro allarme in Estremo Oriente. La crisi diplomatica tra Cina e Giappone su Taiwan ha raggiunto picchi pericolosi dopo le dichiarazioni della premier nipponica, Sanae Takaichi, che ha fatto filtrare la possibilità di un intervento militare di Tokyo nel caso in cui Pechino decidesse di attaccare Taipei. La Cina ha quindi inviato la guardia costiera a pattugliare un gruppo di isole amministrate dal Giappone, ma rivendicate sia dalla Cina, sia da Taiwan (il loro nome è Senkaku per i primi, Diaoyu per i secondi e Tiaoutay per i terzi). Nel mentre, Pechino ha sconsigliato ai suoi cittadini di visitare il Giappone – privando il Sol Levante di un numero di turisti vicino al 25% del totale – e ha persino posticipato l’uscita di due film giapponesi. La schermaglia tra i due paesi ha depresso il Nikkei, che in precedenza era salito proprio per le grandi aspettative riposte nella nuova premier, in economia molto vicina a Shinzō Abe – ma in politica estera, come si è visto, ben più aggressiva. Se la crisi non dovesse rientrare potrebbe aprirsi un nuovo, deleterio capitolo in grado di acuire ulteriormente i nodi geopolitici che affliggono il mondo. Un capitolo che sembra già mettere alla prova le Borse di tutto il mondo, espandendo i suoi effetti dal Nikkei agli altri mercati, occidentali e non.

Foto di holigil 27 su Unsplash


Privacy PolicyCookie PolicyTermini e Condizioni

CONTROVERSIEDISCLAIMERWHISTLEBLOWING

CHI SIAMONEWSPREMI

Società con azionista unico – Soggetta all’attività di direzione e coordinamento di Finsolari S.r.l.
Capitale Soc. €1.040.000 int. Versato.CF 11416170154 – P.IVA 01867650028
R.I. Milano Monza Brianza Lodi n. 11416170154 REA MI – 2022469
La SGR aderisce al Fondo nazionale di Garanzia

Milano

Via Agnello, 5 - 20121


Tel. +39 02 863571
Fax +39 02 86357300

Biella

Via Italia, 64 - 13900


Tel. +39 015 9760097
Fax +39 015 9760098

© 2024 Alicanto Capital SGR S.p.A. | All Rights Reserved

Privacy Preference Center