Euro-dollaro, arriva la parità

La moneta unica continua a calare: oggi il biglietto verde l'ha raggiunta. E forse il peggio non si è ancora visto: la penuria di gas e il suo prezzo potrebbero catapultarci in una situazione peggiore rispetto all'austerity degli anni '70...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Tanto tuonò che piovve. Dopo una lunga e costante discesa, l'euro si è fatto raggiungere dal dollaro. Il valore del biglietto verde sulla nostra valuta danza nell’intorno della parità. Non accadeva dagli esordi della moneta unica.
Il rapporto attuale fra le due divise non ha alcun senso logico, ma si teme che il vortice negativo possa proseguire, in una situazione che vede l'Europa devastata dalle conseguenze della guerra russo-ucraina e dalle sanzioni. La crisi energetica e quella alimentare potrebbero farci perdere fino al 3% di PIL nel 2023, con il rischio che ritornino i dubbi sulla stessa sopravvivenza dell'euro. Oltre che, naturalmente, lo stile di vita dei cittadini.

Inverno al freddo
I rischi maggiori per la nostra economia vengono soprattutto dalla crisi del gas, che lungi dall'ammorbidirsi, si aggrava sempre di più. L'interruzione di Nord Stream 1 da parte di Gazprom – ufficialmente dovuta a una manutenzione di dieci giorni – ha costretto le autorità tedesche a predisporre in fretta e furia “piani B” nel caso in cui la Russia chiudesse definitivamente i rubinetti.
In Germania si è parlato di razionamento del gas e addirittura di palestre e locali pubblici in cui le persone meno abbienti potranno recarsi per scaldarsi.
L'argomento è stato affrontato anche in Italia, dove non si è esclusa la possibilità di un razionamento e persino di un nuovo coprifuoco per i locali pubblici e un drastico stop all'illuminazione nelle strade. Qualcuno ha addirittura paventato l'oscuramento anche nelle case private dopo una certa ora della notte. Una misura (ovviamente inapplicabile) che ci porterebbe a una situazione persino peggiore rispetto all'austerity anni '70, quando la sigla della “Fine delle Trasmissioni” - quel jingle inquieto che spaventava molti bambini dell'epoca – chiudeva la serata televisiva rigorosamente prima delle 23.

Misure insufficienti
A parte accenni confusi e contraddittori a misure estreme, l'Italia (almeno finora) non ha fatto altro che mettere sul tappeto 30 miliardi di scostamento di bilancio. Una piccola cosa, rispetto a quanto occorrerebbe per dare tranquillità a famiglie e aziende. Ed evitare di costringere pensionati e fragili a un inverno freddo e imprese a rischiare la chiusura a causa della mancanza di elettricità.
Questa situazione dimostra ancora una volta l'estrema leggerezza che ha spinto i politici europei ad approvare sanzioni-boomerang, poco amate anche dei mercati: basta vedere le reazioni positive delle Borse quando le autorità canadesi hanno annunciato la restituzione alla Germania di una turbina necessaria per la riattivazione del Nord Stream 1. In attesa, naturalmente, di vedere che cosa succederà quando i dieci giorni di manutenzione (o supposta tale) scadranno.
Difficile interpretare le intenzioni di Mosca, impossibile prevedere dove porteranno le trattative frenetiche in corso fra Russia e Germania. Una cosa è certa: l'Europa è sotto scacco. Perché le stesse sanzioni che stanno spingendo l'Ue in uno scenario da incubo hanno toccato solo in parte la Russia. Che, anzi, ha raddoppiato le entrate dovute al gas erogandone un terzo rispetto all'anno scorso, grazie all'aumento abnorme dei prezzi. E può quindi condurre i giochi. Parafrasando Clint Eastwood: quando un Paese con le sanzioni incontra un Paese con le materie prime, il Paese con la sanzioni è un Paese morto.
I danni potenziali per l'Europa potrebbero quindi essere incalcolabili: sui listini, Italia e Germania hanno perso il 20% da inizio anno (e il 13% da inizio giugno), lo scenario recessivo sembra inevitabile, mentre non si vede la fine delle tensioni sull'euro. E la tanto sbandierata solidarietà europea ancora una volta è finita in fumo.
Nessuno è al riparo, tanto meno le banche. Sembra che la Bce stia chiedendo a tutti i gruppi creditizi un nuovo stress test, per controllare la loro solidità nel caso in cui il PIL europeo cali del 6% nei prossimi due anni. Uno scenario che, tra le altre cose, vanificherebbe uno dei pochi trend positivi di questi ultimi giorni: il calo, per la prima volta in otto anni, dell'indebitamento medio delle aziende europee. Nel quadro di una ripresa che, purtroppo, gli ultimi avvenimenti hanno reso effimera.

La meteora-Johnson
Il crollo dell'euro ha trascinato con sé la sterlina, che ha anche risentito delle dimissioni di Boris Johnson da leader del Partito Conservatore. Anche se, in realtà, il prossimo premier (la cui nomina sembra prevista per settembre) proseguirà sulla linea dell'attuale primo ministro: archiviata la Brexit, dovrà affrontare i problemi irrisolti che derivano dall'uscita inglese dall'Unione Europea, come la mancanza di personale (tutto questo mentre sono state create barriere assurde nei confronti dei cittadini europei) e l'incidente diplomatico sulla frontiera irlandese. Poco cambierà anche nel sostegno a Zelensky, che ha reso la Gran Bretagna il paese più filo-ucraino del mondo: Londra se lo può permettere, dato che l'impatto della crisi energetica sulla Gran Bretagna è minore che non sul resto d'Europa.

Shinzō Abe, morte di un innovatore
Grande emozione in tutto il mondo ha invece suscitato il brutale assassinio di Shinzō Abe, freddato lo scorso 8 luglio durante un comizio elettorale nella città di Nara. Migliaia di persone hanno partecipato al funerale dell'ex premier del Giappone, i cui cittadini sono letteralmente traumatizzati. L'onda emotiva della tragedia ha anche contribuito a rendere più netto il già annunciato trionfo del partito liberal democratico alle elezioni di domenica scorsa.
In occasione della morte dell'ex premier, è stata ampiamente rievocata la portata storica delle Abenomics, il pacchetto di misure da lui introdotte dal 2013 in poi per contrastare la crisi economica in Giappone e la concorrenza sempre più serrata da parte della Cina.
La strategia di Abe, proseguita anche dopo il passaggio del testimone a un nuovo primo ministro, prevedeva la permanenza di tassi negativi, un'inflazione non superiore al 2%, la svalutazione dello yen e la creazione di posti di lavoro utilizzando la spesa pubblica.
Favorito da 30 anni di tassi mai superiori allo zero, Abe ha affrontato di petto l'enorme debito pubblico, tenendo la barra dritta e cercando di confrontarsi con le ataviche caratteristiche del paese: crescita bassa, alta densità di popolazione, buon tasso di risparmio personale, forte economia interna. L'azione di Abe è stata sostenuta fedelmente dalla banca centrale, che continua a procedere su questo percorso, insistendo sui tassi negativi in un mondo in cui si fa a gara per alzarli.
Una strategia simile all'Abenomics potrebbe rivelarsi una buona scelta per l'Europa? Difficile rispondere, anche perché la domanda sfiora uno scenario fantascientifico. Piuttosto che un cambio di rotta sul debito pubblico è più probabile la fine dell'euro. Troppo alto il timore tedesco sull'inflazione: a Berlino, gli spettri di ciò che accadde negli anni Venti spaventano ancora. A parte questo, troppe differenze rendono impossibile effettuare una comparazione tra le due realtà. Tuttavia, i numeri dicono che le strategie di Abe hanno pagato, mentre l'austerity imposta dai Paesi nord europei ha fallito il suo scopo.

  • Il dietrofront di Elon Musk
    Negli Stati Uniti sono stati pubblicati i nuovi verbali del FOMC, sbilanciati sulla lotta dura all’inflazione, le cui aspettative erano state ampiamente sottostimate.
    Ma la notizia che ha fatto più rumore, proveniente da oltre Oceano, è la rinuncia di Elon Musk all'acquisto di Twitter. La ragione ufficiale riferita dal patron di Tesla è la presenza di troppi account falsi. Ironicamente, il top management del social – inizialmente contrario all'offerta di Musk – ora vuole portare Musk in tribunale, comprendendo forse che, qualora saltasse l'acquisto, il futuro di Twitter sarebbe a rischio.
    L'esito della controversia è del tutto imprevedibile. Il magnate potrebbe cavarsela con una multa salata oppure essere costretto a onorare l'accordo.
    Sta di fatto che, giunti a questo punto, è difficile capire il motivo che ha spinto Elon Musk a spiccare questo salto nel buio. Forse, in un secondo tempo, l'imprenditore sudafricano ha fatto i suoi calcoli, scoprendo che l'offerta di 44 miliardi di dollari era esagerata. Oppure, come affermano alcuni rumours, si sarebbe trattato di una manovra diversiva, organizzata per distrarre l'opinione pubblica dalla vendita del controvalore di 8 miliardi di dollari di titoli Tesla. Un'azienda che, ricordiamolo, a ottobre 2021 aveva una capitalizzazione maggiore rispetto alla somma di tutte le case automobilistiche sparse per il mondo.
    L'annuncio di Musk ha comunque causato un crollo delle azioni Twitter, dai 54,20 dollari dell'offerta presentata lo scorso aprile ai circa 34 attuali, in una società che fa fatica a fare breakeven. E che spaventa gli investitori.
    Il caso Musk-Twitter non ha comunque inciso troppo sui titoli tecnologici, il cui valore era già diminuito negli ultimi mesi per dinamiche di mercato.

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