Stati Uniti: compromesso raggiunto sul debito

Il presidente americano Biden e lo speaker della Camera Kevin McCarthy hanno trovato un accordo che dovrebbe consentire agli Stati Uniti di alzare il tetto ed evitare la bancarotta. Ora la parola va al Congresso

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Alla fine, il compromesso tra il presidente americano Joe Biden e lo speaker della Camera Kevin McCarthy sul tetto al debito Usa è arrivato. Si attende ora la ratifica da parte del Congresso, che dovrà giungere non oltre il 5 giugno. Pena, il default del paese. Si ritiene che il via libera di Camera (previsto fra poche ore) e Senato arriverà, anche se i negoziatori dovranno cautelarsi da imboscate da parte dell'ala “trumpiana” dei repubblicani - contraria all'aumento della spesa militare a favore dell'Ucraina - e della sinistra democratica, infastidita dai tagli al welfare e timorosa di un passo indietro sugli investimenti in materia di lotta al cambiamento climatico.

L'accordo

Più nel dettaglio, l'accordo prevede un aumento del debito pubblico americano, controbilanciato da alcuni tagli – anche se molto più moderati rispetto ai 130 miliardi di dollari chiesti dai repubblicani. Non sarà toccato, come già anticipato, il sostegno militare Usa per Kiev, considerato da Biden una priorità non negoziabile: dalla trattativa è scaturito un budget pari a 886 miliardi, con un aumento di spesa del 3,5%. Il presidente Usa ha invece ceduto sui requisiti per utilizzare il welfare, con l'aumento di cinque anni (da 49 a 54) per poter accedere ad alcune forme di assistenza, come i buoni pasto.

Mercati tiepidi

I mercati hanno reagito all'accordo in maniera abbastanza tiepida: soprattutto in Europa, è proseguita la calma che ormai perdura da tre mesi. Negli Usa, il compromesso ha spinto in alto i future sulle azioni nazionali, che hanno registrato ottime performance dopo i ribassi di qualche tempo prima; tuttavia, a sostenere l'indice americano sono stati soprattutto i titoli tecnologici – principalmente quelli legati all'intelligenza artificiale. Per il resto, nelle Borse occidentali prosegue la dinamica di scambi abbastanza limitati e attesa, condita da timori per una possibile fase recessiva.

Fed divisa

Sicuramente, le banche centrali non stanno facendo molto per evitare questo rischio, anche se nei loro board il dibattito su nuovi aumenti dei tassi è più animato di quanto si creda. Se in casa Bce prevalgono i “rialzisti”, il confronto nella Fed sembra leggermente più incerto. Lo rivelano gli ultimi verbali Fomc, che hanno evidenziato incertezza sull'opportunità di procedere a nuovi inasprimenti monetari. I funzionari sembrano divisi, e non hanno fatto nulla per nasconderlo. Se la Federal Reserve alla fine dovesse decidere di procedere a nuovi rialzi (operazione, a questo punto, non così scontata), non supererà probabilmente un adeguamento di 50 punti base, o forse di 25 - a differenza di quanto potrebbe decidere la Bce, orientata verso tre aumenti entro l'estate. Il picco, in ogni caso, sembra vicino. La materia del contendere, ora, è un'altra: quanto tempo i tassi rimarranno così alti prima di iniziare a calare. Si teme che la discesa sarà meno rapida di quanto si potesse immaginare, soprattutto in Europa.

Germania in recessione tecnica

Intanto la Germania è entrata in recessione tecnica di qualche decimo di punto. Varie le cause del fenomeno: tra queste, onda lunga della pandemia, crisi energetica (particolarmente sofferta, data la dipendenza dal gas russo) e conseguente aumento dei prezzi al consumo, decarbonizzazione troppo veloce e radicale. Intendiamoci: è presto per stracciarsi le vesti. La situazione potrebbe infatti essere transitoria e superabile in breve tempo. Ma c'è anche il rischio di un fenomeno più complesso e duraturo. Ed è questa eventualità a preoccupare: la Germania è il motore d'Europa, occupa il primo posto per prodotto interno lordo e ha sviluppato un sistema industriale robusto e interdipendente con gli altri stati del nostro continente. Per questo, uno scenario negativo potrebbe mettere in seria difficoltà l'intera Europa. Detto questo, è lecito domandarsi: vale la pena incrementare ancora i tassi? Sembra che a Berlino e Francoforte questo interrogativo non abbia avuto molto successo, dato che la Bundesbank non si è mossa di un millimetro dalla sua posizione rialzista.

Ita passa a Lufthansa

Proprio in un momento critico per la Germania, intanto, si è verificata la tanto agognata vendita di Ita al gruppo Lufthansa, dopo sei mesi di trattative. Per ora, il gruppo tedesco rileverà il 59% della compagnia di bandiera italiana; tuttavia, il ministero dell'Economia e delle Finanze (che ha appena assicurato un aumento di capitale pari a 250 milioni di euro) ha lasciato aperta la possibilità di un'acquisizione totale da parte di Lufthansa. Una buona notizia soprattutto per le tasche degli italiani, che in questi anni hanno dovuto sostenere costi improponibili per Alitalia. La possibilità che questa situazione possa finire, e che il denaro finora iniettato in forti dosi nella compagnia di bandiera abbia l'opportunità di essere dirottato verso interventi più utili, mette in secondo piano gli aspetti negativi legati alla perdita del controllo della nostra linea aerea, pur con il ruolo strategico che una compagnia ha per un paese. E fa sperare che finalmente la ex Alitalia possa essere gestita con criteri manageriali e sottratta alle influenze della politica.

Calmo come l'olio

Tutto tranquillo, invece, sul fronte petrolio. Sembra infatti che i tentativi sauditi di tagliare la produzione siano stati bloccati dal resto dell'Opec+. Emblematica era stata, la scorsa settimana, la dichiarazione del vicepremier russo Aleksandr Novak, che aveva negato un imminente diminuzione dell'export del greggio. Brent e Wti hanno quindi reagito con un calo – in realtà, nulla più di un minimo assestamento, per un valore che sembra ormai “incollato” alla forbice fra 70 e 80 dollari. L'oro invece è tornato sotto la soglia dei 2.000 dollari l'oncia. L'andamento era prevedibile ed è destinato a proseguire se i rischi per il sistema bancario americano saranno definitivamente scongiurati. Un'eventualità, però, che non è scontata, dato che i segnali provenienti da Washington ci autorizzano a temere che la crisi bancaria Usa non sia ancora del tutto archiviata. Va a gonfie vele, invece, il sistema bancario italiano, anche se la scorsa settimana alcune aziende di credito hanno ceduto qualcosa in Borsa. Le azioni bancarie sono al momento le uniche su cui al momento sembra proficuo e abbastanza sicuro scommettere: se si verificasse una correzione del 3%, questi titoli potrebbero rivelarsi un grande affare. Anche in tempo di mercati tranquilli.

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Il crac Silicon Valley Bank spaventa i mercati. Ma non sarà una nuova Lehman

Il default della banca californiana contagia rapidamente altre aziende di credito a stelle e strisce e getta nel panico le Borse di tutto il mondo. Vari osservatori evocano lo spettro del 2008 e della crisi sistemica che ne seguì. Ma tra i due scenari ci sono alcune differenze che potrebbero rendere meno impattante la nuova crisi

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Solo otto giorni fa, i riflettori del mercato erano puntati su Jerome Powell, che in audizione al Congresso si era detto pronto a velocizzare l'aumento del costo del denaro e a portare i tassi più su rispetto alle attese. Pochi giorni dopo, il fallimento improvviso di Silicon Valley Bank ha rapidamente conquistato il centro della scena, scatenando un terremoto sui mercati e rinfocolando paure di una crisi sistemica che non si verificava dai tempi del fallimento Lehman.

I motivi del crac

Per comprendere i motivi del crac è utile spiegare la strategia di business di Svb. La banca californiana finanziava circa la metà delle start up americane, che a loro volta versavano nei suoi forzieri gli importi che non erano stati impiegati. Con le somme depositate, l'istituto - con il classico “circolo virtuoso” - sosteneva nuove start up che richiedevano denaro in prestito e, nel contempo, sottoscriveva anche titoli di stato a lunga scadenza del Tesoro americano. Tutto bene fino all'aumento dei tassi, che ha reso più rischiosi alcuni investimenti, tra cui proprio quelli sulle start up. Che, proprio a causa delle necessarie ristrutturazioni, hanno fermato i depositi e invertito la marcia, iniziando a prelevare dalle casse di Svb il denaro di cui avevano bisogno. Fino a quando la banca californiana - che, ricordiamolo, aveva un patrimonio pari a 209 miliardi di dollari - si è trovata a secco. Per compensare il calo dei depositi, Silicon Valley Bank ha quindi avviato in tutta fretta la vendita - in perdita - di un portafoglio obbligazionario di 21 miliardi di dollari, costituito soprattutto da titoli di stato Usa (acquistati - imperizia dei manager, più che sfortuna – proprio mentre la Fed si apprestava ad avviare la stretta monetaria e, nel contempo, il settore delle start up arretrava). La vendita in perdita ha ridotto, ma non eliminato, l'allarme-liquidità, lasciando un buco da 1,8 miliardi di dollari. A questo punto si è tentata la mossa estrema: l'aumento di capitale, che però non ha trovato investitori sufficienti. E si è scatenato il panico: le start up hanno iniziato la corsa al ritiro dei propri depositi dalla banca. Negli Stati Uniti, in caso di fallimento dell'istituto depositario, il fondo di garanzia assicura il rimborso di una somma fino a 250.000 dollari, non un penny in più. Per questo motivo, le start up (che, comprensibilmente, hanno depositi ben maggiori) hanno cercato di salvare il salvabile. L'annuncio che assicurava il rimborso a tutti i depositanti (e non solo di quelli con meno di 250.000 dollari sul conto) è giunto tardivo: a quel punto ormai il buco si era allargato sensibilmente. E la banca era ormai spacciata e costretta a dichiarare fallimento.

In ritardo

Il default si poteva evitare? Probabilmente sì. Le banche sono il pilastro fondamentale del sistema economico: non possono fallire. E, in caso di difficoltà, occorre fermare il rischio di bank run per tempo. Questo non è stato fatto, rimandando l'annuncio della salvaguardia dei depositi a default avvenuto. Una domanda è lecita: coprire l'aumento di capitale da 1,8 miliardi – o, in subordine, garantire tutti i depositi fermando la corsa ai prelievi – sarebbe costato di più rispetto alla situazione attuale? Sicuramente no. Tuttavia, le autorità americane hanno preferito agire (anzi, non agire) in pieno stile Far West senza pensare alle conseguenze che ne sarebbero derivate. Se il Tesoro Usa fosse entrato nel capitale della Silicon Valley Bank, probabilmente lo avrebbe fatto a costo zero, magari anche guadagnandoci al momento di rivenderne le azioni rivalutate. E, soprattutto, avrebbe evitato un nuovo rischio sistemico che, invece, si aggira come uno spettro nelle Borse di tutto il mondo. È il caso di dirlo: la storia sarà anche maestra di vita, ma spesso i decisori se ne dimenticano. E si verificano queste situazioni.

Rischio contagio

Il default di Silicon Valley Bank ha portato con sé fondati timori di contagio. Un rischio che, ha dichiarato il segretario al Tesoro Usa Janet Yellen, deve essere assolutamente evitato, anche se – ha proseguito – il sistema bancario Usa “rimane resiliente”. Escluso anche un salvataggio pubblico di Svb: "vogliamo far in modo”, ha detto Yellen, “che i problemi di una banca non vadano ad affliggerne altre che sono solide". La situazione, tuttavia, desta preoccupazione perché negli Stati Uniti, il contagio è già partito: a stretto margine dal crac Silicon si sono arrese anche Signature Bank e Silvergate Exchange Network, due istituti di credito crypto-friendly. E si teme per altre banche americane, mentre le Borse crollano. Siamo in presenza di una nuova Lehman? Impossibile dirlo ora, anche se la situazione consente un cauto – molto cauto - ottimismo. Gli interventi nel fine settimana sono più che sufficienti per tranquillizzare i mercati, perché, i soldi dei correntisti sono stati garantiti. Anche quelli superiori a 250.000 dollari.

Banche europee

Nonostante le rassicurazioni di Tesoro americano e Fed, il panico ha varcato l'oceano, portando al crollo anche le Borse europee. A guidare il picco negativo è proprio Milano, per lo stesso motivo che l'aveva vista macinare punti fino a pochi giorni fa: la presenza massiccia di titoli bancari nel suo listino. Una caratteristica che l'ha resa un po' come l'acqua marina di Eraclito di Efeso: motore di crescita in tempo di aumento dei tassi, elemento esiziale in epoca di crisi sistemica bancaria. Ma per quale motivo la copertura al 100% dei depositi non ha fermato il pessimismo? Perché – e parliamo soprattutto delle banche europee – le istituzioni americane hanno garantito i depositi, ma non le obbligazioni senior, che evidentemente vari istituti di credito Ue hanno in pancia. Ancora una volta, le banche dell'Unione Europea – che sono senza dubbio le più sane – pagano per le speculazioni avventate che si verificano oltre oceano e per il lassismo delle autorità di controllo americane. Elementi, questi ultimi, che spiegano il motivo per cui le grandi crisi sistemiche partono solitamente dagli Stati Uniti.

Tassi: aumenti congelati?

L'aumento dei tassi, come abbiamo visto, ha avuto la sua parte nella vicenda che ha rapidamente portato al capolinea Silicon Valley Bank. Sono fondati i timori, nel mondo economico americano, che un'ulteriore stretta monetaria potrebbe mettere ancora più a rischio gli investimenti meno sicuri, come quelli che coinvolgono le start up. Anche per questo, negli Stati Uniti si dà per molto probabile uno stop provvisorio agli aumenti dei tassi. Secondo v, la Fed potrebbe rinunciare al previsto ritocco di 50 punti: l'emittente americana ha quotato al 66% questa eventualità. Lo scopriremo il 22 marzo, data in cui è in calendario l'incontro della Federal Reserve. Più difficile prevedere le mosse della Bce, che si riunisce domani. Christine Lagarde ha evitato dichiarazioni, ma tra i gestori monta un certo pessimismo: nonostante numerosi appelli alla ragione, l'Eurotower potrebbe persistere in una strategia impermeabile alle vicende esterne ed estremamente difficile da comprendere. Come detto in precedenza, il 2008 non ha insegnato niente: in quell'anno Jean-Claude Trichet, dopo il crac Bear Stearns, continuò ad alzare i tassi in Europa fino a luglio; oggi Christine Lagarde (guarda caso due francesi...) è sulla stessa strada per ripetere lo stesso errore. Ma tanto loro, quanto i burocrati che li coadiuvano non pagano mai per gli errori clamorosi che compiono.

Entrare sul mercato o restarne fuori?

Detto questo, la vigilanza più attenta e la maggiore solidità che contraddistinguono le banche europee sono un po' gli anticorpi che dovrebbero evitare guai seri alle aziende di credito del nostro continente. Per questo motivo, non è detto che gli investitori, soprattutto italiani, debbano rimanere fuori dal mercato troppo a lungo. Non molto tempo fa consigliavamo di mantenere le posizioni a chi stava già investendo, suggerendo agli altri di attendere, in attesa della correzione dei mercati. Ecco: la correzione sta arrivando. Sui titoli bancari è già avvenuto un calo del 14%: se si verificasse una nuova perdita di un altro 5/10%, potrebbe rivelarsi vantaggioso acquistare. Anche perché, almeno a quanto ci si attende, le prossime trimestrali delle banche italiane dovrebbero rivelarsi molto positive.

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Preoccupazioni dal caso Blackstone

Il default dichiarato dalla società americana su un'obbligazione finlandese genera molti timori. L'insolvenza potrebbe infatti essere la prima di una serie, sia in America del Nord, sia in Europa. Con notevoli conseguenze sul settore bancario e a cascata sull'intera economia. La vicenda mostra quanto sia pericoloso affrontare l'inflazione con un rialzo troppo elevato dei tassi

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La scorsa settimana, il caso Blackstone ha scosso il mercato immobiliare. La società finanziaria newyorkese ha infatti dichiarato default su un bond coperto da un portafoglio immobiliare, composto da negozi e uffici della finlandese Sponda Oy. La società nordica non è stata in grado di rimborsare l'obbligazione, costringendo Blackstone a bloccare il rimborso dei fondi, per un'inadempienza di 531 milioni di euro. A farne le spese saranno, come spesso accade, i risparmiatori. Blackstone non rischia quasi nulla: gli avvocati della società finanziaria americana dimostreranno che i contratti sono adeguati alle normative e che il fondo ha agito in qualità di advisor, senza responsabilità in proposito.

Campanello d'allarme

La vicenda attiva però un grosso campanello d'allarme: fa temere che questo default possa rappresentare solo la prima di molte insolvenze di questo tipo, sia in America del Nord, sia in Europa. E mostra tutti i rischi di una politica di lotta all'inflazione condotta solo e unicamente con un rialzo elevato e continuo dei tassi. Questa strategia, seguita sia dalla Fed, sia dalla Bce, ha un impatto sull'intera componente immobiliare. E, di conseguenza, mette sotto stress i fondi real estate, in cui sono impiegate somme enormi. In questo caso, è stato sufficiente che gli investitori chiedessero a Blackstone rimborsi sulle obbligazioni cartolarizzate per far saltare tutto il meccanismo. Si teme, insomma, una situazione persino più pericolosa rispetto al crack 2008. Situazione che naturalmente investe anche i privati cittadini. Un esempio: in Italia, in un anno, la rata di un mutuo a tasso variabile di 125.000 euro con durata 25 anni è salita da 456 a 637 euro al mese. Un vero salasso, che si aggiunge al caro bollette e riscaldamento. E le autorità di controllo? Reagiscono con moniti. Come quello di Christine Lagarde, che ha chiesto alle banche di rinegoziare i mutui variabili. Cosa che finora – almeno a quanto ci è dato di sapere - gli istituti di credito non hanno fatto. Tutto questo avviene mentre le banche centrali non mostrano nessun ripensamento nella politica del rialzo dei tassi. In particolare, la Bce ha già annunciato i prossimi, graduali rialzi: secondo l'Eurotower, l'inflazione sta sì scendendo, ma non a sufficienza per fermare la strategia imboccata con decisione negli ultimi mesi.

 Borse, Milano non si ferma più

Settimana invece positiva per i mercati. Trainata dalla buona performance dei listini americani, che ha regalato agli investitori persino un rimbalzo del settore tecnologico, la Borsa di Milano ha chiuso con un buon 1,56%, che porta i dati dell'ultimo semestre a +27%. Difficile prevedere i movimenti del prossimo futuro. Ma, prima di assistere a uno storno, è facile che si verifichi una nuova gamba di rialzo. Per questo motivo sembra ancora consigliabile mantenere le posizioni, fino agli eventuali primi segnali negativi. È comunque saggio attendere le prossime riunioni delle banche centrali, dopo le quali sarà più semplice prendere una decisione. Oltre che dalle Borse di oltre oceano, la buona chiusura dei listini italiani è stata spinta dall'economia reale e, ancora una volta, dalle banche, favorite dal rialzo dei tassi, che hanno fatto crescere gli interessi passivi. Mentre, per la verità, non è ancora avvenuto un adeguamento di quelli attivi, rimasti a zero, né un calo delle commissioni. Tutto ciò mentre in Italia si sta discutendo il rinnovo del contratto collettivo nazionale dei dipendenti bancari. È proprio in questo scenario che si è verificata la clamorosa rottura tra Intesa Sanpaolo e Abi al tavolo di contrattazione. La cesura non è definitiva: in altri termini, Cà de Sass non esce dall'associazione bancaria, ma tratterà al tavolo per conto suo. Senza mediazioni. Nonostante ciò, la “mezza rottura” è un segnale molto forte, che può essere paragonato all'uscita di Fiat da Confindustria. I numeri, però, rendono la spaccatura dei giorni scorsi molto più problematica: sul numero dei dipendenti in relazione al totale, Intesa Sanpaolo conta molto di più della ex Fiat, dato che impiega circa il 20% dei lavoratori del settore. Detto questo, il colosso del credito, pur uscito dalla rappresentanza Abi al tavolo delle trattative, dovrà comunque proseguire a trattare con le parti sociali.

 Braccio di ferro per Tim

Dopo il picco del 6 marzo, sta veleggiando in acque alte il titolo Tim, azienda che è al centro di un braccio di ferro fra due cordate di compratori. Dopo l'offerta di Kkr è stata la volta di Cdp Equity, insieme a Macquarie Asset Management, che ha superato la somma messa nero su bianco dall'operatore di private equity, mettendo sul tavolo oltre 20 miliardi. L'offerta, recita una nota della stessa Tim, “sarà sottoposta all’esame preliminare del Comitato Parti Correlate, ai sensi della normativa applicabile a Cdp Equity, quale parte correlata di Tim e sarà, a seguire, portata all’attenzione del consiglio di amministrazione, ove possibile nella riunione già programmata per il 15 marzo 2023 o in un'altra data da definire”. L'esito della contesa è incerto ed è lo scontro fra due modelli: uno (Kkr) che obbedisce solo a logiche di mercato, l'altro che vedrebbe lo stato, mediante Cdp Equity, tornare in possesso almeno parzialmente di beni cruciali, che negli ultimi 20 anni sono stati oggetto di massicce privatizzazioni. Nella vita di un paese la rete, è fin troppo banale ricordarlo, è un asset strategico, perché chi ne è in possesso controlla la vita dei cittadini. Soprattutto in un'epoca come la nostra, in cui le comunicazioni digitali, oltre che telefoniche, pervadono l'intera economia, rendendo la rete un asset delicatissimo. L'intervento di Cdp Equity sottintende proprio questa esigenza: di salvaguardare, con un controllo diretto della rete, la vita di famiglie e aziende. Proprio per questo, il fronte politico è abbastanza coeso e sembra che maggioranza e opposizioni marcino verso lo stesso obiettivo. Ciò che è importante è che lo stato torni in controllo della rete. Poi, il settore pubblico potrà decidere di tenere per sé anche la parte operativa oppure scorporarla, come è accaduto per Terna e Snam. Fra pochi giorni avremo tutti le idee più chiare.

Gas: per la Commissione Ue il suo prezzo è ancora “gonfiato”

Il petrolio resta ancora a livelli di guardia: il rimbalzo del prezzo del greggio sta iniziando ad assomigliare sempre più al Godot di Samuel Beckett. Il mancato rialzo, che fa sicuramente bene all'economia reale, potrebbe dipendere anche dal ritardato (o mancato, fate voi) impulso di ripresa cinese che era ampiamente atteso. Ottime notizie anche sul fronte gas, che sembra avviarsi verso la barriera dei 40 euro al megawattora. Non ancora sufficiente, però, per tornare a livelli più consoni. Non per niente Maroš Šefčovič, vicepresidente della Commissione Ue, ha dichiarato "Il prezzo del gas è gonfiato, è superiore di sette volte a quello degli Usa". Ecco: magari non di sette volte, ma sicuramente di un valore compreso fra tre e cinque. E il motivo travalica la crisi post-Covid e la guerra russo-ucraina: gli Stati Uniti, in barba a protocolli ambientali, sono autosufficienti, diversamente dalla catena di approvvigionamenti europea. Oltre a quello, c'è la nota speculazione sulla Borsa di Amsterdam, dove si forma il prezzo del gas con criteri non completamente controllabili.

Auto elettrica, decisione rinviata

Nel mentre, il voto dei rappresentanti permanenti sullo stop alla vendita di nuove vetture endotermiche dal 2035 è stato rinviato. A manifestare posizioni contrarie o scettiche sull'addio a benzina e diesel sono stati quattro stati membri: Polonia, Bulgaria, Germania e Italia. A questa posizione, a quanto si dice, sarebbero pronti a unirsi altri stati, finora timidi o timorosi di esprimersi. I problemi che si potrebbero creare con uno stop così radicale sono ben noti: costi alti, colossi automotive europei in crisi e perdita di posti di lavoro, consegna di fatto del settore mobilità nelle mani della Cina, costi di ricariche e riparazioni, durata delle batterie, lunghezza dei rifornimenti, inadeguatezza delle reti elettriche, inquinamento molto alto per lo smaltimento delle batterie (di cui, tra l'altro, non parla nessuno). Inoltre, una situazione del genere costringerebbe i cittadini di un intero continente a cambiare auto in massa. Attualmente il paese con più auto elettriche è la Norvegia, dove circolano meno di 3 milioni di veicoli e le e-cars sono circa il 18%. Il rinvio del voto rimette in gioco una decisione che sembrava già acquisita. La riflessione potrebbe portare a fare un passo indietro e revocare i divieti, creando una sana competizione fra elettrico e combustibili tradizionali, che la ricerca potrebbe cercare di “ripulire” un po' dalla loro carica inquinante. Probabilmente, la discussione si trascinerà fino alla scadenza elettorale del 2024.

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