Guerra in Medio Oriente: la reazione delle Borse
L'attacco di Hamas a Israele ha innescato timori nei mercati europei, che hanno reagito con una flessione. Ma il recupero non si è fatto attendere, spinto probabilmente dalla consapevolezza che questo nuovo conflitto obbligherà le banche centrali a fermare definitivamente la stretta monetaria. E, forse, a pianificare una riduzione dei tassi in tempi più rapidi rispetto alle previsioni
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Le drammatiche notizie provenienti dal Medio Oriente hanno spinto in negativo le Borse europee, che già si trovavano in un contesto di ribasso. Ieri, tuttavia, i mercati hanno recuperato ampiamente le perdite di lunedì, allineandosi con i valori di New York, che lunedì scorso non avevano risentito degli echi provenienti dal teatro mediorientale. Sembra quindi che l'escalation provocata dall'attacco di Hamas a Israele non abbia influito più di tanto sull'andamento dei listini. Forse perché, in presenza di una crisi così grave in Medio Oriente (e di rischi di future ripercussioni sul prezzo del petrolio), la Banca Centrale Europea non potrà più alzare i tassi, pena il crollo dell'economia. Anzi: è più probabile che lo “scollinamento”, inizialmente previsto per fine 2024, venga anticipato.
Le preoccupazioni all'orizzonte
I timori provenienti dallo scenario mediorientale sono dunque di carattere prima di tutto umanitario e poi geopolitico, ma molto meno di tipo economico. Da un lato, come detto, la Bce dovrà probabilmente rivedere in fretta la ormai atavica politica di rialzi continui; dall'altra, le preoccupazioni su un possibile stop al dialogo tra Israele e i Paesi arabi sono forse esagerati: l'accordo tra Tel Aviv e l'Arabia Saudita, con la partecipazione, pur sfumata, delle autorità di Ramallah (nemiche giurate di Hamas) potrebbe subire una sospensione temporanea, ma riprendere in un secondo tempo. Rimangono i rischi di una destabilizzazione di tutta l'area mediorientale, dato che Hamas è un chiaro problema per l'intero mondo arabo. Tuttavia, finora il prezzo del petrolio si mantiene sotto controllo, con valori inferiori ai 90 dollari al barile.
Sale lo spread
E lo spread? Lo spread resta oltre quota 200, che ha raggiunto dopo essere rapidamente balzato in alto dagli originari 170. Perché sarà anche vero che, molto probabilmente, non ci sarà un ulteriore rialzo dei tassi, ma è anche incontestabile che gli effetti della stretta monetaria si sentono da parecchi mesi: l'Italia, come le altre economie dell'area euro con debito pubblico alto, sta già pagando da tempo l'inasprimento deciso dalla Banca Centrale Europea. Più il costo del denaro è alto, più i Paesi indebitati devono pagare, e meno possono investire. Finché, dunque, la Bce non riporterà i valori su livelli accettabili, sarà allarme spread, aggravato anche dalle “scommesse” delle grandi banche d'affari, che hanno puntato con decisione contro l'Italia.
Il successo dei Btp Valore
In questo scenario non confortante, si è registrato il successo ottenuto dal collocamento dei Btp Valore: la nuova emissione ha infatti chiuso a quota 17,2 miliardi, di poco sotto la prima tranche. Il risultato è decisamente apprezzabile e si allinea con una tendenza mondiale che vede i cittadini investire massicciamente sui titoli di stato (un trend analogo si riscontra in Francia, in Germania e negli Usa). Tuttavia, è difficile che il successo dei Btp Valore influisca sugli spread, perché l'importo è determinato sul decennale. Nonostante tutto, occorrerebbe effettuare ancora 250 miliardi di emissioni: per questo motivo, un terzo collocamento, fra un anno o magari tra alcuni mesi, è altamente probabile.
Dollaro sovrastimato
Frattanto, il dollaro ha “bucato” quota 1,05, ma fatica a rimanere su questi livelli. Per il biglietto verde, infatti, il cambio attuale è al di sopra del proprio standard; si prevede, dunque, un arretramento. Anche perché il dollaro non è più considerato un bene rifugio, soprattutto alla luce della guerra in Medio Oriente, che può far male all'economia americana molto più che a quella europea. Perché negli Stati Uniti è vicino l'anno elettorale, che obbligherà l'amministrazione democratica a lavorare per attutire gli impatti della crisi economica, proprio mentre non sembra prossima la fine per la guerra russo-ucraina: per gli Usa, il coinvolgimento, pur dall'esterno, in due conflitti potrebbe rivelarsi impossibile proprio dal lato finanziario – che è solitamente decisivo per l'esito delle presidenziali. Per questo motivo, necessariamente, Washington dovrà decidere chi sostenere, anche a causa della spada di Damocle che pende su una terza area calda: Taiwan.
Scioperi negli Stati Uniti
A complicare le cose, ecco il ritorno degli scioperi negli Stati Uniti. Un fenomeno che finora è sotto controllo, ma sta comunque aumentando in varie parti del Paese. I sindacati, la cui forza era stata dimezzata dai duri confronti con l'amministrazione Reagan negli anni Ottanta, stanno tornando a riscuotere sempre più fiducia e consenso tra i lavoratori americani. Varie le ragioni di questo cambiamento di prospettiva. Hanno certamente influito gli utili ottenuti dalle grandi aziende (soprattutto big tech) in tempo di coronavirus, che non si sono tradotti in adeguamenti salariali per i dipendenti. L'aumento dei tassi, ancora una volta, ha acuito questo senso di disagio: la stretta monetaria ha offerto ai cittadini abbienti la possibilità di investire ottenendo interessi più alti, mentre ha costretto la classe medio-bassa a stringere i cordoni della borsa a causa degli aumenti dei prezzi. Un altro fattore ha favorito il ritorno degli scioperi: il calo della disoccupazione, che ha accresciuto il potere contrattuale dei dipendenti, fornendo loro il coraggio necessario per aderire alle azioni sindacali. L'ondata di astensioni dal lavoro potrebbe anche suonare come un campanello d'allarme nei confronti dei Democratici, che da tempo hanno allentato la presa sui diritti sociali. Un campanello d'allarme che arriva, ancora una volta, alla vigilia di un delicatissimo anno elettorale.
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Aspettando la recessione
Nel consiglio direttivo Bce è aperta la discussione sulla possibilità di mettere in pausa l'incremento progressivo dei tassi, anche se finora il “partito rialzista” sembra ancora prevalere. Ma, mentre l'inflazione è ancora al centro delle attenzioni dei banchieri centrali, un altro pericolo incombe sull'economia mondiale...
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In Europa, il picco dei tassi sarà raggiunto con le prossime tre riunioni del board Bce. Ma non necessariamente l'istituto centrale provvederà a incrementarne il valore in tutti e tre gli appuntamenti. Lo ha affermato François Villeroy de Galhau, governatore della Banca di Francia e membro del direttivo dell'Eurotower. “Abbiamo tre possibili consigli direttivi per alzare o fare una pausa”, ha dichiarato, ritenendo nel contempo “saggio e prudente” il rallentamento degli aggiustamenti ricorrenti dai 50 ai 25 punti base. In seguito, ha aggiunto Villeroy, occorrerebbe tenersi sui livelli stabiliti per un certo periodo, prima di iniziare il ciclo delle discese. Falchi ancora in vantaggio
Questa dichiarazione presenta il governatore della Banca di Francia come “pontiere” fra i falchi – che finora hanno inequivocabilmente prevalso – e le colombe. Fra i primi c'è la stessa presidente Christine Lagarde, che ancora una volta ha espresso un chiaro scetticismo sulla possibilità di introdurre una pausa, e governatori come Robert Holzmann (Banca d'Austria), convinto che incrementare i tassi di 75 punti base sia imprescindibile per combattere l’inflazione. Inflazione che però è già ampiamente sotto controllo. La sua corsa si sta infatti fermando, grazie al “rientro nei ranghi” delle materie prime, e a fine anno non dovrebbe superare il 3%. Mentre l'alto costo del denaro mette sempre più a rischio i sistemi economici: le filiere produttive si stanno fermando in tutta Europa (e anche negli Usa, che hanno una politica simile sui tassi), mentre si temono il blocco degli investimenti e una crisi del sistema immobiliare, che sta già manifestando forti problemi. Insomma: ora l'allarme non è più legato all'inflazione, ma al rischio recessione, che potrebbe colpire l'Europa e altri paesi occidentali già nei prossimi mesi.
Diverse ricette, stesso risultato
Detto questo, sorge spontanea un'osservazione: la Banca del Giappone – diversamente dagli istituti centrali europeo, britannico e americano – ha deciso di mantenere la propria politica monetaria e lasciare i tassi di riferimento a -0,10%. Una scelta che non ha prodotto risultati differenti da quelli attualmente osservabili altrove: anche nel Sol Levante l'inflazione sta rientrando. Ci si chiede, quindi, se in questa crisi si sia davvero instaurato un rapporto di causa-effetto fra le rigide strette monetarie di Bce, Fed e Boe e lo stop subito dal vortice inflattivo. O se, piuttosto, il rientro dell'inflazione non sia un fenomeno endogeno, indipendente (in tutto o in parte) dalle strategie delle banche centrali. Che, in Europa e negli Usa, hanno proceduto quasi all'unisono, anche se le cause del fenomeno erano differenti in ciascuna delle aree: materie prime per l'Ue (e parzialmente per la Gran Bretagna, in cui però ha giocato un ruolo anche il post-Brexit) e forte rialzo della spesa pubblica negli Stati Uniti, punto distintivo del programma economico dell'amministrazione Biden.
Tetto al debito Usa, the final countdown
Punto distintivo che, però, presto potrebbe non esserlo più. Perché proprio l'entità della spesa pubblica è uno dei punti su cui il presidente americano Joe Biden e il repubblicano Kevin McCarthy, speaker della Camera dei rappresentanti, si stanno confrontando per alzare il tetto al debito oltre i 31.400 miliardi di dollari e scongiurare, così, la bancarotta dello Zio Sam. “Biden deve accettare una condizione base”, ha dichiarato a questo proposito McCarthy: “non possiamo spendere altri soldi l'anno prossimo. Dobbiamo spenderne meno dell'anno prima”. Da parte sua, il Presidente si è detto “pronto a rivedere il budget di spesa: dobbiamo trovare un accordo”, ha detto, “ma senza la minaccia di un default”. Che "sarebbe una catastrofe, 8 milioni di americani rischierebbero di perdere il lavoro". La minaccia evocata dall'inquilino della Casa Bianca è però il convitato di pietra delle trattative, che almeno finora, non hanno ottenuto risultati: sebbene Biden abbia dichiarato che la bancarotta è “evitabile”, democratici e repubblicani sono ancora distanti, mentre i giorni passano veloci. Sì, perché – a parere di Janet Yellen, segretario al Tesoro Usa – il tempo stringe davvero, e il 1° giugno gli Stati Uniti potrebbero non essere più in grado di onorare il loro debito. Alla fine, molti osservatori sono concordi nel ritenere che un accordo – anche provvisorio – sarà trovato, evitando il peggio. Lo pensano anche i mercati, che finora non hanno risentito delle tensioni provenienti dalla Sala Ovale di Washington. In particolare, i listini europei sono in leggero rialzo. Un po' perché – lo abbiamo appena detto – gli investitori “scommettono” su un buon esito della trattativa. Un po' perché il problema è più di carattere americano che non mondiale. E un po' perché, in questa situazione di trading range lungo, i volumi e gli scambi sono limitati e la volatilità resta molto bassa, anche quando i mercati scendono.
Mercati ancora tranquilli
Da febbraio, la situazione dei listini mostra il protrarsi di un lungo periodo interlocutorio, che ha trasformato i trend borsistici in una sorta di Deserto dei Tartari della finanza. Non si è ancora verificato un evento in grado di far pendere la bilancia dalla parte del Toro e dell'Orso. E non hanno smosso molto neppure le trimestrali che, pur molto buone, non hanno avuto la forza per dare una spinta al mercato. La situazione interlocutoria potrebbe durare per gran parte dell'estate; in seguito il trend sarà forse in grado di delinearsi in maniera un po' meno incerta. Visti i fondati timori di recessione, sembra più facile che all'orizzonte ci sia un rallentamento del mercato, anche se non si può prevedere di quale entità.
Gli impatti delle alluvioni
Il mese di maggio 2023 è stato anche contraddistinto dalle drammatiche alluvioni che hanno colpito l'Emilia-Romagna in due diverse ondate, lasciando una scia di morte e distruzione. Dal punto di vista economico, il disastro naturale avrà prevedibilmente un forte impatto sui settori agricolo e zootecnico delle aree colpite. In particolare, i raccolti ortofrutticoli delle zone allagate sono da considerarsi persi, e – a quanto stima la locale Confagricoltura – occorrerà estirpare da 10.000 a 40.000 alberi da frutto – soprattutto (ma non solo) peschi, albicocchi e kiwi. La stima definitiva si farà quando le acque si saranno ritirate e sarà possibile capire cosa salvare e cosa eliminare. È però già ampiamente noto che i danni da mancata produzione saranno incalcolabili (tra i 5 e i 6 miliardi quelli stimati) in un settore che viveva di esportazione nei principali paesi europei: sono a rischio oltre 50.000 posti di lavoro, mentre la ripiantumazione degli alberi distrutti potrà dare frutto non prima di quattro o cinque anni. Mettendo in ginocchio l'economia della Fruit Valley italiana. Non molto diverso il discorso legato alla zootecnia, che ha visto molti animali vittime dei fiumi in piena. Mentre sarà tutto sommato più marginale l'impatto sul settore industriale, i cui macchinari sembrano aver subito danni molto minori, e che presumibilmente potrà riprendere la produzione in tempi relativamente brevi. Ne consegue che l’impatto negativo provocato dal disastro naturale sul Pil italiano sarà probabilmente di qualche decimale.
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Rischio default americano, mercati con il fiato sospeso
Le Borse proseguono nella loro marcia regolare, senza sussulti né variazioni di grande entità. Ma a turbare la tranquillità, che prosegue ormai da febbraio, potrebbero pensarci tre elementi: l'incremento insufficiente della produzione industriale in Cina, la mancata crescita globale e, soprattutto, il rischio di un mancato accordo sul tetto al debito pubblico Usa
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I mercati proseguono la loro marcia in territorio neutrale. Gli scostamenti sono minimi e ininfluenti: se due settimane fa le Borse hanno recuperato un calo iniziale con un rialzo di simile entità, venerdì scorso si è registrato il fenomeno opposto: una flessione dopo un buon avvio. Entrambi i trend hanno praticamente portato i listini alla situazione di partenza.
Rischio recessione
Il lungo trading range, che ormai prosegue quasi indisturbato da metà febbraio, non ha finora risentito troppo delle ottime trimestrali – anche perché i dati di marzo fotografano il passato, mentre il futuro presenta varie incognite, che potrebbero causare ribassi. Non troppo pesanti, probabilmente, ma in grado di offrire agli investitori opportunità di rientrare successivamente sul mercato a prezzi migliori. In particolare, ci sono tre grandi nubi all'orizzonte. La prima viene da Pechino, e dipende dalla pubblicazione dei dati sulla produzione industriale in Cina, che ad aprile si è incrementata del 5,6% annuo. Un dato che è sì migliore rispetto a quello di marzo (+3,9%), ma appare più modesto rispetto alla performance attesa dagli analisti (+10,9%). Un'altra preoccupazione riguarda le minacce alla crescita globale e i timori di recessione, che gravano sulle economie mondiali anche a causa della corsa al rialzo dei tassi: un rischio di questo genere si ripercuoterebbe anche sugli utili delle aziende, restituendo dati ben diversi da quelli molto positivi delle trimestrali attualmente in arrivo.
Usa, l'incubo del tetto al debito
Terzo incubo, il rischio di default tecnico americano, dovuto al mancato innalzamento (almeno finora) del debito pubblico Usa, che ha raggiunto il tetto stabilito di 31.400 miliardi di dollari. Finora, il presidente Joe Biden e l'opposizione repubblicana stanno proseguendo una non facile trattativa per ampliare il debito ed evitare, appunto, il default che in assenza di un'intesa – ha affermato il segretario al Tesoro Janet Yellen – potrebbe scattare il 1° giugno. Senza un compromesso fra i due litiganti, si verificherebbero fra le altre cose licenziamenti immediati nel settore pubblico, con un impatto devastante sull'economia americana. Se il buonsenso suggerisce che le due parti, alla fine, si verranno incontro, l'approssimarsi delle presidenziali fa temere un irrigidimento di democratici e repubblicani sulle rispettive posizioni. I due partiti potrebbero ragionare in ottica elettoralistica, mirando a guadagnare consensi più che a fare il bene del paese. Per questo motivo, una soluzione è tutto tranne che scontata. Anche perché il tempo non è molto e i mercati del mondo occidentale sono già nervosi e inquieti. Se l'accordo non sarà trovato, una flessione dei listini è vista come molto probabile, proprio per gli impatti sull'economia reale degli Stati Uniti. Anzi: già in questi giorni (meno di 15) c'è il rischio di ripercussioni negative sulle contrattazioni, causate da un'attesa sul filo del rasoio.
Tassi, manca coraggio
In questa situazione non aiuta certamente il pericolo di un nuovo, possibile rialzo dei tassi, su cui la Federal Reserve dovrà prendere una decisione. Mentre l'inflazione americana ha chiuso il decimo mese consecutivo di ribasso, raggiungendo i minimi dal maggio del 2021. È pur vero che la componente core è salita al di sopra delle attese, procurando argomenti ai sostenitori di nuovi rialzi ai tassi; tuttavia, il trend sembra ben definito, con un'inflazione Usa che entro fine anno tornerà sotto quota 4%. Queste tendenze potrebbero giustificare un atto di coraggio da parte della Fed, con uno stop, anche temporaneo, delle strategie a cui siamo ormai abituati. La speranza è, ovviamente, legittima, ma è bene non abbondare troppo nelle illusioni. Per la Federal Reserve, come anche per la Bce e la Bank of England, il rialzo dei tassi pare più una battaglia ideologica che non una scelta ponderata. Sembra che i tre istituti centrali siano impegnati quasi in una gara, dove perde chi rinuncia prima degli altri alle periodiche strette monetarie. Che sono presentate come ineluttabili, in presenza di dati sull'inflazione superiori al 2%. Questa percentuale è vista quasi come un mantra soprattutto in Europa, dove Christine Lagarde ha annunciato nuovi rialzi – sebbene i prezzi delle materie prime, veri responsabili dell'inflazione nel nostro continente, siano ormai ampiamente sotto controllo. Mentre anche Londra ha provveduto a un nuovo, ormai consueto scatto verso l'alto del costo del denaro.
Banche centrali, doppio ritardo
Le tre banche centrali si sono confermate ancora una volta in ritardo rispetto alla situazione che le economie mondiali stanno vivendo. Quando l'inflazione era ormai un fenomeno chiaro, Fed, Bce e Boe hanno atteso troppo nell'alzare i tassi, lasciando che la “valanga” prendesse corpo e diventasse più pericolosa. Oggi, gli istituti centrali reagiscono ancora una volta in ritardo alla recessione che incombe e non prendono quelle contromisure (cioè lo stop ai rialzi) che potrebbero contribuire a fermarla sul nascere, o almeno a rallentarla. Fra pochi mesi vedremo dove ci porterà questa politica. E capiremo se avranno avuto ragione i tre istituti centrali dei paesi occidentali oppure la Banca del Giappone, che ha invece rifiutato di avviare una pesante e progressiva stretta monetaria.
Petrolio e oro
Come anticipato, le materie prime sono ampiamente sotto controllo. Il gas sta viaggiando a zig zag verso quota 30 euro/MWh e potrebbe presto arretrare ulteriormente, avvicinandosi al prezzo a cui eravamo abituati prima della pandemia. Il petrolio è invece ancora in fase d'attesa e veleggia tra quota 70 e 80 dollari Usa, vanificando gli effetti dei tagli alla produzione decisi dall'Opec. È invece ancora oltre quota 2.000 dollari la quotazione dell'oro, che però - in uno scenario che vede l'inflazione in continuo calo - sembra sopravvalutato. Ai valori odierni, comprare metallo giallo non è particolarmente consigliabile: anzi, finché l'oro resta a questi livelli potrebbe rivelarsi più redditizio venderne una parte delle scorte, per poi magari effettuare un riacquisto successivamente, in caso di decisa flessione.
Usa, l'inflazione rallenta
I dati americani sono incoraggianti e incidono sui mercati ben più che le elezioni di mid term. Mentre il rimbalzo dell'azionario prosegue senza sosta. Soffre invece il mondo delle criptovalute, sconvolto dal crack della piattaforma Ftx
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Alla fine, le elezioni americane di mid term hanno evidenziato un sostanziale pareggio: i repubblicani sono in maggioranza alla Camera, anche se in misura largamente inferiore alle attese e i democratici si sono assicurati il controllo del Senato senza attendere il ballottaggio in Georgia.
Per i Dem, la “non sconfitta” potrebbe preludere a una ricandidatura di Joe Biden: il presidente, il cui tasso di approvazione è ulteriormente sceso al 39%, sarebbe intenzionato a correre per il secondo mandato a 82 anni, con tutti i rischi e gli inconvenienti del caso. Una simile eventualità non darebbe certezze all'economia americana, rassicurata invece dal “pareggio” elettorale.
L'inflazione conta di più
Come abbiamo già osservato, i mercati azionari apprezzano che le due camere del Congresso americano non abbiano lo stesso colore, perché ciò limita cambiamenti bruschi. In ogni caso, a dettare la linea, più che la politica, sono le dinamiche interne dell'economia – in particolar modo l'inflazione e il rialzo dei tassi, veri protagonisti di questi ultimi mesi. Per questo motivo, la vera buona notizia proveniente da oltre oceano è che la spirale inflattiva sembra si stia allentando.
I problemi su questo fronte, ancora non del tutto superati, erano stati spinti da un clamoroso errore nella compilazione dei dati di settembre. In questo calcolo, i super esperti del ramo avevano dimenticato di inserire nel paniere il costo delle polizze assicurative, che nelle dinamiche americane hanno un peso non indifferente. Così, l'aumento delle polizze, pari al 25% circa, aveva rischiato di far saltare il banco.
Superato questo misunderstanding, e in virtù del calo delle materie prime e dalla stabilizzazione del prezzo del petrolio, è ragionevole pensare – almeno interpretando i dati positivi appena pubblicati - che l'inflazione americana si calmi, e che in tempi ragionevoli torni intorno il 3%.
Un trend che appare possibile anche in Europa, anche se meno agevole, dato che il problema di gas ed energia è ben lungi dall'essere risolto – almeno fino a quando durerà il conflitto russo-ucraino. Molto difficile che, in futuro, le tariffe per famiglie e aziende tornino ai livelli pre-bellici; tuttavia, un'ulteriore diminuzione dei prezzi potrebbe provocare nuovi cali e trascinare al ribasso anche i prezzi di altri sistemi di riscaldamento, che si sono incredibilmente gonfiati in questi mesi. Il pellet, per esempio, che da materiale più economico è passato a essere uno dei più cari. La responsabilità è delle sanzioni alla Russia sul legno, ma soprattutto delle “solite” speculazioni sulla pelle dei cittadini.
Stagflazione a Londra
La Gran Bretagna, intanto, è entrata ufficialmente in stagflazione. Questa, in realtà, è una non-notizia: in questi giorni, l'economia di Londra ha problemi serissimi: con un'inflazione al 10%, una situazione sul mercato del lavoro non certo esaltante e i problemi del post Brexit.
Un contesto simile potrebbe estendersi l'anno prossimo all'Unione Europea, specialmente a Italia e Germania, che rischiano un 2023 a crescita zero (o negativa) e un'inflazione arroccata al 5%-6%. Con un aggravante: l'atteggiamento del Fondo Monetario Internazionale, che ancora oggi cerca di imporci ricette all'insegna dell'austerity. Ricette che non hanno mai funzionato: la migliore strategia per ridurre il debito non è quella di abbatterlo a ogni costo, ma di puntare sulla crescita.
Il rimbalzo prosegue
Ancora ottime notizie sul fronte dei mercati azionari, che continuano il trend di recupero: dal -25% di inizio anno si sono ormai portati a -11%. Ma la sfida vera inizia adesso: la “parte sana” del rimbalzo è già avvenuta, e d'ora in avanti conteranno i dati economici.
In buona salute anche Piazza Affari, dove occorre segnalare l'ottima performance di Saipem, spinta dall'aumento di capitale, ma soprattutto dai cinque contratti di perforazione offshore (tre in Medio Oriente e due in Africa occidentale) per un totale di 800 milioni di dollari.
Meno brillante l'obbligazionario, che però fa sperare per il futuro: sembra tutto pronto per una ripartenza dell’asset class, in grado di offrire buoni risultati per l'anno prossimo.
La “Lehman” delle criptovalute
C'è anche chi soffre: è nuovamente crisi per il mondo delle criptovalute, travolto in un effetto-domino dal crack di Ftx. La piattaforma, che ha presentato istanza di fallimento cinque giorni fa, è saltata dopo che il suo fondatore, Sam Bankman-Fried, si è servito di miliardi di dollari degli investitori per sostenere operazioni ad alto rischio nella sua società di trading quantitativo Alameda Research.
Il caso Ftx ha trascinato dalle stelle alla polvere quello che era stato considerato l'enfant prodige della finanza mondiale, che in poco tempo era diventato uno degli uomini più ricchi del mondo. E ha rivelato anche l'ingenuità (per non dire di peggio) di chi l'ha finanziato: non parliamo di singoli investitori in buona fede, ma di importanti uomini e istituzioni della finanza internazionale. Che hanno concesso soldi a pioggia senza uno straccio di due diligence su piattaforme e persone. Per fare soldi, le banche hanno finanziato la piattaforma, mettendo i suoi token come collaterale. E ora moltissimi risparmiatori si troveranno senza soldi.
Il crack è già stato soprannominato “la cripto-Lehman”. Ma, rispetto ai noti eventi del 2008, c'è un'aggravante non da poco: il mondo delle valute virtuali non è regolamentato. Questo significa impossibilità di interventi per tutelare la stabilità dell'economia, denaro bloccato e rimborsi praticamente impossibili. Per questo motivo, è comprensibile l'atteggiamento dei trader, che in questo momento si stanno tenendo alla larga dal mercato crypto.
Mondiali senza l'Italia: è davvero un colpo all'economia?
Fra alcuni giorni, il centro del palcoscenico internazionale sarà occupato dai Mondiali di calcio a cui l'Italia, per la seconda volta consecutiva, non partecipa. La mancata qualificazione degli uomini di Mancini avrà, però, un impatto abbastanza limitato sull'economia. Potrebbero verificarsi mancati incassi di bar, ristoranti e settore food and entertainment in generale. Tuttavia, gli orari delle partite, che almeno nella prima fase vedono un solo match su quattro in orario serale, riducono sostanzialmente questa eventualità.
Inoltre, il mondiale qatariota (il più costoso di sempre) è boicottato da una parte della popolazione mondiale, soprattutto per le tante morti sospette tra i lavoratori che hanno contraddistinto la costruzione degli stadi che ospiteranno le partite.
Anche il consueto esodo di tifosi che contraddistingue i grandi eventi sportivi non ci sarà: si legge di immigrati (soprattutto indiani) “ingaggiati” dal Qatar per “recitare” il ruolo dei tifosi di una o dell'altra nazionale. Attori in erba grideranno alternativamente “Brasil”, “Come on England”, “¡Que viva México!” o “Hopp Schwiiz” all'interno di stadi che, a causa delle temperature elevate, pomperanno aria condizionata per l'intera partita. Alla faccia del Cop27 e della campagna per il clima.
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