Banche, in Europa i timori si diradano

Le rigide norme Bce su patrimonio e liquidità hanno stroncato sul nascere i timori di una nuova crisi di sistema. Anche le Borse se ne sono accorte e Piazza Affari ha fatto registrare una serie di chiusure in rialzo. Intanto, l'inflazione si ridimensiona, ma tornano a salire i prezzi di gas e petrolio

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Il rischio di una grande crisi bancaria europea sembra scongiurato. L'assalto degli speculatori agli “anelli deboli” del sistema creditizio del nostro continente si è – almeno per ora – infranto contro le protezioni patrimoniali costruite dalla Bce nel dopo-Lehman. E nulla hanno potuto i tentativi di affossare Deutsche Bank, che nonostante i molti problemi (da tempo evidenti) dispone di una liquidità capace di difenderne la sopravvivenza.

Banche, ottimo investimento

Come avevamo affermato di recente, dunque, i ribassi che si sono verificati dopo il crac di Silicon Valley Bank hanno offerto molte opportunità di investimento sia in bond, sia in azioni bancarie. E il periodo è ancora propizio per entrare in questo settore. Piazza Affari - listino in cui i titoli bancari sono tradizionalmente molto presenti - ha archiviato una settimana di rialzi ininterrotti, che hanno portato l'aumento da inizio anno al 33%. La dinamica italiana è ben diversa da quella americana, dove il trimestre è stato sì ottimo, ma guidato dai titoli tecnologici, che hanno fatto cassa anche con i licenziamenti di massa che hanno avuto luogo nelle aziende della Silicon Valley. Si è invece consolidata una situazione poco propizia nel rendimento delle obbligazioni di stato, in cui la curva si è invertita: i titoli decennali Usa rendono il 3,6%, quelli a un anno il 5%. Gli investitori sono probabilmente convinti che il rialzo dei tassi Usa sia ormai concluso, ma temono una recessione dopo l'estate.

Inflazione a un bivio?

Alt ai tassi probabile negli Stati Uniti, meno in Europa, almeno a quanto traspare dalle dichiarazioni dei vertici Bce. La presidente Christine Lagarde, nel corso di un incontro con 400 studenti, ha dichiarato che i rialzi "stanno appena cominciando a funzionare” e che in Italia l'inflazione core è ancora troppo alta (essendo passata dal 5,6% al 5,7%); per questo motivo, ha aggiunto, “c'è ancora lavoro da fare". Che tipo di lavoro Christine Lagarde abbia in mente traspare dalle parole di Robert Holzmann, governatore della banca centrale austriaca e membro del board Bce, che non ha escluso un nuovo ritocco verso l'alto. Il rialzo, ha detto, potrà verificarsi se la crisi bancaria non peggiorerà. Una posizione che ci fa sentire un po' sballottati tra Scilla e Cariddi: da una parte il rischio di nuovi problemi sul fronte bancario, dall'altra nuovi, affrettati rialzi dei tassi, che rischierebbero di mettere in ginocchio i paesi più indebitati. Preoccupa anche il nuovo rialzo delle materie prime: il petrolio - tornato sopra gli 80 dollari al barile, a causa del taglio della produzione da parte dell'Opec+ - e il gas, che si è spinto sopra quota 50. Un cambio di paradigma causato probabilmente da un colpo di coda della speculazione, che ha forse approfittato dell'eliminazione, annunciata dall'Ue, degli approvvigionamenti di gas dalla Russia entro 18 mesi. Poiché l'inflazione europea dipende principalmente dalle materie prime, questi trend dovranno essere particolarmente tenuti sotto controllo. E ci dimostrano che il vortice inflattivo non è ancora stato domato, anche se la situazione sembra comunque in via di normalizzazione: dal 10%-11% dell'ultimo anno ci stiamo avviando verso un più rassicurante 4%.

Ubs-Credit Suisse: non è tutto oro quello che luccica

Timori anche dalla roadmap che porterà alla nascita del grande “campione nazionale” svizzero Ubs-Credit Suisse. Nonostante la rapida risoluzione del merger, si temono conseguenze per le molte vertenze che gli obbligazionisti (ma anche gli azionisti) di CS stanno già annunciando. L'accordo di fusione potrebbe dunque essere rinegoziato, anche se non è a rischio. Come ha affermato Martin Schlegel, vicepresidente della Banca Nazionale Svizzera, al canale radiotelevisivo di lingua tedesca, se l'operazione non fosse stata effettuata nel corso di quel fine settimana, il Credit Suisse sarebbe saltato alla riapertura dei mercati, causando molto probabilmente “una crisi finanziaria in Svizzera e in tutto il mondo”. Tuttavia, una parte abbastanza consistente dei cittadini elvetici mostra di non gradire la soluzione, ritenendo che sarebbe stata più conveniente una nazionalizzazione della banca e una successiva vendita dell'asset “ripulito”. Preoccupazione anche dai sindacati per i licenziamenti attesi a causa della fusione, pari al 25% della forza lavoro. In tutta questa incertezza, si è comunque sicuri che – come ha detto Sergio Ermotti, ceo “di ritorno” di Ubs – la nuova banca non sarà un colosso. "Anche mettendo insieme Ubs e Credit Suisse”, ha affermato a un intervista al Sole 24 Ore, “non saremo in vetta alla classifica per dimensioni dei gruppi bancari internazionali". Ci sarà dunque una sovrapposizione, più che una crescita. Anche perché, lo ricordiamo, i clienti con il conto corrente in due istituti di credito protagonisti di un merger ne spostano solitamente uno altrove, per mantenere un approccio diversificato e salvaguardare la multibancarizzazione. Quindi, ha affermato Arturo Bris, docente di Finanza alla Imd di Losanna, le sinergie saranno “inesistenti” - a parte quelle che sorgeranno dal calo dei costi. Il modello del nuovo “campione nazionale”, ha comunque assicurato Ermotti, metterà al centro la gestione dei patrimoni, cercando di limitare il più possibile le attività di banca di investimento.

Brasile e Cina, fuga dal dollaro

A livello mondiale fa molto parlare l'accordo di scambio, per molti versi clamoroso, tra Brasile e Cina. Secondo l'intesa, definita in un documento congiunto, i due paesi Brics effettueranno le transizioni finanziarie tra di loro (circa 150 miliardi di dollari l'anno) direttamente in yuan e reais. Escludendo, cioè, il dollaro e il sistema Swift. L'operazione sarà effettuata mediante la fondazione di una clearing house per compensare debiti e crediti nelle due valute nazionali. Per la Cina, questo non è il primo accordo di questo tipo (ne ha già stretti con Russia, Iran, Pakistan e Arabia Saudita), ma l'ingresso del Brasile in questo sistema segna uno sbarco in forze di Pechino in quello che fu il “cortile di casa” degli americani. Oltre che un'indubbia perdita di influenza (economica e politica) degli Usa, la silente espansione cinese sta causando una perdita economica non indifferente a Washington, privata di sempre maggiori commissioni di cambio valuta

Foto di William Navarro su Unsplash


Deutsche Bank, allarme quasi rientrato

La scorsa settimana, il rimborso di un'obbligazione subordinata ha scatenato la tempesta che ha fatto crollare il titolo del gruppo tedesco. Ma i requisiti patrimoniali dell'istituto di credito e il peso politico della Germania dovrebbero rivelarsi sufficienti per difenderlo dalle speculazioni

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo le banche americane e il Credit Suisse, la crisi sistemica ha messo nel mirino Deutsche Bank, bersagliato a fine settimana dalle vendite a pioggia in Borsa. In questo caso, a scatenare le orde di speculatori è stata la decisione, da parte del colosso tedesco, di rimborsare in anticipo un bond subordinato di secondo livello da 1,5 miliardi di euro, che aveva scadenza nel 2028.
L'operazione è stata letta come un segnale di paura da parte della banca, dovuta all'improvvisa sfiducia sul mercato dei CoCo, innescata dalla clamorosa decisione che ha scaricato gli obbligazionisti di Credit Suisse, salvando nel contempo gli azionisti. Tanto più che Deutsche Bank, pur soddisfacendo senza alcun problema i requisiti minimi di patrimonio, ha in pancia parecchi derivati e titoli illiquidi. L'attacco speculativo ha prodotto il picco dei credit default swap a quota 203 e il successivo crollo delle azioni sulla Borsa di Francoforte. Tuttavia, alla riapertura dei listini dopo il fine settimana, il titolo di Deutsche Bank ha rimbalzato di circa il 6%, prestando ascolto alle rassicurazioni espresse dal cancelliere Olaf Scholz nel pieno della tempesta. E trascinando le borse europee nuovamente in territorio positivo.

Ruolo centrale
Le paure non si sono ancora del tutto dileguate, ma sembra lecito un certo ottimismo. In primo luogo, come già anticipato, i requisiti patrimoniali della banca sono abbondantemente superiori al limite minimo. Poi occorre sottolineare il peso politico della Germania e il ruolo centrale rivestito da Deutsche Bank nella sua economia, che la rende più difficile da colpire, nonostante problemi passati, derivati e . Da una crisi seria del più importante istituto tedesco potrebbero derivare minacce all'Europa (e alla sua moneta) almeno pari a quelle provenienti dai debiti sovrani. In altri termini, se salta Deutsche Bank rischia di saltare l'euro. E questa evenienza, naturalmente, deve essere evitata a tutti i costi. Il board della Bce, è vero, non è più quello improntato al whatever it takes, e ha dimostrato di non saper cogliere l'emergenza, proseguendo imperterrito nel suo rialzo dei tassi. Ma esiste una linea rossa che – confidiamo – non potrà essere superata. Anche perché fermare gli attacchi a una banca, nel caso in cui i suoi requisiti patrimoniali siano buoni, non è così proibitivo: nel caso in cui i fondi speculativi americani provassero una nuova campagna contro Deutsche Bank, alla Bce basterebbe acquistare obbligazioni subordinate per rimarginare l'attacco.

Caos CoCo
Detto questo, non si può negare che la risoluzione del caso Credit Suisse, con il salvataggio degli azionisti e l'abbandono del CoCo, abbia causato parecchi problemi, mettendo a rischio una parte del settore obbligazionario. È stato creato un precedente che preoccupa un numero molto grande di investitori e rischia di mettere in ginocchio un mercato. E di creare grossi problemi a qualsiasi banca che decida – come ha fatto Deutsche Bank – di liquidare obbligazioni subordinate in anticipo. Oltre a questo, come era prevedibile, il sovvertimento della normale gerarchia ha causato valanghe di cause contro il Credit Suisse; il vortice di controversie si unisce al chiaro imbarazzo sul fronte Antitrust, che ha creato un colosso capace di coprire il 75% del mercato svizzero. Una quota che fino a 20 anni fa era divisa fra tre banche, ridotte a due dopo la fusione inversa con cui Sbs ha acquistato Ubs, assumendone poi il nome, e a una dopo la crisi Cs. Intendiamoci bene: il Credit Suisse doveva essere salvato, e Banca Nazionale, Finma e Consiglio Federale hanno concluso un'operazione in tempi davvero rapidissimi. Tuttavia, la nazionalizzazione della banca si sarebbe probabilmente rivelata una soluzione migliore. La pensano così i cittadini svizzeri, che in un sondaggio hanno bocciato la mega-fusione, timorosi che la garanzia statale possa gravare sulle loro tasche. La pensano così, lo ripetiamo, anche quegli obbligazionisti che (cause permettendo) si ritroveranno con un pugno di mosche. Tutto questo mentre anche tra gli azionisti serpeggia un certo malumore – in questo caso, però, non contro le istituzioni svizzere, ma nei confronti di Ammar Al Khudairy, presidente di Saudi National Bank (primo azionista del Credit Suisse), che con le sue incaute dichiarazioni ha involontariamente dato il la all'attacco speculativo, causando perdite milionarie. Non per niente Al Khudairy ha rassegnato le proprie dimissioni dalla carica, motivandole con non precisati “motivi personali”.

Banche, opportunità di investimento
Più in generale, la crisi bancaria e i timori di recessione globale hanno causato flessioni nei mercati finanziari, che però sono riusciti a rimbalzare dopo il week end. L'orso ha coinvolto soprattutto l'Europa, che ha chiuso due settimane in rosso, mentre le Borse Usa sono cresciute nonostante le criticità delle banche locali. Osservando i trend a più largo raggio, si osserva che la flessione di fine marzo, caratterizzata dall'attuale sentimento negativo, non intacca un trimestre all'insegna di una lunga cavalcata dei mercati, ma ne è (almeno in parte) una normale reazione. Meglio quindi non enfatizzare le flessioni attuali, anche considerando che il mese di marzo chiude tradizionalmente in calo. Un calo che invece fa di questi giorni il momento giusto per entrare nel mercato, soprattutto per quanto riguarda i titoli bancari. La situazione attuale rende particolarmente appetibili gli investimenti nel settore creditizio, che ha subito perdite importanti negli ultimi dieci giorni. Oggi, essere in possesso di un portafoglio equity di banche potrebbe rappresentare un’opportunità. Naturalmente occorre, come di consueto, saper gestire i nervi e la volatilità, oltre che il rischio recessione. Ma questi, è persino inutile ricordarlo, sono pericoli legati a ogni investimento, soprattutto in un periodo caratterizzato dal rialzo continuo dei tassi. Rischio economico a parte, la solidità e la validità del mercato bancario non sono in discussione e i cali degli ultimi giorni preannunciano nuovi rimbalzi nel prossimo futuro, facendo delle azioni del settore un'ottima opportunità di acquisto. Soprattutto in vista delle trimestrali, che a quanto ci si aspetta, saranno di ottimo livello.

Fed: fine dei rialzi?
Un ottimo traino per un nuovo rimbalzo, oltre alle trimestrali delle banche, potrebbe essere costituito dalla possibile fine del ciclo di rialzo da parte della Federal Reserve. Non è infatti escluso che il ritocco “dimezzato” di marzo (25 punti invece di 50) costituisca l'ultimo intervento dell'istituto centrale americano. Il rialzo è stato veloce e violento, e solo ora vediamo gli effetti sull'inflazione. Che, con il costo del denaro a 5,25%, è ormai sotto controllo e in discesa.
Ora destano curiosità le prossime mosse della Bce, anche in virtù del continuo calo del prezzo del gas, ormai a un passo da quota 40. Vedremo anche come influirà sui costi delle materie prime la battaglia sui nuovi carburanti delle automobili, che ha parzialmente corretto il passaggio tout court all'elettrico, affiancandogli, appunto, le nuove “benzine ecologiche”.
Finora, l'Europa ha puntato sull'e-fuel (sintetico) escludendo i biocarburanti, il cui uso era caldeggiato dall'Italia e che si basano su materiali naturali (scarti e biomasse). Non si comprende il motivo di questa limitazione, se non accontentare la Germania e salvare, almeno in parte, l'agenda 2035. Tuttavia, sebbene più ecologiche dell'elettrico – problematico sia per i problemi di smaltimento, sia per il possibile utilizzo di centrali a carbone per produrre il surplus energetico – queste “nuove benzine” non sono esenti da problemi: gli e-fuel sono ancora molto costosi, mentre i biocarburanti dipendono dai rischi del settore agricolo, soprattutto se la siccità affliggerà i nostri campi con maggiore frequenza.

Beni rifugio: esistono ancora?
Intanto, si torna a parlare di beni rifugio. Ma, almeno nell'accezione classica, questa categoria non esiste più. L'oro è ormai troppo volatile, e finora non è mai riuscito a stabilirsi oltre quota 2.000 dollari, vera e propria soglia psicologica per il metallo giallo; di contro, un'eventuale flessione a 1.910 dollari potrebbe innescare un rischio ribassista.
Il franco svizzero ha resistito molto bene alle maxigaranzie pubbliche per la fusione Ubs-Credit Suisse, ma le pressioni sono comunque molto forti, e la possibilità di un arretramento non è poi così peregrina. Qualcuno ha addirittura inserito fra i nuovi beni rifugio il bitcoin, sottolineandone la performance (+40%) innescata dalla crisi bancaria. Una vera assurdità: se le criptovalute, che sono tra gli asset più rischiosi in assoluto, vengono definiti “beni rifugio”, questa categoria non ha davvero più senso di esistere. Piuttosto, dalla crescita di questi investimenti traspare il pessimismo di quella parte di investitori che teme nuovi sviluppi dalla crisi bancaria.

Foto di Mika Baumeister su Unsplash


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