Aumento dei costi dell’energia: effetto domino sui mercati
Il rincaro delle materie prime inizia a farsi sentire anche sull'economia reale e sulle imprese. Ma le Banche centrali sono ancora incerte sulla risposta da dare...
L'opinione di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR
Passano i giorni, ma la difficoltà dei mercati finanziari – che si era manifestata fra la prima e la seconda settimana dell'anno – non accenna a farsi da parte. Il trend ha colpito particolarmente i titoli tecnologici. Ma non solo. Perché all'inflazione, seguita dal cambio di toni della FED in termini di politica monetaria, si è presto aggiunto il tema scottante dei rincari energetici, che sta colpendo un po' tutti i settori economici in un pericoloso effetto domino. Soprattutto in Europa.
Per esempio, ora è particolarmente colpita la industry del food, per cui i maggiori costi delle materie prime iniziano a impattare sui bilanci: già a novembre-dicembre i rincari sono stati significativi e sarà peggio a gennaio-febbraio.
Questo non accade solo in Europa. Perché anche gli stessi Stati Uniti - che sono una grande potenza petrolifera - sono stati colpiti dal rialzo dei prezzi dell'energia. Recentemente, il Brent ha superato gli 87 dollari e il West Texas gli 85, valori più elevati dal 2014. La spirale sulle materie prime, insomma, coinvolge tutto il pianeta.
La risposta delle Banche centrali, almeno per ora, è stata molto soft. E non potrebbe essere altrimenti, dato che in questo momento storico ogni decisione potrebbe avere conseguenze difficili. Se è vero che occorrerebbe alzare i tassi per arginare l’impatto dell’inflazione, è però certo che una simile decisione, a causa degli elevati debiti pubblici, porterebbe a squilibri di finanza pubblica che potrebbero essere corretti solo con l'aumento delle imposte o la riduzione dei servizi pubblici. E rischierebbe di bloccare la ripresa, che, pur instabile, è ancora in corso, con dati tuttora in crescita.
Insomma: le Banche centrali sono in posizione di attesa. Un po' come i naviganti dell'antichità, impegnati a evitare Scilla e Cariddi:non sanno come uscirne e sembra che stiano navigando a vista.
Usa, trimestrali con il vento in poppa
Ma dagli Stati Uniti non vengono solo notizie negative. Perché la scorsa settimana sono stati pubblicati i primi dati trimestrali di alcune banche Usa, che sono ancora mediamente buoni. Sul fronte obbligazionario, il rendimento dei titoli di stato decennali statunitensi è risalito ai massimi da 2 anni, fino a 1,90%, contro lo 0% dei Bund tedeschi (confermando una valutazione di mercato alta, dovuta anche alla stabilità della sua economia).
Gli economisti prevedono un rafforzamento del dollaro a breve termine. Su questa teoria, però, se guardiamo le quotazioni degli ultimi sette anni, non ci si scosta dall'equilibrio dollaro-euro intorno a 1.15. Gli Stati Uniti sono sensibili all'impatto che il dollaro forte porterebbe alle esportazioni: la loro politica è esattamente opposta a quella rigorista sostenuta dalla Bce, influenzata soprattutto dalla Germania e dalla sua posizione contraria alla svalutazione dell'euro. Più probabile, sempre sugli Usa, una maggiore volatilità nel prossimo futuro. Volatilità che potrebbe essere influenzata anche dai problemi di politica interna americana: il piano Biden è bloccato al Senato, perchè ha incontrato – come è abbastanza frequente negli Stati Uniti – il voto contrario di alcuni rapresentanti democratici.
L'amministrazione Biden è dunque in difficoltà, mentre crescono le attese per le elezioni di mid term, in programma il prossimo novembre. Se i repubblicani dovessero, come sembra oggi, conquistare la maggioranza di Congresso e Senato, la politica economica dell’amministrazione Biden sarebbe completamete stravolta fino alle elezioni del nuovo presidente, nel 2024.
Germania in stand-by
Ma se Atene piange, Sparta non ride. La Germania è in situazione di attesa, perché sta vivendo un paradosso, causato da un passaggio di leadership. Da una guida "forte" – il lungo cancellierato di Angela Merkel – a un governo pluripartitico che unisce socialdemocratici, liberali e verdi. Tre partiti, lo ricordiamo, i cui programmi non erano esattamente coincidenti. Per poter stare insieme, i tre leader di governo hanno dovuto riunirsi, trattare, definire punto per punto un difficile compromesso. Con tante contraddizioni: a un esecutivo a guida socialdemocratica fa da contraltare un ministro delle finanze liberale.
Si potrebbe, insomma, innescare un "braccio di ferro" sulle posizioni del governo in materia di austerity; se vincesse l'approccio Spd potremmo aspettarci una leadership un po' piu benevola per i Paesi del Sud Europa sul debito pubblico e sulla mutualità, con effetti positivi sulla nostra economia. Ma per vedere quale forza finirà per dettare la linea, dovremo aspettare ancora un po'.
Quirinale: attenzione allo spread
Tutto questo mentre in Italia crescono le attese su chi salirà al Quirinale. Una situazione particolarmente delicata, dato che la Presidenza della Repubblica – in passato considerata una carica poco più che simbolica – ora ha un ruolo centrale, soprattutto in tempi di instabilità politica. I mercati si augurano che venga eletto un personaggio che rappresenti tutti, non "divisivo", che possibilmente abbia anche qualche competenza in materia economica e che venga eletto prima del 3 febbraio, considerata una data-spartiacque, dato che è l'ultimo giorno della presidenza Mattarella. Se si andrà oltre, c'è il rischio che lo spread si allarghi, con la possibilità concreta di instabilità sui mercati. E' quindi auspicabile che le forze politiche riescano a trovare un accordo dalla quarta o quinta votazione.
Omicronfobia: i mercati sono vaccinati?
La nuova variante del Covid ha provocato, a piu' riprese, la discesa delle Borse.
Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - ci spiega perchè gli investitori devono farsi prendere dal panico.
La comparsa della variante Omicron ha inciso in modo forte sui mercati europei, americani e asiatici, provocandone una forte discesa in più occasioni. E l'incertezza quasi sicuramente proseguirà fino a quando le autorità sanitarie non saranno in grado di comunicare maggiori informazioni sull'infettività – e sul grado di virulenza – della nuova mutazione del Covid. Senza dimenticare le decisioni dei vari paesi su eventuali restrizioni ai movimenti, già paventate prima della scoperta della nuova variante.
Si è, insomma, diffusa la "omicronfobia", reazione che però è parsa eccessiva e irrazionale. Perché lo abbiamo ormai imparato: la scoperta di nuove varianti è parte della quotidianità, e lo sarà fino a quando ci saremo finalmente liberati del Covid. Il che non avverrà subito: con il coronavirus potremmo dover convivere ancora alcuni anni, forse addirittura quattro o cinque – sperando, naturalmente, che con il tempo l'infezione perda di efficacia e si trasformi in una normale influenza, o in un raffreddore. Non ci troviamo al "punto zero" come nel 2020 e siamo autorizzati a sperare che il virus muti in una forma meno pericolosa.
Solo se si scoprisse che Omicron "buca" davvero i vaccini potremmo preoccuparci. Ma è inutile anticipare considerazioni di questo tipo prima di avere dati certi. Senza poter disporre dei dati della nuova variante (e quelli non li abbiamo ancora) non si possono generare allarmismi: è dunque possibile che i ribassi vengano assorbiti in breve tempo. Un po', appunto, come è capitato per la versione delta, che aveva fatto temere scenari da tregenda in Borsa, ridimensionandosi poi in tempi abbastanza contenuti.
Dal punto di vista finanziario, più che Omicron, preoccupa l'inflazione, che in Germania e negli Usa ha superato il 6% - e che in Italia è arrivata al 3,6%.
Unico vero dubbio legato alla nuova variante del Covid è che possibili lockdown siano in grado di influire sulle performance di dicembre, che generalmente per il trading è un mese positivo – anche se nelle ultime due settimane la liquidità è di solito molto scarsa.
Se la "omicronfobia" dovesse proseguire, potrebbe dunque aumentare la volatilità e contribuire alla diminuzione dei valori azionari. Ma chi investe, solitamente, non lo fa a brevissimo termine: quindi, sarebbe un errore concentrarsi su dicembre (che comunque ha ancora tutte le caratteristiche per chiudersi in positivo): meglio farlo sul medio termine.
Diversificare? Sì, ma con giudizio
Per passare indenni l'esordio di Omicron non è comunque scorretto diversificare gli investimenti, inserendo una quota di obbligazionario ed equilibrando l'azionario. Vale a dire: è bene scegliere titoli stay at home, come per esempio i tecnologici (legati al lavoro da remoto che si è rivelato indispensabile in tempo di pandemia) o l'economia reale. Ma senza necessariamente evitare gli altri: semplicemente, aumentando la selettività a livello settoriale e di singolo titolo. Mantenendo magari un livello di guardia sui settori più danneggiati da eventuali restrizioni, come il settore dei viaggi e dell'hospitality.
Dal punto di vista geografico, invece, il mercato europeo potrebbe rivelare scenari importanti e meriterebbe un’attenzione diversa: ultimamente quello americano, poco volatile, è sceso molto meno, mentre gli emergenti hanno registrato prestazioni negative. Soprattutto la Cina, che è finora il mercato con la peggior performance dell'anno.
Discorso a parte merita la Germania. E non tanto – anzi, non solo - per il lockdown: guardando al tema della transizione energetica, lo stop accusato dalle turbine eoliche lo scorso ottobre ha provocato considerazioni molto importanti sui piani di conversione verso le energie rinnovabili. E un impatto immediato sui costi dell’energia “tradizionale” (evidente, per esempio, con il repentino aumento di volatilità sul prezzo del gas).
A proposito di energia, un discorso a parte va fatto sul petrolio. L’aumento di volatilità sui mercati è stato accompagnato da una diminuzione del prezzo del greggio intorno ai 70 dollari.
Questo potrebbe anche essere visto come un importo di equilibrio: valori più alti potrebbero favorire pericolosi scenari inflattivi.

