Tecnologici in grande spolvero

Tornano a galoppare i titoli legati all'innovazione, che sostengono i listini americani con un rally robusto, forse eccessivo. Piazza Affari, invece, è stata tenuta a galla dai bancari ma ha subito il calo degli energetici. Il rischio geopolitico fa paura, ma finora la situazione resta ampiamente sotto controllo

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Wall Street sta assistendo a un ritorno di fiamma dei titoli tecnologici, che stanno letteralmente sostenendo la Borsa americana. Questo rally, che ha contraddistinto l'inizio del 2024, è forte, e forse un po' eccessivo. Ma alla fine i mercati vanno a rotazione, e questo è il momento in cui a brillare sono i tecnologici. Il trend proseguirà o rallenterà in funzione degli utili, che via via vengono comunicati.

Un annuncio sbagliato

Mentre Wall Street è “tirato” dalla tecnologia, Piazza Affari ha assistito all'ennesima performance dei titoli bancari, ma anche al rallentamento degli energetici. Per spiegare quest'ultimo fenomeno, non basta la crisi del Mar Rosso che, anzi, per ora non ha un impatto forte come ci si aspetterebbe sui titoli energy. Ci sono, dunque, anche dinamiche interne. Come nel caso di Eni, il cui titolo è stato penalizzato dalla dichiarazione di Giorgetti: nel fine settimana, il ministro ha annunciato il collocamento sul mercato di 2 miliardi di euro di azioni Eni. Un errore clamoroso: solitamente, certe operazioni prima le si fa, poi le si annuncia. Altrimenti, nessuno compra più quei titoli fino al collocamento.

Sotto i 30.000 punti

Ieri, comunque, Piazza Affari ha fatto una breve puntata sotto la soglia psicologica del 30.000 punti. Nulla di drammatico: solamente scostamenti abbastanza gestibili per un indice che gira circa a nove-dieci volte gli utili attesi. La Borsa di Milano sta rifiatando, ma non ci si potrebbe stupire più di tanto se, una volta digerito il boom dello scorso anno, tornasse a sfruttare uno spazio di salita che è nelle sue potenzialità. Fino ad allora, mantenere le posizioni è sempre la strategia più consigliabile: il momento di comprare in maniera importante potrebbe arrivare se il ribasso si portasse oltre il 5%. Cosa peraltro non ancora avvenuta. Sui bond, invece, la soluzione migliore sembra quella di rimanere lunghi di duration.

Pop Sondrio, compratore in vista?

Tornando alle aziende di credito, sono ricorrenti le voci su Banca Popolare di Sondrio. L'istituto retico è stato l'ultima Popolare a diventare spa, dopo aver lottato per sei anni contro la trasformazione forzata decisa nel 2015 dal governo Renzi. Ma ora la banca, diventata contendibile dopo il cambiamento obtorto collo della ragione sociale, è molto interessante anche perché risulta tuttora l'istituto di credito meglio gestito degli ultimi 20 anni. Alcuni rumours hanno indicato Unicredit come possibile interessato a rilevare Pop Sondrio, ma il ceo Andrea Orcel ha negato in modo chiaro l'acquisto di azioni dell'istituto valtellinese. Certo è che Piazza Gae Aulenti, prima di fine anno, comprerà quasi sicuramente qualcosa. Difficile, però, intuire le possibili mire del colosso milanese.

Tassi: la luce in fondo al tunnel?

Dal lato tassi, finalmente si parla di un piano di arretramento. Dopo un balletto di dichiarazioni contrastanti da parte dei vari leader delle banche centrali, Christine Lagarde ha provato a dettare la linea, aprendo all'allentamento della stretta monetaria. Ovviamente, con molta prudenza. Per la presidente della Bce il calo del costo del denaro, su cui scommettono i mercati, è ora “probabile”, anche se “non posso sbilanciarmi", ha detto a Bloomberg Tv. "A meno che si verifichi un altro grave shock, abbiamo raggiunto il picco", ha comunque assicurato. Tuttavia, “dobbiamo restare restrittivi per tutto il tempo necessario". La strategia di Christine Lagarde – non abbiamo mancato di ricordarlo più volte – è stata a più riprese criticabile (lo ha affermato persino più di metà dei dipendenti Bce, che in un sondaggio del sindacato Ipso ha giudicato la sua presidenza “scadente” o “molto scadente”). Tuttavia, almeno in questa situazione, la sua indecisione è comprensibile. A causa della crisi del Mar Rosso, come abbiamo avuto modo di ricordare, un ritorno di fiamma dell'inflazione non è un'ipotesi così campata per aria, mentre l'economia europea (soprattutto quella tedesca) è in crisi. Una nuova situazione da “Scilla e Cariddi” difficile da sbrogliare: sarebbe imbarazzante per le banche centrali abbassare i tassi a causa della crisi economica proprio mentre l'inflazione torna a salire per la crisi di Suez. C'è solo da augurarsi che ogni decisione sia presa in modo rapido e reattivo e non - come è avvenuto quando è stata avviata la stretta monetaria - dopo settimane di tentennamenti, paure e ripensamenti.

Mercato unico dei capitali

Christine Lagarde ha anche insistito su un suo vecchio pallino: il mercato unico dei capitali, che aveva già caldeggiato due mesi fa al Congresso Bancario Europeo. Questo obiettivo, ha affermato la presidente Bce, non significa “eliminare le sedi di mercato rappresentate da Francoforte, Parigi, Milano o Dublino”, ma “portarle sotto un unico meccanismo, un unico insieme di regole e una sola autorità, come abbiamo fatto con la vigilanza bancaria”. Ma il vero punto è un altro: anche un mercato unico dei capitali sarebbe insufficiente. Perché o l'Europa è davvero una federazione e agisce come un Paese, con un bilancio federale approvato a Bruxelles e una vera unione fiscale, oppure rimarrà un'idea incompiuta.

L'esternazione di Dombrovskis

L'insistenza sul mercato unico dei capitali potrebbe essere anche una riaffermazione della volontà, da parte della banca centrale, di spingere per il Mes, ancora bloccato dall'Italia. Un argomento, quello del meccanismo di stabilità, che è stato affrontato apertamente da Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione Europea e commissario al commercio, nella sua dichiarazione “a gamba tesa” contro la manovra finanziaria italiana. L'intervento di Dombrovskis, piuttosto irrituale, è stato smorzato da un portavoce della Commissione, che ha parlato di “errore di traduzione”, assicurando che la posizione dell'esecutivo europeo sulla legge di bilancio italiana non è cambiata dallo scorso novembre. Sarà. Ma non è così campato per aria pensare che la “bacchettata” di Dombrovskis sia il classico discorso “a nuora perché suocera intenda”: criticare, cioè, la manovra per spingere l'approvazione del Mes.

Panetta: “rimpatriare le aziende delocalizzate”

Ha fatto molto parlare l'intervento del governatore di Bankitalia Fabio Panetta al comitato esecutivo dell'Abi. Il numero uno di Via Nazionale ha affermato che l'economia italiana sarà praticamente ferma per il prossimo triennio. “Prevediamo che il 2023 si sia chiuso con una crescita del Pil dell'Italia intorno allo 0,6%-0,7% e che la crescita sia al di sotto dell'1% per il 2024 e intorno all'1% per il 2025”. Occhio al Mar Rosso: se ora non ci sono impatti, ha detto, “non si possono escludere in futuro.” Per contribuire al miglioramento della nostra economia, ha aggiunto, converrebbe un piano di rimpatrio in Italia (o almeno all'interno dell'Ue) delle aziende che hanno delocalizzato. “Abbiamo un terzo del Paese con un costo del lavoro più basso, una domanda non soddisfatta”, ha detto il governatore. L'appello di Panetta è assolutamente condivisibile. Se un Paese non dispone di aziende che lavorano sul proprio territorio, non ha il controllo della filiera produttiva e, nello stesso tempo, non crea posti di lavoro, impoverendo i cittadini e indebolendo la domanda. Sicuramente, per facilitare il reshoring, occorrerebbe intervenire finalmente sui lacci e lacciuoli burocratici, che non rendono attrattiva il ritorno delle imprese in territorio nazionale. E, magari, l'arrivo di altre aziende extra-europee.

Foto di James Yarema su Unsplash


Calo dei tassi: la Fed inizia a organizzarsi

Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, ha prefigurato una possibile diminuzione, nel corso del 2024, di 75 punti base. E i mercati si aspettano un decremento quasi doppio. Nessun segnale dalla Banca Centrale Europea. Anche se...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Quest'anno, come è stato detto più volte in questi giorni, il Babbo Natale dei mercati ha assunto le sembianze di Jerome Powell. Annunciando che nel 2024, negli Stati Uniti, sarà possibile una riduzione dei tassi di interesse pari a 75 punti, il presidente della Federal Reserve ha contribuito a innescare un'atmosfera di ottimismo, che ha ingenerato grandi aspettative. Non per niente, dopo l'esternazione del numero uno della Fed, i mercati si sono spinti ben più in là, arrivando a prevedere un calo dei tassi fino a 145-150 punti.

Strategie divergenti

L'annuncio di Powell ha portato benefici soprattutto ai listini americani, che la scorsa settimana hanno ottenuto una performance superiore rispetto a quelli europei. Anche per l'atteggiamento dell'Eurotower. Christine Lagarde, presidente della Bce, ha infatti affermato che a Francoforte non si è parlato di tagli. Dov'è la sorpresa? - verrebbe da dire. Le strategie della Banca Centrale Europea – almeno dalla fine dell'era Draghi – si sono rivelate discutibili. In prima battuta non è stata prevista l'inflazione, con un ritardo nel rialzo dei tassi; poi si è scelta la strada di un riaggiustamento troppo incalzante e decisamente esagerato. Ora si insiste sui livelli di inflazione, che sarebbero ancora troppo alti, mentre la situazione è in via di miglioramento e l'obiettivo del 2% è a portata di mano. All'Eurotower ci sono fior di analisti, che conoscono la situazione: non si comprende quindi questa resistenza a oltranza, che impedisce di “ascoltare” i cambiamenti. I mercati, che solitamente anticipano i tempi, hanno invece un atteggiamento diverso: non credono all'attendismo espresso da Christine Lagarde e puntano sul calo dei tassi anche in Eurolandia. Lo dimostra l'asta dei Btp annuali, che ha decretato un valore del 3,75%, con uno spread sotto 170 punti base. Ciò, appunto, evidenzia l'ottimismo diffuso su un taglio del costo del denaro. Magari non a marzo (mese in cui i mercati si aspettano i primi movimenti verso il basso da parte della Fed), ma comunque a stretto giro.

2024, prime indicazioni

Queste aspettative influenzano, e non di poco, le previsioni sul 2024 dei mercati. A iniziare dalle obbligazioni. Per sei mesi abbiamo consigliato di rimanere lunghi di duration: ora la discesa del Btp sotto il 4% conferma la nostra visione. Una volta che il costo del denaro inizierà a scendere, il lungo termine si confermerà sempre più la strategia obbligazionaria migliore. Chi si posizionerà con duration lunga potrà assicurarsi per cinque anni rendimenti intorno al 5%, dotandosi di un hedging contro eventuali storni dei mercati azionari. Chi invece insisterà a rimanere corto (o non potrà fare altrimenti) rischierà di scendere sotto il 2%. L'azionario, invece, dovrebbe veleggiare abbastanza tranquillo, o con lievi perdite o con guadagni moderati. Le economie, come ricordato, sono in rallentamento e i rendimenti in doppia cifra di quest'anno si riveleranno irrealizzabili. Il 2023 ha restituito performance eccezionali: chi è rimasto fuori, ha perso un'opportunità molto forte. Se ci sarà una crescita, presumibilmente sarà moderata. Stesso discorso si può fare per eventuali flessioni: a meno di un “cigno nero”, o comunque di un evento esterno molto problematico, non è ipotizzabile una discesa dei mercati oltre il 5%.

India batte Cina

Sull'inflazione, come detto, c'è ottimismo. E questo nonostante la ripresa dell'alluminio e di altre materie prime dopo 20 mesi di calo. Una risalita di questi asset non è sufficiente a mettere a rischio i prezzi (più pericolosa potrebbe invece rivelarsi una lettura integrale dell'Agenda 2030, soprattutto sul versante dell'elettrico). Più che l'inflazione, a preoccupare è il rallentamento dell'economia europea (con la crisi industriale tedesca che fa tremare l'intero continente) e americana. E soprattutto cinese. Pechino mostra una situazione davvero preoccupante: le aziende lavorano ormai un solo turno, mentre molta gente inizia a tornare nelle campagne, provocando uno svuotamento delle case in città e uno squilibrio sul fronte immobiliare. Mentre a crescere è l'economia indiana. Nuova Delhi ha avviato investimenti molto forti, soprattutto su infrastrutture, e aprirà 30 centrali a carbone per supportare l'industrializzazione – scelta che ha fatto storcere il naso a molti Paesi partecipanti alla recente Cop28. Il mercato azionario indiano, da parte sua, viaggia già a multipli molto elevati. Mentre la popolazione del Paese ha superato quella cinese.

Giappone, ancora immobilismo sui tassi. Per ora

Se la Bce, almeno ufficialmente, non parla ancora di taglio dei tassi, si allineano a questo approccio anche Banca d'Inghilterra e Banca Nazionale Svizzera (quest'ultima, però, con percentuali decisamente più basse). La Banca del Giappone, da parte sua, ha confermato che per ora i tassi restano in territorio negativo. Nel 2024, tuttavia, Tokyo potrebbe decidere una piccola sortita in controtendenza, con un rialzo contenuto che avrebbe l'obiettivo di rafforzare lo yen. Se questa evenienza si realizzasse, si potrebbe concretizzare una situazione paradossale, con le banche centrali europee e americana intente ad allentare la stretta e quella giapponese, tradizionalmente refrattaria ad aumenti del costo del denaro, impegnata ad abbandonare il territorio negativo e ad alzare i tassi. Una simile mossa – che, se decisa, sarebbe comunque sporadica e probabilmente limitata nel tempo – costringerebbe gli investitori che hanno scelto posizioni lunghe yen contro euro (o dollaro) a smontarle frettolosamente. Restituendo una certa forza alla valuta nipponica.

Il turismo salva l'economia italiana

Banca d'Italia ha ridotto a +0,6% le stime del Pil nazionale 2024. Il fenomeno, che dipende soprattutto dalla politica monetaria, i cui effetti si fanno sentire sempre a scoppio ritardato, non deve comunque preoccupare più di tanto, dato che discutiamo di pochi decimali. Se l'economia italiana sta comunque a galla, si legge invece sui dati Confindustria, grande merito deve essere attribuito al turismo internazionale. Effettivamente, i numeri da record registrati nel 2023 (a settembre +11,8% sullo stesso periodo dell'anno precedente, a prezzi correnti) hanno portato più benefici che problemi (l'inflazione sui prezzi degli alberghi). Si potrebbe fare ancora di più? Sì e no. Perché il turismo è un settore che può crescere, ma non in maniera esponenziale, dato che i posti disponibili non si possono aumentare di molto. Detto questo, a penalizzarci sono l'insufficienza delle infrastrutture e la burocrazia farraginosa, che rende difficili gli investimenti. Al pari, naturalmente, dei limiti di spesa imposti dall'Unione Europea.

Foto di Naveed Ahmed su Unsplash

 

 

 

 


Banche centrali, tornano i falchi

Jerome Powell ha affermato che la Federal Reserve potrebbe alzare ancora i tassi, se necessario. E Christine Lagarde ha dichiarato che la Bce non avvierà il ciclo di ribassi prima di sei mesi, e forse occorrerà ancora più tempo, non escludendo una nuova stretta “in caso di shock”. Tuttavia, almeno in Europa, nuovi rialzi sono impensabili. Ecco perché

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La Federal Reserve è pronta ad alzare ancora i tassi di interesse se dovesse intravederne l'esigenza. E' questo il tono della nuova esternazione del suo presidente, Jerome Powell. Una posizione da “falco” subito condivisa dalla Bce, che – con le parole di Christine Lagarde – non procederà ad avviare il ciclo di ribassi per sei mesi, e forse anche di più. In compenso, ha aggiunto, “con nuovi shock dovremo riconsiderare i tassi”. Naturalmente verso l'alto.

In Europa non si fa

Dobbiamo preoccuparci? Non più di tanto, almeno per quanto riguarda l'Eurozona, Perché a queste latitudini è impensabile che i tassi vengano alzati ancora. Shock o non shock. L'economia sta soffrendo molto per la stretta monetaria, i livelli dell'industria europea non sono per niente buoni e ben pochi paesi chiuderanno l'anno con il segno più (tra questi, occorre dirlo, c'è l'Italia). Le reazioni a eventuali nuovi inasprimenti potrebbero quindi rivelarsi drammatiche: ciò, lo ripetiamo, rende praticamente impossibili ulteriori rialzi. In compenso, anche i dati sull'inflazione - che ormai sta scendendo sotto il 3% - oppongono un no secco a una simile ipotesi: persino il petrolio, che aveva destato preoccupazioni nella prima parte dell'autunno, è ora rientrato nei ranghi, navigando nuovamente intorno agli 80 dollari al barile. Che non ci siano timori di inflazione lo dimostra la quotazione dell'oro, tornata sotto i 2.000 dollari l'oncia nonostante le numerose e deflagranti tensioni geopolitiche nel mondo. L'unica preoccupazione potrebbe arrivare dal gas, attualmente di poco sotto i 50 euro al megawattora. Un valore alto, certo, ma non altissimo: il livello non è neppure minimamente paragonabile alle valutazioni a tre cifre che abbiamo dovuto sperimentare nel recente passato.

Borse giù, ma non troppo

Le reazioni delle Borse alle dichiarazioni di Jerome Powell e Christine Lagarde sono state, tutto sommato, moderate. Si sono verificate flessioni, e la scorsa settimana si è chiusa all'insegna della cautela (uniche aree in controtendenza, almeno a Piazza Affari, il settore assicurativo, le telecomunicazioni e il comparto energetico, nonostante il calo del petrolio). Ma tutto è apparso sotto controllo. Anche perché il ritorno dei “falchi” non è l'unica causa di questo trend al ribasso: la settimana precedente le Borse avevano chiuso con buoni rialzi, e un calo che permettesse ai listini di rifiatare era ampiamente atteso. Nessun timore, quindi: i mercati non credono in ulteriori balzi verso l'alto della politica monetaria. Ne è ulteriore riprova il valore dei tassi a breve dei titoli di stato, che restano elevati. Le Borse, insomma, si sono dimostrate forti: in caso contrario, non avrebbero potuto mantenere un trend di oscillazione normale in un'epoca in cui le guerre provocano disastri all'economia di tutto il mondo. Ora, a meno di avvenimenti clamorosi, i listini dovrebbero chiudere l'anno senza particolari stravolgimenti. Si attende, infatti, un fine 2023 di poco sopra i livelli attuali o, mal che vada, in una situazione di stabilità, ma non in flessione. Ancora una volta, quindi, meglio mantenere. E, nell'obbligazionario, è consigliabile allungarsi di duration sui bond: per il settore, il 2023 è stato un anno molto difficile, ma l'anno prossimo si preannuncia migliore.

L'anno d'oro delle banche

Anno d'oro invece per le banche, capaci di raccogliere 43 miliardi di utili. Una scommessa già vinta, quella degli istituti di credito: fin da inizio anno era chiaro che il settore fosse favorito dalla stretta monetaria, anche se pochi si aspettavano risultati così brillanti. Occorre anche ricordare che, da 15 anni a questa parte, le aziende di credito hanno dovuto fare i conti con gravi difficoltà nel chiudere i bilanci. Il momento felice del settore bancario, come è facile prevedere, dovrebbe proseguire fino a quando i tassi rimarranno alti – cioè per molti mesi.

I più short

A proposito di banche, un'analisi GraniteShares su dati WhaleWisdom rivela che allo scorso 6 novembre Montepaschi era il terzo titolo italiano più shortato con il 2,62% delle azioni in posizioni corte nette. A precedere la banca senese solo Saipem e Industrie De Nora. La scelta dei fund manager che hanno venduto allo scoperto Mps si è dimostrata davvero erronea e poco lungimirante: il Monte dei Paschi ha ottenuto ottimi risultati ed è salito dell'8%. Più in generale, quest'anno chi ha shortato le banche è stato molto improvvido: al contrario, quello del credito era il vero settore su cui investire. Due parole su Saipem, che ha occupato il primo posto in questa speciale classifica. La società, dopo i momenti difficili trascorsi negli ultimi due anni, ha ora buone commesse e una discreta redditività, che le permette di recuperare, pur in parte, la distruzione del capitale condotta negli ultimi dieci anni. Certo: la società ha perso circa il 97% del suo valore rispetto al 2012, ed è costata ai cittadini molti soldi. Ma il suo ruolo era troppo centrale per non procedere a un salvataggio. Chi ha scommesso contro Saipem non ha dato peso a questa considerazione.

Cina, nubi e ostacoli sulla strada della ripresa

Recentemente, il Fmi ha invitato le banche a investire in Cina, riconoscendo però i problemi attualmente attraversati dall'economia del Paese. Tuttavia, almeno finora, gli investitori restano lontani da Pechino, anche per l'opacità di questo mercato. La tanto ventilata ripresa cinese è, dunque, un percorso con tante nubi e vari ostacoli, non ultima l'attuale fase deflattiva. Per competere con gli Stati Uniti e divenire la prima potenza mondiale, la Cina dovrebbe aprirsi maggiormente alla trasparenza e recuperare posizioni in vari ambiti, non ultimo quello tecnologico. Necessario anche rivedere alcune scelte demografiche davvero discutibili, come le regole ferree sul numero dei figli concessi alle famiglie. Le limitazioni, chiamate “politica del figlio unico”, permettevano fino al 2013 un solo bambino per nucleo familiare, e tuttora prevedono multe salate per i genitori che scelgono di avere più di due figli. La strategia, evidentemente introdotta per evitare la sovrappopolazione, può sortire l'effetto opposto, con rischi di dimezzamento dei residenti e conseguente insufficienza di lavoratori. Una situazione che metterebbe a rischio l'economia cinese, allontanando il paese dalla lotta per la leadership mondiale.

Foto di Philip Brown su Unsplash


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