Bce, sui tassi è confronto aperto
Il board della Bce è ormai spaccato tra “colombe” e “falchi”: all'intervento di Fabio Panetta, che ha invitato l'Eurotower a considerare i rischi della stretta monetaria, è seguita la replica della rappresentante tedesca Isabel Schnabel, sostenitrice del 2% di inflazione a ogni costo. Intanto preoccupa l'effetto della ripartenza cinese sul prezzo delle materie prime
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Ricordate la Banca Centrale Europea dai toni felpati e dal linguaggio paludato? Bene: archiviatela. I tempi degli interventi in punta di penna e delle posizioni attutite sembrano ormai un lontano ricordo. In epoca di inflazione e di netta differenza di posizioni sull'aumento dei tassi, il confronto tra i “falchi” e le “colombe” è ormai aperto, e nessuno fa alcunché per nasconderlo. Lo hanno dimostrato gli interventi, la scorsa settimana, di due membri del comitato esecutivo dell'istituto centrale. Ha buttato il sasso Fabio Panetta - ex direttore generale di Banca d'Italia – nel corso di un evento svoltosi a Londra giovedì scorso. Ha replicato il giorno seguente, in un'intervista, la tedesca Isabel Schnabel.
Tu chiamala, se vuoi, inflazione
Panetta, echeggiando le parole più volte pronunciate dal governatore di Bankitalia Vincenzo Visco, ha espressamente criticato la velocità con cui la Bce sta ritoccando i tassi verso l'alto. L'inflazione, ha affermato Panetta, “potrebbe evolversi in entrambe le direzioni. Penso che siamo di fronte a una incertezza molto elevata. Non dico che dobbiamo fermarci, ma di prenderci il tempo che serve per valutare meglio l’economia”. Una chiara critica alle linee guida decise da Christine Lagarde, che invece di mediare tra falchi e colombe sembra essersi arruolata nel primo gruppo senza ripensamenti di sorta. La risposta di Panetta è stata altrettanto netta: “non è più necessario”, ha affermato, “porre enfasi unicamente sui rischi inflazionistici al fine di evitare gli scenari peggiori. Occorre invece considerare il rischio che la stretta monetaria risulti eccessiva, oltre all’eventualità che la nostra azione possa rivelarsi insufficiente. Dobbiamo procedere con gradualità, al fine di evitare costi eccessivi per l’economia reale. Questo non significa che non agiremo con decisione nella nostra lotta all’inflazione. Significa che ci muoveremo con decisione nella giusta direzione. Non dobbiamo guidare come un pazzo a fari spenti nella notte”, ha chiuso, citando la leggendaria Emozioni di Mogol-Battisti. Omettendo di aggiungere “per vedere se poi è tanto difficile cadere in recessione”: questo rischio è, naturalmente, noto a tutti.
1-1, palla al centro
Giusto il tempo di commentare l'intervento di Panetta e puntuale è arrivata la risposta di Isabel Schnabel, convinta che sia il costo della vita a rappresentare il rischio più consistente per l'Europa. E che quindi il rialzo previsto per marzo non possa essere messo in discussione. “Siamo ancora lontani dal poter cantare vittoria”, ha affermato l'economista tedesca, “I mercati ritengono che l’inflazione scenderà molto rapidamente verso il 2% e che rimarrà lì, mentre l’economia andrà benissimo. Questo sarebbe un ottimo risultato, ma c’è il rischio che l’inflazione si riveli molto più consistente di quanto attualmente valutato dai mercati finanziari. Non è facile giudicare se le nostre misure siano già restrittive, ma considerato l’attuale livello dei tassi di policy e il livello e la persistenza dell’inflazione di fondo, un rialzo dei tassi da 50 punti base è necessario virtualmente in qualunque scenario plausibile, per riportare l’inflazione al 2%”. In una situazione, come quella attuale dell’area euro, in cui “non è nemmeno iniziato un ampio processo di disinflazione”, ha aggiunto.
Intervento fuori bersaglio
Per ora i “falchi” sono in maggioranza e Christine Lagarde sta seguendo la loro linea: è quindi davvero arduo pensare che a marzo il rialzo dei tassi non prosegua. Tuttavia, l'esternazione di Panetta ha reso pubblico un confronto già aperto da tempo. E che contrappone la lotta all'inflazione a ogni costo a una posizione più attenta ai rischi di recessione. I sostenitori di nuovi rialzi dei tassi si fanno forti della sostanziale tenuta dell'economia: ciò dimostrerebbe che l'attuale politica monetaria non ha prodotto danni collaterali e che è quindi possibile combattere l'inflazione a colpi di ritocchi del costo del denaro senza tracolli drammatici. Una simile posizione, tuttavia, rischia di ingenerare gli eccessi di ottimismo: i mercati vedranno infatti gli effetti della strategia “al rialzo” non prima di (almeno) sei mesi. Le “colombe” prendono le mosse da un particolare spesso troppo trascurato, e che noi non abbiamo mancato di far notare più volte: l'inflazione europea è diversa da quella americana. La seconda è di tipo classico, e quindi può essere combattuta con strumenti tradizionali. La prima dipende invece dall'energia, su cui un rialzo dei tassi non può certamente influire. L'Europa non può frenare i costi delle materie prime e non sarebbe in grado di farlo neppure se l'Ue fosse unita e compatta. Il rialzo dei tassi rischia quindi di bloccare la domanda senza neppure scalfire i rischi sul fronte energetico.
La Cina riparte
E i rischi sono ancora forti. Soprattutto in questi giorni, che vedono il completamento della riapertura cinese e l'acquisto, da parte di Pechino, del 50% in più di materie prime. L'allarme è soprattutto per il petrolio, ancora in posizione neutrale, ma che potrebbe salire a causa dell'ondata di fabbisogno cinese. È bene non sottovalutare neppure il dossier-gas. Il costo del metano – è vero – veleggia ormai sotto quota 50 e potrebbe subire ancora assestamenti in basso e la Russia aumenterà gradualmente la sua fornitura a Pechino, compensando il disimpegno in Europa e rispondendo alla domanda cinese. Tuttavia, ricordiamolo, gli aumenti del metano, che alcuni mesi fa aveva portato il suo valore al Tff oltre la soglia dei 300 euro per megawattora, potrebbero essere stati spinti a quei livelli anche dalla speculazione. Che potrebbe manifestarsi nuovamente nel futuro.
I rischi dell'elettrico
Nel dossier energia, in Europa c'è un convitato di pietra: lo stop alle auto endotermiche, previsto per il 2035. La decisione dell'Europarlamento sembra difficilmente reversibile – a meno che le prossime elezioni Ue, previste per il 2024 rovescino completamente le maggioranze attuali. Uno scenario a cui non credono neppure i produttori del settore automotive, che hanno già bloccato gli investimenti in veicoli tradizionali. C'era davvero bisogno di una decisione così radicale sulle auto? La risposta è no. Intendiamoci: gli interventi ambientali per salvare il pianeta sono necessari e doverosi. Ma non sono certo le automobili endotermiche le responsabili della crisi climatica. Secondo un'analisi statistica ripresa da Bill Gates, per esempio, l'incidenza dell'inquinamento automobilistico sul totale delle emissioni è appena dello 0,2% - percentuale che si abbassa notevolmente se si prendono in considerazione solo le vetture europee (nel resto del mondo, in tutta probabilità, si proseguirà a produrre le auto tradizionali). Lontani anni luce il cemento e gli allevamenti, settori ben più inquinanti. Ma spesso la vulgata comune è molto diversa dalla realtà: così, l'equazione “auto endotermiche – inquinamento”, spinta dalle lobby che hanno investito molto sull'elettrico, diventa difficile da criticare, anche se non ci sono prove che dimostrino un forte impatto della benzina sulla crisi ambientale. Mentre sono molte le controindicazioni che disseminano punti di domanda sulle e-cars. Sul fronte dei costi, prima di tutto. Anche se fosse possibile abbassare i prezzi correnti delle vetture (e ciò non è scontato), lieviterebbero comunque le spese di riparazione, che secondo una stima di Federcarrozzieri aumenteranno fra il +18% e il +30% rispetto a quanto avviene per le auto a benzina o diesel. Molto critica anche la tenuta della rete elettrica, che già ora si dimostra scarsa. Soprattutto in estate, quando sono accesi i condizionatori di case e uffici. Dal 2035, il territorio sarà disseminato di colonnine di rifornimento, gravando in modo ancora più pesante sul sistema e rallentando le ricariche, già molto più lunghe rispetto agli approvvigionamenti di benzina. Il rischio maggiore si manifesterà, comunque, in strada. In caso di incidenti, le auto elettriche sono vere e proprie bombe in movimento, che – a quanto dicono alcuni test – provocherebbero danni ben più gravi rispetto ai veicoli a combustione.
Aspettando le trimestrali
Infine, uno sguardo alla settimana dei mercati, il cui calo è stato moderato. Calma piatta, dunque, in attesa degli utili del primo trimestre 2023, che detteranno la linea per un po' di tempo. In ogni caso, occorre evidenziare che il rimbalzo dell'autunno-inverno è stato poderoso: per esempio, negli ultimi quattro mesi Milano ha conseguito un +37%. Per questi motivi, è consigliabile mantenere le posizioni in essere almeno fino alle trimestrali, per poi, eventualmente, correggere il tiro in un secondo tempo. Tra i settori che sicuramente daranno soddisfazione agli investitori, quello bancario, che dovrebbe risentire positivamente del rialzo dei tassi anche negli utili alla fine del prossimo mese. Prosegue la sua corsa il titolo Tim, che offre tuttora varie opportunità. La performance era prevedibile: l'offerta di Kkr, pari a 44 centesimi per azione, dimostra che il valore dell'azienda è sicuramente maggiore rispetto ai 20 con cui era quotato. Gli investitori avveduti hanno quindi puntato su questo titolo. E sul braccio di ferro Kkr-Cdp, che ha tutte le caratteristiche per giovare alle azioni dell'azienda telefonica.
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Mercati, navigazione tranquilla
Il rimbalzo di luglio si sta confermando anche nel corso di agosto. Il mese prossimo potremo capire meglio se siamo in presenza della tanto agognata ripresa. Senza trascurare le incognite provenienti dal rincaro delle materie prime, vera e propria spada di Damocle sull'economia reale.
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Il rimbalzo partito lo scorso luglio sta proseguendo. È ancora presto per capire se si tratti di un fenomeno passeggero o di un segnale di ripresa: a settembre, quando la totalità degli operatori tornerà in servizio, potremo capirne qualcosa di più. Senza dimenticare, ovviamente, la scure della crisi provocata dalla guerra e dall'aumento dell'energia elettrica, potenzialmente distruttivi per le imprese e l'economia di mezzo mondo.
È ancora presto, si diceva, per delineare i possibili trend. Ma un elemento già emerge: i dati non sono così negativi come inizialmente si pensava. Anche l'inflazione si sta attestando su nuovi livelli, senza ulteriori rincari: un'ulteriore dimostrazione che il mercato ha i suoi anticorpi. E i suoi limiti, difficilmente valicabili: oltre a un certo livello non è possibile spingersi.
Sta di fatto che oggi la navigazione è tranquilla e il mare è calmo. Il decennale tedesco offre rendimenti tra lo 0,8% e l'1,2%, mentre quello americano il 2,6%. E questi dati favoriscono la ripresa.
Anche lo spread veleggia su quota 210 e offre una fase di relativa tranquillità – il che non è poco, soprattutto nel mezzo di una campagna elettorale. A questi prezzi i mercati offrono un cuscinetto di garanzia che tranquillizza investitori e risparmiatori: la lettura dei dati suggerisce che molto difficilmente si scenderà sotto i minimi fatti registrare da gennaio a oggi. È quindi ragionevole rimanere nell'investimento, o addirittura aumentare il proprio peso.
Meglio l'Europa
Sì, aumentare il proprio peso. Ma dove? Un buon livello di consenso consiglia di guardare ai titoli value europei piuttosto che a quelli americani.
In Europa, i titoli value hanno fatto crescere gli utili in maniera maggiore di quelli growth – un fenomeno non riscontrabile oltre oceano. Poi - è chiaro - qualsiasi società che oggi vale dieci volte gli utili, fra dieci anni potrebbe raddoppiare il capitale anche se non dovesse crescere. Questo non succede – e da nessuna parte - nei titoli growth. Perché per poche società che, come Google o Amazon, hanno raddoppiato il loro valore, ci sono anche altre aziende che hanno causato agli investitori la perdita di una gran parte del capitale, se non dell'intera somma allocata.
Cosa scegliere, invece, in Italia? Alcuni dei titoli con le maggiori capitalizzazioni del listino promettono buoni rendimenti, purché si investa nel medio-lungo periodo. L'operazione conviene anche solo considerando i dividendi attesi, a cui occorre aggiungere gli utili che vanno a patrimonio netto. A ben vedere, questi titoli di Piazza Affari promettono rendimenti molto vicini a quelli che una volta erano offerti dai titoli di Stato.
La discesa del petrolio
In generale, abbiamo quindi visto, i fari sono accesi sui mercati europei che cercano di consolidare la ripresa. Unico punto critico di una situazione tranquilla è il freno ai mercati proveniente dalla Cina, che dipende essenzialmente dai nuovi lockdown decisi dalle autorità di Pechino.
D'altra parte, però, il rallentamento che proviene da oriente ha anche un effetto positivo: contribuisce cioè al calo del valore del petrolio, con tutto quello che ne consegue per le aziende e per i prezzi al consumo. Uno studio di Goldman Sachs prevedeva che entro fine anno il greggio si sarebbe spinto a 180-190 dollari: mai dire mai, si usa dire, ma la situazione attuale rende questa congettura assai improbabile. Oggi il Brent è più vicino ai 90 che ai 100 dollari al barile e il Wti è persino sotto i 90. E non è detto che non si scenda ancora.
Ma il gas va sempre più su...
Il trend petrolifero sta favorendo la discesa dell'inflazione americana e creando qualche speranza per la tenuta dell'economia reale nel mondo occidentale. Ma potrebbe non essere sufficiente, a causa del prezzo del gas, che continua ad aumentare (questa settimana ad Amsterdam si è raggiunto il prezzo record di 233 dollari per kilowattora, con un rialzo del 6%).
Il fenomeno, che sembra inarrestabile, avviene per i problemi noti, ma anche (e soprattutto) a causa degli speculatori che ne approfittano a mani basse. Basti pensare che il gas acquistato dall'Eni costa, teoricamente, un euro per il 90% dell'approvvigionamento e 3 per il restante 10%. Se non che, alla fine il prezzo finale è quello più caro, applicato all'intero stock – vale a dire, il 100% viene acquistato a 3 euro. Questo esempio fornisce già un quadro chiaro delle vere cause del rincaro selvaggio.
Se poi si aggiunge che ogni nave americana impegnata nel trasporto di gas via mare guadagna 250 milioni di dollari per singolo tragitto, si ottiene una spiegazione ancora più completa dell'intero scenario.
Se nessuno riuscisse a intervenire, il prossimo autunno potrebbe rivelarsi molto problematico. Si rischia un “raddoppio del raddoppio” dei costi energetici – tutto questo mentre la campagna elettorale italiana ha reso marginale il problema, che invece è drammaticamente centrale. Se le previsioni negative dovessero avverarsi, molte imprese ne verrebbero travolte, con esiti davvero disastrosi per lavoratori e consumatori.
C'è chi scende e c'è chi sale
Se il petrolio fa respirare le aziende e il gas rischia di soffocarle, l'oro dà ulteriori segni di stabilità. Il metallo giallo è infatti risalito un po', ma si trova sempre in una fascia neutrale, confermandosi sempre in un prezzo di protezione. In altri termini non ha perso nulla, ma non si è completamente posto al riparo di un'inflazione che continua a rimanere fra il 7% e l'8%.
Da questi dati si capisce quanto avesse ragione Warren Buffett quando diceva che un dollaro americano collocato in Borsa nel 1943 e conservato fino a oggi ha un valore 30 volte maggiore rispetto allo stesso investimento in oro. E se lo ha detto un uomo che recentemente ha proprio puntato sul metallo giallo, gli si può ampiamente credere.
L'oro, come abbiamo ricordato più volte, non è più un bene rifugio. In questo ruolo, almeno temporaneamente, è stato scalzato dal franco che, dopo i tanti sforzi della Banca Nazionale Svizzera per mantenere quota 1,20, ha sfondato la parità sull'euro e sta continuando a galoppare, facendo registrare record su record. E, secondo gli esperti, proseguirà la sua corsa: John Plassard, analista di Mirabaud Banque, ha previsto ulteriori apprezzamenti della moneta elvetica.
Il dollaro americano si è invece stabilizzato in una valutazione vicina alla parità: la corsa del biglietto verde si è fermata, ma la valuta americana non retrocede, nonostante una serie di problematiche dell'economia americana e l'avversione, da parte degli Usa, all'idea di dollaro forte.
Giappone, deludono i dati sul pil
Infine, un'osservazione sul pil giapponese, che ha un po' deluso le aspettative a causa di un calo delle scorte. Si tratta, comunque, di valori moderati, che non preoccupano più di tanto, e che possono rappresentare un fattore contingente legato all'inflazione. D'altra parte è utile non drammatizzare troppo un dato trimestrale, privilegiando maggiormente una visione di insieme, anche alla luce degli sviluppi economici (e geopolitici) mondiali.
Il Giappone, ricordiamolo, ha mantenuto una politica di tassi a zero, dimostrando di privilegiare la crescita rispetto alla lotta all'inflazione. Tokyo ha un punto fermo: non può permettersi una recessione. È la grande lezione di Shinzō Abe, che sopravvive allo statista recentemente scomparso. E che, probabilmente, darà i suoi frutti a lungo termine, quando occorrerà pagare le pensioni a una popolazione sbilanciata sugli anziani. Un problema che accomuna il Giappone all'Italia (ricordiamolo, i due paesi sono tra i più longevi del mondo). E che occorrerà affrontare anche alle nostre latitudini, per evitare che, fra dieci o vent'anni, lo stato non sia più in grado di pagare le pensioni a causa del grande numero di persone che si sono ritirate dal lavoro.
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