Le previsioni per il nuovo anno

Dopo il grande rally avviato lo scorso novembre, il 2024 delle Borse offre ancora buone occasioni di investimento. Soprattutto nel settore bancario, che sembra conservare ampi margini di crescita. Ma, in generale, dai listini ci si attendono rendimenti più moderati, ben lontani da quelli raggiunti negli ultimi mesi

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Il 2023 si è chiuso un po' in sordina, complice il ritorno dell'influenza, che ha costretto a letto più di un milione di cittadini italiani. Grandi numeri, certo, ma dopo il Covid anche un’epidemia stagionale “tradizionale” può essere letta come un primo passo verso il ritorno alla normalità.

Questo pazzo, pazzo 2023

Dal punto di vista dell'economia, il 2023 appena concluso è stato tutto tranne che un anno normale. La cavalcata dei tassi ha visto, per molti mesi, le banche centrali europea, americana e inglese rincorrersi a ritmi serrati sul terreno della stretta monetaria, sviluppando scenari inediti. L'economia, anche grazie al costo del denaro sempre più alto, ha subito drammatici rallentamenti, i cui effetti sono però stati temporaneamente mitigati dall'ottimo andamento dei primi sei mesi. L'inflazione è stata fermata - anche se, come abbiamo visto, a caro prezzo. Le Borse, da parte loro, hanno offerto rendimenti inaspettati: dopo aver proseguito sull'onda del grande rimbalzo di ottobre 2022, i mercati hanno alternato lunghi momenti di tranquillità all'insegna del trading range a periodi di crescita, capaci di coinvolgere, a vario titolo, la maggior parte delle asset class. Dall'inizio dello scorso novembre, poi, si è verificato l'ormai “mitico” rally (sia azionario, sia obbligazionario), con performance che non si vedevano da fine anni Novanta. Gli investitori capaci di mantenere le posizioni e di rimanere con una duration lunga hanno potuto monetizzare molto bene e recuperare le perdite del 2022, o addirittura guadagnarci. Soprattutto chi, in Italia, ha puntato sul settore bancario e finanziario, re indiscusso delle asset class 2023, che (anche grazie alla presenza massiccia nel listino di Piazza Affari) ha portato l'azionario italiano fra i leader mondiali. Meno redditizi, invece, il settore farmaceutico e quello alimentare, classici titoli difensivi che offrono performance quando i mercati sono in difficoltà.

Tassi, presto la discesa

E ora? Che cosa si prevede per il 2024? Iniziamo con la politica monetaria delle banche centrali, elemento decisivo per determinare l'andamento dell'economia mondiale. Da questo punto di vista, gran parte delle case di investimento si aspetta (in generale) tagli dei tassi compresi tra i 75 e i 150 punti. L'inflazione, come già detto, è invece sotto controllo e non è così lontana dal 2%. Tutto, insomma, sembra preannunciare una lunga e morbida transizione verso la normalità che, a meno di eventi geopolitici estremi (non così improbabili, purtroppo), dovrebbe assicurare un anno abbastanza tranquillo. Anche se, quasi sicuramente, il mercato azionario non offrirà risultati eccezionali come lo scorso anno. Se l'economia darà cenni di ripresa, potremo dunque aspettarci andamenti di mercato buoni e rendimenti fra il 5% e il 10% tra flusso dividendi attesi e crescita.

Banche, il rally non è concluso

Ancora una volta, potrebbe essere premiato un atteggiamento all'insegna del sovrappeso di titoli bancari e finanziari italiani, che – nonostante il boom dell'ultimo anno – hanno ancora ampi margini di crescita. Lo ha fatto capire, senza troppi giri di parole, anche Andrea Orcel: l'amministratore delegato di Unicredit ha quantificato il valore reale della sua banca a 45 euro, quasi il doppio rispetto alle quotazioni attuali. L'osservazione, mutatis mutandis, vale per l'intero sistema, soprattutto se si verificheranno ulteriori consolidamenti (in pole position, Mps e Banco Popolare). Il prosieguo della crescita del settore è supportato dai numeri: ci si attendono utili di esercizio 2023 a oltre 43 miliardi (contro i 2 del 2020). Tuttavia, nonostante la progressione dei profitti e la corsa dell'asset class, i mercati internazionali non credono fino in fondo nelle potenzialità di questo settore. Perché all'estero ci sono ancora pregiudizi sulle banche italiane. E perché – Unicredit e Intesa Sanpaolo a parte – i titoli dei nostri istituti di credito sono relativamente piccoli, e i grandi operatori li guardano con occhi distratti. Mentre non dovrebbero farlo. Anche perché, più in generale, nel corso dell'anno appena iniziato le small e mid cap potrebbero ritagliarsi un ruolo da protagoniste, dopo che nel 2023 sono rimaste indietro rispetto alle large sia in Europa, sia negli Stati Uniti.

Obbligazioni, rendimenti in calo

Nell'obbligazionario, i rendimenti sono destinati a scendere.  Per i Btp siamo già rapidamente passati dal 5% del 31 ottobre scorso a percentuali sotto il 3,5%, con cui si è aperto l'anno. Spesso i mercati precorrono i tempi e lo stanno dimostrando anche in questo caso. Quasi sicuramente, nel corso del 2024, i buoni del tesoro si porteranno al 2,5%, forse addirittura al 2%. Un po' più alta la performance che ci si attende dai corporate bond, e ancora maggiore quella delle obbligazioni con subordinati bancari, con rischio più elevato. Entrambe le categorie dovrebbero essere presenti in forza nel mix di investimento, insieme ai buoni del tesoro italiani e degli altri paesi periferici. Il rendimento atteso, tuttavia, si inserisce tra il 4% e il 5%: difficile ottenere ulteriore capital gain sulla componente obbligazionaria.

Le incognite geopolitiche

Tradizionalmente, l'andamento delle valute è imprevedibile, perché il forte potere di indirizzo delle banche centrali ne condiziona in modo forte l'andamento. Dati economici alla mano, avevamo previsto l'indebolimento del dollaro, tornato a un livello di 1,10: con tutti i condizionali del caso, si può ipotizzare, per il 2024, un ulteriore calo del biglietto verde fino a 1,15 e oltre, per i problemi di disavanzo e decrescita dell'economia americanaL'anno in corso potrebbe invece segnare il recupero dello yen: un leggero aumento dei tassi (ancora negativi) in Giappone proprio mentre ci si aspetta il calo del costo del denaro nel resto del mondo obbligherebbe gli investitori che hanno scelto il carry trade con debito nella valuta nipponica e investimenti in euro o dollari a smontare rapidamente le posizioni. E ciò rafforzerebbe lo yen. A livello di macroaree proseguirà la forte crescita indiana, a fronte di un rallentamento della Cina, tra crisi immobiliare e problemi di domanda interna. L'Europa, affossata dalla guerra russo-ucraina e dalla crisi tedesca, rischia di confermarsi fanalino di coda. A fare il resto saranno le incognite geopolitiche e i grandi appuntamenti elettorali del mondo occidentale: le elezioni europee, quelle britanniche e le presidenziali americane, che al momento sembrano le più incerte. Dai risultati delle urne potrebbero uscire indirizzi importanti sia sulla prosecuzione o meno delle guerre in atto, sia sull'economia mondiale. In particolare, i prossimi leader del mondo occidentale decideranno definitivamente se la transizione alla mobilità elettrica sarà radicale (come dettato dall'indirizzo attuale) oppure soft e più aperta alle scelte individuali.

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Trend rialzista: sarà la volta buona?

Per la prima volta da molto tempo i mercati stanno provando a rimbalzare in maniera decisa e continuativa. Ma la Federal Reserve prosegue con la crescita dei tassi, aumentando i rischi di una bolla Usa legata a una possibile discesa dei prezzi immobiliari

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

I dati negativi sull'inflazione Usa, diffusi la scorsa settimana, avevano scosso Wall Street e, di concerto, le Borse asiatiche ed europee. Ma in breve tempo la situazione si è rovesciata, e si è verificato un forte recupero, che ha innescato un trend rialzista. E ora, per la prima volta da mesi, i mercati stanno provando a rimbalzare: Wall Street ha visto tutti i suoi indici spiccare un balzo in avanti, con il Dow Jones che è tornato sopra i 30.000 punti. La riscossa di New York rappresenta uno dei migliori movimenti delle Borse da vari mesi. Non è casuale che il rimbalzo avvenga proprio ora: primo, perché a un settembre negativo segue, di solito, un ottobre in crescita; secondo, perché questo mese è tradizionalmente ricco di risultati. Tutti sperano, naturalmente, che la rimonta inneschi una fase virtuosa. Per ora, la rimonta è ancora lontana, considerato che l’indice S&P500 è ancora a -25% da inizio anno; tuttavia, si è arrestata la caduta, e questo non è poco.

Affitti Usa, rischio bolla

Non si intravede un termine, intanto, per il rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve: le aspettative si concentrano su un nuovo ritocco di 75 punti, a cui probabilmente ne seguirà uno di 50. Ma con i tassi alti, molte persone non possono più permettersi di accendere un mutuo, né di utilizzare l'abitazione come valore collaterale per ottenere finanziamenti. Questi problemi, che si affiancano al rialzo dei prezzi delle case avvenuto con la pandemia, hanno spinto molti potenziali acquirenti a rinunciare al mutuo, e vari proprietari a optare per la vendita della loro casa. La serie di cessioni e di mancati acquisti ha quindi ampliato il numero di abitazioni in affitto, spingendo in alto i canoni. E, contemporaneamente, rende possibile una discesa dei prezzi immobiliari, con il rischio di un'ulteriore bolla. Il continuo rialzo dei tassi da parte della Fed, insieme al rafforzamento del dollaro su gran parte delle valute, sta anche mettendo in seria difficoltà i paesi emergenti, che finanziano il loro debito con il biglietto verde. La moneta americana è utilizzata in circa il 90% delle transazioni mondiali in valuta estera: se quindi il trend rialzista dovesse proseguire, potrebbe presentarsi un serio rischio insolvenza in queste aree del mondo.

Il governo inglese completa la retromarcia. E la sterlina respira

In questi giorni, tuttavia, si stanno manifestando alcuni segnali di recupero sul dollaro da parte dell'euro. Ma soprattutto della sterlina, che sta approfittando del rimbalzo dei mercati britannici. Una vera inversione a U, che dipende dal licenziamento del cancelliere dello scacchiere Kwasi Kwarteng e della conseguente cancellazione del suo programma iperliberista. Non è un caso che il rimbalzo di Londra abbia preceduto Usa ed Europa. Il nuovo ministro delle Finanze, Jeremy Hunt, ha poi dichiarato quanto era nell'aria: il governo Truss cancellerà quasi interamente le misure fiscali comunicate da Kwarteng, il cui programma si è rivelato impraticabile: l'annuncio dei tagli fiscali, affiancati a una forte spesa pubblica per ridurre il costo delle bollette a carico di aziende e famiglie, ha provocato il crollo della sterlina, convincendo i mercati a vendere i titoli di stato inglesi. Questi movimenti hanno rischiato di danneggiare anche i fondi pensione, particolarmente sensibili nei confronti dei rialzi dei tassi. L'incognita ora è la tenuta dell'esecutivo. I piani avventati di Liz Truss e Kwasi Kwarteng hanno spaccato il Partito Conservatore e una parte dei Tories preme per un nuovo cambio al vertice, magari con un ritorno di Boris Johnson a Downing Street. Un rospo che Liz Truss difficilmente ingoierebbe a cuor leggero: più facile che la premier indica nuove elezioni (come è nei suoi poteri), consegnando di fatto le chiavi del civico 10 ai favoritissimi Laburisti. E ottenendo, almeno questa volta, il placet dei mercati, che hanno l'abitudine di precedere, con i loro comportamenti, i cambiamenti di governo. Anche nell'attuale dinamica politica inglese che, a detta di alcuni osservatori locali, si sta sempre più “italianizzando”.

Energia, timida schiarita

Ciò che è certo è che il caso inglese ha dimostrato l'impraticabilità, in questo momento storico, di qualsiasi piano di detassazione delle classi più abbienti. Rendendo di fatto impossibile al prossimo governo italiano l'introduzione della flat tax. L'emergenza energetica e l'inflazione galoppante rendono infatti prioritarie le misure per alleggerire le bollette di elettricità e gas. Il prezzo del metano ad Amsterdam è sceso ancora, portandosi ai livelli di giugno (sotto quota 130). Ma il ribasso, dovuto ai dati sugli stoccaggi e alla diminuzione delle richieste “a qualsiasi prezzo” non è ancora sufficiente: i valori restano altissimi, cinque volte superiori a una tariffa normale. E fuori misura per qualsiasi azienda. Le previsioni ottimistiche di alcuni esponenti del settore (come Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, e Renato Mazzoncini, amministratore delegato e direttore generale di A2A) sull'ulteriore calo dei prezzi fanno ben sperare. Ma l'emergenza è ben lungi dall'essere superata, e gli approvvigionamenti per l'inverno sono tutt'altro che sicuri al 100%. Per questo motivo, il tema energia ha priorità assoluta. Come anche il problema delle pensioni, che costringerà il governo ad approvare una riforma in fretta e furia, per evitare il rischio di un ritorno, a fine anno, della legge Fornero.

Un Nobel controverso

Mentre Jerome Powell è alla presa con i tassi di interesse, un suo predecessore è stato nominato Premio Nobel per l'Economia. Si tratta di Ben Bernanke, che fu presidente della Federal Reserve ai tempi della grande crisi del 2008, premiato insieme a Douglas Diamond e Philip Dybvig. Il riconoscimento a Bernanke ha scatenato alcune polemiche, che hanno visto alcuni osservatori lamentare la mancata vigilanza della Fed sul bubbone dei mutui subprime e sul fallimento di Lehman Brothers. Sta di fatto, però, che l'ex presidente della Fed ha gestito bene la crisi del 2008 e ha meritato il riconoscimento per il solo fatto di aver evitato il crollo del sistema finanziario americano senza che l'erario ci rimettesse un dollaro. Anzi, guadagnandoci pure. L'azione di Bernanke ha insomma dimostrato che i salvataggi pubblici, se condotti con raziocinio, hanno un senso logico per l'economia e il tesoro di un paese.

Montepaschi in picchiata

Se condotti con raziocinio, sottolineiamo. Una caratteristica che è mancata nel caso di Montepaschi, costato moltissimo alle casse pubbliche. Per la banca è ora il momento della verità: Mps è infatti alle prese con l'aumento di capitale. La Borsa non ha accolto bene i piani del gruppo senese, che venerdì scorso ha lasciato sul terreno il 42,11%. Nulla di così imprevisto, però: Montepaschi sta ricalcando il percorso di Saipem, con l'azzeramento del diritto d'opzione da parte degli azionisti. Non si intravedono, quindi, rischi sul fronte dell'aumento di capitale. Ma a pagare il conto saranno, come sempre accade in queste situazioni, i vecchi azionisti. Un gruppo molto numeroso, che comprende at large tutti i contribuenti italiani: il ministero dell'Economia e delle Finanze controlla infatti quasi il 70% della banca

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Price cap: forse ci siamo?

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Fissare un tetto europeo temporaneo sul prezzo del gas. Per poi sganciarlo da quello dell’energia. Sono le due misure allo studio dell'Unione Europea. Misure che, solo per essere state ipotizzate, hanno fermato l'aumento dell'oro blu, causando un arretramento del suo prezzo del 20% circa.
Meglio tardi che mai, viene spontaneo dire, dato che del price cap si parla da molto tempo, senza alcun risultato tangibile.
Eppure, una soluzione al problema appariva urgente già parecchi mesi fa, persino prima dell'escalation militare in Ucraina. Perché ricordiamolo: il rialzo dei prezzi del gas (e del petrolio) non è iniziato con la guerra, ma ben prima. La causa scatenante dei rincari è stata la ripresa della produzione dopo le restrizioni Covid e le vicende belliche non hanno fatto che aggravare una situazione già molto seria.
C'era quindi tutto il tempo per intervenire. Ma ogni appello per il price cap è caduto finora nel vuoto, anche a causa degli interessi nazionali divergenti che hanno impedito all'Europa di tutelare i suoi cittadini. Se le due misure fossero finalmente introdotte (e non è scontato) l'intervento sarebbe comunque tardivo. Anche perché la decisione sarà presa fra due settimane, e ci vorrà ancora un po' di tempo perché sia attuata. Tutto questo mentre varie aziende italiane e tedesche dei settori ceramica, vetro e acciaio non stanno riaprendo: per loro anche un'ora di troppo ha un costo salatissimo. E rischi inimmaginabili.

Alla ricerca di un tetto ragionevole
Riusciranno i nostri rappresentanti a introdurre una misura sensata? Ovviamente ce lo auguriamo tutti. Certo, occorrerebbe individuare un tetto realistico alla tariffa del gas, che possa mediare fra prezzi velleitari e valori insostenibili.
È possibile, per esempio, che il prezzo americano sia di 30 dollari e quello europeo di 260? Anche senza allinearci ai valori di oltre oceano, è davvero un'impresa fissare il cap a quota 60, o comunque sotto i 100? Se ci fossero costi a carico delle istituzioni, sarebbero comunque recuperati in un altro senso. Un price cap ridurrebbe l'inflazione, favorirebbe la ripresa, fermerebbe la disoccupazione (e interventi come cassa integrazione o sussidi) e darebbe più potere di spesa. E tutto questo compenserebbe ampiamente le spese per fermare la corsa folle del gas. Certamente, una svolta di questo tipo potrebbe essere aiutata da un meccanismo di equalizzazione europea, che mostri finalmente la coesione dell'intera Unione per respingere questo ennesimo attacco speculativo.

L'eccezione iberica
La strada del cap, tra le altre cose, è già stata battuta autonomamente da due paesi Ue: Portogallo e Spagna (con il placet di Bruxelles) hanno introdotto un tetto al prezzo del metano, riuscendo a contenere gli aumenti.
Forse una scelta analoga si sarebbe potuta fare anche in Italia. Se lo avessero voluto le forze politiche. E se Mario Draghi non avesse lasciato anticipatamente la guida del governo, senza peraltro essere stato di fatto sfiduciato.
C'è anche da dire che l'esecutivo è ancora in carica e che ha la possibilità di intervenire su tutti gli affari correnti. Per questo motivo sembra un po' una boutade l'invito di Carlo Calenda a sospendere la campagna elettorale per trovare una soluzione al problema gas: il governo può intervenire normalmente fino alle elezioni, e anche oltre.
Piuttosto, occorre che tutti i leader politici . indipendentemente dall'imminente appuntamento elettorale - appoggino Draghi nella ricerca di una soluzione. Che deve rivelarsi rapida e condivisa, oltre che indipendente da qualsiasi misura approvata in sede comunitaria.

Financial Times: "c'è chi scommette contro l'Italia"
Intanto, se n'è accorto anche il Financial Times: gli hedge fund stanno scommettendo al ribasso sul debito pubblico italiano. Siamo dunque nel bel mezzo di una nuova ondata di speculazioni selvagge sulla pelle delle persone, proprio nei giorni in cui la troika lascia la Grecia. Restituendole sovranità economica, ma anche una povertà inaudita e un pil devastato.
Una cosa è certa: tollerare queste speculazioni contro un qualsiasi paese di Eurolandia significa non reagire nei confronti degli attacchi all'euro. Le istituzioni comunitarie dovrebbero stroncare sul nascere queste operazioni vergognose. Se la Bce decidesse, finalmente, di mostrare il pugno di ferro ai fondi speculativi, questi ci penserebbero due, se non tre volte prima di piazzare una scommessa ribassista contro l'Italia. Perché poi la reazione dell'Eurotower sarebbe dura e forte.
Invece, nonostante il tanto sbandierato scudo, la Bce non è ancora intervenuta sullo spread a 230, anche se i dati economici italiani non sono certo negativi. Secondo uno studio Fabi, il nostro paese ha infatti un tasso di indebitamento dello 0,6% (contro lo 0,9% circa di Germania e l'1% della Francia) ed è leader per ricchezza finanziaria rispetto al debito disponibile (3,4% contro il 2,8% della Francia, il 2,6% della Germania e il 2,5% della Spagna).
Se si prendesse in considerazione la media fra il debito pubblico e quello privato – e non solo il primo dato – le “pagelle” dell'Italia sarebbero decisamente migliori.

Powell fa il falco sui tassi. E le Borse soffrono
Anche i tassi non smettono di tenere banco. Soprattutto negli Usa, dove Jerome Powell ha annunciato che andrà avanti sulla linea dura. Nel corso della sua relazione annuale tenuta a Jackson Hole, nel Wyoming, il presidente della Federal Reserve ha dichiarato che l'istituto centrale proseguirà con il rialzo del costo del dollaro, anche se l'operazione – ha dichiarato – porterà "qualche sofferenza" all'economia americana.
Il ritocco dei tassi, di 50 o 75 punti, è previsto per settembre, ma il suo annuncio ha avuto un impatto immediato su Wall Street e sulle Borse europee, influenzate anche da una possibile mossa analoga da parte della Bce.
Una reazione un po' esagerata, dato che i rialzi sono sì maggiori del previsto, ma ancora non altissimi. D'altra parte nel trading l'emozionalità è ancora troppo presente, e forse è impossibile eliminarla del tutto. Certamente, almeno in Europa, non sono tanto i tassi americani a far paura, ma la questione energia: se si riuscisse a ristabilire una certa tranquillità su gas, petrolio e materie prime (compresi palladio e neon, la cui penuria sta impattando sulla fornitura di chip), si creerebbero le condizioni ideali per investire. Anche se oggi sembra molto difficile scendere sotto i livelli raggiunti dai mercati europei in questo periodo.

 

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