Borse in attesa delle banche centrali

I mercati hanno aperto il 2024 con uno storno, che però è stato recuperato totalmente all'inizio della seconda settimana di contrattazioni. Tra i motivi dell'incertezza, la cautela di Fed, Bce e Boe sui tempi e le modalità del taglio dei tassi. Su cui, tuttavia, ci sono motivi fondati di ottimismo

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo due mesi scoppiettanti e un dicembre ancora molto brillante, le Borse hanno aperto il 2024 con calma e cautela. A imporre un certo rallentamento, i noti problemi geopolitici e l'incertezza sui tempi e le strategie delle banche centrali. C'è inoltre chi afferma che, dopo un periodo positivo così prolungato, un certo storno era da attendersi; qualcuno ha invece dato un'interpretazione più ottimista, derubricando la flessione a un normale periodo di trading range. La settimana in corso ha fornito le prime risposte: nel primo giorno della seconda settimana di contrattazioni, i mercati si sono già riportati ai livelli di fine anno. Lo hanno fatto persino i tecnologici americani, che dopo un breve ritracciamento hanno recuperato velocemente il terreno perduto, trainando anche il Nikkei. A mostrare un andamento più virtuoso, la Borsa di Milano, spinta – come succede ormai da tempo – dalla folta presenza dei titoli finanziari nell'indice. Senz'altro positiva, per Piazza Affari, anche la discesa dell'inflazione italiana, in controtendenza rispetto a quanto accade nel resto d'Europa, specialmente in Francia e Germania.

La “locomotiva” arranca

Il vortice inflattivo non è l'unica notizia negativa per Berlino, che ha archiviato, per il sesto mese consecutivo, un calo della produzione industriale manifatturiera (-0,7%, con un -4,8% dallo scorso novembre). Attualmente, a tenere in pista il Pil tedesco è solo il settore dei servizi. I motivi sono sotto gli occhi di tutti. Da una parte, la Germania è il Paese più penalizzato dalla situazione ucraina, poiché ha dovuto giocoforza rinunciare alla gran parte delle forniture di gas russo a basso costo, che favoriva un export molto competitivo. A questo, si aggiungeva la possibilità di potersi finanziare a livelli più bassi di altri paesi europei, grazie al differenziale favorevole. Alla crisi tedesca si aggiungono le manifestazioni degli agricoltori, che si sono uniti nella protesta ai colleghi olandesi e stanno bloccando le principali arterie viarie e autostradali del Paese con trattori e camion. Due i principali motivi del disagio: da una parte, l'abolizione dei benefici sul diesel 2 e di altre agevolazioni per il settore voluta dal governo Scholz; dall'altra, la programmata eliminazione, decisa dalle istituzioni europee, di una parte di produzione agricola e allevamento per restituire terreni alla natura. Un'operazione che, se realizzata, rischierebbe di causare alla Germania e all'Europa una drammatica perdita di produttività e, naturalmente, anche di posti di lavoro. Solo considerando le esportazioni, l'agricoltura tedesca vale circa 50 miliardi di euro: questo dato è sufficiente per comprendere quando gli interventi nazionali e comunitari potrebbero spedire nel baratro la prima economia europea. E, di rimando, l'intero continente, che già nel secondo semestre dell'anno ha evidenziato un problema di crescita rallentata.

Tassi, pensieri e parole

L'incertezza sul comportamento delle banche centrali dipende dall'atteggiamento dei loro dirigenti, che continuano a concentrarsi su una lotta senza quartiere all'inflazione (ormai sotto controllo) più che sul rallentamento delle economie. La Federal Reserve ha raffreddato gli entusiasmi, esprimendosi all'insegna della massima cautela. La Banca d'Inghilterra tace, nonostante gli appelli dei manager aziendali (“un taglio anticipato dei tassi”, ha detto a questo proposito Roger Barker, direttore delle politiche e della corporate governance dell'Institute of directors, potrebbe “aiutare a rilanciare la fiducia nel settore aziendale”). La Banca Centrale Europea, da parte sua, è stata molto chiara: il suo consigliere Boris Vujčić, governatore dell'istituto centrale croato, ha affermato che non si verificheranno tagli di tassi prima dell'estate. Le posizioni di Fed, Bce e Boe sono, tuttavia, mitigate da una certa fiducia indotta dalla logica, che suggerisce un ammorbidimento della stretta monetaria di qui a qualche mese. Soprattutto in considerazione delle scadenze elettorali in programma nel 2024. In un anno caratterizzato dal rinnovo dei parlamenti di Bruxelles e di Londra e della presidenza Usa, le banche centrali saranno costrette a impostare le loro strategie in un’ottica pro mercati. Specialmente negli Stati Uniti, dove la consultazione è vissuta in maniera particolarmente tesa. Tuttavia, dopo essersi impegnate in una folle gara a inseguimento per oltre un anno, le banche centrali non possono smentirsi in modo così palese, percorrendo il cammino inverso in fretta e furia e con uguale velocità, e soprattutto preannunciandolo apertamente. Nella migliore delle ipotesi, quindi, il cambio di rotta inizierà ad aprile o maggio. Ad aprire le danze sarà, molto probabilmente, la Federal Reserve. Non è escluso che la banca centrale americana prosegua nelle dichiarazioni all'insegna della cautela e cambi rotta a sorpresa, con pochi giorni di preavviso. A differenza della Bce, che proverà a “tenere duro” il più possibile.

Petrolio, il dietrofront saudita abbassa i prezzi

Se l'inflazione è sotto controllo, contribuisce anche il rallentamento delle materie prime, causato anche dal calo di domanda da parte della Cina. Il petrolio, in particolare, è sceso sotto quota 80 dollari al barile (il Wti si avvicina addirittura a 70). Il calo del prezzo del greggio, che avviene nonostante i noti problemi in Medio Oriente e sul Mar Rosso e malgrado le previsioni di segno opposto da parte degli esperti, dipende soprattutto dai tagli delle tariffe decisi dall'Arabia Saudita e dal contemporaneo aumento della produzione da parte dell'Opec. Una situazione abbastanza strana, se pensiamo che, fino a poco tempo fa, Riyad puntava a un calo della produzione, con un contestuale aumento dei prezzi. Questa posizione aveva convinto l'Angola a lasciare l'Opec, rischiando anche di portarsi dietro anche la Nigeria.

Cina, respiro dalla banca centrale?

Pechino sta invece cercando una riscossa, dopo il profondo rosso causato dalla bolla immobiliare e dal calo della domanda. A dare respiro a un'economia in sofferenza potrebbe essere la Banca Popolare Cinese, da cui ci si aspetta un calo degli accantonamenti obbligatori a cui le aziende di credito locali sono tenute. Un provvedimento che, se adottato, avrebbe un potenziale molto forte sul supporto all'economia in un momento di stagnazione. A questo si aggiunge che le aziende cinesi, essendo sussidiate dallo Stato, hanno la possibilità di mettere in atto politiche aggressive in termine di prezzo. Non per niente, Pechino è diventato il primo esportatore al mondo di automobili, superando il Giappone che da molto tempo dominava la classifica.

Foto di Mark König su Unsplash


La folle corsa del gas

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Il prezzo del gas continua a salire vertiginosamente, inanellando record su record. Dopo il nuovo stop a Nord Stream, l'oro blu ha sfiorato quota 300 euro a megawattora, per poi attestarsi nell’intorno dei 270 euro.
Il rischio è ormai noto: se non si dovesse trovare una soluzione, l'economia europea potrebbe crollare, con scenari da incubo. Vale a dire: imprese che chiudono, forte aumento della disoccupazione e cittadini sull'orlo della povertà.

L’impatto delle sanzioni su Mosca

Per capire il trend è sufficiente esaminare la differenza tra le bollette di agosto 2021 e quelle attuali, che in alcuni casi arrivano a costare sei volte tanto. Finora, in Italia si è cercato di turare la falla con sconti sull'imposizione fiscale in bolletta, che sono costati circa 30 miliardi di euro, pari a 2 punti di Pil. E le nuove, inevitabili riduzioni per i prossimi mesi costeranno altrettanto.
La corsa del gas dimostra ancora una volta quanto i sei pacchetti di sanzioni introdotte dall'Ue contro la Russia abbiano avuto un impatto non del tutto atteso. Soprattutto in paesi come Germania e Italia, legati mani e piedi alle forniture di Mosca. Non è un caso che a Berlino l'asse pro-embargo inizi a incrinarsi; il liberale Wolfgang Kubicki, vicepresidente del Bundestag, ha proposto senza mezzi termini l'apertura del Nord Stream 2, la cui inaugurazione è stata bloccata su pressioni americane, per poter salvare l'economia tedesca. Una posizione singolare per un dirigente di un partito particolarmente severo nei confronti della Russia e della sua aggressione all'Ucraina.
Se la Germania invertisse la rotta, respirerebbe un po' anche l'economia italiana, già duramente colpita dallo stop ai commerci con Mosca. Solo le mancate esportazioni costano al nostro paese un punto di pil – e l'impatto potrebbe essere persino maggiore se non ci fossero le “triangolazioni”, cioè la presenza di alcuni paesi che accettano di fare da intermediari tra l'Italia e la Russia, permettendo alle aziende di aggirare l'embargo.
Le sanzioni – lo avevamo previsto fin da febbraio – non riescono a generare l’impatto atteso sull’economia russa, che finora, è stata colpita solo marginalmente in alcuni ambiti, ma favorita in modo massiccio in altri. Con un saldo positivo. Un esempio su tutti: Gazprom ha chiuso il 2021 con un utile netto pari a poco meno di 28 miliardi di euro, in forte crescita rispetto ai 2 miliardi dell’anno precedente – e prevede di raddoppiarlo con riferimento al 2022.
Non era questo l'obiettivo delle misure europee, ma un'eventualità simile era facilmente pronosticabile.

Il delisting cinese
La reazione occidentale ha anche compattato Russia e Cina, come ha ricordato in un'intervista Henry Kissinger. In particolare, l'ex segretario di stato americano – a suo tempo fautore della distensione con Mao - ha puntato il dito contro la politica miope dell'amministrazione a stelle e strisce, anche in relazione alle tensioni su Taiwan.
E proprio nel momento più critico delle relazioni tra Washington e Pechino arriva un annuncio: cinque colossi cinesi hanno deciso il delisting dal Nyse, che avverrà probabilmente il prossimo mese. La capitalizzazione di mercato di queste società è enorme: 370 miliardi di dollari, più della metà, ricordiamolo, di quella della Borsa di Milano.
Sullo sfondo c'è la proposta, avanzata lo scorso giugno, di una nuova moneta unica globale istituita dai Brics, che potrebbe essere istituita per rappresentare un'alternativa al dollaro statunitense negli scambi internazionali. Un'idea sul tappeto da molti anni, ma tornata alla ribalta con la crisi fra Stati Uniti, con l'occidente a ruota, e l'asse russo-cinese. Se le cinque potenze emergenti mettessero in atto questo proposito, in futuro gli stati occidentali vedrebbero ridimensionata l’efficacia di sanzioni come quelle inflitte all'economia russa.

Inflazione alle stelle
Mentre, è persino inutile ripeterlo, l’effetto boomerang di queste misure sta creando criticità sempre pià acute all'Europa, che grazie al caro-gas sta subendo impotente il galoppo dell'inflazione. A luglio 2022, il dato ha raggiunto l'9,8% per l'Ue (era 2,2% nello stesso periodo dell'anno precedente) e l’8,9% per l'eurozona. Percentuali che avrebbero potuto essere persino più elevate se il petrolio non avesse fermato la sua corsa, attestandosi su un più ragionevole prezzo di 90 dollari al barile.
Si prevede che l'inflazione continui a salire fino a gennaio, per poi stabilizzarsi. A meno che il caro-gas prosegua in questi termini, provocando la chiusura di molte aziende e la distruzione della florida economia europea.
Finora, a calmierare gli aumenti ci sono gli sconti decisi dal governo e le formule, offerte a suo tempo dai fornitori di energia, di gas bloccato per uno o più anni. A loro volta, queste società si coprono dai minori introiti con l'acquisto di contratti derivati sulla Borsa di Amsterdam, per assicurare il prezzo ai consumatori e alle aziende senza perdere profitto.

Borse, tornano le difficoltà
Il pessimismo sull'inflazione e il timore di un nuovo rialzo dei tassi hanno influito anche sui mercati. Le Borse hanno esaurito la loro spinta propulsiva che durava da luglio. Milano, in particolare, ha raggiunto i minimi del mese.
Lo stop è meno preoccupante per i mercati americani, che erano rimbalzati molto, portando l’indice S&P500 a dimezzare le perdite annue. Per gli indici made in Usa si tratta, finora, di una normale fase di trading range – in attesa, naturalmente, di capire le reazioni al delisting cinese.
Situazione diversa, invece, per l'Europa, il cui rimbalzo si era dimostrato di minore portata. Il nostro continente è sotto la doppia minaccia della recessione e dell'esplosione dei costi industriali, che hanno rallentato la fase positiva. Proprio lo scenario a tinte fosche per il prossimo inverno ha colpito, in particolare, i titoli industriali tedeschi, e ha messo sotto pressione quelli finanziari italiani.

Attenti allo spread
Le sfide del prossimo ottobre sembrano preoccupare tutti. Quasi tutti. Perché la campagna elettorale continua a concentrarsi su temi di vario tipo, senza però sfiorare quelli più importanti: la crisi del gas e l'inflazione galoppante.
Nessuno parla, perché tutti i politici in competizione hanno paura di aprire il sipario e mostrare agli elettori uno spettro che aleggia sul paese: l'ingresso della troika in Italia, che potrebbe ridimensionare la capacità di movimento dello schieramento vincitore alla prossima tornata elettorale.
Ora lo spread è salito a 230, e lo scudo europeo non è una protezione incondizionata. Lo ha ricordato anche Joachim Nagel, presidente della Bundesbank, sottolineando che questo meccanismo non è automatico, che ci sono condizioni da rispettare. Il timore diffuso è che il prossimo governo, qualunque esso sia, non possa evitare di confrontarsi con i paletti posti nel suo cammino da regole europee e banchieri centrali. E di varare misure impopolari per aziende e famiglie italiane.
Certo è che, qualunque cosa accada, la finanziaria del prossimo esecutivo non potrà essere troppo diversa da quella varata dal governo uscente.

 

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