I mercati navigano a vista
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
I mercati sembrano potersi rilanciare dopo la fase più dura, che da inizio anno ha portato lo S&P a -7% e le Borse europee a -10%. Impossibile prevedere i prossimi movimenti; finora è possibile affermare che la correzione c’è stata, ma non si è rivelata così violenta come la situazione attuale avrebbe potuto far credere. Ancora una volta, gli indici europei si sono dimostrati resilienti. Ed è bastata la dichiarazione di Donald Trump sulla durata della guerra (che, ha detto, non si protrarrà oltre due o tre settimane) per favorire un calo del petrolio e, di lì, la fiammata delle Borse. Anche di quelle asiatiche, perché il Far East è la zona del mondo che dipende maggiormente da petrolio e gas di importazione: in particolare, dopo una discesa rilevante, il Nikkei ha chiuso l’ultima seduta a oltre +5%.
Percezione di provvisorietà
Gli indici cercano quindi di captare qualsiasi segnale positivo (o anche vagamente interpretabile come tale) per provare a uscire dal pantano e abbozzare tentativi di rimbalzo. La precedente dichiarazione di Trump su una possibile fine delle ostilità entro il prossimo 6 aprile aveva permesso alle Borse di recuperare le perdite; passato l’effetto-annuncio erano tornati i ribassi, rovesciati a sua volta da una sorprendente inversione a U (sempre originata da un discorso del presidente americano, come abbiamo ricordato). E la tendenza positiva sembra poter proseguire. Ma, come è facile capire, siamo in una fase di estrema provvisorietà, e la forza che le Borse hanno dimostrato più volte non è sempre in grado di evitare rovesci e arretramenti. In altri termini, si naviga a vista, cercando di limitare i danni e di sfruttare ogni minima occasione per riguadagnare terreno. L’imperativo è, dunque, quello di vivere alla giornata. E, una volta finita la guerra, di dimostrarsi pronti a cogliere le opportunità e a sfruttare il probabile rimbalzo poderoso che ci si attende a fine conflitto. L’esempio più vicino in ordine di tempo è quello del Covid, che ha depresso le Borse, per poi lasciar spazio a un violento balzo in avanti. Dopo le crisi viene spesso il sereno, che porta con sé le opportunità per rimpinguare il portafoglio. Quando le Borse scendono di una percentuale vicina al 10%, è spesso consigliabile aggiungere qualche investimento, per poi rivenderlo quando il mercato sale.
Il nodo di Hormuz
La vera preoccupazione non è tanto la possibilità che si verifichino nuovi ribassi fisiologici delle Borse, quanto il rischio di inflazione dovuto alle restrizioni di transito a Hormuz. Il blocco (parziale) dello stretto contribuisce in senso decisivo al continuo innalzamento del prezzo del petrolio, oltre al rincaro della quotazione del gas.
Ma non è solo una questione di greggio e di metano. Da quel braccio di mare sono infatti solite transitare anche altre materie prime, oltre a elementi che servono sia per l’industria agroalimentare (fertilizzanti su tutti), sia per quella chimica. Alla lunga, impedire alle navi di trasportare questa merce potrebbe portare a problemi gravissimi. Per il mondo occidentale, con un’ondata di inflazione difficilmente controllabile. Ma ancora di più per l’Africa: un blocco delle navi che trasportano materie prime alimentari rischierebbe di rallentare l’approvvigionamento alle industrie e la produzione agricola, proprio all’inizio della stagione di semina. Con i rischi di penuria, se non di carestia, per le popolazioni locali, e i possibili sconvolgimenti provocati dalle conseguenti migrazioni di massa. Ma il maggiore rischio di inflazione potrebbe avverarsi se, dopo un lungo periodo di restrizioni al passaggio marittimo, Hormuz tornasse rapidamente in piena efficienza: in questo caso, infatti, si verificherebbe una corsa per accaparrarsi le scorte, che provocherebbe una crescita incontrollata dei prezzi. Con i relativi guai per i cittadini: a goderne sarebbero solo i Paesi indebitati, per cui l’inflazione è spesso un toccasana.
Bond o azioni?
Per l’Italia, Moody’s ha alzato le previsioni di inflazione dall’1,8% al 2,1%, mentre la crescita 2026 sarà, sempre secondo l’agenzia di rating, dello 0,7% (-0,1% rispetto alle previsioni precedenti). Per proteggersi dai rischi in un simile quadro, i bond possono non rappresentare la scelta migliore. Le obbligazioni sono un parcheggio temporaneo di liquidità, ma non offrono più rendimenti allettanti. I bond governativi hanno perso un po’ dall’inizio della guerra, ma già prima le loro performance erano abbastanza basse; le obbligazioni societarie, da parte loro, soffrono invece gli spread governativi ristretti. In questo quadro il posizionamento sul comparto obbligazionario è pertanto consigliabile solo se accompagnato da un’attenta gestione attiva dell’investimento. Piuttosto che accaparrarsi i bond, è quindi più consigliabile puntare sull’azionario, aspettando il tempo propizio per investire sui settori attualmente penalizzati. Come il settore finanziario, che è sceso più dell’indice e ha sofferto parecchio, ma già ora sta provando una risalita, forse anche in previsione di dati trimestrali positivi. A fine guerra, il settore potrebbe tornare a correre, regalando molte soddisfazioni agli investitori. Ottime anche le prospettive del settore infrastrutture petrolifere, già in spolvero, e che nei prossimi anni sarà premiato per i ricavi provenienti dalle riparazioni degli impianti danneggiati e dalla costruzione di nuovi oleodotti.
Oro, in vista un assestamento?
Oro e argento, da parte loro, tentano di rimbalzare, anche se i massimi storici sono molto lontani, e difficilmente raggiungibili, almeno a breve termine. I due metalli sono stati oggetto prima di “realizzo” da parte dei risparmiatori, forse spinti dal bisogno di affrontare la crisi con denaro contante, poi dai Paesi arabi, che hanno ceduto una parte delle loro riserve per finanziare questa crisi. Oro e argento, dunque, potrebbero aver raggiunto una quotazione abbastanza stabile. Un po’ come il franco svizzero che, dopo essere salito a quota 1,11 sull’euro, ha invece fatto qualche passo indietro, fino a 1,08, per poi risalire leggermente a 1.09. La moneta elvetica è comunque sempre vicina ai massimi e ha evitato un ritracciamento simile a quello dell’oro, anche per le dimensioni ridotte del suo impiego.
Gli spiragli di pace fermano il crollo dei mercati
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La dichiarazione di Donald Trump sui colloqui di pace con l’Iran ha calmato l’estremo nervosismo che si era diffuso in Borsa. Ed è accaduto l’impensabile: dopo un crollo del mercato europeo pari al -3%, si è verificato un veloce recupero del 2%, favorito anche dal calo del 10% circa del costo del petrolio. Era dal 2020 che non si verificava un rimbalzo così violento, racchiuso in una ventina di secondi e frutto anche della volatilità che contraddistingue questa fase dei mercati. Non per niente, si è poi verificato un nuovo ritracciamento, ma più graduale – segno che i mercati stanno cercando di incanalarsi in un pattern di pseudo normalità.
In attesa
I mercati restano cauti e in attesa di capire se i colloqui siano davvero in corso (sembra di sì, nonostante il consueto balletto delle smentite) e, in caso positivo, se possano portare a una de-escalation.
Tutto si deciderà nei prossimi dieci giorni: a svolgere un ruolo centrale sarà ovviamente la possibilità che lo stretto di Hormuz possa riaprire al traffico marittimo regolare (alcune ore fa è stato aperto a navi “non ostili”). Un eventuale esito positivo dei colloqui potrebbe non solo fermare la crisi energetica (che ha già obbligato alcuni Paesi ad attingere alle riserve petrolifere), ma anche evitare ulteriori rischi nel Mar Rosso, in grado di fare nuovi danni alle economie di tutto il mondo. Soprattutto a quelle dai Paesi importatori, cioè gran parte dell’Europa e del Far East. Se le cose dovessero andar bene, e la situazione a Hormuz tornasse alla normalità, gli investitori avrebbero la possibilità di rimpolpare il loro portafoglio, puntando su settori – come quello finanziario – penalizzati dalla guerra. Con un orizzonte di un possibile rimbalzo positivo e violento. Se invece le cose dovessero andare male, si potrebbe verificare una nuova correzione dei mercati, anche se non così drammatica: le Borse sembrano infatti aver già espresso gran parte delle perdite dovute alla crisi bellica. Più che i mercati, potrebbero preoccupare le strategie delle banche centrali: la Bce ha già aperto alla possibilità di rialzi dei tassi e il mercato sta scontando la possibilità di tre ritocchi da 25 punti l’uno di qui a fine anno. Il motivo è sempre lo stesso: fermare l’inflazione dovuta al caro-petrolio – anche se, in realtà, l’inasprimento monetario non può incidere sul prezzo del greggio. Se questo fosse il caso, risulterebbe chiaro che non si impara mai dai propri errori: una delle concause della crisi del 2008 fu l’assurda politica di rialzo dei tassi portata avanti da Trichet mentre era ormai chiarissimo a tutti, ma non in Bce, che l’economia europea stava per entrare in una recessione devastante e il rialzo dei tassi non fece altro che accelerarla e aggravarla.
L’oro ripiega
La situazione caotica non ha risparmiato neppure oro e argento, che hanno ripiegato con forza. In realtà, i due metalli si trovavano già in una fase di correzione negativa, probabilmente perché erano arrivati alla fine del ciclo rialzista: l’oro, per esempio, in due anni e mezzo, è passato da 2.500 a 5.500 dollari l’oncia, e un arretramento era prevedibile. Nel trend in discesa ha fatto irruzione la guerra, e il ritracciamento è divenuto dirompente. Ai più, questo fenomeno è parso strano, perché solitamente in caso di crisi gli investitori corrono ad approvvigionarsi di beni rifugio. Vero. Ma in questo caso si è verificata una vendita massiccia da parte del mercato retail: i piccoli investitori in oro e in argento hanno preferito realizzare una plusvalenza, forse con l’obiettivo di accumulare denaro fresco per far fronte a eventuali difficoltà. Per questo motivo, non sarebbe così clamoroso se il metallo giallo scendesse ancora, fermando poi il ciclo ribassista sui 4.000 dollari, o anche leggermente sotto questa quotazione.
Dollaro forte: una condizione temporanea?
E il dollaro? Il dollaro ha guadagnato qualche posizione sull’euro, sulla scorta del caro-petrolio, ma il rimbalzo, peraltro modesto e contenuto, potrebbe avere vita breve. Una fine del conflitto in Iran o almeno una cessazione delle ostilità potrebbe far riprendere la discesa del dollaro fino a 1,20.
Accordi commerciali
Intanto, l’Europa cerca di accelerare su partnership commerciali con altre parti del mondo: poco dopo aver siglato l’intesa con il Mercosur dopo oltre 25 anni di trattative, l’Ue ha raggiunto un accordo di libero scambio con l’Australia, chiudendo negoziazioni in corso dal 2018. L’intesa, che stabilisce anche collaborazioni in campo militare e tecnologico, elimina quasi del tutto le tariffe doganali e punta ad aumentare del 33% l’export dell’Unione Europea nei confronti dell’Australia. Questi accordi mirano a diversificare i commerci in un periodo storico che sembra orientato al ritorno del protezionismo. Ma, è bene ricordarlo, non è possibile sostituire la partnership commerciale con due giganti come Stati Uniti e Cina, senza i quali le altre parti del mondo sarebbero praticamente tagliate fuori dai grandi giri mercantili. Il problema è che sono proprio Washington e Pechino a dettare una linea all’insegna del protezionismo doganale, anche se la decisione della Corte Suprema americana ha reso (almeno per ora) meno critica la situazione. Gli accordi commerciali con altre aree del mondo non sono quindi in grado di sostituire gli enormi scambi con le due grandi potenze. Più efficaci sembrano, invece, i tentativi delle aziende energetiche di trovare approvvigionamenti alternativi di gas e petrolio, in un momento molto delicato, che ha messo a rischio il 20% della produzione mondiale di Gnl a causa degli attacchi al Qatar. Proprio in un’ottica di diversificazione Eni e Petronas hanno formato una newco in grado di mettere a fattor comune 19 asset in Indonesia e Malaysia.
I fondi in pressing sulla serie A
Non si placa l’interesse di fondi e proprietà straniere per il calcio italiano: secondo Il Sole 24 Ore, si sarebbero verificate due manifestazioni di interesse made in Usa per la Cremonese. La società grigiorossa è saldamente nelle mani di Giovanni Arvedi, imprenditore che ha fatto molto per la città di Cremona e la sua squadra, oltre che per il settore delle acciaierie, salvando anche alcune aziende. Se Arvedi dovesse cedere, si concretizzerebbe l’addio al calcio di uno degli ultimi mecenati-gentiluomini sportivi di vecchia scuola. Detto questo, è difficile comprendere come un fondo possa trarre profitto da una squadra, se non acquistandola a prezzi limitati, facendo crescere il suo livello e vendendola. Tuttavia, il mondo del calcio ha regole diverse rispetto agli altri settori di business: per monetizzare su un club occorre investire in risorse tecniche e cercare di unire alla principale fonte di ricavi (quella delle televisioni) possibili partecipazioni a manifestazioni europee. Ma l’accesso dal campionato alla Champions League è riservato a quattro squadre – cinque quando va bene – ed è difficile che una “provinciale” possa ambire a tanto. Per un posto nell’Europa che conta sta lottando, è vero, il Como; ma la società lariana è controllata dall’imprenditore più ricco della serie A, e il suo modello è difficilmente replicabile. Per quattro squadre che rimpolpano i loro bilanci con una partecipazione in Coppa dei Campioni, ce ne sono altre 16 che non lo fanno, e devono mantenere i conti in ordine con un difficile equilibrio fra cessioni strategiche e acquisti mirati, per non indebolire il tasso tecnico della squadra.


