La Fed annuncia un rallentamento dei tagli: Borse in subbuglio

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La Federal Reserve, come era scontato, ha deciso di tagliare di 25 punti base i tassi di interesse, la cui forbice si situa ora fra il 4,25 e il 4,5%. A sgombrare il campo da tutti i dubbi sulla terza sforbiciata dell’anno, i valori dell‘inflazione, attualmente al 2,7%, un poco sopra il target del 2%. La banca centrale statunitense ha anche fatto capire che ora il trend rallenterà: nel 2025 sono infatti previste due sole riduzioni invece delle quattro ipotizzate. Una strada che la Fed può imboccare senza particolari problemi, dato che gli indicatori sul mercato del lavoro e quelli sui consumi fanno sorridere i cittadini americani, favoriti da un’economia che continua ad andare a gonfie vele.

Mercati nervosi

Se non che, il rallentamento non è piaciuto alle Borse, che hanno preso male la strategia hawkish di Jerome Powell e compagnia, lasciando sul terreno mediamente il 3%. Mentre il dollaro si è rafforzato, scendendo a 1,330 sull’euro, per poi risalire oltre 1,4. Queste reazioni, onestamente, sono inspiegabili. Il rallentamento del ritmo dei tagli era ampiamente prevedibile e atteso da gran parte degli analisti: con un’economia in salute, gli Stati Uniti possono anche permettersi una libertà di movimento che la Bce, purtroppo, non ha. Molto probabilmente il calo delle Borse – poi parzialmente riassorbito – è stata la classica scusa, con cui i mercati hanno approfittato dell’annuncio Fed per alleggerirsi. Complice la scarsa liquidità che tradizionalmente caratterizza dicembre, la manovra degli investitori ha dato uno scrollone potente, soprattutto nelle Borse europee, che erano già intonate male.

La chiusura positiva non è a rischio

Dobbiamo aspettarci un colpo di coda che vanifichi una chiusura borsistica positiva del 2024? Assolutamente no. Come già detto, le Borse hanno già rimbalzato e potrebbero tornare sui livelli precedenti all’annuncio della Fed – anzi: ci sono già vicine. Anche se i listini taglieranno il traguardo in ordine sparso. Se, per esempio, le Borse americane (soprattutto il Nasdaq) archivieranno l’anno in grande spolvero, l’Eurostoxx 600 dovrebbe chiudere intorno a un più modesto 4%. Anche nel nostro continente, però, le differenze sono molte: se Parigi è sui livelli dell’anno precedente, Milano è balzata quasi del 10% da inizio anno, ipotecando la maglia rosa continentale 2024. Resta da capire se l’euro recupererà in modo forte sul dollaro. Facile che lo faccia, anche se non in tempi rapidissimi: Donald Trump ha affermato più di una volta che la sua politica prevede un biglietto verde non troppo forte, per favorire le esportazioni dell’industria americana. Attendiamo dunque la sua entrata in carica per avere una visione più chiara della sua politica monetaria.

Il trend delle obbligazioni

In uno scenario all’insegna dei movimenti non coordinati tra una e l’altra banca centrale, qual è l’andamento delle obbligazioni? Risposta semplice: come al solito, i mercati anticipano i trend e le decisioni degli istituti di vigilanza. Nel 2022, i bond hanno recepito l’imminente rialzo dei tassi e gli investitori le hanno acquistate a tutto spiano. Oggi, soprattutto in Europa, si stanno già scontando le prossime riduzioni, che dovrebbero portare il costo del denaro verso il 2%. Il riflesso immediato si riscontra in maniera più accentuata nei rendimenti dei bond a breve, un po’ meno sulle scadenze più lunghe. Sotto questo aspetto, il 2025 non si preannuncia particolarmente florido. Ma un bravo gestore obbligazionario saprà certamente cogliere le opportunità che i mercati offrono.

Gas, nuova impennata?

Intanto, l’economia europea continua a latitare e nel 2025 potrebbe farlo ancora di più. Per le politiche troppo radicali sul green deal, certo. Ma non solo. A fine anno, infatti, scade l’accordo fra Russia e Ucraina per il transito del gas di Mosca verso l’Europa. Kiev ha già annunciato che non lo rinnoverà, chiudendo del tutto i rubinetti. Il che sta creando panico in Europa. Sì, perché nonostante i proclami di questi anni, il gas russo arriva ancora alle nostre latitudini, anche se in misura minore rispetto al 2022. Ed è molto importante soprattutto per alcuni Paesi dell’Europa Centrale (Austria, Ungheria, Slovacchia in testa), ma anche per l’Italia, che pur ha trovato altre fonti di approvvigionamento. “Nessuna casa resterà al freddo”, ha gettato acqua sul fuoco il premier austriaco Karl Nehammer: “gli impianti di stoccaggio del gas sono pieni a sufficienza”. Fino all’estate, certo. Ma dopo? Come se non bastasse, il Qatar ha minacciato il blocco del gas verso l’Europa se i Paesi membri applicheranno integralmente la nuova legislazione Due Diligence. Una norma che introduce penalità fino al 5% del fatturato per le imprese che non rispettano i criteri minimi di diritti umani, lavoro ed emissioni di carbonio. Saad al-Kaabi, ministro dell’Energia della monarchia del Golfo, ha dichiarato al Financial Times che in caso di sanzioni da parte di un Paese dell’Unione Europea, Doha interromperà le esportazioni di Gnl. In questa situazione si inserisce la minaccia di Trump, intenzionato a inserire dazi per i Paesi che non compreranno dagli Stati Uniti petrolio e gas (molto caro, anche per i costi di trasporto). Se le dichiarazioni del presidente eletto americano potrebbero rivelarsi nulla più che una boutade molto consona al personaggio, i fronti ucraino e qatariota destano più preoccupazione. Nei confronti di Kiev, l’Europa ha un potere negoziale a cui, finora, ha sempre rinunciato: è il momento buono per trattare da una posizione di forza e ottenere una proroga. Come è anche possibile parlare con il Qatar e raggiungere un accordo che scongiuri l’alt all’esportazione di materie prime. Certo è che tre fantasmi si agitano per l’Europa e rischiano innescare nuovamente un’impennata del prezzo del metano. In una situazione economica molto peggiore rispetto a quella del 2022, con conseguenze davvero inimmaginabili.

I titoli più appetibili

Per ora, il petrolio resta intorno i 70 dollari al barile e il gas sopra i 40 euro a megawattora: la presenza di stoccaggi almeno per l’estate dovrebbe darci il tempo per risolvere il problema di ulteriori cali di fornitura. Intanto, mentre l’oro nero rimane in fascia di sicurezza, i titoli petroliferi sono calati del 13% dall’inizio di dicembre a oggi, rendendo conveniente agli investitori comprare queste azioni a piene mani. Buone prospettive anche per gli investimenti in utility, in previsione dei nuovi tagli dei tassi che saranno operati dalla Banca Centrale Europea.

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Arriva giugno. E si apre il balletto dei tassi

Alla prossima riunione del board Bce sarà quasi sicuramente avviato l'allentamento della stretta monetaria, che potrebbe offrire un clamoroso bis a luglio. La Fed, invece, non ci pensa neanche, almeno per il momento. E la Bank of England cerca di prendere tempo. Per tutti e tre gli istituti centrali sarà comunque decisivo l'esito delle rispettive elezioni

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Prosegue l'andamento ondivago ma tranquillo delle Borse europee. La scorsa settimana, Milano ha recuperato dai minimi e chiuso in negativo, per poi rialzarsi alla riapertura, con un ritrovato interesse sui finanziari. Lo zig zag della Borsa è fisiologico, soprattutto in un periodo contraddistinto da utili e dividendi che Piazza Affari ha superato indenne. Non c'è stato spazio neppure per il tradizionale sell in May, anche per l'imminente appuntamento elettorale.

Bce, volo di colombe

Quasi insignificante, invece, il nervosismo sui tassi. Anzi: le recenti dichiarazioni di esponenti Bce sui tagli di giugno (e sulla clamorosa possibilità di una replica a luglio) hanno influenzato il rialzo di Piazza Affari. Anche perché le esternazioni iniziano a essere numerose. Aveva servito un bell'assist Piero Cipollone, membro italiano del board Bce, nel corso di un intervento al Festival dell'Economia di Trento. "Il 6 giugno avremo il consiglio e mi aspetto che ci sia una prima mossa di riduzione dei tassi. Poi, bisognerà discutere, vedere". In funzione dei dati che emergeranno. Era poi stata la volta di Philip Lane, capo-economista della Banca Centrale Europea, che in un'intervista al Financial Times aveva confermato la quasi sicurezza della prima sforbiciata: “a meno di grosse sorprese, quello che vediamo in questo momento è sufficiente per rimuovere il livello massimo di restrizione”. Con la possibilità di proseguire su questa strada se l'inflazione si avvicinerà chiaramente all'obiettivo del 2%, pur con una politica monetaria che "deve rimanere in territorio restrittivo". Il che non significa certo limitarsi a un solo ritocco. Lo ha chiaramente fatto capire François Villeroy de Galhau, governatore della banca di Francia. "A volte leggo che dovremmo tagliare i tassi soltanto una volta ogni trimestre", ha dichiarato in un'intervista a Börsen Zeitung, "e quindi escludere luglio", per aspettare volta per volta i dati. Strategia che non lo trova completamente d'accordo. "Non dico che dovremmo impegnarci già a luglio, ma manteniamo la nostra libertà su tempi e ritmi". Vale a dire: a giugno si taglia, a luglio non è escluso a priori. Bundesbank permettendo: l'istituto centrale tedesco sembra favorevole al taglio di giugno, ma abbastanza scettico su un bis a luglio. Naturalmente, le decisioni in materia saranno influenzate anche dalla scadenza elettorale dell'8 e 9 giugno.

La Boe attende le elezioni

Stessa storia per la Bank of England, che alla prossima scadenza, a quanto ci si attende, non taglierà. L'inflazione è pur scesa per il terzo mese di fila, anche grazie al calo dei prezzi dell'energia, mentre sui beni il trend è addirittura in deflazione. Ma evidentemente questi dati non sono sufficienti, anche perché resta alta l'inflazione nei servizi (5,9%). E' molto probabile che l'istituto centrale inglese preferisca attendere le elezioni generali, che il premier Rishi Sunak (un po' a sorpresa) ha fissato per il prossimo 4 luglio. In questo caso, la Boe avrà anche la possibilità e il tempo di osservare le mosse della Bce, cercando di valutare se è possibile uniformarsi, anche in parte, alla "consorella" di Francoforte.

Fed, attesa a pié fermo

Chi invece resta come un soldato sull'attenti è la Federal Reserve. Sfumato un taglio a giugno e forse uno a settembre, i mercati scommettono sulla sforbiciata di dicembre. Anche se aumentano le voci che vedrebbero addirittura un trend di segno opposto, e cioè un rialzo dei tassi. Questa possibilità sembra emergere dalle minute dello scorso aprile, che esprimono preoccupazioni sul fronte inflattivo. Mentre l'economia e i dati sul lavoro vanno bene, rendendo sopportabile l'impatto dei tassi alti. A dare credito a questi rumors anche l'opinione di Jamie Dimon: secondo l'amministratore delegato di Jp Morgan, i tassi potrebbero salire ancora un poco. Tuttavia, questa ipotesi resta molto improbabile. Il prossimo novembre si svolgeranno le presidenziali americane e la scadenza obbliga i banchieri centrali a lasciare il più tranquillo possibile l'elettorato. Anche perché le preoccupazioni attuali sull'inflazione potrebbero rivelarsi troppo pessimistiche: secondo Jim Cramer, giornalista economico e conduttore Cnbc, i segnali di ribasso ci sono tutti. E prima di fine giugno è possibile che gli incubi della Fed  appaiano infondati. Per la verità, i dati sull'inflazione americana sono contraddittori: un mese sorprende al rialzo, un altro al ribasso. E proprio questo andamento a zig zag favorisce l'immobilismo. Probabilmente non ci saranno movimenti e resterà tutto fermo fino alla tradizionale riunione annuale di Jackson Hole.

Ita-Lufthansa, fusione ad alto rischio

E' ancora in atto il braccio di ferro tra Margrethe Vestager e Lufthansa sulla fusione tra la compagnia di bandiera tedesca e Ita. La commissaria europea per la concorrenza ha ritenuto insufficiente la proposta del carrier, che accettava di rinunciare a 38 (e non più 24) slot su Linate, chiedendo di abbandonarne 60. E non è tutto: Margrethe Vestager non cede neppure sui voli intercontinentali, chiedendo a Lufthansa un taglio importante fra l'Italia e l'America settentrionale. Un diktat bello e buono che, oltretutto, coinvolgerebbe anche Sky Team, l'alleanza di cui la compagnia aerea tedesca fa parte, e più nel dettaglio United Airlines e Air Canada, partner in code sharing per queste tratte. Che, tra l'altro, a ridurre i voli sull'Italia non ci pensano proprio e hanno così rinviato la richiesta al mittente. Un vero e proprio tiro alla fune, quello tra Lufthansa e la Commissione Europea, con il rischio che la corda si spezzi. Perché il gruppo tedesco ha fatto chiaramente capire che vuole portare a termine l'operazione, "ma non a tutti i costi". Ciò significa che se l'acquisizione non fosse più conveniente - se cioè la rinuncia agli slot e di centinaia di milioni di utili non rendesse più profittevole la fusione – dalla Germania potrebbe arrivare uno stop, doloroso anche e soprattutto per Ita e per le casse pubbliche di casa nostra. A guadagnarci da un clamoroso naufragio dell'acquisizione sarebbero le compagnie low cost, ma soprattutto Air France-Klm. Per questo motivo, la rigidità di Margrethe Vestager è stata associata a una posizione filo-francese nell'ambito della lotta tra Parigi e Berlino per il  controllo delle rotte. Da parte sua, la commissaria ha provato a intervenire su queste voci, affermando che il problema è la concorrenza, e il "rischio che salgano i prezzi e calino le frequenze". Se però un carrier come Ryanair è così interessato alla guerra degli slot, significa che difficilmente l'operazione causerebbe un rialzo dei prezzi, semmai il contrario. Inoltre, la low cost irlandese ha una quota di mercato molto alta in Europa, ma per qualche strano motivo non è stata inclusa tra i concorrenti di Lufthansa. La decisione arriverà il 4 luglio, a meno di nuovi slittamenti. Continuiamo a pensare che, nonostante tutto, la fusione sia irreversibile: Lufthansa si è spinta troppo avanti per rinunciare e la Commissione Europea non può inimicarsi in modo così aperto la Germania, creando una crisi istituzionale di cui l'Europa proprio non ha bisogno. Ammesso e non concesso che le elezioni confermino l'attuale "governo" dell'Ue: se Ursula von der Leyen dovesse essere sostituita, si porterebbe dietro anche Margrethe Vestager e con lei, probabilmente, l'intransigenza sulle rotte europee di Ita e su quelle intercontinentali di Star Alliance.

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Moody's promuove l'economia italiana

L'agenzia ha confermato il rating del nostro Paese, alzando l'outlook da negativo a stabile. Hanno contribuito alla valutazione gli impatti positivi del Pnrr, la solidità dei gruppi bancari e il calo dei costi energetici. Ma anche la consapevolezza che il mondo non potrebbe sopportare una nuova crisi. Il giudizio positivo abbatte lo spread e fa volare i titoli delle aziende di credito

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

L'Italia supera brillantemente l'esame di Moody's. L'agenzia ha infatti confermato il rating Baa3, alzando l'outlook da negativo a stabile. Ed evitando in questo modo contraccolpi per i titoli di stato e lo spread. A spingere il Belpaese verso la conferma del giudizio già espresso da S&P, soprattutto le ricadute positive del Pnrr, il forte balzo in avanti delle banche e la diminuzione dei costi energetici rispetto al 2022, anche per la diversificazione delle forniture e le azioni del governo sulle infrastrutture.

I motivi di un successo

L'Italia, promossa prima da S&P, poi da Moody's, tira dunque un sospiro di sollievo. E si prende anche le sue rivincite: molti ricordano le previsioni negative delle grandi banche internazionali sui titoli di stato italiani, che ora vengono frettolosamente corrette in corsa. Un esempio su tutti, quello di Citigroup, che lo scorso settembre aveva consigliato di vendere i Btp italiani a causa dello spread: bene, ora la stessa banca newyorkese ha semplicemente riconosciuto di essersi sbagliata. Sospiro di sollievo, si diceva, ma non stupore. Perché una valutazione positiva era nell'aria per varie ragioni. I tre motivi che abbiamo già elencato, certo. Ma anche cause più “macro”. In primo luogo, il mondo non può permettersi nuove crisi finanziarie, soprattutto su paesi, come l'Italia, che sono cruciali nella tenuta dell'intera economia monetaria europea. Poi, la situazione della nostra economia che, lo abbiamo ricordato molte volte, è migliore di quella registrata da altri Paesi europei, e oltre a questo si presenta in crescita. Certo, a svantaggiare l'Italia c'è la stagnazione, oltre a un debito pubblico atavicamente alto. Ma anche su questo fronte, Moody's ha ricordato che la situazione è in miglioramento: a fine 2023, ha affermato l'agenzia di rating, è previsto un calo, mentre il rapporto debito/pil scenderà dal 141,7% al 140,3%. Valori ancora lontani dalla situazione pre-Covid, ma comunque in progressivo calo. Oltre a questo, non è mai inutile ricordare che alcuni Paesi a economia avanzata hanno una situazione debitoria ben peggiore rispetto al nostro. Il Giappone, per esempio. E gli Stati Uniti, che per il quarto anno consecutivo chiuderanno con un deficit stratosferico (8%), contro il 5% dell'Italia. Se il nostro Paese fosse nella stessa situazione, sarebbe in default da tempo.

Banche a gonfie vele

Il rating positivo di Moody's ha spinto in alto i titoli bancari italiani, già protagonisti di ottime prestazioni. A influire in modo decisivo, il calo degli spread Btp-Bund, che – anche in seguito alla valutazione dell'agenzia di rating – hanno proseguito la discesa da un valore di oltre 200 a poco sopra quota 170.  La correlazione tra la presenza forte dei titoli di stato nel portafoglio delle banche e l'orizzonte positivo che il rating Moody's ha dato al Btp è molto chiara. E si inserisce in un momento già di per sé favorevole per il settore. Lo diciamo dall'inizio dell'anno: investire sulle banche è particolarmente redditizio, perché gli istituti di credito hanno un valore borsistico molto più basso rispetto a quello reale. E perché, in un periodo di tassi alti, il settore non può che crescere. Ora, forse, acquistare titoli bancari potrebbe sembrare tardivo, dato che il grande balzo in avanti è stato compiuto. Ma è probabile che il trend di crescita riservi ancora soddisfazioni per il comparto, almeno fino a quando i tassi resteranno a questo livello. Una menzione speciale per Montepaschi, che ha chiuso la scorsa settimana a +13,7% (contro il pur lusinghiero +3,5% di Piazza Affari) e che ha archiviato con successo il collocamento del 20% del capitale effettuato dallo Stato. Ciò dimostra che a volte gli interventi pubblici, quando effettuati a regola d'arte, sono una necessità. Questo è, appunto, il caso di Montepaschi, che spicca il volo dopo molte difficoltà. Le banche sono la benzina perché l'economia funzioni: i trend di Piazza Affari lo stanno ampiamente dimostrando. Il paradosso è che, nonostante questi ultimi record borsistici, il mercato abbia valutazioni ancora basse. Anche in uno scenario da cui emerge un rallentamento economico, dunque, le Borse europee non hanno nessun motivo per scendere.

Mercato unico dei capitali

Archiviata (o messa in pausa, fate voi) la saga dei tassi, Christine Lagarde ha puntato il faro su un progetto che le è particolarmente caro: l'unione del mercato dei capitali. Il settore obbligazionario, ha detto la presidente Bce, è tre volte minore rispetto a quello americano, e il rapporto Ue-Usa del capitale di rischio è addirittura di uno a cinque. Un distacco davvero forte, in grado di frenare l'economia reale del nostro continente che, secondo il numero uno della Banca Centrale Europea, con l'unificazione potrebbe realizzare un esteso mercato delle cartolarizzazioni. Tra i benefici, anche la possibilità di incrementare i finanziamenti alle aziende più innovative: a opinione di Christine Lagarde, il mercato unico dei capitali potrebbe consentire di raccogliere 535 miliardi di euro l'anno per circa 4.800 aziende europee. Il tema è ricorrente e potenzialmente realizzabile. Prima, però, è necessario risolvere alcuni nodi, come per esempio il nuovo patto di stabilità. Le cui regole, lo ricordiamo ancora, non dovranno ricalcare quelle fallimentari della precedente versione.

Materie prime

Nel frattempo, il gas si è stabilizzato nella fascia 40-50, mentre il petrolio è poco sopra gli 80 dollari al barile. Alla fine, la quota accontenta un po' tutti: con un'economia mondiale in difficoltà, e minacciata da varie guerre sparse per il mondo, una quota vicino agli 80 dollari fa comodo a tutti: i produttori guadagnano comunque, mentre non si crea inflazione. Intanto, il Financial Times ha rivelato che il petrolio russo non viene quasi mai venduto per meno di 60 dollari al barile, come stabilito dal price cap europeo. Qualcuno si meraviglia. Ma, con un gioco di parole, è lecito sorprendersi che qualcuno si sorprenda. Proprio come le sanzioni, anche il price cap è stato introdotto da un quinto del mondo. I restanti quattro quinti continuano a commerciare con Mosca e a ignorare le decisioni dei Paesi occidentali. Che, tra le altre cose, non hanno smesso del tutto di comprare gas dalla Russia, pur in minori quantità.

Terremoto Argentina

Tra i Paesi attualmente in bilico tra l'Occidente e i Brics c'è l'Argentina, la cui posizione sullo scacchiere mondiale potrebbe cambiare dopo la vittoria del filo-americano Javier Milei. Difficile che il nuovo capo di stato riesca a fermare l'adesione di Buenos Aires ai Brics, anche perché ogni sua decisione dovrà passare dall'esame del parlamento. Tuttavia, un certo ricollocamento della politica estera (e dell'economia) argentina probabilmente avverrà. In ogni caso, più che per il suo programma economico, basato su privatizzazioni a raffica e dollarizzazione dell'economia, Milei è stato votato dagli elettori per lasciarsi alle spalle i protagonisti del dissesto economico argentino degli ultimi 20 anni. Una gestione poco accurata capace di portare a ben tre crisi economiche un Paese che, se gestito bene, avrebbe le risorse per potersi risollevare. E arrivare a competere con gli stati più ricchi del mondo.

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Salvataggio First Republic: si spengono i rischi sistemici?

L'istituto di credito, in forte difficoltà, è stato ceduto in tempi brevi a JPMorgan. L'operazione rende possibile un certo ottimismo sulla fine della crisi bancaria “made in Usa”. Ora l'attenzione dei mercati può tornare a inflazione, tassi e trimestrali

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Risoluzione sprint per il caso First Republic Bank. L'istituto di credito americano, in forte difficoltà a causa della crisi bancaria Usa, sarà infatti rilevato da JPMorgan Chase. Regista dell'operazione, la Federal Deposit Insurance Corporation, che lunedì scorso ne ha preso il controllo e ha organizzato il salvataggio con un blitz à la Credit Suisse. JPMorgan, che negli Stati Uniti è banca di sistema. assumerà tutti i depositi di First Republic, inclusi quelli non assicurati (per un totale di 103,9 miliardi di dollari) e acquisterà la maggior parte dei suoi 229,1 miliardi di attività.

Incendio spento?

L'operazione First Republic-JPMorgan potrebbe davvero scrivere la parola fine sulla crisi bancaria americana esplosa dopo il fallimento di Silicon Valley Bank. Anche se, visti i precedenti del 2008, il condizionale è sempre d'obbligo. Certo è che l'acquisizione contribuisce a spegnere sul nascere gli attacchi short sferrati venerdì scorso contro il settore bancario europeo. Il tentativo speculativo aveva sfruttato i timori che le aziende di credito potessero tornare in difficoltà a cause dei crediti deteriorati. Le chiusure negative di venerdì scorso (-4% in Europa, con Milano particolarmente sofferente) sono state riassorbite e probabilmente sarebbero svanite in ogni caso, dimostrandosi una correzione più che un tentativo di attacco di sistema. È quindi possibile guardare avanti e concedersi un certo ottimismo: gli istituti di credito Usa colpiti dalla crisi sono gruppi regionali, pur con un posizionamento importante. In Europa, la crisi bancaria era già archiviata, e i rischi per i listini del nostro continente avrebbero potuto presentarsi solo su notizie provenienti dagli Stati Uniti. Ora, come detto, anche oltre oceano si può tirare (cautamente) un respiro di sollievo. Potremo dunque concentrarci sull'economia reale, e – ci si consenta un gioco di parole – sui problemi sistematici, più che su quelli sistemici.

In attesa

Il venerdì di sofferenza non ha comunque cambiato il trend che da quasi un mese guida l'andamento dei mercati, stagnanti in attesa dei dati trimestrali europei (quelli americani stanno già arrivando). Certo è che stiamo entrando nel semestre (statisticamente rilevante) del "Sell in May and go away"; per questo motivo, per l'investitore è consigliabile un approccio vigilante e prudente. La discesa dei mercati del 2 maggio, apparentemente senza spiegazioni se non nel probabile nuovo e ingiustificato aumento dei tassi che Fed e Bce si apprestano a fare questa settimana ci inducono alla cautela.  In questa ottica, potrebbe avere senso ridurre leggermente l’esposizione sul portafoglio azionario per rientrare più avanti. D’altronde sono due mesi che il mercato viaggia in un trading range strettissimo e le probabilità che la prossima mossa sia verso il basso sembra la più convincente a nostro parere. Sono troppe le incertezze sul tavolo: la stagionalità negativa, come già detto, il continuo rialzo dei tassi, una recessione chiamata a più voci e che prima o poi si manifesterà, le tensioni geopolitiche su Ucraina e Taiwan, il problema delle banche.  Insomma, chi vuole togliere soldi dal tavolo o scommettere su un ribasso, ha buone munizioni.

Patto di stabilità

Intanto, a Bruxelles si discute sulla riforma del patto di stabilità e crescita, con una proposta messa nero su bianco dalla Commissione Europea, che dovrà poi essere approvata dai paesi membri. La nuova bozza, che rende meno rigido il piano di rientro per i paesi con debiti superiori al 60% del prodotto interno lordo, prevede però aggiustamenti di bilancio annuali obbligatori (dello 0,5% minimo) per chi ha un rapporto deficit-pil oltre il 3%. Il testo formalizzato a Bruxelles contempla anche la possibilità di aprire procedure per debiti eccessivi e non esclude dal calcolo gli investimenti in ambiti inclusi nel Pnrr. Le posizioni dei paesi membri sono molto eterogenee (la Germania considera il testo troppo debole, l'Italia troppo rigido) e lo sono anche quelle degli economisti. Ma non mancano le perplessità sui meccanismi: secondo l'ex ministro dell'Economia e delle Finanze Giovanni Tria, per esempio, con il nuovo patto di stabilità l'Italia perderebbe controllo, e troppo potere sarebbe accentrato nelle mani di Bruxelles. Sicuramente, il provvedimento potrebbe mettere a rischio la riforma delle pensioni e quella del fisco nel nostro paese. Ma non andrebbe a colpire solo i paesi più in difficoltà a rispettarne i parametri. La proposta, così come è stata concepita dalla Commissione Europea, impone regole rigide che nessuno stato membro è in grado di rispettare. E ne rende difficile l'applicazione, proprio come è accaduto finora. Non è infatti un mistero che i rigidi paletti previsti dalla misura originaria - specialmente il rientro per i paesi con un rapporto debito-pil superiore al 60% - non siano stati quasi mai rispettati. Più che altro, il patto di stabilità è stato utilizzato per vietare deficit eccessivo ai paesi membri e, in alcuni casi, anche per fare pressioni contro governi ritenuti ostili alle politiche di austerity.

Braccio di ferro sul Mes

L'Italia, in ogni caso, cercherà di trattare, forte anche delle buone notizie sul fronte del pil: per il terzo anno di fila, l'indicatore cresce, e cresce più rispetto a quelli registrati da Francia e Germania. Il trend positivo dipende anche dalla capacità delle aziende di adattarsi alla crisi di sistema del paese, che si era manifestata già prima del Covid. La reazione a problemi reali ha reso le imprese italiane più reattive rispetto a quelle di altri paesi europei, che avevano vissuto tranquille per molti anni ed erano meno abituate a fronteggiare le difficoltà, esplose poi con la pandemia. Le trattative non saranno, però, semplici. Anche perché non riguarderanno solo il patto di stabilità. L'Italia è sotto i riflettori perché (unico paese nell'Unione Europea) non ha approvato il Mes. Mentre le istituzioni comunitarie fanno pressioni continue, dato che il meccanismo europeo di stabilità, per entrare in vigore, non può rinunciare all'unanimità degli stati membri. Come si risolverà il braccio di ferro Roma-Bruxelles? Molto probabilmente con un compromesso: da una parte l'Italia non può entrare in rotta di collisione con l'Europa; dall'altro, però, l'esecutivo cercherà di trattare per ottenere qualcosa in cambio su altri dossier aperti. In ogni caso, se (come probabile) il Mes dovesse entrare in vigore, qualsiasi paese membro dovrà sperare di non averne bisogno, per non rischiare la sorte della Grecia. Il tema vero è, come al solito, quello della speculazione sui debiti pubblici, contro cui la Bce (come più volte ha confermato Christine Lagarde) non può o non vuole fare nulla. Eppure, se vogliamo vederlo, questo è uno dei maggiori problemi, se non “il” problema. Lo ha evidenziato anche il Financial Times, secondo cui i grandi fondi speculativi hanno smesso di scommettere contro i titoli di stato italiani. Riconoscendo, implicitamente, che in passato sono state piazzate “scommesse” contro stati sovrani. Il che, è persino inutile dirlo, significa giocare alla roulette sulle spalle delle persone, e soprattutto delle fasce più deboli delle popolazioni.

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Price cap: forse ci siamo?

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Fissare un tetto europeo temporaneo sul prezzo del gas. Per poi sganciarlo da quello dell’energia. Sono le due misure allo studio dell'Unione Europea. Misure che, solo per essere state ipotizzate, hanno fermato l'aumento dell'oro blu, causando un arretramento del suo prezzo del 20% circa.
Meglio tardi che mai, viene spontaneo dire, dato che del price cap si parla da molto tempo, senza alcun risultato tangibile.
Eppure, una soluzione al problema appariva urgente già parecchi mesi fa, persino prima dell'escalation militare in Ucraina. Perché ricordiamolo: il rialzo dei prezzi del gas (e del petrolio) non è iniziato con la guerra, ma ben prima. La causa scatenante dei rincari è stata la ripresa della produzione dopo le restrizioni Covid e le vicende belliche non hanno fatto che aggravare una situazione già molto seria.
C'era quindi tutto il tempo per intervenire. Ma ogni appello per il price cap è caduto finora nel vuoto, anche a causa degli interessi nazionali divergenti che hanno impedito all'Europa di tutelare i suoi cittadini. Se le due misure fossero finalmente introdotte (e non è scontato) l'intervento sarebbe comunque tardivo. Anche perché la decisione sarà presa fra due settimane, e ci vorrà ancora un po' di tempo perché sia attuata. Tutto questo mentre varie aziende italiane e tedesche dei settori ceramica, vetro e acciaio non stanno riaprendo: per loro anche un'ora di troppo ha un costo salatissimo. E rischi inimmaginabili.

Alla ricerca di un tetto ragionevole
Riusciranno i nostri rappresentanti a introdurre una misura sensata? Ovviamente ce lo auguriamo tutti. Certo, occorrerebbe individuare un tetto realistico alla tariffa del gas, che possa mediare fra prezzi velleitari e valori insostenibili.
È possibile, per esempio, che il prezzo americano sia di 30 dollari e quello europeo di 260? Anche senza allinearci ai valori di oltre oceano, è davvero un'impresa fissare il cap a quota 60, o comunque sotto i 100? Se ci fossero costi a carico delle istituzioni, sarebbero comunque recuperati in un altro senso. Un price cap ridurrebbe l'inflazione, favorirebbe la ripresa, fermerebbe la disoccupazione (e interventi come cassa integrazione o sussidi) e darebbe più potere di spesa. E tutto questo compenserebbe ampiamente le spese per fermare la corsa folle del gas. Certamente, una svolta di questo tipo potrebbe essere aiutata da un meccanismo di equalizzazione europea, che mostri finalmente la coesione dell'intera Unione per respingere questo ennesimo attacco speculativo.

L'eccezione iberica
La strada del cap, tra le altre cose, è già stata battuta autonomamente da due paesi Ue: Portogallo e Spagna (con il placet di Bruxelles) hanno introdotto un tetto al prezzo del metano, riuscendo a contenere gli aumenti.
Forse una scelta analoga si sarebbe potuta fare anche in Italia. Se lo avessero voluto le forze politiche. E se Mario Draghi non avesse lasciato anticipatamente la guida del governo, senza peraltro essere stato di fatto sfiduciato.
C'è anche da dire che l'esecutivo è ancora in carica e che ha la possibilità di intervenire su tutti gli affari correnti. Per questo motivo sembra un po' una boutade l'invito di Carlo Calenda a sospendere la campagna elettorale per trovare una soluzione al problema gas: il governo può intervenire normalmente fino alle elezioni, e anche oltre.
Piuttosto, occorre che tutti i leader politici . indipendentemente dall'imminente appuntamento elettorale - appoggino Draghi nella ricerca di una soluzione. Che deve rivelarsi rapida e condivisa, oltre che indipendente da qualsiasi misura approvata in sede comunitaria.

Financial Times: "c'è chi scommette contro l'Italia"
Intanto, se n'è accorto anche il Financial Times: gli hedge fund stanno scommettendo al ribasso sul debito pubblico italiano. Siamo dunque nel bel mezzo di una nuova ondata di speculazioni selvagge sulla pelle delle persone, proprio nei giorni in cui la troika lascia la Grecia. Restituendole sovranità economica, ma anche una povertà inaudita e un pil devastato.
Una cosa è certa: tollerare queste speculazioni contro un qualsiasi paese di Eurolandia significa non reagire nei confronti degli attacchi all'euro. Le istituzioni comunitarie dovrebbero stroncare sul nascere queste operazioni vergognose. Se la Bce decidesse, finalmente, di mostrare il pugno di ferro ai fondi speculativi, questi ci penserebbero due, se non tre volte prima di piazzare una scommessa ribassista contro l'Italia. Perché poi la reazione dell'Eurotower sarebbe dura e forte.
Invece, nonostante il tanto sbandierato scudo, la Bce non è ancora intervenuta sullo spread a 230, anche se i dati economici italiani non sono certo negativi. Secondo uno studio Fabi, il nostro paese ha infatti un tasso di indebitamento dello 0,6% (contro lo 0,9% circa di Germania e l'1% della Francia) ed è leader per ricchezza finanziaria rispetto al debito disponibile (3,4% contro il 2,8% della Francia, il 2,6% della Germania e il 2,5% della Spagna).
Se si prendesse in considerazione la media fra il debito pubblico e quello privato – e non solo il primo dato – le “pagelle” dell'Italia sarebbero decisamente migliori.

Powell fa il falco sui tassi. E le Borse soffrono
Anche i tassi non smettono di tenere banco. Soprattutto negli Usa, dove Jerome Powell ha annunciato che andrà avanti sulla linea dura. Nel corso della sua relazione annuale tenuta a Jackson Hole, nel Wyoming, il presidente della Federal Reserve ha dichiarato che l'istituto centrale proseguirà con il rialzo del costo del dollaro, anche se l'operazione – ha dichiarato – porterà "qualche sofferenza" all'economia americana.
Il ritocco dei tassi, di 50 o 75 punti, è previsto per settembre, ma il suo annuncio ha avuto un impatto immediato su Wall Street e sulle Borse europee, influenzate anche da una possibile mossa analoga da parte della Bce.
Una reazione un po' esagerata, dato che i rialzi sono sì maggiori del previsto, ma ancora non altissimi. D'altra parte nel trading l'emozionalità è ancora troppo presente, e forse è impossibile eliminarla del tutto. Certamente, almeno in Europa, non sono tanto i tassi americani a far paura, ma la questione energia: se si riuscisse a ristabilire una certa tranquillità su gas, petrolio e materie prime (compresi palladio e neon, la cui penuria sta impattando sulla fornitura di chip), si creerebbero le condizioni ideali per investire. Anche se oggi sembra molto difficile scendere sotto i livelli raggiunti dai mercati europei in questo periodo.

 

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