Tassi di interesse, mercati con il fiato sospeso

Dopo i dati sul lavoro americano, sembra più difficile che la Federal Reserve insista con la stretta monetaria. Più incertezza invece in casa Bce, dove Christine Lagarde, oggetto di aspre critiche da parte dell'Economist, non fa trapelare alcuna previsione

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Dati contrastanti dal dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti sull'occupazione nel mese di agosto. Da una parte, infatti, le imprese dello Zio Sam hanno creato più posti rispetto alle attese (187.000 contro i 170.000 attesi). Dall'altra, però, il tasso di disoccupazione è salito dal 3,5% al 3,8%, facendo segnare il record dal mese di febbraio 2022.

Aspettando il 14 settembre

Con questi dati, diventa meno probabile il rialzo dei tassi Usa, che pur era stato presentato come ipotesi plausibile dalla Fed al summit di Jackson Hole. Il rallentamento dell'economia è ormai sotto gli occhi di tutti, e trova un'ulteriore dimostrazione dai dati macro e micro di Usa, Cina ed Eurozona. Già, l'Eurozona, i cui mercati attendono con trepidazione la riunione del prossimo 14 settembre, che dovrà stabilire se alzare ulteriormente i tassi o fermare la stretta monetaria e sancirne il picco (o, molto più probabilmente, il plateau). Se dovessimo dar retta ai numeri, occorrerebbe fermare l'innalzamento dei tassi. L'inflazione, è vero, ad agosto è tornata a crescere (5,3%, oltre le previsioni); tuttavia, occorre esaminare i trend, in discesa da qualche mese – a parte la recente fiammata del petrolio, che ha poi innescato la nuova campagna speculativa sulla benzina. Nel mentre, è avvenuta una contrazione del prodotto interno lordo tedesco, e anche di quello italiano (-0,4%), e le previsioni sono di un pil negativo in tutta Europa. Proprio mentre si parla della reintroduzione, dal prossimo 1 gennaio, del tasso di stabilità – decisione che aggraverebbe ulteriormente la situazione.

I siluri dell'Economist

Questi trend sconsigliano un rafforzamento della stretta monetaria. Non per niente – nel mezzo di una battaglia che in casa Bce sta contrapponendo falchi e colombe – persino Christine Lagarde non si sbottona, invocando invece apertamente più umiltà e (bontà sua) una migliore comunicazione. E' lecito chiedersi se queste esternazioni siano state influenzate dalle dure critiche dell'Economist alla presidente Bce. Il periodico inglese ha evidenziato il rischio stagflazione, che turberebbe i sonni dei politici europei, ma non della banca centrale, per cui sarebbe preferibile una “sofferenza economica, piuttosto che non riuscire a ridurre la crescita dei prezzi”. L'Economist ha sottolineato l'indebolimento dell'economia europea, mentre il raggiungimento del target del 2% non è cosa del tutto certa. I politici, ha aggiunto il periodico, dovrebbero tenere i tassi fermi, per organizzare una reazione in caso di scenari catastrofici.

La crisi cinese

L'attesa frenetica del 14 settembre ha reso un po' inquiete le Borse, anche se tutto sommato il livello di nervosismo è ancora accettabile. Tradizionalmente, infatti, settembre e ottobre sono mesi non troppo favorevoli, e per di più una flessione può rivelarsi fisiologica in una situazione che ha visto i listini in ottima salute per dieci mesi. Tuttavia pesa come una spada di Damocle la crisi della Cina, che risente di un problema strutturale: la sua crescita è stata molto impetuosa e, proprio per questo motivo, difficile da gestire. Pechino ha anche sofferto il disimpegno degli investimenti americani, iniziato sotto il mandato presidenziale di Donald Trump e proseguito da Joe Biden. La Repubblica Popolare deve inoltre relazionarsi con una mancanza strutturale di materie prime, che la costringe a legarsi mani e piedi alla Russia e a cercare di espandere la sua sfera di influenza in Africa, oltre a proseguire con convinzione nel progetto dei Brics. C'è poi il problema del debito. Oltre a registrare quello “ufficiale” (4.700 miliardi di euro, che addizionando famiglie e aziende raggiunge il 282% del pil), la Cina dovrà fare i conti con prestiti e bond allocati dagli enti locali. Con cui rischia di raggiungere un importo-monstre stimato di circa 8.350 miliardi di euro.

Materie prime

A proposito di materie prime, non è solo il caro-petrolio a preoccupare mercati, aziende e famiglie. I consueti rumours, infatti, prevedono un nuovo, imminente rialzo dei prezzi dell'energia. Qualcuno si preoccupa anche di avvenimenti lontani, come la minaccia di sciopero da parte dei lavoratori australiani della Chevron Lng: i lavoratori degli impianti naturali di gas potrebbero incrociare le braccia dal 14 settembre per 15 giorni. “L’Offshore Alliance sta intensificando le azioni sindacali protette per dimostrare che i nostri negoziati sul contratto sono tutt’altro che intrattabili'”, hanno dichiarato i rappresentanti dei lavoratori. Un'azione così circoscritta e legata a un'area del mondo così sganciata dall'Europa non dovrebbe, di per sé, rappresentare un problema sul prezzo del gas nel nostro continente: a preoccupare maggiormente sono gli scioperi in atto in Gran Bretagna, soprattutto nei servizi e nei trasporti. Ma, come abbiamo imparato da alcuni anni a questa parte, qualsiasi intoppo in ogni parte del mondo può dare inizio a una speculazione su scala globale.

Africa inquieta

Nel mentre, un nuovo colpo di stato cambia i vertici in un altro paese africano. Questa volta, al centro dell'attenzione è il Gabon, dove il generale Brice Clotaire Oligui Nguema ha posto fine al lungo governo del presidente Ali Bongo Ondimba, che nel 2009 si era insediato succedendo al padre Omar, a sua volta in sella dal 1967. Un nuovo colpo alla Francia, che rischia di vedersi sottratta, come in una versione 2.0 di Risiko (o di Pacman, fate voi) un’altra colonna della sua sfera d'influenza politica ed economica nel continente, non per nulla soprannominata “Françafrique”. Una colonna portante, se è vero che Libreville è paese esportatore di petrolio (membro dell'Opec dal 1975) e, ancora di più, di manganese e di legno pregiato. Oltre a questo, Parigi rischia un'erosione della propria dotazione neocoloniale, senza che il fenomeno sia adeguatamente considerato dai paesi del nord Europa, poco interessati alle vicende africane. La stagione dei colpi di stato nella parte dell'ampia zona di influenza francese, così ravvicinati tra di loro, rischia anche di indebolire il franco cfa, che insieme all'euro è l'unica moneta transnazionale su grande scala esistente al mondo.

Vigilante attesa

In questa situazione, la scelta più saggia per gli investitori è mantenersi in vigilante attesa, con antenne puntate sui mercati asiatici, le materie prime e le manovre elettorali negli Stati Uniti. Ma soprattutto - come ampiamente ricordato - sulla riunione Bce del 14 settembre, che potrebbe sancire (come molti si augurano) la fine della stretta monetaria o prolungarla ulteriormente. Con forti rischi di recessione e ancora di più di storni dei mercati.

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Usa, l'inflazione rallenta

I dati americani sono incoraggianti e incidono sui mercati ben più che le elezioni di mid term. Mentre il rimbalzo dell'azionario prosegue senza sosta. Soffre invece il mondo delle criptovalute, sconvolto dal crack della piattaforma Ftx

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Alla fine, le elezioni americane di mid term hanno evidenziato un sostanziale pareggio: i repubblicani sono in maggioranza alla Camera, anche se in misura largamente inferiore alle attese e i democratici si sono assicurati il controllo del Senato senza attendere il ballottaggio in Georgia.
Per i Dem, la “non sconfitta” potrebbe preludere a una ricandidatura di Joe Biden: il presidente, il cui tasso di approvazione è ulteriormente sceso al 39%, sarebbe intenzionato a correre per il secondo mandato a 82 anni, con tutti i rischi e gli inconvenienti del caso. Una simile eventualità non darebbe certezze all'economia americana, rassicurata invece dal “pareggio” elettorale.

L'inflazione conta di più
Come abbiamo già osservato, i mercati azionari apprezzano che le due camere del Congresso americano non abbiano lo stesso colore, perché ciò limita cambiamenti bruschi. In ogni caso, a dettare la linea, più che la politica, sono le dinamiche interne dell'economia – in particolar modo l'inflazione e il rialzo dei tassi, veri protagonisti di questi ultimi mesi. Per questo motivo, la vera buona notizia proveniente da oltre oceano è che la spirale inflattiva sembra si stia allentando.
I problemi su questo fronte, ancora non del tutto superati, erano stati spinti da un clamoroso errore nella compilazione dei dati di settembre. In questo calcolo, i super esperti del ramo avevano dimenticato di inserire nel paniere il costo delle polizze assicurative, che nelle dinamiche americane hanno un peso non indifferente. Così, l'aumento delle polizze, pari al 25% circa, aveva rischiato di far saltare il banco.
Superato questo misunderstanding, e in virtù del calo delle materie prime e dalla stabilizzazione del prezzo del petrolio, è ragionevole pensare – almeno interpretando i dati positivi appena pubblicati - che l'inflazione americana si calmi, e che in tempi ragionevoli torni intorno il 3%.
Un trend che appare possibile anche in Europa, anche se meno agevole, dato che il problema di gas ed energia è ben lungi dall'essere risolto – almeno fino a quando durerà il conflitto russo-ucraino. Molto difficile che, in futuro, le tariffe per famiglie e aziende tornino ai livelli pre-bellici; tuttavia, un'ulteriore diminuzione dei prezzi potrebbe provocare nuovi cali e trascinare al ribasso anche i prezzi di altri sistemi di riscaldamento, che si sono incredibilmente gonfiati in questi mesi. Il pellet, per esempio, che da materiale più economico è passato a essere uno dei più cari. La responsabilità è delle sanzioni alla Russia sul legno, ma soprattutto delle “solite” speculazioni sulla pelle dei cittadini.

Stagflazione a Londra
La Gran Bretagna, intanto, è entrata ufficialmente in stagflazione. Questa, in realtà, è una non-notizia: in questi giorni, l'economia di Londra ha problemi serissimi: con un'inflazione al 10%, una situazione sul mercato del lavoro non certo esaltante e i problemi del post Brexit.
Un contesto simile potrebbe estendersi l'anno prossimo all'Unione Europea, specialmente a Italia e Germania, che rischiano un 2023 a crescita zero (o negativa) e un'inflazione arroccata al 5%-6%. Con un aggravante: l'atteggiamento del Fondo Monetario Internazionale, che ancora oggi cerca di imporci ricette all'insegna dell'austerity. Ricette che non hanno mai funzionato: la migliore strategia per ridurre il debito non è quella di abbatterlo a ogni costo, ma di puntare sulla crescita.

Il rimbalzo prosegue
Ancora ottime notizie sul fronte dei mercati azionari, che continuano il trend di recupero: dal -25% di inizio anno si sono ormai portati a -11%. Ma la sfida vera inizia adesso: la “parte sana” del rimbalzo è già avvenuta, e d'ora in avanti conteranno i dati economici.
In buona salute anche Piazza Affari, dove occorre segnalare l'ottima performance di Saipem, spinta dall'aumento di capitale, ma soprattutto dai cinque contratti di perforazione offshore (tre in Medio Oriente e due in Africa occidentale) per un totale di 800 milioni di dollari.
Meno brillante l'obbligazionario, che però fa sperare per il futuro: sembra tutto pronto per una ripartenza dell’asset class, in grado di offrire buoni risultati per l'anno prossimo.

La “Lehman” delle criptovalute
C'è anche chi soffre: è nuovamente crisi per il mondo delle criptovalute, travolto in un effetto-domino dal crack di Ftx. La piattaforma, che ha presentato istanza di fallimento cinque giorni fa, è saltata dopo che il suo fondatore, Sam Bankman-Fried, si è servito di miliardi di dollari degli investitori per sostenere operazioni ad alto rischio nella sua società di trading quantitativo Alameda Research.
Il caso Ftx ha trascinato dalle stelle alla polvere quello che era stato considerato l'enfant prodige della finanza mondiale, che in poco tempo era diventato uno degli uomini più ricchi del mondo. E ha rivelato anche l'ingenuità (per non dire di peggio) di chi l'ha finanziato: non parliamo di singoli investitori in buona fede, ma di importanti uomini e istituzioni della finanza internazionale. Che hanno concesso soldi a pioggia senza uno straccio di due diligence su piattaforme e persone. Per fare soldi, le banche hanno finanziato la piattaforma, mettendo i suoi token come collaterale. E ora moltissimi risparmiatori si troveranno senza soldi.
Il crack è già stato soprannominato “la cripto-Lehman”. Ma, rispetto ai noti eventi del 2008, c'è un'aggravante non da poco: il mondo delle valute virtuali non è regolamentato. Questo significa impossibilità di interventi per tutelare la stabilità dell'economia, denaro bloccato e rimborsi praticamente impossibili. Per questo motivo, è comprensibile l'atteggiamento dei trader, che in questo momento si stanno tenendo alla larga dal mercato crypto.

Mondiali senza l'Italia: è davvero un colpo all'economia?
Fra alcuni giorni, il centro del palcoscenico internazionale sarà occupato dai Mondiali di calcio a cui l'Italia, per la seconda volta consecutiva, non partecipa. La mancata qualificazione degli uomini di Mancini avrà, però, un impatto abbastanza limitato sull'economia. Potrebbero verificarsi mancati incassi di bar, ristoranti e settore food and entertainment in generale. Tuttavia, gli orari delle partite, che almeno nella prima fase vedono un solo match su quattro in orario serale, riducono sostanzialmente questa eventualità.
Inoltre, il mondiale qatariota (il più costoso di sempre) è boicottato da una parte della popolazione mondiale, soprattutto per le tante morti sospette tra i lavoratori che hanno contraddistinto la costruzione degli stadi che ospiteranno le partite.
Anche il consueto esodo di tifosi che contraddistingue i grandi eventi sportivi non ci sarà: si legge di immigrati (soprattutto indiani) “ingaggiati” dal Qatar per “recitare” il ruolo dei tifosi di una o dell'altra nazionale. Attori in erba grideranno alternativamente “Brasil”, “Come on England”, “¡Que viva México!” o “Hopp Schwiiz” all'interno di stadi che, a causa delle temperature elevate, pomperanno aria condizionata per l'intera partita. Alla faccia del Cop27 e della campagna per il clima.

Image by qatar2022.qa


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