Borse, un “pareggio” che vale una vittoria
Il gennaio dei listini europei sta trascorrendo all'insegna di una fase laterale, che potrebbe sembrare poco interessante. Tuttavia, in presenza di una situazione geopolitica molto difficile, questo andamento è sinonimo di ottima tenuta per i mercati. Anche in virtù del fatto che, dopo un anno di grandi prestazioni, non si è registrato il normale calo fisiologico che segue i rally prolungati. Settimana record a Wall Street. Anche se...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse europee stanno ancora attraversando una fase interlocutoria che dura più o meno da inizio anno. La chiusura moderatamente positiva registrata martedì scorso, seguita dal leggero calo di lunedì, è comunque parte del momento un po' laterale che è attualmente protagonista degli scambi. Unico acuto, per l'Italia, l'ulteriore abbassamento dello spread, ormai vicino a quota 150.
Ottima tenuta
Fase di stanca, si è detto, che però non è da sottovalutare. Perché, in presenza di una situazione internazionale così precaria ed esplosiva, anche un periodo all'insegna del trading range può essere definito molto positivo. Dimostra infatti che le Borse tengono, e tengono molto bene, anche in virtù del fatto che i mercati non hanno ancora “digerito” un 2023 molto brillante e un bimestre novembre-dicembre davvero eccezionale. Ora si attendono i dati di bilancio che saranno diffusi dalle aziende di casa nostra. Dati indispensabili per capire quale sarà la direzione delle Borse nel corso dei prossimi mesi.
Roba da grandi
Se i mercati europei (compresa Piazza Affari) tengono, Dow Jones e S&P 500 hanno archiviato una settimana da record, spinti dai dati positivi sul Pil made in Usa. Ma attenzione: non è tutto oro quel che luccica. Perché se scorporiamo i dati, possiamo vedere che a spingere i grafici in alto sono i grandi gruppi, soprattutto del settore tech. Se dunque togliessimo i big dall'indice, scopriremmo che la performance ottenute a New York non sono tanto differenti da quelle, calme e placide, delle Borse europee. Guardando l'evoluzione dei titoli tecnologici, che risentono della grande rivoluzione portata dall'intelligenza artificiale, occorrerà esaminare l'impatto a medio e lungo termine di questa disciplina.
Le banche centrali temporeggiano
Intanto, sempre negli Stati Uniti, si registra una crescita del 3,3% annualizzato, mentre cala l'inflazione (pur in presenza di un aumento dei prezzi). Questo doppio trend positivo sembrerebbe mostrare che, nonostante i tassi alti, le cose di oltre oceano vanno comunque bene. Bene al punto da instillare nei responsabili Fed l'idea di un rinvio dell'operazione per portare il costo del denaro a livelli più bassi? Difficile rispondere: le previsioni su questo argomento sono state spesso smentite, mentre, più in generale, è praticamente impossibile comprendere i ragionamenti delle banche centrali. Per fare un esempio, abbiamo visto la posizione di Christine Lagarde, presidente della Bce, che ha definito “prematuro” il taglio dei tassi – il che rende arduo prevedere se davvero quest'estate sarà avviata l'operazione in Europa. Sicuramente, prima di decidere, gli istituti centrali esamineranno i dati complessivi del primo trimestre di quest'anno, che non si preannunciano particolarmente brillanti.
L'auto elettrica non piace
Un freno allo sviluppo potrebbe provenire dall'interpretazione radicale delle politiche per il clima, che rischiano di trasformare un'esigenza corretta in una serie di gabbie per l'economia e i suoi operatori. E che già registra rinunce importanti. Prendiamo la transizione all'elettrico: è di non molti giorni fa la notizia sul passo indietro della Ford, che ha dimezzato la produzione del pick up F-150 Lightning, dopo quattro mesi di invenduto. Hertz, da parte sua, ha messo sul mercato 20.000 auto elettriche - settore su cui sembrava aver puntato parecchio - e sembra intenzionata a orientarsi nuovamente sui veicoli a benzina. Inutile girarci intorno: il sistema, così come è stato predisposto, non funziona ed è costosissimo sia per l’acquisto dell’auto, sia per i rifornimenti. C'è una sorta di presa di coscienza del consumatore che potrebbe cambiare le cose. In aggiunta a tutto questo, sembra che chi ha già deciso una via di fuga obbligata dall'alimentazione tradizionale a benzina o diesel (leggi: Unione Europea) abbia individuato una soluzione (la transizione obbligata all'elettrico) senza pensare alle evoluzioni prossime venture della ricerca. Non è infatti escluso che entro il 2035 emergano nuove alternative praticabili. Come le auto a idrogeno, che oggi sembrano avere controindicazioni non ancora risolte, ma che un domani potrebbero rivelarsi pronte all'utilizzo. E' similmente legata alla transizione ecologica la protesta degli agricoltori, che è partita in Olanda e in Germania e si è rapidamente diffusa in gran parte d'Europa, Italia compresa. I coltivatori stanno bloccando sempre più nodi di traffico e autostrade per protesta contro l'obbligo di ridurre le emissioni (del 55% entro il 2030 e del 100% nel 2050) e altre decisioni prese dal parlamento europeo (o da governi nazionali) senza un dialogo con la categoria.
Gnl, stop dagli Usa?
La versione radicale delle strategie “verdi” potrebbe rivelarsi anche causa di nuovi problemi legati al gas: il presidente americano Joe Biden ha messo in pausa il rafforzamento degli impianti legati all'export del Gnl. Una vera doccia fredda per l'Europa, che già ha ridotto notevolmente l'afflusso di gas russo e che rischia di trovarsi nuovamente in carenza di rifornimenti. Varie organizzazioni industriali europee, giapponesi e persino americane hanno scritto a Biden, invitandolo a riconsiderare questa disposizione. Tuttavia, non è facile che l'inquilino della Casa Bianca si smentisca: siamo in piena campagna elettorale e il tema green è uno dei pochi argomenti su cui il leader democratico può trovare consenso per sperare in una rielezione.
Euribor manipolato
Ha fatto molto discutere la sentenza della Cassazione sulla manipolazione dell'Euribor da parte di alcune banche europee. La nuova situazione potrebbe offrire la possibilità di ottenere rimborsi ai clienti che hanno acceso un mutuo variabile fra il 29 marzo 2005 e il 30 maggio 2008. Insorgeranno, per gli istituti di credito, problemi tali da compromettere l'ottimo andamento del settore? Assolutamente no. A poter chiedere il risarcimento saranno poche persone, e non è detto che tutti gli aventi diritto si imbarchino in una causa che potrebbe durare anni. Sono, tra le altre cose, esclusi dalla possibilità di ricorrere i clienti il cui contratto è ormai in prescrizione e quelli che riceverebbero un importo modesto. La sentenza dovrebbe dunque pesare sulle banche qualche decimale di punto: il suo valore è poco più che simbolico. Il tema vero non è rappresentato tanto dal ricalcolo delle commissioni, quanto dalle eventuali sanzioni civili per le aziende di credito che si sono rese protagoniste di questa operazione e quelle penali per i dirigenti. Un aspetto, questo, su cui però l'intervento dei tribunali sembra, almeno per ora, piuttosto carente.
