Borse poco mosse. In attesa della Fed

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le Borse hanno archiviato una settimana all’insegna della debolezza e provano a rimbalzare. Ma restano comunque poco mosse, come spesso accade nella fase prenatalizia. L’ultimo appuntamento in grado di dare qualche scossone è l’imminente riunione della Federal Reserve, che dovrà sancire il taglio tassi di 25 punti base, dato per scontato praticamente da tutti. Superata quest’ultima scadenza, gli indici dovrebbero muoversi in modalità prefestiva, a meno ovviamente di imprevisti. Insomma, quello che i mercati dovevano fare lo hanno fatto, non c’è motivo di aspettarsi scossoni: a fine anno si tireranno le somme e si ripartirà.

La Fed taglia. La Bce no

Se la Fed si appresta a tagliare, la Banca Centrale Europea non ci pensa neanche. Le divergenze fra i membri del comitato esecutivo Bce dividono infatti chi vuole diminuire i tassi, chi non lo vuol fare e chi invece vuole addirittura tornare a inasprire la politica monetaria. Ma i “falchi” sembrano avere il pallino in mano. Il sasso è stato lanciato da Isabel Schnabel, membro del board, nonché possibile candidata alla presidenza dopo Christine Lagarde. In un’intervista a Bloomberg, la consigliera ha apertamente affermato di sentirsi a proprio agio con il possibile aumento dei tassi (anche se non nell’immediato, ha precisato). Nel mentre, ha aggiunto, a meno di shock “prevedo che resteranno in questa posizione per un certo tempo”, a causa del ritorno dei rischi di un nuovo aumento dell’inflazione. Più “colomba” Olli Rehn, membro del consiglio direttivo Bce e presidente della Banca di Finlandia, che in un’intervista a Milano Finanza ha ritenuto “più probabile che l’inflazione si attenui”, esortando l’Eurotower a decidere secondo i dati, piuttosto che su posizioni rigide. Il nuovo duello a colpi di fioretto fra falchi e colombe in quel di Francoforte sembra quindi iniziato. Ciò che è certo è che, nel confronto tra la politica monetaria Fed e quella Bce, sembra possibile un “sorpasso in frenata”, con Washington destinata a tornare su valori più bassi rispetto a Francoforte.

Riarmo: la Germania dice addio ai paesi “frugali”

Questo trend rende realistica la previsione di un’ulteriore divaricazione del rapporto euro-dollaro, già in fascia alta: la possibilità di una politica monetaria dovish americana e hawkish europea apre a un possibile avvicinamento dei valori fra le due monete a una quota non distante da 1,20. A meno, ovviamente, di una crisi economica europea forte: a questo proposito occorrerà tenere sotto controllo come potrebbero reagire mercati ed economia reale all’annunciato distacco totale dal gas russo, previsto per il 2027. Intanto, a cercare di risollevare i conti in modo insolito è la Germania, che sembra allontanarsi dalla tradizionale leadership dei Paesi “frugali”: il Bundestag si appresta ad approvare l’acquisto di armamenti ed equipaggiamenti per la maxi-somma di 52 miliardi. Un approccio che fa paura ad alcuni economisti tedeschi, per il rischio di rivolgimenti della vita quotidiana nel Paese. Un doomsday scenario sul futuro del benessere della locomotiva d’Europa è stato tracciato da Veronika Grimm, membro del consiglio tedesco degli esperti in economia, secondo cui entro quattro anni gli interessi sul debito pubblico, i costi per le armi e gli investimenti per lo stato sociale esauriranno il gettito fiscale, impedendo altri investimenti o obbligando il governo ad alzare le tasse. Con una facile conseguenza: il trasferimento delle aziende e dei giovani lavoratori in altri Paesi. Dalla disamina dell’economista tedesca, appaiono i rischi di un tramonto della Germania come lido sicuro. Il che, se davvero avvenisse, avrebbe effetti devastanti sul resto d’Europa.

Trump: le debolezze europee

Il monito di Veronika Grimm non sembra così distante dal documento di 33 pagine sulla strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, con cui Donald Trump ha paventato il rischio che la civiltà europea venga cancellata, e che fra anche meno di 20 anni il continente diventi “irriconoscibile”. Il presidente degli Stati Uniti ha criticato l’Europa a 360 gradi, sia dal punto di vista economico, sia da quello dell’attenuazione della libertà di parola, dell’immigrazione di massa e delle aspettative, definite “irrealistiche” sulla guerra russo-ucraina. Concentrandosi sulla parte più strettamente economica, il documento evidenzia le debolezze del sistema europeo. I rilievi non sono fuori luogo: l’Ue, nata per assicurare libertà di commercio nel continente, è diventata un’istituzione popolata da burocrati, che invece di favorire l’industrializzazione piazza regole, regolette, lacci e lacciuoli sulla strada delle aziende, deprimendo lo sviluppo e consegnando le nostre economie nelle mani dei cinesi, il cui avanzo commerciale tocca i 1.000 miliardi di euro.

Renault con Ford per metterci una pezza

Esempio lampante della stagnazione industriale europea è il momento critico dell’automotive, che vede i costruttori provare nuove vie per assicurarsi la sopravvivenza nell’era del green radicale. A questo obiettivo mira l’alleanza industriale che Renault ha stretto con Ford per le auto prodotte in Francia. La collaborazione punta a potenziare soprattutto il settore delle vetture elettriche: a questo proposito, il gruppo americano progetterà due nuovi modelli per la casa di Boulogne-Billancourt, che a sua volta poi si incaricherà di produrli; le auto saranno poi vendute sul mercato europeo a marchio Ford dal 2028. La partnership potrebbe non fermarsi qui: le due aziende hanno siglato anche un’intesa preliminare sulla produzione comune dei veicoli commerciali leggeri dei due brand per il mercato europeo.

Snellire le procedure

Le aziende europee, dunque, cercano di arginare gli ostacoli piazzati dai politici Ue sulla strada dello sviluppo. Un percorso che sembra andare in direzione opposta a quello americano, dove lo Stato ha partecipazioni in aziende per 10 miliardi di dollari. Un trend che qualcuno ha scherzosamente soprannominato “social-capitalismo trumpiano” (e qualcun altro, più seriamente, “capitalismo di Stato”). Nell’Ue – e qui torniamo seri – manca invece una difesa degli interessi strategici europei e dei singoli paesi membri nazionali. Illuminante, a questo proposito, è un articolo scritto sul Sole 24 Ore da Gianfilippo Cuneo sul caso Ilva. Nel suo intervento, Cuneo evidenzia l’assenza della politica e il potere di qualsiasi procura operante sul territorio nazionale di bloccare impianti per tempi anche molto lunghi. Una situazione che può scoraggiare qualsiasi imprenditore, bloccando un suo possibile interesse al rilancio della struttura (in questo caso, il colosso tarantino). Ovviamente i giudici devono poter fare liberamente il proprio mestiere, questo è fuori da ogni dubbio. Basterebbe però mettere un po’ di ordine nelle competenze, e magari deliberare che, per le questioni di interesse nazionale, la pertinenza venga centralizzata a una superprocura. Questa mossa eviterebbe possibili disaccordi fra magistrati locali, demandando inchieste e potere di bloccare impianti a un solo organismo giudicante. Ciò potrebbe dare più certezze in casi delicati che coinvolgono decine di migliaia di posti di lavoro, come appunto l’Ilva. E snellire i procedimenti, evitando un tira e molla procedurale in grado di allungare in maniera spropositata i tempi e a non offrire certezze su eventuali nuovi blocchi, dissuadendo imprenditori da possibili investimenti.

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Borse, si chiude un novembre molto positivo

I mercati hanno archiviato brillantemente il mese, premiando chi ha saputo cogliere le opportunità. Ora ci attende un anno all'insegna dei primi ribassi del costo del denaro, con ricadute su azioni e obbligazioni. Il fallimento Signa e i possibili impatti su banche, economia reale e listini

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Le Borse hanno chiuso novembre con risultati brillanti. I dati sull'inflazione e il rientro degli eccessi registrati sul mercato obbligazionario hanno favorito anche l'azionario, con un mercato italiano tornato su valori che non si vedevano dal lontano 1999Chi ha scelto la strategia di mantenimento ha fatto la scelta corretta. Per tutti coloro che si sono dimostrati in grado di cogliere le opportunità, il 2023 si chiuderà infatti molto bene.

Il fallimento Signa

Detto questo, mentre l'inflazione è ormai sotto il 3%, l'economia sconta le conseguenze della stretta monetaria ed evidenzia varie difficoltà. Tra i settori più colpiti, il real estate, dove si iniziano a vedere gli effetti del rialzo dei tassi di interesse. Che ha un triplice effetto: rallenta le compravendite immobiliari, innesca un calo dei prezzi a causa dell'incremento dei mutui e del conseguente decremento della domanda e mette in grossa difficoltà i colossi immobiliari che hanno acquistato terreni a prezzi molto alti e ora devono fare i conti con quotazioni più basse e l'invenduto. Una vittima eccellente del rallentamento dell'edilizia, causato dalla stretta monetaria, è Signa, il gruppo immobiliare austro-tedesco del vulcanico René Benko, che ha presentato istanza di fallimento presso il tribunale di Vienna. Il crack preoccupa le banche, esposte complessivamente per circa 2,2 miliardi di euro (nel gruppo c'è anche Unicredit). La situazione ha destato molti timori di effetto domino e reazioni a catena, con impatti sul settore creditizio, ma non solo. Al momento, però, il sistema bancario ha tutte le potenzialità per digerire senza grandi difficoltà questo pur grave imprevisto. E' chiaro, però, che se al fallimento Signa si aggiungessero nuove insolvenze, per le aziende di credito il problema inizierebbe ad aggravarsi in maniera molto pericolosa.

La posizione delle banche centrali

A influenzare la situazione dell'economia in generale e del real estate in particolare saranno sicuramente i banchieri centrali e le loro strategie monetarie per il 2024. Sembra scontato che il prossimo anno i tassi scenderanno sia in Europa, sia negli Stati Uniti, con i relativi impatti sull'economia, sulle Borse e sul mercato obbligazionario. E' altrettanto sicuro che non si parlerà più di nuovi rialzi, nonostante la dichiarazione di Jerome Powell, che ha tenuto aperta la possibilità di far crescere ancora il costo del denaro. L'esternazione del presidente Fed è infatti poco più che accademica: l'economia americana non potrebbe sopportare una manovra simile e neppure l'elettorato, che il prossimo anno sarà chiamato a eleggere il nuovo presidente degli Stati Uniti. Più pragmatica è stata la tedesca Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo Bce: l'economista, pur certa che ci sarà “un aumento dell'inflazione”, ha bollato come “piuttosto improbabile un nuovo rialzo dei tassi” in Eurolandia. E' quasi certo che la Bce anticiperà la Fed nello “scollinamento” e nella discesa del costo del denaro: sembra preannunciarlo lo stop al riposizionamento in basso del dollaro, che dal valore di 1.10 è tornato intorno a 1.08 sull'euro. Le due monete sono, in questo momento, in una fascia di oscillazione 1.05-1.15, una sorta di trading range che al momento fa comodo a tutti.

Petrolio e gas

Per petrolio e gas sembra arrivato un periodo di relativa stabilità. Il greggio è in fase di stagnazione e non si muove dalla forbice 75-85 dollari al barile, in un prezzo di equilibrio che, come non abbiamo mancato di dire in precedenza, è positivo per tutti gli attori in gioco. Il gas staziona invece intorno alla quota di 40 euro al megawattora, fermando e lentamente assorbendo il rimbalzo di alcune settimane fa. Unico rischio è l'arrivo dell'inverno, che quest'anno sembra tornato su livelli climatici tradizionali.

Record oro, balzo bitcoin

A sfuggire alla stagnazione sono invece l'oro e i bitcoin: il primo ha stabilito un nuovo record, superando quota 2.100 dollari l'oncia; il secondo è invece tornato a 41.000 dollari. La performance dei due asset risponde ai primi segnali di ammorbidimento monetario: evidentemente, neppure gli investitori credono troppo al freno di Powell sul calo del costo del denaro. Il re dei metalli e le monete virtuali sono visti oggi come protezione dal prossimo ribasso dei tassi di interesse: gli strumenti che non danno un rendimento sicuro possono avere una logica di apprezzamento. Per quanto riguarda l'oro, a questa interpretazione se ne aggiunge un'altra: qualche Paese potrebbe aver iniziato ad accumulare riserve per proteggersi da eventuali sanzioni. Non sembra estranea all'apprezzamento dell'oro anche la situazione geopolitica: la guerra in Medio Oriente, che si è aggiunta al conflitto russo-ucraino e alle crisi in Africa, ha contribuito a restituire al metallo giallo il tradizionale (e, per certi aspetti, superato) ruolo di “bene rifugio”.

La morte di Charles Munger

Lo scorso 28 novembre è scomparso, a quasi 100 anni, Charlie Munger, noto guru degli investimenti, nonché amico, sodale e braccio destro di Warren Buffett. Munger ha fatto parte di una ristretta cerchia: quella degli “oracoli” della finanza capaci di fornire ricette vincenti in tutte le stagioni. Quei personaggi, cioè, che hanno saputo interpretare i mercati e i loro mutamenti – ma soprattutto cavalcarne l'onda e reagire agli eventi avversi – indifferentemente dal cambiamento del mondo, della finanza e della tecnologia.

Munger è anche noto per alcune citazioni brillanti sull'economia, ma non solo. Ne riportiamo alcune.

“Investite in aziende che anche uno stupido possa guidare, perché un giorno uno stupido lo farà. Se un'azienda non è in grado di sostenere un po’ di cattiva gestione, allora non è in un mercato davvero interessante”.

“Le menti migliori sono nei libri, non nelle aule scolastiche”.

“Gli studenti imparano la finanza aziendale nelle facoltà economiche. Gli viene insegnato che il grande segreto è la diversificazione. Ma la regola giusta è esattamente l’opposto”.

“E' notevole il vantaggio a lungo termine che persone come noi hanno ottenuto cercando di non essere stupide, invece di cercare di essere intelligenti”.

“Chi continua a imparare continuerà a crescere nella vita”.

“Imitare il gregge invita alla regressione verso la media”.

 


Bce, sui tassi è confronto aperto

Il board della Bce è ormai spaccato tra “colombe” e “falchi”: all'intervento di Fabio Panetta, che ha invitato l'Eurotower a considerare i rischi della stretta monetaria, è seguita la replica della rappresentante tedesca Isabel Schnabel, sostenitrice del 2% di inflazione a ogni costo. Intanto preoccupa l'effetto della ripartenza cinese sul prezzo delle materie prime

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Ricordate la Banca Centrale Europea dai toni felpati e dal linguaggio paludato? Bene: archiviatela. I tempi degli interventi in punta di penna e delle posizioni attutite sembrano ormai un lontano ricordo. In epoca di inflazione e di netta differenza di posizioni sull'aumento dei tassi, il confronto tra i “falchi” e le “colombe” è ormai aperto, e nessuno fa alcunché per nasconderlo. Lo hanno dimostrato gli interventi, la scorsa settimana, di due membri del comitato esecutivo dell'istituto centrale. Ha buttato il sasso Fabio Panetta - ex direttore generale di Banca d'Italia – nel corso di un evento svoltosi a Londra giovedì scorso. Ha replicato il giorno seguente, in un'intervista, la tedesca Isabel Schnabel.

Tu chiamala, se vuoi, inflazione

Panetta, echeggiando le parole più volte pronunciate dal governatore di Bankitalia Vincenzo Visco, ha espressamente criticato la velocità con cui la Bce sta ritoccando i tassi verso l'alto. L'inflazione, ha affermato Panetta, “potrebbe evolversi in entrambe le direzioni. Penso che siamo di fronte a una incertezza molto elevata. Non dico che dobbiamo fermarci, ma di prenderci il tempo che serve per valutare meglio l’economia”. Una chiara critica alle linee guida decise da Christine Lagarde, che invece di mediare tra falchi e colombe sembra essersi arruolata nel primo gruppo senza ripensamenti di sorta. La risposta di Panetta è stata altrettanto netta: “non è più necessario”, ha affermato, “porre enfasi unicamente sui rischi inflazionistici al fine di evitare gli scenari peggiori. Occorre invece considerare il rischio che la stretta monetaria risulti eccessiva, oltre all’eventualità che la nostra azione possa rivelarsi insufficiente. Dobbiamo procedere con gradualità, al fine di evitare costi eccessivi per l’economia reale. Questo non significa che non agiremo con decisione nella nostra lotta all’inflazione. Significa che ci muoveremo con decisione nella giusta direzione. Non dobbiamo guidare come un pazzo a fari spenti nella notte, ha chiuso, citando la leggendaria Emozioni di Mogol-Battisti. Omettendo di aggiungere “per vedere se poi è tanto difficile cadere in recessione”: questo rischio è, naturalmente, noto a tutti.

 1-1, palla al centro

Giusto il tempo di commentare l'intervento di Panetta e puntuale è arrivata la risposta di Isabel Schnabel, convinta che sia il costo della vita a rappresentare il rischio più consistente per l'Europa. E che quindi il rialzo previsto per marzo non possa essere messo in discussione. “Siamo ancora lontani dal poter cantare vittoria”, ha affermato l'economista tedesca, “I mercati ritengono che l’inflazione scenderà molto rapidamente verso il 2% e che rimarrà lì, mentre l’economia andrà benissimo. Questo sarebbe un ottimo risultato, ma c’è il rischio che l’inflazione si riveli molto più consistente di quanto attualmente valutato dai mercati finanziari. Non è facile giudicare se le nostre misure siano già restrittive, ma considerato l’attuale livello dei tassi di policy e il livello e la persistenza dell’inflazione di fondo, un rialzo dei tassi da 50 punti base è necessario virtualmente in qualunque scenario plausibile, per riportare l’inflazione al 2%”. In una situazione, come quella attuale dell’area euro, in cui “non è nemmeno iniziato un ampio processo di disinflazione”, ha aggiunto.

Intervento fuori bersaglio

Per ora i “falchi” sono in maggioranza e Christine Lagarde sta seguendo la loro linea: è quindi davvero arduo pensare che a marzo il rialzo dei tassi non prosegua. Tuttavia, l'esternazione di Panetta ha reso pubblico un confronto già aperto da tempo. E che contrappone la lotta all'inflazione a ogni costo a una posizione più attenta ai rischi di recessione. I sostenitori di nuovi rialzi dei tassi si fanno forti della sostanziale tenuta dell'economia: ciò dimostrerebbe che l'attuale politica monetaria non ha prodotto danni collaterali e che è quindi possibile combattere l'inflazione a colpi di ritocchi del costo del denaro senza tracolli drammatici. Una simile posizione, tuttavia, rischia di ingenerare gli eccessi di ottimismo: i mercati vedranno infatti gli effetti della strategia “al rialzo” non prima di (almeno) sei mesi. Le “colombe” prendono le mosse da un particolare spesso troppo trascurato, e che noi non abbiamo mancato di far notare più volte: l'inflazione europea è diversa da quella americana. La seconda è di tipo classico, e quindi può essere combattuta con strumenti tradizionali. La prima dipende invece dall'energia, su cui un rialzo dei tassi non può certamente influire. L'Europa non può frenare i costi delle materie prime e non sarebbe in grado di farlo neppure se l'Ue fosse unita e compatta. Il rialzo dei tassi rischia quindi di bloccare la domanda senza neppure scalfire i rischi sul fronte energetico.

La Cina riparte

E i rischi sono ancora forti. Soprattutto in questi giorni, che vedono il completamento della riapertura cinese e l'acquisto, da parte di Pechino, del 50% in più di materie prime. L'allarme è soprattutto per il petrolio, ancora in posizione neutrale, ma che potrebbe salire a causa dell'ondata di fabbisogno cinese. È bene non sottovalutare neppure il dossier-gas. Il costo del metano – è vero – veleggia ormai sotto quota 50 e potrebbe subire ancora assestamenti in basso e la Russia aumenterà gradualmente la sua fornitura a Pechino, compensando il disimpegno in Europa e rispondendo alla domanda cinese. Tuttavia, ricordiamolo, gli aumenti del metano, che alcuni mesi fa aveva portato il suo valore al Tff oltre la soglia dei 300 euro per megawattora, potrebbero essere stati spinti a quei livelli anche dalla speculazione. Che potrebbe manifestarsi nuovamente nel futuro.

I rischi dell'elettrico

Nel dossier energia, in Europa c'è un convitato di pietra: lo stop alle auto endotermiche, previsto per il 2035. La decisione dell'Europarlamento sembra difficilmente reversibile – a meno che le prossime elezioni Ue, previste per il 2024 rovescino completamente le maggioranze attuali. Uno scenario a cui non credono neppure i produttori del settore automotive, che hanno già bloccato gli investimenti in veicoli tradizionali. C'era davvero bisogno di una decisione così radicale sulle auto? La risposta è no. Intendiamoci: gli interventi ambientali per salvare il pianeta sono necessari e doverosi. Ma non sono certo le automobili endotermiche le responsabili della crisi climatica. Secondo un'analisi statistica ripresa da Bill Gates, per esempio, l'incidenza dell'inquinamento automobilistico sul totale delle emissioni è appena dello 0,2% - percentuale che si abbassa notevolmente se si prendono in considerazione solo le vetture europee (nel resto del mondo, in tutta probabilità, si proseguirà a produrre le auto tradizionali). Lontani anni luce il cemento e gli allevamenti, settori ben più inquinanti. Ma spesso la vulgata comune è molto diversa dalla realtà: così, l'equazione “auto endotermiche – inquinamento”, spinta dalle lobby che hanno investito molto sull'elettrico, diventa difficile da criticare, anche se non ci sono prove che dimostrino un forte impatto della benzina sulla crisi ambientale. Mentre sono molte le controindicazioni che disseminano punti di domanda sulle e-cars. Sul fronte dei costi, prima di tutto. Anche se fosse possibile abbassare i prezzi correnti delle vetture (e ciò non è scontato), lieviterebbero comunque le spese di riparazione, che secondo una stima di Federcarrozzieri aumenteranno fra il +18% e il +30% rispetto a quanto avviene per le auto a benzina o diesel. Molto critica anche la tenuta della rete elettrica, che già ora si dimostra scarsa. Soprattutto in estate, quando sono accesi i condizionatori di case e uffici. Dal 2035, il territorio sarà disseminato di colonnine di rifornimento, gravando in modo ancora più pesante sul sistema e rallentando le ricariche, già molto più lunghe rispetto agli approvvigionamenti di benzina. Il rischio maggiore si manifesterà, comunque, in strada. In caso di incidenti, le auto elettriche sono vere e proprie bombe in movimento, che – a quanto dicono alcuni test – provocherebbero danni ben più gravi rispetto ai veicoli a combustione.

Aspettando le trimestrali

Infine, uno sguardo alla settimana dei mercati, il cui calo è stato moderato. Calma piatta, dunque, in attesa degli utili del primo trimestre 2023, che detteranno la linea per un po' di tempo. In ogni caso, occorre evidenziare che il rimbalzo dell'autunno-inverno è stato poderoso: per esempio, negli ultimi quattro mesi Milano ha conseguito un +37%. Per questi motivi, è consigliabile mantenere le posizioni in essere almeno fino alle trimestrali, per poi, eventualmente, correggere il tiro in un secondo tempo. Tra i settori che sicuramente daranno soddisfazione agli investitori, quello bancario, che dovrebbe risentire positivamente del rialzo dei tassi anche negli utili alla fine del prossimo mese. Prosegue la sua corsa il titolo Tim, che offre tuttora varie opportunità. La performance era prevedibile: l'offerta di Kkr, pari a 44 centesimi per azione, dimostra che il valore dell'azienda è sicuramente maggiore rispetto ai 20 con cui era quotato. Gli investitori avveduti hanno quindi puntato su questo titolo. E sul braccio di ferro Kkr-Cdp, che ha tutte le caratteristiche per giovare alle azioni dell'azienda telefonica.

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