Debito pubblico Usa: tiene banco il downgrade di Fitch

L'agenzia di rating ha portato la valutazione del deficit americano da AAA ad A+, scatenando le proteste dell'amministrazione Biden. Ma la decisione non fa che allinearsi a una mossa simile di Standard & Poor's, che aveva abbassato il “voto” dello Zio Sam nel lontano 2011. E da allora, la situazione del disavanzo di Washington è decisamente peggiorata

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La settimana delle Borse è stata influenzata dal downgrade del debito sovrano americano da parte di Fitch, che lo ha abbassato da AAA a AA+. L'agenzia di rating ha spiegato la decisione con un deterioramento di bilancio previsto per il prossimo triennio, l'assenza di un piano fiscale nel medio termine, la recessione attesa per i prossimi due trimestri e il rallentamento della crescita del Pil.

Le proteste del Tesoro americano

Il nuovo rating di Fitch ha prontamente scatenato proteste da parte dell'amministrazione Biden. In particolare, Janet Yellen ha definito la retrocessione “arbitraria” e “obsoleta”, perché – sempre secondo il segretario al Tesoro Usa – si basa su dati vecchi. Ma, visto da un osservatorio più neutrale, il downgrade non rappresenta nulla di nuovo. Anzi: adegua la visione di Fitch a quella di Standard and Poor's, che abbassò la valutazione del debito statunitense nel lontano 2011, intuendo quanto stava accadendo in seguito alla crisi finanziaria deflagrata tre anni prima. E da allora, per lo Zio Sam, le cose sono cambiate, sì, ma in peggio. La tendenza riscontrata da S&P con la sua decisione (che fu vista come clamorosa) è peggiorata ancora: in totale, negli ultimi 15 anni, il debito americano è più che triplicato, ultimamente anche per effetto del Covid. A stupire non dovrebbe, dunque, essere il downgrade, ma che Fitch se ne sia accorto solo ora. E che, in generale, le agenzie di rating abbiano effettuato aggiustamenti tutto sommato lievi rispetto alla situazione. Se davvero, come si usa dire, a pensar male si fa peccato, ma spesso si azzecca, verrebbe da collegare l'approccio tutto sommato “morbido” delle società di valutazione con il fatto che la loro sede è in territorio americano. In caso contrario – se i rating, cioè, dovessero davvero riflettere la situazione reale del debito – il “voto” a Washington non sarebbe tanto diverso da quello attribuito all'Italia. Tanto più che il deficit pubblico Usa – ben superiore al nostro – non conteggia il debito dei comuni e degli stati, ed è quindi potenzialmente più profondo di quanto evidenziato.

Borse in calo

L'aggiustamento in basso da parte di Fitch è quindi una tempesta in un bicchier d'acqua. Così come sono probabilmente esagerate le conseguenze che molti osservatori hanno voluto derivare dalla diminuzione del rating. È vero che le Borse europee hanno chiuso la settimana in negativo (con Milano a -3,1%) e che anche i listini asiatici hanno registrato un calo, ma il downgrade non può essere visto come l'unico responsabile. In particolare nel nostro continente, una piccola correzione era già in atto, dopo un semestre che ha alternato grandi balzi in avanti con un periodo di trading range lungo e tutto sommato rassicurante. Anche il rialzo del prezzo del petrolio dipende dal declassamento del deficit americano fino a un certo punto. Lo spostamento della forbice nell'intervallo compreso tra gli 80 e i 90 dollari, tra l'altro già in atto, sembra causato anche da altri fattori: tra questi, i prevedibili aggiustamenti estivi, ma anche i bombardamenti sui porti russi del Mar Nero, che comincia a chiudersi come spazio di navigazione, una possibile richiesta di greggio russo da parte della Cina e la spaccatura dell'Africa sul colpo di stato in Niger. Il rincaro del greggio rende comunque appetibili gli investimenti sul settore petrolifero.

Banche, la tassa sugli extraprofitti

Nel mentre, a inizio settimana, Piazza Affari ha proseguito a evidenziare una certa sofferenza. I nuovi cali, intorno al 2%, sono stati causati soprattutto dalla forte flessione dei titoli bancari, che ha raggiunto anche il 6-7%. Il ribasso, a sua volta, dipende in gran parte dalla nuova misura del governo, che il 7 agosto ha introdotto un prelievo fiscale straordinario, pari al 40%, per gli extraprofitti delle banche (evidentemente, come spesso accade, c'era chi sapeva qualcosa in anticipo). La tassa, che dovrà essere saldata il prossimo anno, servirà – ha specificato una nota dell'esecutivo - per finanziare il “fondo per i mutui sulla prima casa e per interventi volti alla riduzione della pressione fiscale”, tutelare gli “utenti dei servizi di trasporto aereo e terrestre; incentivare gli investimenti, anche in riferimento al settore dei semiconduttori e della microelettronica; intervenire su specifiche attività economicamente rilevanti, in particolare nel settore della pesca e delle produzioni vinicole". L'intervento del governo intende lanciare un monito agli istituti di credito, che con l'inizio della stretta monetaria Bce hanno prontamente alzato i tassi passivi dimenticandosi di fare altrettanto per quelli attivi. In questo modo, le banche hanno probabilmente inteso recuperare i magri ricavi raccolti quando i tassi erano negativi. Misure di questo tipo, tuttavia, mostrano tutti i loro limiti, per il carattere nazionale dell'intervento, che rischia di minare la competitività delle banche italiane rispetto a quelle del resto d'Europa. Diverso sarebbe se fosse l'Ue a occuparsi, in maniera uniforme, della questione. O, meglio ancora, se ci fosse un'autorità di garanzia europea incaricata di vigilare su eventuali distorsioni di questo tipo. E rilevare i casi in cui i gruppi creditizi hanno proseguito a remunerare con lo 0% i conti dei piccoli clienti, offrendo nel contempo a quelli grandi i pronti contro termine con rendimenti simili a quelli dei bot. Detto questo, è il mercato che ha già risposto a questa strategia delle banche: i clienti hanno spostato pian piano la liquidità dai conti correnti ad altre forme di investimento, o ai sicuri e redditizi conti deposito ampiamente pubblicizzati dalle aziende di credito più lungimiranti.

Trimestre anti-inflazione

Il governo sta cercando di agire sul fronte del caro-prezzi anche con un'iniziativa che ha fatto parlare: il “trimestre anti-inflazione”, che scatterà dal prossimo 1 ottobre. Si tratta di un'iniziativa, introdotta in seguito a un accordo fra il ministero delle Imprese e del Made in Italy e alcune sigle di rappresentanza di commercio, distribuzione, farmacie e parafarmacie (non dell'industria, almeno per ora), che prevede prezzi calmierati su vari articoli. Nel dossier, che sarà definito nel successivo incontro del 10 settembre, ci sono prezzi fissi e scontati, ma anche attività promozionali. “Con il paniere calmierato”, ha detto il ministro delle Imprese Adolfo Urso, “siamo convinti di poter dare un definitivo colpo all'inflazione riconducendola a livelli naturali. Proprio ieri secondo i dati Ocse, l'inflazione in Italia nell'ultimo mese scende dal 7,6% al 6,4%, con un calo di 1,2 punti percentuali, maggiore a quello registrato nell'area Ocse dove l’indice dei prezzi al consumo si è ridotto in media dello 0,8%. Un trend consolidato proprio grazie all'effetto del costante monitoraggio dei prezzi effettuato dal Mimit, con i nuovi poteri conferiti dal decreto trasparenza di gennaio, e anche all'impegno già in atto della filiera della distribuzione e del commercio, che in questi mesi ha svolto un ruolo importante nel contenimento dei prezzi e nella tutela del potere di acquisto delle famiglie”. Resta, però, escluso il settore che ha subito il caro-prezzi maggiore: quello dei servizi. Nei mesi estivi si sono verificati forti rincari di ristoranti e alberghi (prezzi che, come è facile da comprendere, sono impossibili da controllare e calmierare), ma anche di voli, soprattutto nazionali, e delle tariffe ferroviarie. Queste ultime, è persino inutile ricordarlo, difficilmente caleranno con il ribasso dell'inflazione. La storia ci insegna, infatti, che una volta alzate, le tariffe ferroviarie, come quelle autostradali, non calano più.

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Aspettando la recessione

Nel consiglio direttivo Bce è aperta la discussione sulla possibilità di mettere in pausa l'incremento progressivo dei tassi, anche se finora il “partito rialzista” sembra ancora prevalere. Ma, mentre l'inflazione è ancora al centro delle attenzioni dei banchieri centrali, un altro pericolo incombe sull'economia mondiale...

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In Europa, il picco dei tassi sarà raggiunto con le prossime tre riunioni del board Bce. Ma non necessariamente l'istituto centrale provvederà a incrementarne il valore in tutti e tre gli appuntamenti. Lo ha affermato François Villeroy de Galhau, governatore della Banca di Francia e membro del direttivo dell'Eurotower. “Abbiamo tre possibili consigli direttivi per alzare o fare una pausa”, ha dichiarato, ritenendo nel contempo “saggio e prudente” il rallentamento degli aggiustamenti ricorrenti dai 50 ai 25 punti base. In seguito, ha aggiunto Villeroy, occorrerebbe tenersi sui livelli stabiliti per un certo periodo, prima di iniziare il ciclo delle discese. Falchi ancora in vantaggio

Questa dichiarazione presenta il governatore della Banca di Francia come “pontiere” fra i falchi – che finora hanno inequivocabilmente prevalso – e le colombe. Fra i primi c'è la stessa presidente Christine Lagarde, che ancora una volta ha espresso un chiaro scetticismo sulla possibilità di introdurre una pausa, e governatori come Robert Holzmann (Banca d'Austria), convinto che incrementare i tassi di 75 punti base sia imprescindibile per combattere l’inflazione. Inflazione che però è già ampiamente sotto controllo. La sua corsa si sta infatti fermando, grazie al “rientro nei ranghi” delle materie prime, e a fine anno non dovrebbe superare il 3%. Mentre l'alto costo del denaro mette sempre più a rischio i sistemi economici: le filiere produttive si stanno fermando in tutta Europa (e anche negli Usa, che hanno una politica simile sui tassi), mentre si temono il blocco degli investimenti e una crisi del sistema immobiliare, che sta già manifestando forti problemi. Insomma: ora l'allarme non è più legato all'inflazione, ma al rischio recessione, che potrebbe colpire l'Europa e altri paesi occidentali già nei prossimi mesi.

Diverse ricette, stesso risultato

Detto questo, sorge spontanea un'osservazione: la Banca del Giappone – diversamente dagli istituti centrali europeo, britannico e americano – ha deciso di mantenere la propria politica monetaria e lasciare i tassi di riferimento a -0,10%. Una scelta che non ha prodotto risultati differenti da quelli attualmente osservabili altrove: anche nel Sol Levante l'inflazione sta rientrando. Ci si chiede, quindi, se in questa crisi si sia davvero instaurato un rapporto di causa-effetto fra le rigide strette monetarie di Bce, Fed e Boe e lo stop subito dal vortice inflattivo. O se, piuttosto, il rientro dell'inflazione non sia un fenomeno endogeno, indipendente (in tutto o in parte) dalle strategie delle banche centrali. Che, in Europa e negli Usa, hanno proceduto quasi all'unisono, anche se le cause del fenomeno erano differenti in ciascuna delle aree: materie prime per l'Ue (e parzialmente per la Gran Bretagna, in cui però ha giocato un ruolo anche il post-Brexit) e forte rialzo della spesa pubblica negli Stati Uniti, punto distintivo del programma economico dell'amministrazione Biden.

Tetto al debito Usa, the final countdown

Punto distintivo che, però, presto potrebbe non esserlo più. Perché proprio l'entità della spesa pubblica è uno dei punti su cui il presidente americano Joe Biden e il repubblicano Kevin McCarthy, speaker della Camera dei rappresentanti, si stanno confrontando per alzare il tetto al debito oltre i 31.400 miliardi di dollari e scongiurare, così, la bancarotta dello Zio Sam. “Biden deve accettare una condizione base”, ha dichiarato a questo proposito McCarthy: “non possiamo spendere altri soldi l'anno prossimo. Dobbiamo spenderne meno dell'anno prima”. Da parte sua, il Presidente si è detto “pronto a rivedere il budget di spesa: dobbiamo trovare un accordo”, ha detto, “ma senza la minaccia di un default”. Che "sarebbe una catastrofe, 8 milioni di americani rischierebbero di perdere il lavoro". La minaccia evocata dall'inquilino della Casa Bianca è però il convitato di pietra delle trattative, che almeno finora, non hanno ottenuto risultati: sebbene Biden abbia dichiarato che la bancarotta è “evitabile”, democratici e repubblicani sono ancora distanti, mentre i giorni passano veloci. Sì, perché – a parere di Janet Yellen, segretario al Tesoro Usa – il tempo stringe davvero, e il 1° giugno gli Stati Uniti potrebbero non essere più in grado di onorare il loro debito. Alla fine, molti osservatori sono concordi nel ritenere che un accordo – anche provvisorio – sarà trovato, evitando il peggio. Lo pensano anche i mercati, che finora non hanno risentito delle tensioni provenienti dalla Sala Ovale di Washington. In particolare, i listini europei sono in leggero rialzo. Un po' perché – lo abbiamo appena detto – gli investitori “scommettono” su un buon esito della trattativa. Un po' perché il problema è più di carattere americano che non mondiale. E un po' perché, in questa situazione di trading range lungo, i volumi e gli scambi sono limitati e la volatilità resta molto bassa, anche quando i mercati scendono.

Mercati ancora tranquilli

Da febbraio, la situazione dei listini mostra il protrarsi di un lungo periodo interlocutorio, che ha trasformato i trend borsistici in una sorta di Deserto dei Tartari della finanza. Non si è ancora verificato un evento in grado di far pendere la bilancia dalla parte del Toro e dell'Orso. E non hanno smosso molto neppure le trimestrali che, pur molto buone, non hanno avuto la forza per dare una spinta al mercato. La situazione interlocutoria potrebbe durare per gran parte dell'estate; in seguito il trend sarà forse in grado di delinearsi in maniera un po' meno incerta. Visti i fondati timori di recessione, sembra più facile che all'orizzonte ci sia un rallentamento del mercato, anche se non si può prevedere di quale entità.

Gli impatti delle alluvioni

Il mese di maggio 2023 è stato anche contraddistinto dalle drammatiche alluvioni che hanno colpito l'Emilia-Romagna in due diverse ondate, lasciando una scia di morte e distruzione. Dal punto di vista economico, il disastro naturale avrà prevedibilmente un forte impatto sui settori agricolo e zootecnico delle aree colpite. In particolare, i raccolti ortofrutticoli delle zone allagate sono da considerarsi persi, e – a quanto stima la locale Confagricoltura – occorrerà estirpare da 10.000 a 40.000 alberi da frutto – soprattutto (ma non solo) peschi, albicocchi e kiwi. La stima definitiva si farà quando le acque si saranno ritirate e sarà possibile capire cosa salvare e cosa eliminare. È però già ampiamente noto che i danni da mancata produzione saranno incalcolabili (tra i 5 e i 6 miliardi quelli stimati) in un settore che viveva di esportazione nei principali paesi europei: sono a rischio oltre 50.000 posti di lavoro, mentre la ripiantumazione degli alberi distrutti potrà dare frutto non prima di quattro o cinque anni. Mettendo in ginocchio l'economia della Fruit Valley italiana. Non molto diverso il discorso legato alla zootecnia, che ha visto molti animali vittime dei fiumi in piena. Mentre sarà tutto sommato più marginale l'impatto sul settore industriale, i cui macchinari sembrano aver subito danni molto minori, e che presumibilmente potrà riprendere la produzione in tempi relativamente brevi. Ne consegue che l’impatto negativo provocato dal disastro naturale sul Pil italiano sarà probabilmente di qualche decimale.

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Rischio default americano, mercati con il fiato sospeso

Le Borse proseguono nella loro marcia regolare, senza sussulti né variazioni di grande entità. Ma a turbare la tranquillità, che prosegue ormai da febbraio, potrebbero pensarci tre elementi: l'incremento insufficiente della produzione industriale in Cina, la mancata crescita globale e, soprattutto, il rischio di un mancato accordo sul tetto al debito pubblico Usa

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I mercati proseguono la loro marcia in territorio neutrale. Gli scostamenti sono minimi e ininfluenti: se due settimane fa le Borse hanno recuperato un calo iniziale con un rialzo di simile entità, venerdì scorso si è registrato il fenomeno opposto: una flessione dopo un buon avvio. Entrambi i trend hanno praticamente portato i listini alla situazione di partenza.

Rischio recessione

Il lungo trading range, che ormai prosegue quasi indisturbato da metà febbraio, non ha finora risentito troppo delle ottime trimestrali – anche perché i dati di marzo fotografano il passato, mentre il futuro presenta varie incognite, che potrebbero causare ribassi. Non troppo pesanti, probabilmente, ma in grado di offrire agli investitori opportunità di rientrare successivamente sul mercato a prezzi migliori. In particolare, ci sono tre grandi nubi all'orizzonte. La prima viene da Pechino, e dipende dalla pubblicazione dei dati sulla produzione industriale in Cina, che ad aprile si è incrementata del 5,6% annuo. Un dato che è sì migliore rispetto a quello di marzo (+3,9%), ma appare più modesto rispetto alla performance attesa dagli analisti (+10,9%). Un'altra preoccupazione riguarda le minacce alla crescita globale e i timori di recessione, che gravano sulle economie mondiali anche a causa della corsa al rialzo dei tassi: un rischio di questo genere si ripercuoterebbe anche sugli utili delle aziende, restituendo dati ben diversi da quelli molto positivi delle trimestrali attualmente in arrivo.

Usa, l'incubo del tetto al debito

Terzo incubo, il rischio di default tecnico americano, dovuto al mancato innalzamento (almeno finora) del debito pubblico Usa, che ha raggiunto il tetto stabilito di 31.400 miliardi di dollari. Finora, il presidente Joe Biden e l'opposizione repubblicana stanno proseguendo una non facile trattativa per ampliare il debito ed evitare, appunto, il default che in assenza di un'intesa – ha affermato il segretario al Tesoro Janet Yellen – potrebbe scattare il 1° giugno. Senza un compromesso fra i due litiganti, si verificherebbero fra le altre cose licenziamenti immediati nel settore pubblico, con un impatto devastante sull'economia americana. Se il buonsenso suggerisce che le due parti, alla fine, si verranno incontro, l'approssimarsi delle presidenziali fa temere un irrigidimento di democratici e repubblicani sulle rispettive posizioni. I due partiti potrebbero ragionare in ottica elettoralistica, mirando a guadagnare consensi più che a fare il bene del paese. Per questo motivo, una soluzione è tutto tranne che scontata. Anche perché il tempo non è molto e i mercati del mondo occidentale sono già nervosi e inquieti. Se l'accordo non sarà trovato, una flessione dei listini è vista come molto probabile, proprio per gli impatti sull'economia reale degli Stati Uniti. Anzi: già in questi giorni (meno di 15) c'è il rischio di ripercussioni negative sulle contrattazioni, causate da un'attesa sul filo del rasoio.

Tassi, manca coraggio

In questa situazione non aiuta certamente il pericolo di un nuovo, possibile rialzo dei tassi, su cui la Federal Reserve dovrà prendere una decisione. Mentre l'inflazione americana ha chiuso il decimo mese consecutivo di ribasso, raggiungendo i minimi dal maggio del 2021. È pur vero che la componente core è salita al di sopra delle attese, procurando argomenti ai sostenitori di nuovi rialzi ai tassi; tuttavia, il trend sembra ben definito, con un'inflazione Usa che entro fine anno tornerà sotto quota 4%. Queste tendenze potrebbero giustificare un atto di coraggio da parte della Fed, con uno stop, anche temporaneo, delle strategie a cui siamo ormai abituati. La speranza è, ovviamente, legittima, ma è bene non abbondare troppo nelle illusioni. Per la Federal Reserve, come anche per la Bce e la Bank of England, il rialzo dei tassi pare più una battaglia ideologica che non una scelta ponderata. Sembra che i tre istituti centrali siano impegnati quasi in una gara, dove perde chi rinuncia prima degli altri alle periodiche strette monetarie. Che sono presentate come ineluttabili, in presenza di dati sull'inflazione superiori al 2%. Questa percentuale è vista quasi come un mantra soprattutto in Europa, dove Christine Lagarde ha annunciato nuovi rialzi – sebbene i prezzi delle materie prime, veri responsabili dell'inflazione nel nostro continente, siano ormai ampiamente sotto controllo. Mentre anche Londra ha provveduto a un nuovo, ormai consueto scatto verso l'alto del costo del denaro.

Banche centrali, doppio ritardo

Le tre banche centrali si sono confermate ancora una volta in ritardo rispetto alla situazione che le economie mondiali stanno vivendo. Quando l'inflazione era ormai un fenomeno chiaro, Fed, Bce e Boe hanno atteso troppo nell'alzare i tassi, lasciando che la “valanga” prendesse corpo e diventasse più pericolosa. Oggi, gli istituti centrali reagiscono ancora una volta in ritardo alla recessione che incombe e non prendono quelle contromisure (cioè lo stop ai rialzi) che potrebbero contribuire a fermarla sul nascere, o almeno a rallentarla. Fra pochi mesi vedremo dove ci porterà questa politica. E capiremo se avranno avuto ragione i tre istituti centrali dei paesi occidentali oppure la Banca del Giappone, che ha invece rifiutato di avviare una pesante e progressiva stretta monetaria.

Petrolio e oro

Come anticipato, le materie prime sono ampiamente sotto controllo. Il gas sta viaggiando a zig zag verso quota 30 euro/MWh e potrebbe presto arretrare ulteriormente, avvicinandosi al prezzo a cui eravamo abituati prima della pandemia. Il petrolio è invece ancora in fase d'attesa e veleggia tra quota 70 e 80 dollari Usa, vanificando gli effetti dei tagli alla produzione decisi dall'Opec. È invece ancora oltre quota 2.000 dollari la quotazione dell'oro, che però - in uno scenario che vede l'inflazione in continuo calo - sembra sopravvalutato. Ai valori odierni, comprare metallo giallo non è particolarmente consigliabile: anzi, finché l'oro resta a questi livelli potrebbe rivelarsi più redditizio venderne una parte delle scorte, per poi magari effettuare un riacquisto successivamente, in caso di decisa flessione.


Il crac Silicon Valley Bank spaventa i mercati. Ma non sarà una nuova Lehman

Il default della banca californiana contagia rapidamente altre aziende di credito a stelle e strisce e getta nel panico le Borse di tutto il mondo. Vari osservatori evocano lo spettro del 2008 e della crisi sistemica che ne seguì. Ma tra i due scenari ci sono alcune differenze che potrebbero rendere meno impattante la nuova crisi

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Solo otto giorni fa, i riflettori del mercato erano puntati su Jerome Powell, che in audizione al Congresso si era detto pronto a velocizzare l'aumento del costo del denaro e a portare i tassi più su rispetto alle attese. Pochi giorni dopo, il fallimento improvviso di Silicon Valley Bank ha rapidamente conquistato il centro della scena, scatenando un terremoto sui mercati e rinfocolando paure di una crisi sistemica che non si verificava dai tempi del fallimento Lehman.

I motivi del crac

Per comprendere i motivi del crac è utile spiegare la strategia di business di Svb. La banca californiana finanziava circa la metà delle start up americane, che a loro volta versavano nei suoi forzieri gli importi che non erano stati impiegati. Con le somme depositate, l'istituto - con il classico “circolo virtuoso” - sosteneva nuove start up che richiedevano denaro in prestito e, nel contempo, sottoscriveva anche titoli di stato a lunga scadenza del Tesoro americano. Tutto bene fino all'aumento dei tassi, che ha reso più rischiosi alcuni investimenti, tra cui proprio quelli sulle start up. Che, proprio a causa delle necessarie ristrutturazioni, hanno fermato i depositi e invertito la marcia, iniziando a prelevare dalle casse di Svb il denaro di cui avevano bisogno. Fino a quando la banca californiana - che, ricordiamolo, aveva un patrimonio pari a 209 miliardi di dollari - si è trovata a secco. Per compensare il calo dei depositi, Silicon Valley Bank ha quindi avviato in tutta fretta la vendita - in perdita - di un portafoglio obbligazionario di 21 miliardi di dollari, costituito soprattutto da titoli di stato Usa (acquistati - imperizia dei manager, più che sfortuna – proprio mentre la Fed si apprestava ad avviare la stretta monetaria e, nel contempo, il settore delle start up arretrava). La vendita in perdita ha ridotto, ma non eliminato, l'allarme-liquidità, lasciando un buco da 1,8 miliardi di dollari. A questo punto si è tentata la mossa estrema: l'aumento di capitale, che però non ha trovato investitori sufficienti. E si è scatenato il panico: le start up hanno iniziato la corsa al ritiro dei propri depositi dalla banca. Negli Stati Uniti, in caso di fallimento dell'istituto depositario, il fondo di garanzia assicura il rimborso di una somma fino a 250.000 dollari, non un penny in più. Per questo motivo, le start up (che, comprensibilmente, hanno depositi ben maggiori) hanno cercato di salvare il salvabile. L'annuncio che assicurava il rimborso a tutti i depositanti (e non solo di quelli con meno di 250.000 dollari sul conto) è giunto tardivo: a quel punto ormai il buco si era allargato sensibilmente. E la banca era ormai spacciata e costretta a dichiarare fallimento.

In ritardo

Il default si poteva evitare? Probabilmente sì. Le banche sono il pilastro fondamentale del sistema economico: non possono fallire. E, in caso di difficoltà, occorre fermare il rischio di bank run per tempo. Questo non è stato fatto, rimandando l'annuncio della salvaguardia dei depositi a default avvenuto. Una domanda è lecita: coprire l'aumento di capitale da 1,8 miliardi – o, in subordine, garantire tutti i depositi fermando la corsa ai prelievi – sarebbe costato di più rispetto alla situazione attuale? Sicuramente no. Tuttavia, le autorità americane hanno preferito agire (anzi, non agire) in pieno stile Far West senza pensare alle conseguenze che ne sarebbero derivate. Se il Tesoro Usa fosse entrato nel capitale della Silicon Valley Bank, probabilmente lo avrebbe fatto a costo zero, magari anche guadagnandoci al momento di rivenderne le azioni rivalutate. E, soprattutto, avrebbe evitato un nuovo rischio sistemico che, invece, si aggira come uno spettro nelle Borse di tutto il mondo. È il caso di dirlo: la storia sarà anche maestra di vita, ma spesso i decisori se ne dimenticano. E si verificano queste situazioni.

Rischio contagio

Il default di Silicon Valley Bank ha portato con sé fondati timori di contagio. Un rischio che, ha dichiarato il segretario al Tesoro Usa Janet Yellen, deve essere assolutamente evitato, anche se – ha proseguito – il sistema bancario Usa “rimane resiliente”. Escluso anche un salvataggio pubblico di Svb: "vogliamo far in modo”, ha detto Yellen, “che i problemi di una banca non vadano ad affliggerne altre che sono solide". La situazione, tuttavia, desta preoccupazione perché negli Stati Uniti, il contagio è già partito: a stretto margine dal crac Silicon si sono arrese anche Signature Bank e Silvergate Exchange Network, due istituti di credito crypto-friendly. E si teme per altre banche americane, mentre le Borse crollano. Siamo in presenza di una nuova Lehman? Impossibile dirlo ora, anche se la situazione consente un cauto – molto cauto - ottimismo. Gli interventi nel fine settimana sono più che sufficienti per tranquillizzare i mercati, perché, i soldi dei correntisti sono stati garantiti. Anche quelli superiori a 250.000 dollari.

Banche europee

Nonostante le rassicurazioni di Tesoro americano e Fed, il panico ha varcato l'oceano, portando al crollo anche le Borse europee. A guidare il picco negativo è proprio Milano, per lo stesso motivo che l'aveva vista macinare punti fino a pochi giorni fa: la presenza massiccia di titoli bancari nel suo listino. Una caratteristica che l'ha resa un po' come l'acqua marina di Eraclito di Efeso: motore di crescita in tempo di aumento dei tassi, elemento esiziale in epoca di crisi sistemica bancaria. Ma per quale motivo la copertura al 100% dei depositi non ha fermato il pessimismo? Perché – e parliamo soprattutto delle banche europee – le istituzioni americane hanno garantito i depositi, ma non le obbligazioni senior, che evidentemente vari istituti di credito Ue hanno in pancia. Ancora una volta, le banche dell'Unione Europea – che sono senza dubbio le più sane – pagano per le speculazioni avventate che si verificano oltre oceano e per il lassismo delle autorità di controllo americane. Elementi, questi ultimi, che spiegano il motivo per cui le grandi crisi sistemiche partono solitamente dagli Stati Uniti.

Tassi: aumenti congelati?

L'aumento dei tassi, come abbiamo visto, ha avuto la sua parte nella vicenda che ha rapidamente portato al capolinea Silicon Valley Bank. Sono fondati i timori, nel mondo economico americano, che un'ulteriore stretta monetaria potrebbe mettere ancora più a rischio gli investimenti meno sicuri, come quelli che coinvolgono le start up. Anche per questo, negli Stati Uniti si dà per molto probabile uno stop provvisorio agli aumenti dei tassi. Secondo v, la Fed potrebbe rinunciare al previsto ritocco di 50 punti: l'emittente americana ha quotato al 66% questa eventualità. Lo scopriremo il 22 marzo, data in cui è in calendario l'incontro della Federal Reserve. Più difficile prevedere le mosse della Bce, che si riunisce domani. Christine Lagarde ha evitato dichiarazioni, ma tra i gestori monta un certo pessimismo: nonostante numerosi appelli alla ragione, l'Eurotower potrebbe persistere in una strategia impermeabile alle vicende esterne ed estremamente difficile da comprendere. Come detto in precedenza, il 2008 non ha insegnato niente: in quell'anno Jean-Claude Trichet, dopo il crac Bear Stearns, continuò ad alzare i tassi in Europa fino a luglio; oggi Christine Lagarde (guarda caso due francesi...) è sulla stessa strada per ripetere lo stesso errore. Ma tanto loro, quanto i burocrati che li coadiuvano non pagano mai per gli errori clamorosi che compiono.

Entrare sul mercato o restarne fuori?

Detto questo, la vigilanza più attenta e la maggiore solidità che contraddistinguono le banche europee sono un po' gli anticorpi che dovrebbero evitare guai seri alle aziende di credito del nostro continente. Per questo motivo, non è detto che gli investitori, soprattutto italiani, debbano rimanere fuori dal mercato troppo a lungo. Non molto tempo fa consigliavamo di mantenere le posizioni a chi stava già investendo, suggerendo agli altri di attendere, in attesa della correzione dei mercati. Ecco: la correzione sta arrivando. Sui titoli bancari è già avvenuto un calo del 14%: se si verificasse una nuova perdita di un altro 5/10%, potrebbe rivelarsi vantaggioso acquistare. Anche perché, almeno a quanto ci si attende, le prossime trimestrali delle banche italiane dovrebbero rivelarsi molto positive.

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