Aumento dei tassi: non siamo ancora al picco

La Bce prosegue nella stretta monetaria, anche se rallenta il ritmo dei rialzi: probabili nuovi ritocchi entro l'estate. Negli Usa, nuove banche evidenziano serie difficoltà, mentre in Italia il settore va a gonfie vele. E alcune aziende di credito alzano addirittura i target

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Non c'erano molti dubbi: la Bce ha seguito la Fed, aumentando i tassi di 25 punti base. Siamo di fronte all'ultimo rialzo? Oppure ne seguiranno di nuovi? E ancora: il rallentamento (25 basis point invece di 50) segna il picco della politica restrittiva di Francoforte? A quest'ultima domanda ha indirettamente risposto Klaas Knot, presidente della banca centrale olandese e membro del direttivo Bce. L'Eurotower, ha detto, dovrà proseguire negli aumenti dei tassi, almeno “fino a quando l'inflazione sottostante non sarà stata arginata”. L'orientamento è stato confermato (e non avevamo alcun dubbio) anche dalla presidente Bce Christine Lagarde: dovremo perciò attenderci nuovi aggiustamenti di 25 punti base in giugno, luglio e forse oltre. Per rispondere quindi all'interrogativo: no, non siamo al picco – al limite stiamo raggiungendo il plateau. Passata l'estate, forse, potremo respirare, in attesa che il costo del denaro (non prima del 2024) possa tornare a scendere.

Prevalgono i “falchi”

Il nuovo aumento segna ancora una volta la prevalenza dei “falchi” sulle “colombe” - gruppi che portano istanze completamente opposte. I primi sono convinti che sia necessario alzare i tassi, perché questa strategia è in grado di bloccare l'inflazione e tutelare i consumatori dagli aumenti e dal deprezzamento del denaro e del potere d'acquisto. I secondi, invece, ritengono che con i tassi bassi il consumatore abbia sì meno soldi, ma che si possa tutelare facendo provvisoriamente scelte meno dispendiose. Mentre non ha alternative percorribili se è indebitato, in un contesto in cui il denaro costa sempre di più. In questo caso, il danno ad aziende e famiglie esce – come si usa dire - dalla porta e rientra dalla finestra. Questa ultima lettura si può estendere anche ai sistemi-paese: in tempo di tassi alti, uno stato indebitato (come lo è l'Italia) è costretto a tagliare i servizi o aumentare le tasse; in entrambi i casi, sono poi i cittadini a perderci. E il grande timore è che i cittadini ci perderanno davvero. La situazione dei tassi potrebbe avere un effetto pesante sull'economia già da fine estate, sia in Europa, sia negli Stati Uniti. Sull'industria si profilano già dati preoccupanti, anche se le prime trimestrali sono molto solide.

Dubbio amletico

Certo è che la Fed, a differenza della Bce, sembra timidamente più orientata almeno a riconsiderare le strategie da applicare nei prossimi mesi, non scartando a priori la possibilità di discutere uno stop alla politica di aumenti. Anche se gli ultimi dati sui posti di lavoro negli Stati Uniti potrebbero convincere la banca centrale statunitense a proseguire con i rialzi almeno per un po'. I numeri forniti dall'US Bureau of Labor Statistics evidenziano che lo scorso aprile l'occupazione americana è salita, nei settori non agricoli, di 253.000 posti, contro i 180.000 previsti, attestando il tasso di disoccupazione al 3,4% (quello atteso era del 3,6%). Il dato potrebbe quindi incidere sulle scelte della Fed: ogni volta che sale l'occupazione, si ritiene che il rialzo dei tassi sia stato “digerito” dall'economia, e questo è interpretato come un via libera a nuovi rialzi. La Federal Reserve dovrà quindi trovare la quadra fra l'intenzione di ammorbidire la politica restrittiva e la tentazione di introdurre un nuovo ritocco di 25 punti base.

Crisi bancaria, nuovo capitolo o colpo di coda?

Per la Fed, comunque, le maggiori preoccupazioni non risiedono nelle future decisioni sui tassi ma nelle nuove difficoltà evidenziate da alcune banche regionali. La crisi del settore, pur essendo uscita dalla sua fase di allarme rosso, continua a disseminare pericoli sulla strada del settore creditizio. La scorsa settimana – non molto tempo dopo le rassicurazioni della Fed sulla solidità del sistema americano, si sono evidenziati problemi per tre nuovi istituti: PacWest, FirstHorizon e Western Alliance. In particolare, la prima ha subito un crollo in Borsa dopo aver comunicato di essere in cerca di un compratore; successivamente, l'azzeramento del dividendo (allocato a riserva), le dichiarazioni dell'amministratore delegato Paul Taylor, che ha garantito sulla solidità della banca, e un rimbalzo di oltre l'80% a Wall Street hanno rassicurato i mercati, senza però diradare completamente le paure. In generale, le banche americane che hanno mostrato debolezza sono – come detto - regionali, e non sistemiche. Tuttavia, la crisi non può permettersi di espandersi a macchia d'olio: First Republic è stata acquistata da JPMorgan ed eventuali nuove aziende di credito che dovessero fallire saranno, forse, rilevate da qualcun altro. I grandi gruppi, qualora se ne presenti la necessità, si dimostreranno in grado di assorbire una parte delle eventuali banche in crisi. Ma non di tutte. Non è assolutamente realistico stabilire un “piano B” che preveda semplicemente un M&A generalizzato e automatico: prima o poi, la lista dei compratori si esaurirà. Meglio sarebbe riformare il sistema e introdurre ufficialmente una garanzia pubblica sui depositi, per prevenire il panico e la corsa agli sportelli, spesso cause dirette del fallimento delle banche. Questo intervento, a conti fatti, inciderebbe sulle casse dello stato in misura molto minore rispetto a un salvataggio successivo. Una nuova minaccia per i piccoli istituti di credito potrebbe, invece concretizzarsi nell'irruzione a gamba tesa delle bigtech nell'operatività bancaria. Come è accaduto nell'operazione lanciata a metà aprile da Apple in collaborazione con Goldman Sachs, che ha riscosso un successo clamoroso. Lo strumento, attivabile dal proprio wallet, rende fino al 4,15% annuo, e nei primi quattro giorni ha raccolto quasi un miliardo di dollari, totalizzando l'apertura di 240.000 conti in una settimana. L'iniziativa, che sembra un aggiramento delle regole bancarie, offre un rendimento di dieci volte superiore alla media americana, più alto persino rispetto a quello della stessa Goldman Sachs. Ma dimostra pure che le bigtech sono in grado di raccogliere denaro rapidamente, anche per la loro reputazione, soprattutto nella fascia di clientela più giovane.

Banche italiane, che colpo

L'Italia, da parte sua, mostra un settore del credito in ottima salute. Istituti come Intesa Sanpaolo e Banco Bpm hanno addirittura alzato i target price, preannunciando dividendi a due cifre. L'ottimo momento delle banche fa bene, naturalmente, anche a Piazza Affari, listino in cui il settore è particolarmente presente. E le prospettive si preannunciano buone: nonostante il balzo in avanti di questi mesi, il comparto è ancora sottodimensionato; attualmente, le banche italiane valgono sei volte gli utili con cui hanno archiviato il 2022. Se le cose dovessero andare bene anche alla fine di questo esercizio, le banche conserverebbero comunque grandi potenzialità di crescita. Per questo motivo, un investimento nei loro titoli è ancora praticabile, e ha tutte le probabilità di preannunciarsi molto redditizio. Per il resto, in un mercato che continua a procedere tranquillo e senza particolari scossoni, l'attesa delle trimestrali (soprattutto - ça va sans dire - del settore bancario) fa sperare in un nuovo ciclo positivo. Fino ad allora, sembra consigliabile confermare una posizione difensiva e di mantenimento. Nella consapevolezza che l'attuale situazione di “calma piatta” ci regala un affresco ben diverso rispetto alla situazione che contraddistingueva i mercati solo un anno fa.

Foto di Gabriel Tovar su Unsplash


Salvataggio First Republic: si spengono i rischi sistemici?

L'istituto di credito, in forte difficoltà, è stato ceduto in tempi brevi a JPMorgan. L'operazione rende possibile un certo ottimismo sulla fine della crisi bancaria “made in Usa”. Ora l'attenzione dei mercati può tornare a inflazione, tassi e trimestrali

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Risoluzione sprint per il caso First Republic Bank. L'istituto di credito americano, in forte difficoltà a causa della crisi bancaria Usa, sarà infatti rilevato da JPMorgan Chase. Regista dell'operazione, la Federal Deposit Insurance Corporation, che lunedì scorso ne ha preso il controllo e ha organizzato il salvataggio con un blitz à la Credit Suisse. JPMorgan, che negli Stati Uniti è banca di sistema. assumerà tutti i depositi di First Republic, inclusi quelli non assicurati (per un totale di 103,9 miliardi di dollari) e acquisterà la maggior parte dei suoi 229,1 miliardi di attività.

Incendio spento?

L'operazione First Republic-JPMorgan potrebbe davvero scrivere la parola fine sulla crisi bancaria americana esplosa dopo il fallimento di Silicon Valley Bank. Anche se, visti i precedenti del 2008, il condizionale è sempre d'obbligo. Certo è che l'acquisizione contribuisce a spegnere sul nascere gli attacchi short sferrati venerdì scorso contro il settore bancario europeo. Il tentativo speculativo aveva sfruttato i timori che le aziende di credito potessero tornare in difficoltà a cause dei crediti deteriorati. Le chiusure negative di venerdì scorso (-4% in Europa, con Milano particolarmente sofferente) sono state riassorbite e probabilmente sarebbero svanite in ogni caso, dimostrandosi una correzione più che un tentativo di attacco di sistema. È quindi possibile guardare avanti e concedersi un certo ottimismo: gli istituti di credito Usa colpiti dalla crisi sono gruppi regionali, pur con un posizionamento importante. In Europa, la crisi bancaria era già archiviata, e i rischi per i listini del nostro continente avrebbero potuto presentarsi solo su notizie provenienti dagli Stati Uniti. Ora, come detto, anche oltre oceano si può tirare (cautamente) un respiro di sollievo. Potremo dunque concentrarci sull'economia reale, e – ci si consenta un gioco di parole – sui problemi sistematici, più che su quelli sistemici.

In attesa

Il venerdì di sofferenza non ha comunque cambiato il trend che da quasi un mese guida l'andamento dei mercati, stagnanti in attesa dei dati trimestrali europei (quelli americani stanno già arrivando). Certo è che stiamo entrando nel semestre (statisticamente rilevante) del "Sell in May and go away"; per questo motivo, per l'investitore è consigliabile un approccio vigilante e prudente. La discesa dei mercati del 2 maggio, apparentemente senza spiegazioni se non nel probabile nuovo e ingiustificato aumento dei tassi che Fed e Bce si apprestano a fare questa settimana ci inducono alla cautela.  In questa ottica, potrebbe avere senso ridurre leggermente l’esposizione sul portafoglio azionario per rientrare più avanti. D’altronde sono due mesi che il mercato viaggia in un trading range strettissimo e le probabilità che la prossima mossa sia verso il basso sembra la più convincente a nostro parere. Sono troppe le incertezze sul tavolo: la stagionalità negativa, come già detto, il continuo rialzo dei tassi, una recessione chiamata a più voci e che prima o poi si manifesterà, le tensioni geopolitiche su Ucraina e Taiwan, il problema delle banche.  Insomma, chi vuole togliere soldi dal tavolo o scommettere su un ribasso, ha buone munizioni.

Patto di stabilità

Intanto, a Bruxelles si discute sulla riforma del patto di stabilità e crescita, con una proposta messa nero su bianco dalla Commissione Europea, che dovrà poi essere approvata dai paesi membri. La nuova bozza, che rende meno rigido il piano di rientro per i paesi con debiti superiori al 60% del prodotto interno lordo, prevede però aggiustamenti di bilancio annuali obbligatori (dello 0,5% minimo) per chi ha un rapporto deficit-pil oltre il 3%. Il testo formalizzato a Bruxelles contempla anche la possibilità di aprire procedure per debiti eccessivi e non esclude dal calcolo gli investimenti in ambiti inclusi nel Pnrr. Le posizioni dei paesi membri sono molto eterogenee (la Germania considera il testo troppo debole, l'Italia troppo rigido) e lo sono anche quelle degli economisti. Ma non mancano le perplessità sui meccanismi: secondo l'ex ministro dell'Economia e delle Finanze Giovanni Tria, per esempio, con il nuovo patto di stabilità l'Italia perderebbe controllo, e troppo potere sarebbe accentrato nelle mani di Bruxelles. Sicuramente, il provvedimento potrebbe mettere a rischio la riforma delle pensioni e quella del fisco nel nostro paese. Ma non andrebbe a colpire solo i paesi più in difficoltà a rispettarne i parametri. La proposta, così come è stata concepita dalla Commissione Europea, impone regole rigide che nessuno stato membro è in grado di rispettare. E ne rende difficile l'applicazione, proprio come è accaduto finora. Non è infatti un mistero che i rigidi paletti previsti dalla misura originaria - specialmente il rientro per i paesi con un rapporto debito-pil superiore al 60% - non siano stati quasi mai rispettati. Più che altro, il patto di stabilità è stato utilizzato per vietare deficit eccessivo ai paesi membri e, in alcuni casi, anche per fare pressioni contro governi ritenuti ostili alle politiche di austerity.

Braccio di ferro sul Mes

L'Italia, in ogni caso, cercherà di trattare, forte anche delle buone notizie sul fronte del pil: per il terzo anno di fila, l'indicatore cresce, e cresce più rispetto a quelli registrati da Francia e Germania. Il trend positivo dipende anche dalla capacità delle aziende di adattarsi alla crisi di sistema del paese, che si era manifestata già prima del Covid. La reazione a problemi reali ha reso le imprese italiane più reattive rispetto a quelle di altri paesi europei, che avevano vissuto tranquille per molti anni ed erano meno abituate a fronteggiare le difficoltà, esplose poi con la pandemia. Le trattative non saranno, però, semplici. Anche perché non riguarderanno solo il patto di stabilità. L'Italia è sotto i riflettori perché (unico paese nell'Unione Europea) non ha approvato il Mes. Mentre le istituzioni comunitarie fanno pressioni continue, dato che il meccanismo europeo di stabilità, per entrare in vigore, non può rinunciare all'unanimità degli stati membri. Come si risolverà il braccio di ferro Roma-Bruxelles? Molto probabilmente con un compromesso: da una parte l'Italia non può entrare in rotta di collisione con l'Europa; dall'altro, però, l'esecutivo cercherà di trattare per ottenere qualcosa in cambio su altri dossier aperti. In ogni caso, se (come probabile) il Mes dovesse entrare in vigore, qualsiasi paese membro dovrà sperare di non averne bisogno, per non rischiare la sorte della Grecia. Il tema vero è, come al solito, quello della speculazione sui debiti pubblici, contro cui la Bce (come più volte ha confermato Christine Lagarde) non può o non vuole fare nulla. Eppure, se vogliamo vederlo, questo è uno dei maggiori problemi, se non “il” problema. Lo ha evidenziato anche il Financial Times, secondo cui i grandi fondi speculativi hanno smesso di scommettere contro i titoli di stato italiani. Riconoscendo, implicitamente, che in passato sono state piazzate “scommesse” contro stati sovrani. Il che, è persino inutile dirlo, significa giocare alla roulette sulle spalle delle persone, e soprattutto delle fasce più deboli delle popolazioni.

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