Colloqui Usa-Iran, la reazione dei mercati

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La seconda parte della scorsa settimana ha riservato sorprese e colpi di scena sul fronte della crisi del Golfo. Ad alternarsi, a ritmo frenetico, tensioni e disgelo: dopo la firma digitale dell’accordo tra Washington e Teheran, i contendenti si sono riuniti al resort Bürgenstock (Svizzera) per i colloqui di pace; tuttavia, la nuova chiusura iraniana di Hormuz, causata dal proseguimento della guerra tra Israele e Hezbollah, ha rischiato di mandare tutto all’aria.

Se non che, le parti hanno ripreso a parlarsi. E le dichiarazioni ottimistiche da parte della delegazione iraniana, rilanciate dai negoziatori pakistani e qatarini, hanno fatto il resto: lunedì mattina il mondo si è svegliato mediamente positivo, con il petrolio tornato sotto quota 80. Tuttavia le Borse europee – che il venerdì precedente erano salite – sono apparse caute e prudenti.

Alla fine, i colloqui si sono chiusi ieri: l’Iran ha accettato le ispezioni Aiea sugli armamenti per assicurare la trasparenza sul nucleare, mentre gli Stati Uniti bloccheranno le sanzioni per due mesi.

Le parti hanno anche deciso di formare quattro gruppi di lavoro, dedicati a revoca delle sanzioni, nucleare, ricostruzione e sviluppo economico dell’Iran.

Dai risultati dei colloqui e dalla situazione dello Stretto di Hormuz (che non è ancora completamente aperto, diversamente dalla situazione pre-bellica) sembra che Donald Trump sia il grande sconfitto di questa operazione. E che ora stia cercando di tornare a concentrarsi sulla situazione interna, dato che fra pochi mesi il Partito Repubblicano sarà impegnato nelle elezioni di metà mandato, che vedono il Grand Old Party nettamente sfavorito.

Calo strutturale

Come detto, gli spiragli di pace della scorsa settimana hanno spinto le Borse europee in alto. Ma così non è accaduto lunedì, e tanto meno ieri: i listini del nostro continente sono calati già in apertura, con storni tra lo zero virgola e oltre l’1%. Stamattina il trend al ribasso sembra confermarsi, con aperture deboli.

II motivo è semplice: come si usa dire, si comprano le notizie e si vendono i fatti. Ora i mercati giudicheranno secondo ciò che accadrà davvero e non più sui documenti, che già in passato sono stati siglati e poi disattesi o superati dai nuovi avvenimenti.

A rispondere alle molte incognite saranno anche il futuro di Hormuz e la velocità di normalizzazione delle consegne di petrolio, gas, fertilizzanti e materie prime, che non sarà immediata (si prevede un’attesa da sei mesi a un anno). Tutto questo mentre i Paesi del Golfo puntano alla costruzione di infrastrutture che agevolino un passaggio alternativo allo Stretto, nel caso in cui il futuro ci riservi altre chiusure.

Consolidamento dei rialzi

La discesa è anche figlia del bisogno di consolidare i rialzi degli ultimi tempi: per questo motivo, le perdite di questa settimana non sorprendono.

Il periodo di assestamento potrebbe durare fino alla pubblicazione delle semestrali, su cui le Borse hanno già puntato i fari: se i bilanci si rivelassero molto soddisfacenti, ci sarebbe spazio per un nuovo rilancio. Che sarebbe ancora più probabile in caso di ritorno del petrolio sotto quota 60, anche se il traguardo potrebbe concretizzarsi non prima di sei mesi-un anno.

Il calo delle Borse europee dipende anche dal sell off dei tecnologici negli Stati Uniti. Il Nasdaq è stato protagonista di un calo considerevole, che era prevedibile dopo l’euforia per la quotazione di SpaceX. Azienda che, dopo la super-valutazione e l’ingresso nel Nasdaq 100, ha essa stessa ripiegato, arrivando a perdere il 16% in un solo giorno.

Sono film già visti, come si usa dire: anche le prime bigtech, dopo la quotazione, non erano state esenti da perdite, anche dal 25% al 50%, recuperate poi in un secondo tempo con la corsa verso nuovi massimi.

Federal Reserve, tassi fermi

Chi credeva che con l’insediamento di Kevin Warsh la politica della Federal Reserve cambiasse radicalmente è rimasto deluso. Nella prima scadenza sui tassi, infatti, la banca centrale americana ha lasciato il costo del dollaro invariato. E c’è di più. Nove consiglieri su 18 del Fomc, comitato Fed che gestisce la politica monetaria americana, hanno previsto un possibile intervento al rialzo entro fine anno.

Questo anche perché linflazione prevista è, per quest’anno, al 3,6%, molto oltre la percentuale “classica” del 2% – tutto questo in presenza di un mercato del lavoro sano e di un’economia ancora in ottime condizioni.

La reazione di Donald Trump è stata tutto sommato tranquilla: il presidente Usa, ancora concentrato sulla situazione internazionale, ha accettato di buon grado la scelta di stabilità, aggiungendo una critica molto temperata nei confronti di un’eventuale, successivo aumento, esprimendo comunque fiducia in Warsh.

Le dimissioni di Starmer

Turbini, invece, in Gran Bretagna: Keir Starmer, dopo la perdita di consensi anche nel suo partito, ha deciso di dimettersi da leader laburista e – di conseguenza – da primo ministro. Starmer ha affermato che starà al suo posto finché non sarà nominato un nuovo leader nei Lab: la corsa partirà con il giro delle candidature, previste dal 9 al 16 luglio.

Finora l’unico successore credibile è Andy Burham, ex sindaco di Manchester, fresco di vittoria alle elezioni suppletive a Makerfield nonostante il calo di consensi dei laburisti nei sondaggi su scala nazionale. Il che ha fatto della sua elezione un successo personale, ottenuto nonostante il partito. Il trionfo ha contribuito a minare le ultime sicurezze di Starmer, accelerando le sue dimissioni.

Burham, visto come probabile nuovo premier, ha un programma economico improntato sulla devolution e l‘aumento della spesa pubblica; quest’ultima voce, però, aprirà facilmente all’introduzione di nuove tasse, di cui la Gran Bretagna già provata dal post Brexit non ha certamente bisogno.

Il nuovo premier dovrà anche affrontare le difficili sfide legate all’immigrazione.

Risiko: le grandi manovre

Il risiko bancario è in pieno svolgimento e Unicredit sta giocando su più fronti. Commerzbank, prima di tutto: le adesioni all’offerta, che si è chiusa lo scorso 16 giugno, hanno raggiunto il 12,51%, portando Piazza Gae Aulenti al 39,28% del capitale della banca tedesca.

Una percentuale che, aggiunti derivato e strumenti regolati per cassa, porterebbe teoricamente il gruppo guidato da Andrea Orcel al 55,7%.

Il governo tedesco, però, mantiene il 12%, e non lo vuole cedere: si preannuncia così una convivenza difficile con le istituzioni di Berlino, che mal digeriscono l’operazione voluta da Orcel.

Oltre alla pista tedesca, Unicredit potrebbe tornare su quella milanese, rilanciando le proprie mire su Banco Bpm. Che, a sua volta, sta provando la strada della fusione con Mps – in competizione con Intesa Sanpaolo, anch’essa interessata a un merger con Siena, in alleanza con Bper e Unipol.

Un tutti contro tutti, sembra di capire, a cui non è estranea la possibilità di acquisire una succosa quota di Generali, che Montepaschi ha incamerato dopo l’operazione Mediobanca.

Alla corsa per il Leone di Trieste non sarebbe estranea neppure Unicredit che, secondo Il Sole 24 Ore, avrebbe contattato Delfin, proponendo uno scambio azionario. Con l’operazione, Piazza Gae Aulenti acquisirebbe il 10% di Generali, portandosi – soglie permettendo – al 19,2%. L’operazione, che è ancora a livello di rumour e non è quindi stata confermata ufficialmente, conferirebbe alla holding dei Del Vecchio una posizione importante fra i soci Unicredit.

Delfin, a opinione del quotidiano economico, non sarebbe però convinta dell’operazione. Certo è che, sul fronte risiko, i prossimi mesi potrebbero portarci manovre e operazioni clamorose, su molti fronti. Con strascichi imprevedibili sulla Borsa di Milano.

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Utili e spiragli di pace aiutano le Borse

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L’incontro fra Xi Jinping e Donald Trump si è concluso tutto sommato positivamente, anche se non ha prodotto risultati tangibili. Il clima generale del vertice è parso rilassato e non ostile e questo è bastato ai mercati per sorridere. Anche la questione di Taiwan sembra incanalata verso un lento confronto costruttivo: il presidente americano si è espresso contro l’indipendenza formale dell’isola, mostrandosi favorevole alla prosecuzione di questa situazione di stallo, che perdura dal 1949, ed evitando di rinfocolare la voglia di indipendenza, sgradita alla Repubblica Popolare. D’altra parte, appare improbabile che Pechino voglia premere troppo l’acceleratore su un’azione militare: la Cina vuole la riunificazione per motivi legati al nazionalismo, certo, ma anche (e, forse, soprattutto) per appropriarsi delle imprese produttrici di chip, di cui Taipei è ben fornita. Se, però, la Repubblica Popolare dovesse attaccare, i taiwanesi potrebbero decidere di distruggere le industrie, lasciando terra bruciata. Per la Cina sembra, dunque, un’opzione migliore rifornirsi di chip dagli Stati Uniti, che sembrano propensi ad assecondarli su questo punto. In poche parole, meglio un accordo (anche se risultasse pessimo) che una guerra. Incredibile, a questo proposito, che prosegua il conflitto tra Russia e Ucraina, il cui stallo risente però anche della posizione intransigente dell’Europa.

Buone le trimestrali, Borse ok

L’atmosfera positiva del vertice di Pechino, si diceva, è piaciuta ai mercati. Ma a sostenere i listini sono state soprattutto le notizie sulla crisi del Golfo. Ogni volta che si prospetta un accordo, o almeno si allontana il rischio di un’escalation, i mercati reagiscono bene. E ora dimostrano di credere nella possibilità di un accordo, traendo beneficio anche dal pur leggero calo del petrolio e da altre buone notizie: il rallentamento del sell off obbligazionario e – last but not least – le ottime trimestrali delle società quotate. Finora, la situazione dello Stretto di Hormuz non sembra dunque aver impaurito i listini, che hanno recuperato le perdite di inizio guerra e si sono rilanciate, pur rimanendo sintonizzate sulle notizie dal Golfo. Sembra proprio di doverlo dire: gli investitori che hanno avuto il coraggio di restare fermi, o di alleggerire solo parzialmente il portafoglio, sono (almeno per ora) i veri vincitori di questa crisi. Tuttavia, si profilano all’orizzonte nuovi rischi. Perché Hormuz è ben lungi dal ritorno alla normalità, e un protrarsi di blocchi e controblocchi rischia di spingere ancora più in alto il prezzo del petrolio e di provocare maggiori difficoltà di approvvigionamento – energetico e non. Con evidenti ricadute anche sui prossimi bilanci. Forse l’annuncio di Trump sul blocco della ripresa degli attacchi sull’Iran punta ad allontanare questi timori.

Sell off obbligazionario

Abbiamo accennato all’ondata di sell off obbligazionario, che dipende soprattutto dall’aumento dei rendimenti dei bond. Un fenomeno che ha portato i Treasury decennali americani, ma anche le obbligazioni inglesi e giapponesi, a livelli da primato. E che, se prolungato, potrebbe costituire un ostacolo alla salita delle Borse, perché visto come una fonte di buoni rendimenti, più sicuri e conseguiti con il minimo rischio. Oggi, per esempio, il decennale Usa è oltre 4,60% e il trentennale oltre il 5%, nonostante l’imminente taglio dei tassi a breve. I Btp della stessa durata sono, da parte loro, di poco sotto il 4%, mentre i Bund viaggiano intorno al 3,15%. Il che suona clamoroso, se si guarda al livello delle obbligazioni governative tedesche solo pochi anni fa: nel 2022 il tasso era infatti di -0,25%, e chi in quell’epoca ha investito in bond non ha ancora recuperato le perdite. Nei rendimenti delle obbligazioni avrà un ruolo importante anche la posizione delle banche centrali, impegnate a mantenere un difficile equilibrio tra i rischi di inflazione e di recessione.

Tra inflazione e recessione

E proprio le scelte delle banche centrali avranno un ruolo cruciale nello sviluppo di strategie per affrontare i problemi derivanti dai blocchi di Hormuz. Mentre c’è molta curiosità sulle prossime mosse di Kevin Warsh, che giurerà venerdì prossimo come presidente della Federal Reserve, in casa Bce il percorso sembra già tracciato. Il mantra della Banca Centrale Europea è bloccare l’inflazione, che ad aprile l’Istat ha stimato al +2,7% su base annua. L’aumento dei prezzi ha riguardato soprattutto l’energia e i prodotti agricoli e alimentari, a causa della scarsità di fertilizzanti e dell’aumento nel costo dei trasporti.
Per agire sull’inflazione, Francoforte sembra voler utilizzare la “solita” ricetta: alzare i tassi, anche se a questo giro il fenomeno degli aumenti dipende dalla scarsità di offerta. La narrazione dell’Eurotower, che ha fatto filtrare l’intenzione di effettuare tre ritocchi verso l’alto dei tassi a breve entro fine anno, è già stata scontata dal mercato: secondo una statistica dell’Abi relativa al mese di aprile, il tasso medio dei nuovi mutui ha raggiunto il 3,43%, sei centesimi in più rispetto al mese precedente. Ed entro fine anno il costo dell’opzione variabile potrebbe raggiungere quella fissa.

Il nuovo virus

Come se ce ne fosse bisogno, all’effetto domino della crisi del Golfo si è aggiunto il rischio di trasmissione dell‘hantavirus, “sbarcato” da una nave da crociera in una variante che per la prima volta prevederebbe il contagio da uomo a uomo. Se questa nuova malattia infettiva si scoprisse dannosa come il Covid, farebbe sicuramente crollare le Borse, come è accaduto nel 2020. Ma il rischio che si verifichi una nuova pandemia sembra davvero molto basso. E assolutamente non paragonabile a quelli associati al Covid: pur più letale, l’hantavirus sembra infatti ben difficile da trasmettere e decisamente più agevole da isolare, mentre il numero di pazienti positivi è molto basso. Le Borse possono dunque concentrarsi sulle sfide di questo periodo difficile, che sono già molte e impegnative.

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Settimana problematica per i titoli finanziari

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La Borsa di Milano ha chiuso la scorsa settimana con un calo dell’1,7%, e, dopo un lunedì tutto sommato stabile, sta provando il recupero. La flessione di Piazza Affari è stata causata soprattutto dal pesante arretramento delle banche, capaci in una settimana di perdere il 7%. E di influire sul listino milanese, tradizionalmente molto esposto nei confronti del settore dei servizi finanziari – non per niente, le altre Borse europee, pur in presenza del terremoto delle azioni finanziarie, hanno chiuso una settimana tutto sommato tranquilla. La situazione non deve, però, spaventare: febbraio è tradizionalmente un mese poco positivo e in un ambito di trading range al rialzo (da gennaio a oggi le Borse sono ancora in “utile”) le correzioni, anche senza un motivo apparente, sono quasi ordinaria amministrazione. A questi prezzi, l’acquisto selettivo di alcuni titoli bancari potrebbe rivelarsi una buona scelta, tanto più che siamo vicini alla distribuzione dei dividendi.

I motivi della correzione

I motivi dello storno settoriale sono molto deboli: è vero che il governo sta discutendo nuove tassazioni per il settore, ed è altrettanto indubbia la portata delle dichiarazioni di Matteo Salvini (“continuo a ritenere che, in un momento di difficoltà economica per tanti, chi ha di più, come il sistema bancario, debba dare di più”, ha detto il vicepremier). Ma questo non basta a spiegare un movimento di questo tipo. Come non bastano le possibili reazioni degli investitori a un’inchiesta del Sole 24 Ore, secondo cui i maxi-utili delle aziende di credito dipendono sempre meno dagli interessi passivi sui finanziamenti e sempre di più dall’asset management e dalle polizze assicurative. Tanto più che questa politica è ben nota da anni. Insomma: piani governativi, dichiarazioni e indagini giornalistiche non sono sufficienti per un crollo azionario di questa portata. Piuttosto, sullo storno delle banche potrebbe aver influito maggiormente la paura generalizzata che i nuovi strumenti di intelligenza artificiale per il risparmio gestito possano mettersi in concorrenza con le case storiche di investimenti e prendersi tutto il mercato. Non per niente, è bastato che Altruist mettesse sul mercato un servizio di pianificazione fiscale che si basa sull’Ia (nel dettaglio, sulla sua piattaforma Hazel) per colpire i titoli delle società di asset management. E riverberarsi sulle banche.

Incubi IA

D’altra parte il fenomeno sembra ormai consolidato: ogni volta che l’intelligenza artificiale generativa viene accostata a un settore, si scatena il terremoto in Borsa proprio su quel comparto. A questo proposito, ha fatto parlare un post virale (anzi, “viralissimo”, dato che è stato visto da decine di milioni di persone) di Matt Shumer, imprenditore americano che lavora proprio nell’ambito dell’Ia. “Qualcosa di grande sta succedendo”, ha affermato, facendo capire che siamo ormai arrivati allo spartiacque: dall’intelligenza artificiale che affianca il lavoro, afferma, stiamo passando all’Ia generativa in grado di sostituire il personale, facendo irruzione nei processi produttivi e diminuendo in maniera molto significativa la necessità di un contributo umano. Shumer ha paragonato il febbraio 2026 allo stesso mese del 2020, alla vigilia del Covid. Quando si parlava di questo nuovo virus che si stava espandendo in Paesi esteri, ma buona parte delle persone (e delle Borse) non gli prestava molta attenzione. Poi, in tre settimane, è cambiato tutto, trasformando la vita in una modalità che era praticamente impossibile da immaginare. Ecco: per Shumer siamo nelle stesse condizioni di allora. Con una differenza: i rischi insiti nell’Ia generativa sono “molto, molto più grandi” di quelli del Covid. Le opinioni su questa previsione decisamente distopica sono contrastanti. E’ indubbio che l’intelligenza artificiale generativa sia in grado di sostituire alcuni processi, e che lo sarà sempre di più. Tuttavia, ci sono ruoli che è difficile immaginare come completamente gestiti da algoritmi. E il risparmio gestito è uno di questi. A certi livelli, il rapporto umano e la fiducia tra gestore e cliente sono parte fondamentale del processo. Inoltre, l’Ia tende sempre a non contrariare l’utente o a fornire risposte “caute” o troppo equilibrate – un atteggiamento poco adatto a un settore che deve saper proporre alternative fra i vari mix moderati, bilanciati e aggressivi. L’intelligenza umana ha capacità di scelta e discernimento, che l’Ia non ha: un allarme di questo tipo sembra quindi prematuro. Tuttavia, in Borsa si compra e si vende sulle attese: se stimolati, i mercati reagiscono, a volte in maniera inspiegabile.

Sorpresa dall’economia americana

Grande sorpresa dagli Stati Uniti: i dati di gennaio evidenziano un Paese in salute, con 130.000 nuovi posti di lavoro (ne erano attesi 65.000) e una disoccupazione al 4,3% (-0,1%). Ciò, tra l’altro, si unisce alla crescita dell’economia del 5% nell’ultimo trimestre. Con questi risultati, è molto difficile che un Jerome Powell in scadenza di mandato decida di tagliare i tassi nella seduta del prossimo marzo. Tanto più che il leader Fed ha dimostrato indipendenza anche quando era ampiamente criticato da Donald Trump, e non correggerà il tiro proprio negli ultimi mesi di ufficio. A giugno la Federal Reserve sarà presieduta da Kevin Warsh, più propenso ai tagli dei tassi. Anche se – ci teniamo a ribadirlo – un presidente di una banca centrale giudica dalla situazione e dal contesto, prima ancora che dal suo approccio personale.

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Nuovo presidente per la Fed. Bene i mercati, i metalli crollano

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Il presidente americano Donald Trump ha nominato Kevin Warsh alla carica di nuovo presidente della Federal Reserve. Il banchiere centrale, che il prossimo maggio subentrerà a Jerome Powell, ha avuto la meglio su una ristretta rosa di candidati. Nel board della Fed dal 2006 al 2011, è stato anche consigliere economico dello stesso Trump; recentemente si è mostrato in linea con le critiche del presidente alla stessa Federal Reserve, sostenendo l’esigenza di tagliare i tassi – operazione che la scorsa settimana non è stata effettuata, nonostante le pressioni del presidente Usa.

Nessun approccio dogmatico

Da un primo giudizio, con l’era-Warsh sembra possibile un cambiamento della politica monetaria della Fed. Ma questo è tutto da dimostrare.
Primo, perché le decisioni non spettano a una sola persona, ma al board. Un organismo che (come in ogni direttivo di banca centrale, compresa la Bce) è solitamente composto da “falchi” e “colombe”. E in cui, a quanto pare, continuerà a sedere l’attuale governatore. Secondo, le linee guida di una banca centrale non dipendono tanto dall’impostazione o dall’approccio del suo presidente e del suo board (che pur, come visto, esistono), ma dalla situazione economica del Paese. In totale autonomia. Infatti la reazione positiva dei mercati (pur sorpresi dalla scelta di Trump) e il conseguente rafforzamento del dollaro suggeriscono che, secondo gli investitori, Warsh abbia le carte in regola per mantenere l’indipendenza totale della Fed dal potere politico. Come sempre accade, anche con il nuovo leader la Federal Reserve si muoverà guardando all’inflazione, che attualmente sta scendendo. Se la situazione economica si dimostrasse favorevole al mantenimento della stretta monetaria, Warsh potrebbe quindi essere indotto a rovesciare la sua impostazione favorevole ai tagli dei tassi, mantenendo immutato il costo del dollaro. O al massimo ad apportare solo una sforbiciata di 25 punti base, per poi restare fermo per vari turni. Nello stesso tempo, qualora si presentasse la necessità di comprare debito pubblico, Warsh sicuramente agirebbe di conseguenza, pur essendo ideologicamente contrario all’acquisto di bond governativi.

Terremoto metalli

Contemporaneamente all’annuncio della nuova era della Fed, si è verificato il crollo improvviso di oro, argento e altri metalli e materie prime. Un vero terremoto, che ha costretto investitori con posizioni allo scoperto a chiuderle in tutta fretta: alcuni certificati a leva cinque ora valgono zero (basta un -20% per svalutare totalmente il sottostante). La magnitudine del movimento “tellurico” ha mandato in fumo 7 trilioni di dollari solo per oro e argento, e ancora di più se consideriamo anche il resto delle materie prime, come l’alluminio. La corsa sfrenata dei due metalli era insostenibile e si è fermata improvvisamente, obbedendo a una sorta di legge fisica. Come accade per un proiettile che, dopo lo sparo, rallenta la salita e piomba dritto a terra. Molti osservatori hanno collegato la nomina di Warsh al crollo di oro e argento, indicandola come un fattore di sicurezza che renderebbe meno appetibili i beni rifugio. Ma questa sembra una scusa ex post: il mercato dei metalli mostrava volatilità già da tre o quattro giorni e preannunciava un assestamento. Che si è puntualmente verificato. E che ora sembra in esaurimento: le vendite massicce di oro e di argento (che comunque conserva un +10% rispetto a inizio anno) stanno rallentando, soprattutto a New York. I due metalli – la cui funzione di bene rifugio è più che mai in discussione – potrebbero quindi assestarsi su valori più consoni. Ha invece superato quota 1.09 euro il franco svizzero, che però non è immune da possibilità di cali anche improvvisi, soprattutto se la sua corsa si facesse travolgente.

La ripresa delle Borse

Come detto, il crollo di oro e argento si è rivelato positivo per le Borse, già spinte dagli utili, che insieme alla crescita restano elementi fondamentali per indirizzare i mercati azionari. Non per niente, i listini hanno dato un segnale incredibile di forza, chiudendo una buona settimana e aprendo ancora meglio quella nuova. Gli utili tra il 7% e il 9% raggiunti dalle società quotate (a eccezione del lusso, che paga il mutato atteggiamento nei confronti di capi molto costosi) evidenziano che non c’è motivo per cui i mercati debbano scendere, anche se la volatilità è decisamente maggiore rispetto allo scorso anno. A meno, ovviamente, che si non presenti il classico “cigno nero”: per esempio, un nuovo fattore geopolitico, o magari l’acclarato coinvolgimento di personaggi molto importanti nel caso-Epstein, i cui file stanno mostrando un marciume diffuso e rivelando storie terribili e degne dei peggiori film horror.

Bollette ancora su

Se i metalli scendono, il gas si assesta. Ma non è solo il prezzo del metano a determinare le tariffe che le famiglie e le aziende italiane devono sostenere: l’energia ha un impatto di solo il 60% sul totale – e se si rinunciasse a utilizzare l’indice Ttf di Amsterdam per stabilirne il prezzo, il suo peso sarebbe ancora minore. I cosiddetti “oneri di sistema”, per esempio, hanno aumentato il loro peso sul prezzo finale fino a sfiorare il 20% della bolletta. Lo denuncia il rapporto 2025 dell’Osservatorio Confcommercio Energia, che ha valutato la situazione dei costi (e degli aumenti) per le imprese del terziario. Aziende che, afferma lo studio, su questo fronte non se la passano per niente bene, dato che l’anno scorso hanno subito la crescita dei costi della luce del 28,8% sul 2019, ultimo dato pre-Covid, e di quelli del gas alla percentuale-monstre del 70,4%. Secondo Goldman Sachs, in una previsione che deve comunque essere presa con le pinze, entro due anni il prezzo del gas dovrebbe dimezzarsi. Sperando, naturalmente, che non sia troppo tardi per la sopravvivenza di molte imprese.

Milano-Cortina al cancelletto di partenza

Domani si svolgeranno le prime partite di hockey dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, che poi vedranno la cerimonia d’apertura venerdì sera a San Siro. Fino al 22 febbraio si alterneranno le gare su neve e ghiaccio, seguite in marzo dalle Paralimpiadi. E poi sarà tempo di bilanci. Naturalmente, già ora è possibile individuare le due facce della medaglia. Da una parte, per quanto riguarda le località di montagna, saranno utilizzate in gran parte piste già esistenti, che, eccezioni a parte, hanno avuto bisogno di interventi poco più che ordinari per essere pronte: soldi ben spesi, dato che si prevede che le infrastrutture rimangano poi sul territorio. D’altro canto, è andata in tutt’altra direzione la costruzione dell’impianto di Cortina per bob, slittino e skeleton, che ha drenato molte risorse, senza la certezza di un utilizzo continuativo dopo i Giochi. A Milano, l’intervento dei privati ha mitigato i finanziamenti pubblici per i luoghi di gara. Ma le infrastrutture viarie del territorio olimpico non sono state del tutto completate: l’esempio più eclatante è la tramvia che avrebbe dovuto collegare Rogoredo e il palazzetto di Santa Giulia, che sarà ultimata a Giochi ampiamente chiusi. La lista dei lavori non ultimati – o non effettuati – comprende anche opere fuori Milano, dai progetti viari in Valtellina alla telecabinovia Apollonio-Socrepes di Cortina, che avrebbe permesso alle persone di raggiungere le piste da sci teatro delle gare olimpiche: in questo caso, la corsa contro il tempo è stata persa e i lavori saranno conclusi dopo i Giochi, offrendo comunque un’infrastruttura importante per vacanzieri e sciatori. La tavolozza è quindi in chiaroscuro. Resta la speranza che i Giochi siano un volano per Milano e per il turismo invernale sulle nostre montagne, con evidenti ritorni economici sui territori.

Foto di Todd Trapani su Unsplash


Broadcom, una storia americana

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo un iniziale arretramento, dovuto all’impatto del forte e improvviso calo del titolo di Broadcom, le Borse europee hanno assorbito il colpo e recuperato le perdite.
A soffrire davvero il crollo del titolo dell’azienda di semiconduttori, giunto dopo un anno di avanzamenti fino al 75% e risultati sopra le aspettative, sono stati i mercati americani, in particolare il Nasdaq. Il momento critico dei tecnologici continua a manifestarsi anche nelle criptovalute, in crollo verticale. Da parte sua Milano, come spesso è accaduto quest’anno, ha mostrato un recupero particolarmente brillante, avvenuto dopo un ritracciamento minimale. Niente di diverso dal trading range molto stretto che prosegue da tempo. La rotazione settoriale, in questo caso, ha premiato l’automotive, in ripresa per il dietrofront della Commissione europea sullo stop totale alla produzione di auto endotermiche.

Costretti alla sovraperformance

Il caso Broadcom resta una storia soprattutto americana, con difficoltà che a prima vista sembrano inspiegabili, date le ottime performance di quest’anno e i dati finanziari ben al di sopra di quelli attesi. Cercare di capire questo improvviso ritracciamento apparentemente senza ragioni può chiarire meglio le dinamiche di un settore in espansione devastante come quello dell’intelligenza artificiale. Tra i motivi del caso Broadcom, dunque, c’è proprio la forte (e predominante) esposizione dell’azienda di semiconduttori sull’Ia, che va benissimo, mentre il resto dei business procede nell’anonimato, sbilanciando le fonti di ricavo. Inoltre, quando si cresce, gli investitori si aspettano sempre di più, e anche una proiezione che prefigura un futuro un po’ meno brillante manda i mercati in allarme. Insomma: se sali del 75%, sei costretto a migliorare l’anno dopo, per evitare che un incremento ancora formidabile, ma inferiore, venga accolto freddamente dai mercati.

Bolla sì, bolla no

Il violento storno di Broadcom, che ha eroso una parte importante dell’avanzamento registrato dal suo titolo quest’anno, ha fatto tornare di moda quella che sembra la “madre di tutte le domande”: ci sarà o non ci sarà la bolla dell’intelligenza artificiale? La risposta è difficile da abbozzare, anche perché l’asticella delle risposte si sposta sul “sì” o sul “no” a seconda del singolo avvenimento che si è manifestato più di recente. Si alternano proclami e dichiarazioni del tipo “la bolla sta per scoppiare” e “non ci sarà nessuna bolla”, rendendo un futuro già incerto ancora più indecifrabile. Forse, prima o poi un ribilanciamento ci sarà. Ma non necessariamente una bolla. Tanto più che “tecnologia” e “intelligenza artificiale” non sono sinonimi: Apple e Microsoft, per esempio, diversificano fra varie attività, mentre per Nvidia (come del resto per Broadcom) l’Ia ha un ruolo trainante. Una cosa è importante ricordare: che fino a quando la crescita legata all’intelligenza artificiale contribuirà ad avere effetti economici positivi sulle aziende, le cose andranno bene; in caso contrario, i soldi inizieranno a vaporizzarsi. Se la bolla dovesse manifestarsi, ci saranno vincitori e perdenti, come ai tempi della crisi delle dotcom: alcune aziende ne usciranno bene, molte altre saranno ridotte alla marginalità, o rischieranno addirittura di sparire.

Le Poste crescono in Tim

Il tempo prenatalizio 2025 verrà comunque ricordato per improvvisi movimenti azionari, effettuati o tentati. Molto interessante, per esempio, l’incremento di Poste Italiane in Tim: il “gigante giallo” è ora al 27,3% della compagnia telefonica storica. L’operazione ha avuto luogo con l’acquisto del 2,5% controllato da Vivendi (in uscita completa da Tim), per l’importo di 187 milioni di euro. Tuttavia, non ci sarà l’opa sul 100% del capitale della compagnia telefonica: le Poste hanno sfruttato una norma prevista dal Testo unico della finanza, che prevede l’esenzione dall’offerta pubblica di acquisto se lo “sconfinamento” è temporaneo. Il socio che ha superato il limite (in questo caso Poste Italiane) deve vendere la parte eccedente entro 12 mesi, e non sfruttare il diritto di voto oltre il 25%. Qualcuno ha visto in questa mossa un tentativo di rientro dello Stato nel capitale di Tim (quasi il 30% delle Poste è controllato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, e circa il 35% è nelle mani della Cassa Depositi e Prestiti, a sua volta detenuta dal Mef). E la cosa non è certo negativa: in determinate aziende importanti, lo Stato può ancora dire la sua.

Tether vuole la Juve. Ma Exor schiera la barriera

Sembra avere poche possibilità di successo Tether nel suo tentativo di scalata della Juventus. Attualmente seconda azionista del club, con oltre il 10%, la stablecoin ha reso nota un’offerta vincolante per acquisire la parte di capitale controllata da Exor, pari al 65%, per il controvalore di 1,1 miliardi di euro. Paolo Ardoino, amministratore delegato di Tether e tifoso bianconero, metterebbe sul piatto un altro miliardo per la campagna acquisti. La holding della famiglia Agnelli ha prontamente respinto la richiesta al mittente. Tether potrebbe, a questo punto, rilanciare, ma difficilmente gli Elkann cederanno a questa società. Intendiamoci: il passaggio di proprietà della Juventus è possibile, ma sembra più probabile che il pacchetto di maggioranza della società bianconera prenda la via dell’Arabia Saudita, che organizzerà i Mondiali del 2034 e ha bisogno di aumentare in modo massiccio e veloce la sua presenza nel sistema calcio.

Warner Bros: chi la prenderà?

Più intricata la partita che si sta giocando intorno a Warner Bros Discovery. Netflix ne ha annunciato l’acquisto del gruppo per 82,7 miliardi di dollari: l’operazione ha suscitato proteste e preoccupazioni nell’ambiente, anche se Netflix ha assicurato che non cambierà il carattere cinematografico di Warner, almeno per ora. In particolare, si teme il conflitto di interessi fra cinema e streaming, e la possibilità che le visioni via computer anticipino quelle sul grande schermo, penalizzandole. Con i rischi connessi, primo fra tutti la perdita di posti di lavoro. Importante anche la questione dell’accesso al database storico di Warner, su cui avrà certamente l’Antitrust americano avrà qualcosa da dire. La partita sembra ancora aperta, perché Paramount avrebbe rilanciato sia dal lato economico (18 miliardi in più), sia promettendo di garantire 30 film l’anno. A influenzare la decisione potrebbe essere Donald Trump, ormai onnipresente come il classico “prezzemolo”.

Dopo-Powell: si scalda il toto-successore in Fed

Il presidente americano sta naturalmente preparando un dossier molto più “pertinente” al suo ruolo: la successione a Jerome Powell alla guida della Federal Reserve, prevista l’anno prossimo. Due i possibili nomi, svelati dallo stesso inquilino della Casa Bianca in un’intervista al Wall Street Journal: Kevin Warsh, ex membro del board dei governatori Fed, e Kevin Hassett, direttore del Consiglio Economico Nazionale. Secondo Trump, il prossimo numero uno della Fed dovrebbe coinvolgerlo nella politica dei tassi, anche se – ha ammesso lo stesso tycoon – non è tenuto a seguire pedissequamente le indicazioni presidenziali. Ma quasi sicuramente il Tesoro americano sceglierà il candidato più dovish. In una situazione di partenza in cui, nonostante i tassi al 4%, l’economia Usa è in ottimo stato. L’inflazione americana è però sopra le aspettative: a favorirla, i dati sull’occupazione, i dazi e le restrizioni sull’ingresso di forza lavoro. La Fed, dunque, dovrebbe decidere un nuovo taglio di 25 centesimi nel terzo trimestre; poi è probabile uno stop che potrebbe

Foto di David Clode su Unsplash


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