Flessione a Piazza Affari: storno o trading range?
La settimana scorsa, la Borsa di Milano ha chiuso in flessione e ora sta andando a zig zag. Sembra esaurita, o almeno in pausa, la fase rialzista, ma l'andamento ondivago assomiglia maggiormente a un nuovo periodo all'insegna del mercato laterale piuttosto che all'esordio di un trend negativo
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Piazza Affari ha chiuso la scorsa settimana con un calo di oltre l'1%, per poi recuperare una parte delle perdite nel corso della seduta successiva e calare ancora. E' arrivato il tanto temuto storno? Difficile da dire, ma i segnali sembrano suggerire di no. Pare esaurita, o almeno in pausa, la fase rialzista, ma l'andamento a zig zag assomiglia maggiormente a un nuovo periodo di trading range piuttosto che all'esordio di un trend negativo. In presenza di flessioni oltre il 3% occorre preoccuparsi, ma quando il calo supera di non molto l'1%, la situazione non è di per sé allarmante.
Nuovi rischi geopolitici
Queste osservazioni, è bene puntualizzarlo, devono essere prese con molta cautela. Perché i problemi geopolitici sono sempre incombenti e in crescita, e il mercato – che finora si è dimostrato forte – potrebbe fare fatica a reggere nuovi pesi sulle sue spalle: ora a preoccupare sono i timori di un'escalation tra Iran e Israele, in grado di portare ancora distruzione nell'area mediorientale. Dal lato economico, un conflitto aperto tra i due Paesi rischierebbe un impatto devastante sul prezzo del petrolio, già schizzato oltre i 90 dollari al barile. Un trend inaspettato che è stato pompato dalle solite speculazioni, ormai inevitabili in un'economia così finanziarizzata. E che hanno trasformato un innocente dichiarazione della Fed, che annunciava tre probabili tagli nell'anno, in una tempesta sulle materie prime.
Fed: io vorrei, non vorrei, ma se vuoi...
E, a proposito di tassi Usa, la scorsa settimana una dichiarazione di Loretta Mester, presidente e ceo della Federal Reserve di Cleveland, ha smorzato i toni sul calo del costo del denaro. "Voglio vedere i dati ancora per un paio di mesi", per tenere sotto controllo l'inflazione. "Avevo previsto che l'avremmo vista scendere", ha aggiunto, "e ora abbiamo necessità di vedere più prove che lo confermino. Quando le vedrò, ritengo che saremo nella posizione di abbassare i tassi di interesse". La Fed, ha comunque sottolineato la dirigente, ha "una posizione politica tale da poter affrontare il problema e possiamo abbassare i tassi più rapidamente e prima rispetto alle nostre previsioni di base". L'esternazione ha l'aspetto di un arretramento rispetto alle dichiarazioni precedenti di Jerome Powell, o forse del classico passo di lato, oppure ancora di una scelta di prudenza. D'altra parte, che le banche centrali scelgano di moderare le loro dichiarazioni ci puo stare, dato per tre anni hanno sbagliato molte scelte. Inoltre, la crescita dei rendimenti obbligazionari americani sembra suggerire un cambiamento di sentiment nei confronti dei tre tagli, a cui sempre meno economisti credono. Si fa più probabile l'idea di due soli ritocchi, il primo a fine estate, probabilmente a settembre.
La Bce è più decisa
La politica Bce di ammorbidimento del costo del denaro potrebbe quindi risultare più aggressiva di quella scelta dalla Fed. D'altra parte, l'economia americana può permettersi tassi più alti rispetto a quelli europei. Nell'ultima riunione dell'Eurotower è emerso ottimismo sull'abbassamento dell'inflazione, che sarebbe in marcia verso l'obiettivo del 2%. Anche se su questo occorrono pazienza e cautela. "La data per un primo taglio dei tassi comincia ad essere più chiaramente visibile", si legge nelle minute del board e "gli argomenti a favore di un taglio si stanno rafforzando". Taglio che potrebbe essere annunciato già nel corso della riunione di domani, 11 aprile.
Banche, italians a go-go
Intanto, secondo le cifre fornite dal Sole 24 Ore, le due maggiori banche italiane (considerate insieme) conquistano il secondo posto nell'area euro per capitalizzazioni di mercato. La coppia Intesa Sanpaolo-Unicredit, con 122,2 miliardi complessivi, ha superato il duo Bnp Paribas-Crédit Agricole e lasciato indietro il tandem Deutsche Bank-Commerzbank. Davanti ai due gruppi italiani c'è solo il ticket Santander-Bbva. A spingere la "staffetta azzurra" sono certamente i tassi, ma anche il calo sensibile delle sofferenze e il decremento del rischio relativo all'Italia, con lo spread ampiamente sotto i 150 punti base. Questi dati dimostrano ancora una volta che le opinioni negative che circondano il nostro Paese sono in gran parte pregiudizi. Lo hanno dimostrato anche i successi di chi ha investito sulle nostre azioni bancarie nel 2023 (ma ancora di più nel 2022), che ha incassato ben più delle previsioni. Ai prezzi correnti, comprare questi titoli è però tardivo: il settore tornerebbe interessante solo se evidenziasse un decremento di almeno il 10%.
L'ora degli energetici?
In generale, oltretutto, la situazione non evidenzia motivi per sovrappesare la componente azionaria. Chi ha investito sull'Europa si è aggiudicato ottimi rendimenti: oggi potrebbe essere l'ora di alleggerire il portafoglio di un 20%-25% del margine, magari vendendo proprio titoli bancari. E cambiando mix di investimento: ora sono gli energetici a convenire, con la crescita delle materie prime e del petrolio. Queste aziende sono nelle condizioni delle banche di due anni fa: pochi le scelgono, ma hanno una grande prospettiva di crescita, con utili replicabili in futuro.
Auto elettriche, la Germania rilancia
A proposito di energia, la Germania cerca di rilanciare l'auto elettrica con maxi-finanziamenti. Ma l'assenza di infrastrutture e i limiti attuali del comparto non smuovono l'opinione negativa dei consumatori e dei produttori. Mentre la corsa verso le e-cars potrebbe spingere l'occidente tra le braccia della Cina. Paese che, oltre a essere leader nel settore, è decisamente molto avanti anche nei servizi forniti a queste vetture. Per esempio: nelle stazioni di servizio cinesi non si offre solo la ricarica, ma anche la sostituzione immediata delle batterie – attività che in Europa e in Nord America sarebbe considerata fantascienza. Un adeguamento dei servizi alle auto elettriche potrebbe forse ammorbidire l'atteggiamento delle persone nei confronti di queste vetture, anche se difficilmente la diffidenza generale sarà intaccata. Forse in Europa il processo che porterà allo stop della produzione di auto endotermiche entro il 2035 è irreversibile; tuttavia, se le urne dovessero ribaltare la "maggioranza Ursula" e mandare in pensione la von der Leyen, l'operazione potrebbe essere rallentata e cambiare, almeno parzialmente, connotati. Con un approccio più moderato al problema. E magari un recupero delle ibride.
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Primo warning dai mercati
Archiviato l'ottimo primo semestre 2023, le Borse chiudono la prima settimana di luglio in negativo. A incidere sull'arretramento potrebbe essere l'imminenza dei nuovi rialzi dei tassi, praticamente scontata a Francoforte, ma anche a Washington
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo aver archiviato un semestre record, i mercati hanno lanciato il primo warning dell'anno. È ancora presto per comprendere se si tratti di un trend o di un evento isolato, anche perché i mesi di luglio e agosto del mondo finanziario sono tradizionalmente più tranquilli; tuttavia, è possibile che i listini abbiano abbozzato una reazione negativa all'imminenza di nuovi rialzi dei tassi.
Previsioni difficili
Da oggi in avanti, tutto è possibile. Le previsioni per il primo semestre di quest'anno parlavano di un lungo periodo di calo scatenato dalla dura stretta monetaria a Francoforte, Washington e Londra. Invece, come abbiamo visto, si sono verificati rialzi che non si vedevano da lungo tempo, con grandi performance ottenute nei primi 45 giorni dell'anno, un lungo periodo intermedio di calma e un nuovo rimbalzo a fine semestre. Può darsi, quindi, che i listini siano in grado di superare anche il doppio rialzo che, su entrambe le sponde dell'Atlantico, sembra scontato. Nel dubbio, per i risparmiatori, è meglio mantenere le posizioni, senza aumentare peso sul mercato. Chi volesse ampliare i suoi investimenti, può ancora puntare sui titoli finanziari italiani, i cui numeri sono eccezionali, sia a livello di utili, sia in prospettiva come remunerazione: nei bancari, in particolare, ci si aspettano cedole tra l'8% e il 12%, nonostante il marcato rallentamento economico.
Obbligazioni, Btp e Gilt
Promettenti anche le obbligazioni: oggi come oggi, in uno scenario che vede una diminuzione dei tassi non prima del 2024, appare molto conveniente puntare su bond a scadenza quattro-cinque anni. Una formula che attualmente sembra migliore rispetto alla soluzione a uno-due anni, che offre una performance maggiore sul breve termine ma rende meno agevole reinvestire a scadenza alle stesse condizioni. Ultimamente, si è rivelato molto conveniente l'investimento sui Gilt, i titoli di stato inglesi che, pur meno rischiosi (AA) dei Btp, rendono di più (il 5%). La spiegazione risiede nel tasso di Londra, che sopravanza dell'1,5% quello Ue. Il rating inglese, da parte sua, risente di una situazione particolare, che vede la Bank of England detenere il 30% del debito pubblico, come del resto accade in Giappone. Questa politica, inimmaginabile nell'Unione Europea, controbilancia l'inflazione fuori controllo, rendendo più appetibili e meno rischiosi i titoli di Sua Maestà. Chi invece volesse scommettere una piccola parte del suo capitale (senza però rischiare troppo) potrebbe investire sulla Grecia. Superati i tempi peggiori, Atene brilla per stabilità politica e le sue attuali valutazioni sono nettamente inferiori rispetto alle maggiori piazze europee. Il margine di crescita è dunque alto, anche se il mercato ellenico è piuttosto ridotto e periferico.
Tassi, scarsi margini di manovra
Tornando ai tassi, sembra molto difficile che le banche centrali cambino in corsa la loro strategia. Se i due aumenti dello 0,25% sembrano scontati per la Bce, arrivano – come già anticipato - segnali molto simili dalla Fed, che pur aveva dato qualche indizio di discontinuità con l'effimera sospensione di una strategia al rialzo. Il ritorno alla stretta monetaria è stato chiaramente preconizzato da chiari messaggi lanciati da alcuni dirigenti della banca centrale americana. Come Michael Barr, vicepresidente della Fed, che vede l'obiettivo vicino, aggiungendo però che “abbiamo ancora un po’ di lavoro da fare”. Ancora più diretta la presidente della Fed di Cleveland, Loretta Mester, secondo cui “per garantire che l’inflazione torni su un percorso sostenibile e rapido verso il 2%” i tassi dovrebbero “aumentare ulteriormente rispetto al livello attuale e poi rimanervi per un po’ di tempo, mentre accumuliamo maggiori informazioni sull’evoluzione dell’economia”. Questa strategia, che riporta la Federal Reserve sui binari su cui è sfrecciata nell'ultimo anno, non sembra però giustificata da ulteriori aumenti di energia e cibo, il cui costo sembra in discesa. L'unico settore che soffre il caro-prezzi, in varie parti del mondo, è quello dei servizi, con i consumatori che (soprattutto in Europa) sembrano disposti a spendere qualsiasi cifra per trascorrere le ferie, nonostante un aumento dei biglietti aerei che tocca il 20%. L'eccesso di domanda per un'estate in luoghi esotici, o in città d'arte europee, risponde all'esigenza di tornare a viaggiare dopo le restrizioni e i sacrifici a cui siamo stati costretti nei periodi più duri del Covid.
Brics, sfida al dollaro
Intanto, nell'imminenza del summit dei Brics, in programma a Città del Capo dal 22 al 24 agosto, si torna a parlare di un progetto per allentare la dipendenza di questi paesi dal dollaro. Vari i rumours che si susseguono. Il più ricorrente parla di una “sovravaluta unica” dei Brics garantita da oro o terre rare - piano ai limiti dell'impossibilità, sia per la sua imponenza, sia per i rischi a cui sarebbero sottoposte le valute nazionali. Meno proibitiva, anche se non certo agevole, una ridiscussione degli equilibri di Bretton Woods che non contempli la creazione di una nuova valuta da zero. Come i progetti per costruire una possibile alternativa al sistema di pagamenti interbancario Swift, che attualmente gestisce la quasi totalità delle transazioni al mondo. Sicuramente la sfida al dollaro, pur di non facile realizzazione, potrebbe raccogliere l'adesione di varie aree del pianeta. Anche per motivi politici, con un Sudamerica particolarmente ostile al “monrovismo” americano e l'Africa desiderosa di affrancarsi dal neocolonialismo di stampo europeo. Qualsiasi progetto venga intrapreso, il dominus della de-dollarizzazione non potrebbe essere altro che la Cina, leader naturale della sfida aperta agli Stati Uniti e al mondo occidentale. Quella stessa Cina che, proprio in un periodo poco favorevole per i mercati asiatici, sta cercando di manovrare sottotraccia contro i tagli sauditi alla produzione di petrolio. Pechino, come è risaputo, non ha materie prime, e potrebbe sfruttare un'ulteriore diminuzione del costo del greggio per raggiungere la leadership dell'economia mondiale.
Foto di Marcel Eberle su Unsplash

