Dazi, l'oro è fuori dai giochi
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il sistema trumpiano dei dazi è entrato in vigore. Secondo calcoli Wto e Fmi, le tariffe medie americane sono del 20,10%, ai massimi dal 1910, ma il trattamento riservato alle diverse economie è variegato. L’Unione Europea, come noto, se l’è “cavata” con il 15%, con l’impegno però di effettuare investimenti monstre negli Stati Uniti. Una promessa che difficilmente sarà mantenuta, dato che alla fine saranno i vari Paesi a dover decidere. Inoltre, alcuni impegni sono, almeno al momento, impossibili da onorare: per esempio, non ci sono compratori a sufficienza per i 750 miliardi di dollari in gas che l’Unione Europea si è impegnata ad acquistare negli Stati Uniti. In ogni caso, Donald Trump ha minacciato l’Ue: se gli investimenti nell’economia americana non dovessero essere effettuati, è in programma un aumento delle tasse doganali.
Nessun margine per la Svizzera
Chi invece non ha avuto spazio di contrattazione è stata la Svizzera, che si è vista confermati i dazi al 39%; nonostante un incontro urgente definito “positivo” fra la presidente federale Karin Keller-Sutter e il segretario di Stato americano Marco Rubio, la misura è stata confermata da Trump. Pessima notizia per le imprese della Confederazione, per cui gli Stati Uniti sono il primo Paese importatore. Soprattutto per quelle minori. Se i grandi gruppi possono turare molte falle perché già producono in larga parte negli Usa (e nell’Ue, che gode di condizioni migliori), a perderci davvero saranno infatti le piccole e medie aziende che si erano attrezzate con molti investimenti per l’export, e che ora rischiano di vedere vanificati tutti gli sforzi. Oltretutto, alle tariffe di quasi un terzo si aggiunge il “dazio supplementare di fatto” causato dalla forza del franco e dal dollaro debole.
Oro esente
Scongiurati invece i dazi sull’oro. Lo ha annunciato lo stesso Trump sulla piattaforma social Truth, dopo alcuni giorni di incertezza causata da un documento delle autorità doganali statunitensi. La dichiarazione del presidente americano evita un rischio ulteriore per la Confederazione, specialmente per il Canton Ticino, che è una delle aree più importanti al mondo per la raffinazione del metallo giallo.
L’annuncio su Truth ha causato un ribasso del prezzo dell’oro, che aveva raggiunto un livello record dopo la decisione, poi revocata, delle dogane americane.
Brics, trattamento asimmetrico
Sono state confermate le tariffe al 50% per Brasile e India, che hanno causato le proteste di Lula e Narendra Modi: queste percentuali creeranno sicuramente problemi per i due Paesi Brics, sebbene i loro interscambi con gli Stati Uniti siano ancora marginali rispetto a quelli Usa-Cina. Non per niente, l’inquilino della Casa Bianca ha siglato un ordine esecutivo che rimanda di ulteriori 90 giorni l’entrata in vigore di tariffe nei confronti di Pechino. Almeno per ora, quindi, gli Usa non aumenteranno (dal 30% al 64%) i dazi sui prodotti del gigante asiatico, anche in vista di un vertice fra Trump e Xi Jinping: la tregua commerciale, insomma, serve per trattare. Sul fronte estremo-orientale si registra solo la decisione di Nvidia e Amd di riconoscere agli Usa il 15% sulle vendite in Cina dei loro chip avanzati per l’intelligenza artificiale. Sempre in ambito Brics, si attende il summit ferragostano di Anchorage tra il presidente americano e Vladimir Putin sull’Ucraina. Anche se, prevedibilmente, si parlerà di molti argomenti: prezzo del petrolio, rotte artiche, rapporti economici, terre rare. Non per niente, fonti russe hanno sottolineato i molteplici dossier sul tavolo e hanno affermato (esagerando) che i colloqui per la pace in Ucraina saranno l’ultimo dei problemi dibattuti in Alaska. I dazi minacciati da Trump a Mosca restano sullo sfondo, come arma negoziale sul tavolo delle trattative.
Effetto boomerang
Secondo Trump, il nuovo sistema dei dazi porterà molto denaro liquido nelle casse del fisco americano. Sicuramente sarà così, ma a costo di contraccolpi molto forti nei confronti dell’intera economia mondiale. Inclusa quella statunitense. L’impressione è che il grosso dei dazi finirà di pagarlo il consumatore americano, che rischia di perderci ancora di più rispetto alle aziende importatrici. L’impatto su famiglie e imprese rischia di cancellare i benefici previsti per l’erario Usa, causando inflazione, crisi dei consumi e (dal punto di vista politico) disaffezione per Trump e per i repubblicani. La democratica Gretchen Whitmer, governatrice del Michigan, in un incontro privato con Trump allo Studio Ovale ha argomentato – armata di slide – l’effetto disastroso delle tariffe sull’automotive, settore che, paradossalmente, lo stesso presidente aveva promesso di salvare. La posizione della governatrice riflette anche la situazione dello Stato che presiede: il Michigan ospita vari stabilimenti di imprese motor, la cui buona salute dipende molto dal commercio internazionale. I dazi nei confronti di Canada e Messico, in particolare, potrebbero favorire le auto giapponesi ed europee, gettando un’insperata ancora a un settore – quello automobilistico Ue – in ginocchio per il green deal firmato Ursula von der Leyen.
Borse ancora impermeabili
Chi invece ha imparato a convivere con le boutade di Trump sono le Borse europee che la scorsa settimana, anche abbastanza a sorpresa, hanno chiuso cinque sedute in positivo (il trend che sta generalmente proseguendo, anche grazie ai dati positivi sull’inflazione Usa). I mercati sanno che non ci si può permettere di correre dietro alle bizze del presidente americano e, dopo il grande calo dello scorso 2 aprile, hanno preso le misure e corrono sul loro binario. Ottime le prestazioni del Nikkei, che lunedì ha raggiunto i massimi sull’onda dello yen debole. Resta il problema del dollaro debole, che però a Trump – come è ben noto – non dispiace.
Nuova nomina (ad interim) al board della Fed
I problemi valutari sono al centro della lunga contesa che ha opposto Trump al presidente della Fed Jerome Powell, stemperata con la rinuncia dell’inquilino della Casa Bianca a licenziare il “governatore” prima del tempo. Il Tycoon ha però approfittato delle dimissioni di Adriana D. Kugler dal board della Fed per sostituirla ad interim con un suo fedelissimo: Stephen Miran, chair del Council of Economic Advisors, soprannominato “l’ideologo dei dazi”. Il nuovo membro del consiglio resterà in carica fino al prossimo gennaio; qualcuno pensa però che Trump potrebbe pensare a un suo futuro più stabile alla Federal Reserve. Tanto più che la sua visione (oltre all’approccio favorevole ai dazi, anche il sostegno al dollaro debole e le idee su una riforma radicale della Fed) coincide con quella del presidente americano. Miran aveva dichiarato, tra le altre cose, che la Federal Reserve è già integrata con la politica – facendo intuire una sua posizione eterodossa nei confronti dell’indipendenza della banca centrale. D’altra parte, la Fed dipende comunque da un input del presidente degli Stati Uniti, che ne nomina il presidente e i membri del board. Di certo c’è che Powell sarà sostituito con qualcuno accondiscendente con Trump sui dazi e sui tassi di interesse.
Italia finalmente in crescita
Il prodotto interno lordo del nostro paese si è incrementato più delle previsioni e il rapporto debito-pil chiuderà il 2022 in calo rispetto all'anno precedente. Mentre ottobre si è confermato il mese del rimbalzo, che non è stato scalfito (almeno per ora) dal boom del prezzo del grano
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Nel corso di ottobre, i mercati hanno registrato il rimbalzo che tutti auspicavamo. Certo, siamo ancora lontani da un recupero netto (l'azionario è ancora a -20%), ma la svolta ci autorizza a conservare timide speranze sulla prosecuzione del trend. Particolarmente positivo l'obbligazionario, che sembra finalmente in rialzo, almeno sulla parte lunga della curva, sia in Europa, sia negli Stati Uniti.
Pil, Italia in maglia rosa
A ciò si aggiunge una notizia positiva per l'Italia: il pil è cresciuto più delle previsioni, rendendo lo spread, sceso a 215, minore rispetto a molti altri differenziali. Inaspettatamente, il nostro paese farà registrare la crescita più solida all'interno dell'Ue: grazie anche all'inflazione, il rapporto debito-pil si rivelerà decisamente più basso rispetto all'anno scorso.
In cifre, si prevede che questo valore a dicembre scenda a quota 150, mentre la crescita – influenzata dal “combinato disposto” fra l'aumento del prodotto interno lordo e l'inflazione – dovrebbe superare l'11%.
Grano, nuovi problemi all'orizzonte
Se ottobre può essere archiviato come un mese positivo per i mercati, l'ultima seduta del mese ha però visto un'impennata del prezzo di grano e mais, causata dallo stop russo all'accordo. Finora, questo rialzo non ha avuto impatti sugli indici, influenzati positivamente dal calo del prezzo del gas, ma pone un'incognita sul futuro. Soprattutto perché è parte di un circolo vizioso di azioni e reazioni sul campo di battaglia russo-ucraino che rischia di coinvolgere l'Occidente in maniera più diretta.
Europa e Stati Uniti, dal canto loro, non hanno ancora compreso pienamente che le sanzioni non stanno più di tanto danneggiando la Russia: Mosca commercia tranquillamente con gli altri paesi non allineati e vende le proprie materie prime in Asia, continente da cui poi si approvvigiona.
Lula e il sogno della moneta unica sudamericana
Tra i paesi che commerciano senza restrizioni con la Russia c'è anche il Brasile, i cui scambi con Mosca sono aumentati di oltre il 100%. Il ritorno di Lula alla presidenza, sancito domenica scorsa dalle urne, non cambierà la situazione. Anzi: il suo mandato potrebbe ulteriormente raffreddare i rapporti con gli Stati Uniti. Soprattutto nel caso in cui il presidente brasiliano tornasse a parlare di un progetto che, se realizzato, rappresenterebbe un duro colpo a secoli di strategie politiche monroviane: la creazione di una moneta unica sudamericana. Dal punto di vista politico non ci sarebbero ostacoli, dato che per la prima volta nella storia tutti i paesi latini del Sudamerica sono governati da esponenti di sinistra o centro-sinistra.
Realizzare un “euro sudamericano” sarebbe però molto difficile dal punto di vista economico per la presenza di paesi molto instabili, come Venezuela e Argentina, che non rientrerebbero nei parametri di ammissione. Mentre non sarebbe scontata l'adesione dell'Ecuador “dollarizzato”.
Inoltre, non si sa quanto un simile piano possa giovare al Brasile, vera locomotiva del Sudamerica: per il paese sarebbe più conveniente guardare all'esempio europeo (il cui pieno progetto è ancora in fase di realizzazione) e tenersi stretto il real.
Per il resto, la sfida di Lula appare molto impegnativa. In primo luogo, dovrà gestire il potere in maniera diametralmente opposta rispetto ai mandati precedenti, impegnandosi in una lotta senza quartiere alla corruzione.
In secondo luogo, il presidente non potrà scontentare le parti produttive del paese, che hanno votato in gran parte per Bolsonaro, né il parlamento, ancora dominato da una maggioranza di destra. Anche per questo motivo, Lula ha scelto come vicepresidente Geraldo Alckmin, iscritto al Partito Socialista ma proveniente da un movimento centrista e decisamente pro-mercato.
Tassi, niente di nuovo a Francoforte e Washington
Qualsiasi risultato delle presidenziali non avrebbe comunque messo in discussione la crescita economica brasiliana, dovuta anche al rincaro delle materie prime di cui il paese è esportatore. Tutto questo mentre l'inflazione è scesa in misura tale da bloccare ulteriori aumenti dei tassi.
Aumenti ancora in agenda per Bce e Fed, che alternativamente ritoccano il livello verso l'alto (domani sarà il turno della Federal Reserve, con un probabile rialzo di 75 basis point). Allo stato attuale molti analisti prevedono che i tassi americani non siano destinati a superare il picco massimo del 5%; poi, inevitabilmente, si andrà verso una discesa.
Una certa influenza potranno averla le elezioni di mid term, previste per martedì prossimo: se i democratici dovessero perdere anche il senato, la situazione economica potrebbe avere riflessi positivi, generati da politiche di bilancio meno espansive e un approccio diverso sul fronte ucraino.
Il cinguettio di Elon Musk
Sempre oltre oceano, si conclude la telenovela-Twitter: dopo un tira e molla estenuante, Elon Musk ha infatti comprato il social network dei cinguettii.
Nel commentare questa operazione, i giornali si sono concentrati sul drastico cambio di linee guida che fonderanno il nuovo Twitter, più aperto a una molteplicità di opinioni e posizioni, sia dal punto di vista politico, sia etico, e meno tollerante nei confronti dei bot.
La vera sfida, però, risiede nella sostenibilità finanziaria dell'azienda: economicamente Twitter ha seri problemi ed è stato pagato troppo rispetto al suo valore corrente. Un problema che affligge anche Facebook, il cui sbarco sul metaverso si è rivelato poco fruttuoso, e che ha perso oltre il 70% della sua capitalizzazione da inizio anno. Musk sarà dunque chiamato a rendere redditizio Twitter in un periodo in cui il modello economico dei social network è entrato un po’ in crisi.
Se, comunque, il closing dell'operazione Twitter ha conquistato spazio sui giornali, anche per la popolarità della piattaforma, il vero “colpaccio” di Musk è un altro: l'acquisizione del 20% di Glencore, prima società al mondo per commercio di materie prime. L'operazione porta Tesla ad un miglior controllo della propria catena di approvvigionamento e, di conseguenza, a coprire la filiera a monte. Ricordiamolo: Tesla, nonostante la perdita del 43% da inizio anno, può vantare una capitalizzazione di 720 miliardi di dollari – cifra che è maggiore rispetto a tutti gli altri produttori di auto del mondo messi insieme.
Periodo buono per i bancari
Infine, un focus su Unicredit, il cui utile è salito a 4 miliardi (Russia esclusa), raggiungendo con due anni di anticipo il traguardo previsto dal suo piano strategico.
Il dato, in gran parte inatteso, dipende anche dai buoni risultati delle continue operazioni di buy back, oltre che dai conti solidi del gruppo e dall'aumento dei tassi, che favorisce l'intero sistema bancario.
Attendiamo ora gli utili di Intesa Sanpaolo, che si preannunciano, come quelli di Unicredit, superiori alle aspettative.
Image by rawpixel.com


