Le bigtech affossano Wall Street

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

L’apertura di questa settimana ha evidenziato un ribasso del Nasdaq (-2,6%), che ha trascinato in basso gli indici americani. Ad affossare il listino tecnologico Usa sono state le sette bigtech, il cui sensibile arretramento già in atto si è acuito.

Le cause del crollo

Molti i fattori alla base di questa performance negativa. Tra questi, svolge un ruolo importante il timore di una bolla, i cui rischi erano stati ampiamente preannunciati. Le big della tecnologia hanno corso troppo e una rettifica del loro valore borsistico era facile da prevedere, anche in virtù della rotazione settoriale in atto da gennaio. Un esempio può essere fornito dal grafico di Nvidia: il suo titolo è a -20% da inizio anno, ma conserva un sontuoso +40% rispetto al 2024. Inoltre, ha fatto scalpore il calo della capitalizzazione del gruppo sotto i 3.000 miliardi, anche se in realtà rimane 20 volte il fatturato. In questa situazione già esplosiva si è improvvisamente inserito DeepSeek, che ha dimostrato in quale misura sia possibile costruire un’intelligenza artificiale con chip di seconda mano e spese infinitesimamente minori rispetto a quelle dei concorrenti americani. E’ pur vero che il mercato cinese è ancora circondato da una certa opacità, ma la sfida dell’intelligenza artificiale di Pechino ha colto nel segno, e il tema degli investimenti previsti sull’acquisto di chip ha fatto irruzione a gamba tesa sul cammino del Nasdaq.

Dazi, un fantasma che si aggira per il mondo

A influire sul calo delle bigtech anche le misure restrittive Usa alla Cina sui chip, che si sono riversate sul Nasdaq. Ma anche l’ufficializzazione dei dazi rivolti contro Pechino, Canada e Messico e partiti ufficialmente ieri: le tariffe doganali hanno causato un ritracciamento non solo dell’indice tecnologico, ma anche di S&P 500 e Dow Jones (già in calo a fine settimana dopo lo scontro fra Donald Trump e Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca). I “balzelli di Trump” si stanno trasformando nel classico fantasma che si aggira per il mondo: non è ancora dato di capire quali siano le minacce serie e quali le boutade per trattare su temi ben precisi. Certo è che in aprile potrebbe presentarsi un nuovo round di gravami economici: ai possibili dazi contro l’Europa sul settore automobilistico si è affiancato l’annuncio, con un tono molto generico, di tributi sui prodotti agricoli. Mentre in Canada esplode una campagna di boicottaggio di prodotti americani e in Messico si pensa di fare altrettanto (seguendo il monito della presidente Claudia Sheinbaum), l’Europa – distratta dalla fine degli aiuti Usa a Kiev – reagisce in ordine sparso. Anche all’interno della coalizione di governo italiana ci sono due distinte linee di pensiero: quella della premier Giorgia Meloni, favorevole a una trattativa comune Ue con l’amministrazione americana, e quella del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, secondo cui è possibile negoziare anche a livello bilaterale (da Paese a Paese) e non solo delegando tutto all’Europa. Magari sfruttando i buoni rapporti tra gli esecutivi di Roma e Washington. E’ comunque importante fare di tutto per evitare una guerra commerciale fra Stati Uniti ed Europa. I dazi prospettati contro l’Ue sono molto pesanti, e potrebbero fare molto male al nostro continente, proprio come le sanzioni alla Russia. Sicuramente, un sistema di dazi incrociati transoceanici danneggerebbe anche gli Stati Uniti, che però sarebbero protetti dalla reindustrializzazione sponsorizzata da Trump nel suo primo mandato e proseguita da Joe Biden. L’impresa europea, già colpita dalle sanzioni, rischierebbe invece di rimanere irrilevante, anche per la quasi assenza di grandi società tecnologiche, concentrate fra l’America del nord e l’Estremo Oriente.

Bitcoin tra l’incudine e il martello

Altra possibile vittima dei dazi potrebbero essere i Bitcoin, che però incontrano il favore di Trump: prima della sua elezione, il valore della criptovaluta veleggiava sui 60.000 dollari; con la vittoria del candidato repubblicano ha superato i 100.000; poi ha rifiatato, attestandosi sopra gli 80.000, e ora è tornata oltre i 90.000, dopo l’intenzione espressa dal presidente Usa di stabilire una riserva strategica su valute digitali (oltre ai Bitcoin, anche Ethereum, Cardano, Solana e Ripple). Obiettivo di Trump è trasformare gli Stati Uniti nel centro nevralgico delle crypto, diversificando contemporaneamente le riserve finanziarie.

Sturmtruppen in Borsa

Forse gli indici europei sarebbero stati destinati ai ribassi sperimentati dai mercati Usa se non si fosse verificato un nuovo balzo in avanti dei titoli defence.
Le azioni del settore militare hanno rimbalzato dopo i colloqui organizzati in fretta e furia a Londra con il duplice obiettivo di sostenere l’Ucraina dopo il disimpegno americano e di attuare una poderosa politica di riarmo, con l’eventuale unificazione degli eserciti del continente (Paesi neutrali esclusi). I titoli del settore difesa sono quindi stati oggetto di acquisti folli, e questo sebbene i paesi europei siano usciti dal vertice di Londra totalmente divisi, sia sul grado di impegno in questa operazione, sia nella catena di comando, che ha già contrapposto Gran Bretagna e Francia. Il mercato compra le notizie e vende sui fatti: vedremo poi che cosa accadrà realmente. E’ però probabile che l’improvvisa febbre guerresca delle Sturmtruppen europee evidenzi obiettivi reali. Se eccettuiamo gli entusiasmi bellici di alcuni leader continentali, il reale motivo di questa svolta sembra l’esclusione delle spese militari dalle restrizioni di bilancio: secondo questa interpretazione, la corsa al riarmo non sarebbe altro che un maquillage per poter risollevare il Pil europeo. In ogni caso, le Borse hanno evitato un tracollo da effetto domino e hanno viaggiato sulle montagne russe: lunedì Piazza Affari ha stabilito nuovi record per poi calare in modo pronunciato il giorno seguente.

Previsioni errate

Exploit della difesa a parte, le Borse europee sono comunque in buona salute. Si sono quindi rivelati errati i consigli di inizio anno di varie case di investimento, che avevano suggerito di puntare sulle bigtech americane e sul Nasdaq sottopesando la presenza di titoli europei in portafoglio. Oggi siamo a un punto di svolta: dall’altro lato dell’oceano si capirà presto la natura del crollo dei titoli tecnologici (forte rettifica oppure bolla), mentre l’Europa è sospesa fra un’ulteriore crescita e uno storno. Per questo motivo, i primi giorni di marzo dovrebbero indurre a un sano momento di attesa. In altre parole, occorre cautela: non è il momento di alleggerire ma neppure di comprare. Meglio tenere le posizioni, almeno fino alla prossima settimana: i finanziari sembrano vicini ai massimi e le aziende di armamenti hanno già valutazioni esorbitanti. Al massimo, se proprio si vuole acquistare qualcosa, è consigliabile scegliere titoli super difensivi, come le utility, e al limite qualche azione del lusso. Le obbligazioni europee sono invece un mercato al momento molto stabile, che offre poco rendimento: qualora l’azionario dovesse stornare in modo deciso può essere una buona scelta parcheggiare la liquidità nei bond. Se le obbligazioni italiane si attestano ormai sul 2%, resta un affare l’acquisto di quelle americane, che a causa dell’immobilismo Fed possono rendere una percentuale vicina al 5%; prima di scegliere i treasury, però, occorre considerare il rischio valuta, particolarmente pronunciato in questo periodo contraddistinto da incertezza sui dazi e sui rapporti politici tra Europa e Stati Uniti.

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Wall Street e Hang Seng preoccupano le Borse europee

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Per le Borse europee, la prima settimana di ottobre è stata leggermente negativa. Piazza Affari ha poi chiuso in parziale recupero, vestendo la maglia rosa europea, e ha continuato ad avanzare lentamente alla riapertura sulla scia dei “soliti” titoli bancari. La situazione è ora all’insegna di un trading range, in attesa di conoscere gli impatti delle notizie provenienti da New York e Hong Kong. I listini americani hanno infatti aperto la settimana in evidente difficoltà (proprio quando i rendimenti del Tesoro hanno raggiunto i massimi dall’estate e il petrolio torna a salire), mentre lo Hang Seng ha finora perso oltre il 9%. Le performance negative dei due indici potrebbero avere un impatto anche sull’Europa causando uno storno, mentre le gravi crisi geopolitiche finora non stanno influenzando troppo i listini del nostro continente. Comunque vada, un inizio d’autunno in calo era ampiamente previsto: per le Borse, ottobre è storicamente il peggior mese dell’anno.

Dazi, servono davvero?

Prosegue invece la crisi dell’auto, schiacciata dall’agenda green. Che qualcuno ha rinominato yellow deal, per sottolineare quanto siano reali i rischi di vedere l’Europa a quattro ruote nelle mani della Cina. Per controbattere l’egemonia elettrica di Pechino, l’Unione Europea sta valutando l’introduzione di dazi, che però molti osservatori bollano come la risposta sbagliata a problemi reali. Prima di tutto perché le aziende cinesi stanno già reagendo a questa possibilità, progettando di investire in industrie di batterie e apparecchiature elettriche in altri Paesi del mondo, aggirando, così, eventuali balzelli doganali. In secondo luogo, si teme che Pechino possa a sua volta imporre contro-dazi all’automotive europeo, provocando molti disagi a un settore già colpito duramente dall’agenda 2035. Questo è uno dei motivi per cui l’industria automobilistica tedesca si sta opponendo all’inserimento di barriere doganali, in una situazione che, inoltre, vede i costruttori della Germania esternalizzare una parte della componentistica proprio in Cina.

Fronte anti-green deal

In un quadro così caotico iniziano a levarsi le voci contrarie alla politica energetica di Bruxelles. Ha fatto molto rumore la dichiarazione di Claudio Descalzi a margine dell’Italian Energy Summit 2024. “Non voglio essere anti-europeo”, ha tuonato, senza mezzi termini, l’amministratore delegato di Eni, “ma anche la stupidità uccide e ci sta uccidendo perché dobbiamo subirla sulla base di ideologie ridicole che ci vengono dettate da una minoranza dell’Europa, non una maggioranza, e noi dobbiamo continuare a digerirle e chinare il capo morendo lentamente”. L’esternazione di Descalzi si unisce alle richieste delle case automobilistiche tedesche di rivedere il piano 2035, anche alla luce del fatto che l’Europa sarebbe l’unica macroarea del mondo ad attuare un piano “elettrico” così pronunciato (soprattutto in caso di vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane). Hanno alzato la voce anche i concessionari di Stellantis, che si sono allineati alle posizioni dell’Associazione dei costruttori europei di automobili, chiedendo alla prossima Commissione di rinviare al 2027 l’entrata in vigore delle limitazioni sulle emissioni delle auto. Le e-cars non si riescono a vendere, hanno aggiunto chiaro e tondo i player che hanno più di ogni altro il polso della situazione: i clienti non le vogliono acquistare per problemi di “prezzo, autonomia e accessibilità”, hanno scritto in una lettera indirizzata a Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea.”Ciò”, hanno affermato, “ci pone in una posizione contraria a quella del produttore che rappresentiamo, che rimane ottimista circa il rispetto di queste severe normative Ue”. Le parole dei concessionari evidenziano che Carlos Tavares, amministratore delegato di Stellantis, è rimasto solo nel sostegno al green deal. Forse costretto a mantenere la posizione perché il gruppo ha investito molto nell’elettrico e non può permettersi di revocare la scelta.

Fusioni sì, fusioni no…

La parabola di Tavares sembra comunque giunta al termine: si vocifera su imminenti dimissioni del 66enne dirigente portoghese. Proprio mentre si torna a parlare di una possibile fusione fra Stellantis e Renault, ipotesi bollata dallo stesso Tavares come “pura speculazione”. Nessun merger, almeno per ora, neppure fra Unicredit e Commerzbank. Dopo lo scetticismo del governo Scholz – che però va contro la dottrina della presidente Bce Christine Lagarde, contraria all’ingerenza dei governi nelle fusioni multinazionali – ecco presentarsi il nein di Bettina Orlopp, amministratore delegato della banca tedesca. “Soltanto perché una fusione sembra buona sulla carta”, ha detto, “ciò non vuol dire che sarà eseguita bene e che alla fine potrà avere successo e creare valore per i nostri azionisti”. Bettina Orlopp ha evidenziato anche la difficoltà di unire i sistemi informatici e soprattutto il rischio di perdere clienti. Il recente incontro con Andrea Orcel, amministratore delegato di Unicredit, non è stato altro che un incontro con gli investitori – ha poi aggiunto Orlopp, cercando di quietare i crescenti rumours. Per ora, dunque, l’idea sembra non fattibile. Anche da parte Unicredit, che dovrebbe riflettere molto su una simile operazione in Germania, viste le difficoltà riscontrate dopo l’acquisto di Hypovereinsbank. A proposito di fusioni, un patto parasociale anti-scalata è stato siglato da Lvmh e Double R su Moncler, dopo l’entrata, con il 10%, del gruppo guidato da Bernard Arnault nell’azienda (e primo socio dell’azienda di piumini) di Remo Ruffini. Questo accordo, con cui si fermano eventuali appetiti di altre grandi case, fa di Lvmh il probabile, futuro leader del lusso mondiale: Arnault dovrà stare fermo per sei anni, ma avrà la priorità su un’eventuale vendita di partecipazioni in Moncler da parte di Double R.

Il punto sui Btp

Dopo il taglio di 50 punti base, la Fed si accinge a ridurre ancora i tassi: probabilmente, gli aggiustamenti saranno della stessa entità, ma divisi in due tranche da 25 bp l’uno. Anche la Bce interverrà, ma difficilmente abbasserà il costo del denaro di mezzo punto prima di fine anno, nonostante l’inflazione sia ormai sotto il 2%. In questo contesto, i Btp a 24 mesi sono scivolati a 2,60% per poi avere un moderato ritracciamento. I decennali sono invece compresi nella forbice fra 3,50% e 3,60%. C’è dunque ancora un po’ di spazio, in attesa che la banca centrale, con i suoi tempi, porti il costo del denaro sotto il 2%. Investire nei Btp decennali ha ancora la sua convenienza. Ma attualmente la scelta migliore è l’adesione al collocamento del 14% del capitale di Poste Italiane che, compreso il dividendo, potrebbe rendere il doppio rispetto a un buono del tesoro decennale. L’unico problema di questo strumento è la quantità limitata delle azioni a disposizione per ogni piccolo risparmiatore: il 65% del collocamento è dedicato agli investitori istituzionali e solo il 35% al mercato retail. Si prevede che ogni risparmiatore non potrà impegnare più di 1.000 euro, a causa della fortissima richiesta per questo strumento.

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La crisi del settore auto penalizza le Borse

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo una settimana positiva, le Borse europee hanno subito un arretramento, anche se il trend resta moderatamente rialzista. A penalizzare i listini del nostro continente è soprattutto la crisi del settore automobilistico. Nelle ultime quattro settimane è stata lanciata una serie progressiva di profit warning da varie case europee: dapprima le tedesche (Volkswagen, Bmw e Mercedes), poi Aston Martin e Stellantis. Con un impatto negativo sui mercati.

Inchiodata per l’automotive

A causare il passo indietro di Piazza Affari è stato il gruppo olandese, che dopo aver rivisto le stime di profitto per l’anno in corso ha perso oltre il 14% in un giorno. Una crisi che non è certo imprevista: negli ultimi mesi, il gruppo ha quasi dimezzato la sua capitalizzazione, da poco meno di 70 miliardi a circa 35. Tutto questo mentre, come abbiamo già ripetuto in precedenza, Bruxelles sembra fare orecchie da mercante, incurante delle migliaia di posti di lavoro che rischiano di andare in fumo. Come abbiamo ricordato la scorsa settimana, il passaggio all’elettrico non piace agli automobilisti (anzi: il 30% di chi ha comprato una e-car non ripeterebbe la scelta), mentre per timore di nuove restrizioni all’endotermico c’è freddezza anche rispetto all’acquisto di auto tradizionali. Auto che, tra l’altro, Stati Uniti, Cina e India continueranno a produrre, vanificando lo sforzo europeo. Per questi motivi è lecito sperare che Germania e Francia si uniscano all’Italia nel chiedere alle istituzioni comunitarie un rinvio delle misure che obbligano lo stop alla produzione di auto endotermiche nel 2035. Perché Bruxelles, senza stimoli esterni, non ha nessuna intenzione di frenare, come dimostra anche la normativa (tra l’altro molto arruffata e confusionaria) sullo stop alle caldaie a gas. In questo caso, a indebolire la posizione dell’Europa è la scelta autonoma della Germania, che è stata spinta a cambiare registro dalla crisi economica e dall’erosione del potere d’acquisto dovuta all’inflazione. Oltre che, naturalmente, dai recenti risultati elettorali di tre Länder, che hanno visto il voto di protesta incanalarsi in direzione dell’ultradestra e della sinistra radicale, mentre i verdi sono letteralmente crollati.

Non va di lusso

Oltre ai risultati choc del settore automobilistico europeo c’è un altro comparto che non se la passa troppo bene: quello del lusso. Il downgrade da neutral a sell di Bank of America e Goldman Sachs nei confronti di Kering (soprattutto a causa della sottoperformance del suo marchio Gucci) ha contribuito a spingere l’haute couture nei bassifondi delle Borse. E’ stata quindi vanificata l’ottima performance ottenuta dal settore la scorsa settimana, causata dagli interventi del governo cinese per stimolare l’economia locale e dall’operazione che ha coinvolto Lvmh e Double R. Operazione con cui Moët Hennessy Louis Vuitton acquisterà il 10% della seconda società, che controlla il 15,8% di Moncler (e arriverà a un massimo di 18,5% in circa 18 mesi, mentre Lvmh salirà a non oltre il 22% della stessa Double R). L’operazione aveva dato fiato al settore, che ora però è tornato in difficoltà. Un gigante dai piedi d’argilla, si potrebbe dire, perché pur rimanendo a multipli elevati è penalizzato dal timore di un rallentamento economico e quindi anche dei consumi. Sempre meno persone possono permettersi gli abiti esposti in via Montenapoleone o in via della Spiga: si potrebbe dire che i prezzi sono attualmente inaccessibili a oltre il 99% della popolazione. Sembra quindi che una parte importante della speranza di sopravvivenza del comparto arrivi da Paesi extraeuropei, soprattutto dalla Cina.

Investire, ma con prudenza

Investire sul lusso dopo una simile correzione verso il basso può rappresentare una scelta praticabile, anche se occorre comunque muoversi con i piedi di piombo: la chiave di tutto è l’Asia, da cui dipende buona parte delle quotazioni delle aziende del settore. Sempre con molta cautela è possibile anche guardarsi in giro nei titoli automotive. Magari aspettando ancora un po’ a entrare: le azioni di questo comparto potrebbero perdere ancora, fino al 30%.

Juventus, bilancio in rosso

Non se la passa bene neppure la Juventus che, pur stazionando nelle parti alte della classifica di serie A, ha comunicato una perdita di 199,2 milioni che emerge dal progetto di bilancio approvato dalla società bianconera. A pesare sull’esercizio, in rosso per la settima volta di fila, è soprattutto la mancata partecipazione alle competizioni europee, decisa dall’Uefa a causa delle note irregolarità contabili. I dati in perdita erano ampiamente prevedibili. Ora vedremo che cosa succederà in ambito internazionale. Perché la Juventus ha sottoscritto un accordo con l’Uefa, che la impegna a non superare, nel triennio che si chiuderà nella stagione 2025/26, un deficit aggregato pari a 60 milioni, con la possibilità, a certe condizioni, di aumentarlo fino a 10 milioni l’anno. Se la società calcistica non raggiungerà i numeri target potrà subire la limitazione del numero di giocatori nelle liste Uefa (da 25 a 23), l’impossibilità di inserirvi nuovi calciatori oppure l’esclusione dalle coppe europee dell’anno seguente. Per questo motivo, è pressoché scontato che si verifichi un aumento di capitale da parte di Exor, cassaforte della famiglia Agnelli e azionista di maggioranza della Juve. Vedremo poi se le autorità sportive si sposteranno su una situazione di maggior intransigenza sul fronte del fair play finanziario, in un periodo in cui sotto i riflettori c’è anche il Manchester City, processato in patria per motivi legati ai bilanci. La squadra allenata da Pep Guardiola potrebbe rischiare una penalizzazione in campionato (come già avvenuto per Everton e Tottenham) o addirittura la retrocessione, con conseguente addio alle coppe europee per un minimo di due anni.

Unicredit cresce in Germania

Sul fronte bancario, Unicredit ha rilevato una partecipazione del 21% in Commerzbank e sta provando a ottenere il nulla osta per salire ulteriormente (al 29,9%, limite oltre il quale scatterebbe l’obbligo di opa). L’operazione accresce la presenza della banca milanese in Germania, a quasi 20 anni dall’acquisizione di Hypovereinsbank. La strategia tedesca, su cui il gruppo bancario di Piazza Gae Aulenti ha puntato per l’evidente impossibilità di crescere per linee esterne in Italia, ha suscitato reazioni divergenti in Germania: mentre dal ministero delle Finanze si è levata una voce favorevole, il cancelliere Olaf Scholz ha espresso il timore di scalate ostili, mentre dall’interno della banca si teme che, nel caso in cui avvenga un’acquisizione, si verifichi una riduzione del personale. Favorevole invece Christine Lagarde: la presidente della Banca Centrale Europea, pur non citando il caso singolo, ha giudicato positivamente le fusioni transnazionali, per creare giganti europei in grado di competere con le banche del resto del mondo.

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Lo storno di settembre

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo il balzo in avanti di fine agosto, con cui le Borse hanno recuperato le perdite di inizio mese, settembre si è aperto con una nuova fase orso. Non c’è, tuttavia, da preoccuparsi più di tanto, un po’ perché a stretto giro si è verificata una pur parziale rimonta, un po’ perché settembre e ottobre sono storicamente mesi non troppo brillanti. E un po’ perché, dopo il rimbalzo che ha portato i listini vicino ai massimi, uno storno era nell’aria. In ogni caso, a mitigare il passo indietro sono i dati americani sul lavoro, positivi anche se inferiori alle attese.

Tassi, si scende

Siamo quindi in una fase di trading range neanche tanto ampio, con un crescente peso degli avvenimenti geopolitici sull’andamento dei mercati. Oltre, naturalmente, all’imminente taglio dei tassi, che è dato per scontato. Anche se non è matematico che la sforbiciata di settembre avvii una tendenza all’insegna del rilassamento della stretta monetaria. Come ha affermato Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea, le decisioni saranno prese volta per volta. Anche se, ha proseguito, “i dati finora confermano la nostra direzione di marcia”, cioè l’ammorbidimento della politica monetaria, “e spero che ci consentiranno di continuare a essere meno restrittivi”. La sua posizione è condivisa da sempre più analisti: è vero che il rialzo dei tassi ha messo un freno (almeno in parte) all’inflazione, anche se fattori esogeni – come la crisi di Hormuz – ne rallentano la discesa; tuttavia, il costo del denaro ha bloccato molti investimenti. Creando difficoltà all’economia Ue, che ha portato tutti i dati di produzione al segno meno.

Il rapporto Draghi

A lanciare l’allarme è stato anche Mario Draghi in un rapporto che gli era stato commissionato dall’Unione Europea. Secondo l’ex presidente Bce ed ex premier, l’Ue ha davanti a sé una sfida cruciale, da cui dovrà uscire con una cura forte (un “doppio Piano Marshall”) per non scivolare in una lenta agonia. In cifre, ha spiegato Draghi, si tratta di una cifra compresa fra 750 e 800 miliardi l’anno, senza i quali – ha aggiunto – è a rischio l’esistenza e persino la libertà dell’Europa. Il nuovo bazooka – la cui proposta ha visto la contrarietà sia di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, sia della Germania – potrebbe avere un fondamento. Ma occorre rispondere a una domanda: dove si possono trovare tutti questi soldi? Soprattutto in un periodo storico che vede il ritorno del patto di stabilità.

Auto elettriche, una sfida persa in partenza?

Tra le sfide evidenziate da Draghi – dai costi elevati dell’energia alla necessità strutturale di importare materie prime, dalle maggiori spese per la difesa al calo della popolazione e del numero dei lavoratori – c’è anche la decarbonizzazione. Che in sé è un obiettivo legittimo, ma che in pratica è stata gestita molto male. Perché uno dei settori più in crisi è quello dell’automotive, che una volta era il fiore all’occhiello di Paesi come Germania, Francia e Italia. Il disinteresse degli acquirenti per le vetture elettriche ha già costretto la Volkswagen ad annunciare la chiusura di uno stabilimento Audi di Bruxelles, adibito appunto alla produzione di macchine “adeguate” alla nuova situazione. E che sta mettendo a rischio anche una unità produttiva in Germania, sempre specializzata nell’elettrico.

Ma il target 2035 non si ferma

Ciò significa che l’Ue potrebbe considerare un passo indietro, o almeno un parziale ripensamento, della sua strategia di elettrificazione delle automobili entro il 2035? Sembra proprio di no. Anzi: tutto il contrario. Il commissario europeo per il mercato interno e i servizi, Thierry Breton, nel corso di una riunione con i produttori, li ha esortati a innescare la quinta e ad accelerare la transizione, per superare i ritardi del settore. Il rischio evidenziato da Breton è il prevalere della Cina, che quasi monopolizza questo mercato. Nel 2026, l’esecutivo comunitario potrebbe in ogni caso intervenire sul target 2035, rimandandone l’attuazione: lo prevede espressamente il regolamento europeo. Ma le posizioni di Ursula von der Leyen e delle forze politiche che formeranno la nuova commissione non lasciano troppo spazio a questa soluzione, a meno di forti pressioni in seno alla stessa maggioranza. O, in alternativa, di una forte presa di posizione di Germania e Italia, magari rinforzata dalle proteste sindacali tedesche già in corso.

Il paradosso del lusso

Un altro settore nell’occhio del ciclone è il comparto lusso. Ma qui non c’è nessuna crisi di produttività. La industry soffre invece di un paradosso: da un lato gli utili sono buoni, in alcuni casi a doppie cifre; dall’altro, i titoli in Borsa stanno evidenziando una performance scarsa. Qual è la ragione di questa apparente discrasia? Occorre fare presente che il lusso viaggia a multipli incomprensibili ed è spesso slegato dalle dinamiche alla base degli scambi borsistici. E’ infatti una categoria che resiste di più alle crisi perchè ha un parterre di compratori in grado di permettersi qualsiasi prezzo. Se però arrivano segnali di rallentamento dall’Asia e dagli Stati Uniti, il comparto può cedere alla paura e ottiene performance minori. Inoltre, il grande recupero di agosto ha coinvolto gli indici, ma non tutte le categorie: si è infatti manifestata una rotazione settoriale, con il recupero di titoli che erano rimasti indietro, come le utility. Vittime della dispersione dei rendimenti sono state, dunque, la tecnologia e, appunto, il lusso, mentre le banche hanno registrato prestazioni abbastanza anonime.

Azioni bancarie, quale futuro?

Già, i gruppi bancari, che potrebbero raggiungere i massimi nel corso di quest’anno e poi scollinare verso una lunga e inevitabile discesa. Con il calo dei tassi, le aziende di credito saranno costrette ad allentare i loro spread, e questo – insieme al maggior rischio di insolvenze – avrà una conseguenza negativa sugli utili. In termini ciclistici, il gran premio della montagna è in vista e l’arrivo è previsto a valle, dopo una lunga discesa pedalabile, non priva di pericoli. Anche se gli utili record riguardano soprattutto le banche europee, il calo dei tassi avverrà anche negli Stati Uniti, e le aziende di credito di oltre oceano dovranno giocoforza risentirne. Può essere uno dei motivi per cui Warren Buffett – un personaggio che difficilmente sbaglia le sue scelte di investimento – ha venduto una forte quantità di azioni di Bank of America, di cui la sua Berkshire Hathaway resta, peraltro, il primo azionista. Altre ragioni che avrebbero spinto Buffett a liberarsi di quasi 7 miliardi di dollari di partecipazioni Boa sono, secondo alcuni analisti, il sentore di un calo dei mercati o, in alternativa, l’accumulo di capitali per un acquisto di grande entità.

Foto di Mark Basarab su Unsplash


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