Lecornu, corsa a ostacoli: subito un downgrade per Parigi
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La designazione di Sébastien Lecornu a primo ministro francese non piace né ai cittadini, né ai mercati. Una ricerca Ipsos/Bva rivela che il capo del governo designato gode di un’opinione negativa del 40% dei transalpini, contro un misero 16% di persone che hanno espresso una valutazione positiva. Questo risultato è persino peggiore di quello ottenuto da François Bayrou, che alla nomina godeva solo del 20% di consensi. Tutto questo mentre le città assistono a forti proteste e sono in programma nuovi scioperi e dimostrazioni nel prossimo futuro. Fitch, da parte sua, ha “retrocesso” il debito di Parigi da AA- ad A+, mentre Lecornu sembra voler intervenire sulle riforme di Bayrou, attenuandole (per ottenere il consenso determinante dei socialisti), ma non troppo (per non scontentare i mercati): va in questa direzione l’annuncio che l’annullamento dei due giorni festivi parte del programma bocciato dall’Assemblea Nazionale sarà cancellato nel nuovo testo. D’altra parte, però, il maxi-piano di riarmo non sarebbe toccato dai tagli generalizzati – come ministro della Difesa del governo Bayrou, Lecornu aveva elaborato la legge che vincola la Francia a spendere 413 miliardi di euro in spese militari fra in 2024 e il 2030. Questo dettaglio non è sembrato casuale nella scelta del presidente Emmanuel Macron, di cui il nuovo premier è un fedelissimo. Se il governo non dovesse ottenere la fiducia, difficilmente l’inquilino dell’Eliseo potrebbe evitare le dimissioni, mentre si amplificherebbero i rischi preoccupanti legati al debito sovrano francese. Con Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon intenti ad attendere ai lati del fiume, rispettivamente sulla rive droite e sulla rive gauche.
Mercati senza paura
Nonostante i timori, il downgrade francese non ha scosso le Borse. La “retrocessione” era infatti già stata scontata dai mercati, che comunque l’hanno sorprendentemente digerita. Le Borse hanno infatti trascorso un’ottima settimana e aperto bene quella nuova, spingendosi sui massimi dell’anno; martedì si è invece verificato un riflusso controllato, in attesa della Fed e del taglio di 25 (o forse 50) basis point. Proprio su questa scia Wall Street ha proseguito nel suo recupero: l’S&P 500 ha fatto segnare un nuovo record, spinto dall’ottimismo relativo a un intervento di Powell sul costo del dollaro. Due aspetti spingono le Borse europee, consentendo loro di superare le tempeste che si susseguono nel mondo. In primo luogo i listini trattano a multipli ancora ragionevoli e, con tassi sui titoli di stato decennali attorno al 3%, questo vuol dire che c’è ancora un margine di salita o, almeno, questo ci consente di dire che il mercato non è assolutamente dentro una bolla speculativa come avvenne invece a inizio 2000. Secondo, la Germania propone una spesa pubblica gigantesca, che promette di fare da stimolo all’intera economia europea: anche questa operazione è stata anticipata dal mercato, che sembra credere alla realizzazione di questo progetto. A Piazza Affari si è aggiunta la spinta di Montepaschi e Mediobanca: in particolare Mps corre dopo aver superato la metà delle azioni di Piazzetta Cuccia (secondo le previsioni, Siena salirà fino all’80%).
I nuovi anni Novanta
I tre anni di crescita quasi ininterrotta ci hanno sbalzato in un’atmosfera anni Novanta. Prima o poi, uno storno avverrà (anche se non necessariamente con una bolla stile fine millennio): in presenza di segnali di discesa strutturale, gli investitori dovranno decidere se anticipare i mercati uscendo velocemente prima dello storno. Un’operazione che – ça va sans dire – è difficilissima. Al momento, orientarsi sembra impegnativo: mantenere il portafoglio è quasi una parola d’ordine, ma cosa acquistare? In questa fase, sono rimaste indietro le utility, che hanno evidenziato una minor crescita dei profitti: potrebbero dunque rivelarsi interessanti per chi vuole rimpolpare il portafoglio. I titoli del settore difesa, da parte loro, sono saliti molto, ma forse c’è ancora spazio per qualche acquisto. In Italia, Mps rimane interessante, essendo una banca ancora partecipata dal ministero del Tesoro, che deve ancora trovare una sua collocazione ed è quindi esposta a rischi speculativi. Mediobanca è invece al centro di una campagna di vendita azioni da parte dei suoi top manager, che prima della riapertura dei termini dell’offerta hanno ceduto le loro performance share: l’amministratore delegato Alberto Nagel ha venduto da solo titoli per più di 22 milioni di euro.
Usa-Cina, prove tecniche di disgelo
Alla resistenza dei mercati e all’attesa della Fed, si è aggiunto l’ottimismo relativo a un possibile accordo Usa-Cina su TikTok: il presidente americano Donald Trump ha parlato di un’intesa “con una certa azienda” amata dai giovani, preannunciando un colloquio “con il presidente Xi”. Sembra quindi scongiurata la chiusura dell’app cinese negli Stati Uniti: il social network proseguirà a essere disponibile negli Usa grazie alla vendita, da parte di ByteDance, delle sue attività americane. Percorso inverso per Starbucks, che molto probabilmente cederà a un’azienda di Pechino la maggioranza delle azioni della sua struttura cinese (il secondo mercato per la multinazionale del caffè). Le due cessioni sembrano collegate, ma probabilmente non lo sono: la vendita di Starbucks non sembra un do ut des per TikTok, ma appare più come una normale operazione economica, piuttosto che politica.
Criptovalute in goal
Le criptovalute sono sulla cresta dell’onda e ora vogliono espandersi nel calcio. House of Doge ha infatti acquisito la maggioranza delle azioni della Triestina, attraverso la controllata Dogecoin Ventures. La moneta virtuale Doge, nata nel 2013, è già celebre per essere accettata, come pagamento, anche da Tesla e da altre imprese controllate da Elon Musk. E ora ha voluto fare un passo clamoroso. L’acquisizione della squadra alabardata, ha detto Marco Margiotta, ceo di House of Doge, è il “primo passo” nell’interessamento di questa criptovaluta al mondo del calcio. Potremmo aspettarci dunque altre acquisizioni di società pallonare da parte di Doge e di altre monete virtuali? Può darsi. Le “cripto” hanno creato un’enorme quantità di ricchezza e ora sentono la necessità di convertirne una parte in economia reale. Il gioco più popolare al mondo potrebbe valere la candela. E rivelarsi un piatto ricco per piazzare i propri investimenti.
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Cade Bayrou: Borse in attesa
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il governo di François Bayrou è caduto. Come ampiamente previsto, l’Assemblea Nazionale francese ha sfiduciato l’esecutivo a soli nove mesi dal suo insediamento. La bocciatura assume contorni inequivocabili: solo 194 i voti a favore del governo, 364 i contrari. Con la caduta di Bayrou tramonta anche la riforma “lacrime e sangue” che l’ormai ex primo ministro aveva proposto per salvare la Francia. Per ottenere il taglio previsto di 44 miliardi di euro, il piano prevedeva l’applicazione di misure draconiane, che avrebbero impattato pesantemente su spesa sociale, pensioni, servizi pubblici e persino giorni di festività, aumentando contemporaneamente le tasse, in un quadro di forte inflazione. La palla avvelenata passa dunque al prossimo governo, che dovrà inventarsi una nuova ricetta per contrastare un deficit al 5,8% e un debito pubblico ormai oltre il 110% del Pil.
Tra Scilla e Cariddi
Il compito (improbo) del prossimo esecutivo sarà identificare le riforme da mettere in atto. In Europa esiste già un esempio: quello del governo Monti, che ha arginato la deriva dei conti pubblici, innescando però parecchi interrogativi sulle prospettive per i cittadini. Manovre correttive troppo radicali, infatti, hanno spesso un effetto depressivo su economia e Pil e favoriscono recessione e calo dei consumi. La Francia sembra dunque navigare tra Scilla e Cariddi: senza riforme incisive si rischia il default; con manovre troppo penalizzanti si crea povertà, con annessi e connessi. E con la sicurezza matematica di un riacutizzarsi delle dure proteste che Oltralpe si verificano ogni qual volta si toccano conquiste sociali e diritti acquisiti. Una “terza via” ci sarebbe, ma occorrerebbe tracciarla a livello europeo. Si tratta del cambiamento di prospettiva sul debito, per discostarsi dalla rigida via seguita finora – fatta di austerità e di rigidità sui conti – e avvicinarsi un po’ di più alle prassi espansive tradizionalmente seguite dagli americani.
Una roadmap, se vogliamo, c’è già: l’ha tracciata Mario Draghi quando ha proposto un mega-piano investimento di 1.000 miliardi l’anno con un debito comune. Per facilitare una “rivoluzione copernicana” di questo tipo sarebbe però necessario annacquare il piano green radicale che ha depresso la manifattura, spingendo le autorità europee a cercare un recupero con giganteschi piani di investimento sul riarmo, oltretutto difficili da mettere in atto. Un’economia ricca vive necessariamente di produzione; i soli servizi non bastano per mantenere gli standard elevati che hanno contraddistinto l’Europa degli ultimi decenni.
Non solo Francia
La caduta di Bayrou ha favorito nuovi record per l’oro, che si conferma nel ruolo tradizionale di bene rifugio; tuttavia, a beneficiare del rialzo sono soprattutto gli investitori americani, data la debolezza del dollaro sull’euro. Le Borse, invece, hanno reagito alla sfiducia senza particolari scossoni. I mercati anticipano, e già sapevano che cosa sarebbe successo. Non per niente, la scorsa settimana si è verificato un calo, anche se tutto sommato gestibile e ben diverso dallo storno dello scorso aprile. Si è trattato, dunque, di una discesa controllata, utile per ripartire, che, oltretutto, non è dipesa solo dalla crisi di governo in Francia. A contribuire, anche altre componenti: la caratteristica de mese di settembre, tradizionalmente un periodo in cui i mercati arretrano e riflettono; il bisogno di rifiatare delle Borse, che hanno corso moltissimo e hanno bisogno di fermarsi per un po’; l’incertezza sul taglio dei tassi, che potrebbe vedere una rotazione strategica, con la Bce probabilmente ferma per un giro e la Fed propensa a diminuire di 25 o addirittura di 50 punti. Una scelta, quest’ultima, che gli investitori potrebbero prendere male, interpretandola come spia di un mercato del lavoro americano persino peggiore di quello (già critico) attuale. Sullo sfondo, l’attesa della Corte Suprema americana sui dazi, con una paura crescente (esplicitata apertamente da esponenti dell’amministrazione Trump) che una bocciatura delle tariffe possa innescare una girandola ingestibile di rimborsi. A meno che i giudici decidano di annullare le tasse doganali dal momento della sentenza in poi, evitando così il caos.
En attendant Macron
Le Borse sembrano, comunque, aver già scontato la situazione sfavorevole: lunedì scorso, hanno infatti chiuso moderatamente in positivo nonostante le difficoltà e l’attuale fase senza spunti.
Sembra quindi che gli investitori siano in attesa. Delle decisioni politiche di Emmanuel Macron e del destino del prossimo governo francese. Ma anche delle evoluzioni dello spread transalpino, finora a livelli gestibili: se il differenziale dovesse allargarsi, la Bce potrebbe essere costretta a intervenire. Sta di fatto che i problemi della Francia sono strutturali: da tempo si sa che Parigi è un grande malato, che ha potuto reggere soprattutto per l’aiuto ricevuto da una Germania ora in difficoltà.
Google, una multa da 2,95 miliardi
Intanto, la Commissione Europea ha comminato una contravvenzione di 2,95 miliardi di euro a Google per aver distorto la concorrenza nelle tecnologie di tipo pubblicitario. L’ufficializzazione della multa – a cui sarebbe stato contrario il commissario al commercio Maroš Šefčovič, sostenitore di una sospensione – è stata accompagnata dall’obbligo, per il colosso di Mountain View, di rimuovere i conflitti di interesse riguardanti le adtech. L’ammenda a Google, per cui Donald Trump ha minacciato una ritorsione a suon di dazi, è corretta, ma è stata comminata in ritardo di almeno dieci anni. Oggi, l’intelligenza artificiale mette a rischio la stressa Google e la sua posizione dominante nelle tecnologie pubblicitarie, oltre che la sua leadership nella ricerca di informazioni sul web.
Unicredit-Commerzbank: la mossa di Morgan Stanley
Sul fronte del risiko, nuovo capitolo nel dossier Unicredit-Commerzbank: Morgan Stanley (probabile alleata di Piazza Gae Aulenti) ha quasi raddoppiato la sua quota nella banca tedesca, arrivando a detenere il 5,19% e diventando il quinto maggior azionista. La mossa a sorpresa della banca d’affari americana segue di pochi giorni il nein di Bettina Orlopp: lo scorso 3 settembre, la ceo di Commerzbank aveva ricordato che “ovviamente” Unicredit non conquisterà la banca: “a decidere saranno i nostri azionisti, è a loro che spetta la decisione”. Ora, la mossa di Morgan Stanley potrebbe scompaginare le carte, governo tedesco permettendo.
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Borse, faro su debito francese e dazi
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il debito pubblico francese e i dazi americani sono ancora protagonisti nella cronaca economica di questi giorni e influenzano l’andamento delle Borse. Proprio mentre Russia, Cina e India, al vertice di Tianjin tra i leader dello Sco, rinsaldano la loro alleanza economica, che mina le certezze dell’Occidente sulla propria centralità nel contesto mondiale e lancia un modello multipolare.
Bayrou in bilico
A Parigi è partito il conto alla rovescia per il voto di fiducia, che il prossimo 8 settembre deciderà le sorti del governo Bayrou. Se l’esecutivo dovesse incassare la fiducia – al momento molto difficile, data la posizione dei socialisti – sarebbe introdotta una manovra finanziaria da 44mila miliardi, con un aumento delle tasse e tagli a spesa pubblica e pensioni. Una riforma difficile da digerire per i cittadini e foriera di possibili proteste di piazza. Che sono già in calendario, dato che il 10 dicembre il collettivo popolare Bloquons tout ha proclamato uno sciopero generale, con l’obiettivo di fermare il Paese. Nel caso in cui invece il governo dovesse cadere, tornerà tutto nelle mani del presidente Emmanuel Macron, ormai inviso alla maggior parte dei francesi. La caduta di Bayrou implicherebbe la mancata approvazione delle riforme: in questo caso, il rischio di vedere la troika a Parigi non sarebbe così eccessivo come è apparso finora.
La posizione di Christine Lagarde
Sui pericoli corsi dalla Francia, Christine Lagarde ha buttato acqua sul fuoco. Il sistema bancario transalpino, ha detto la presidente della Bce, “non è una fonte di rischio; è in una situazione migliore di quella in cui si trovava nella crisi del 2008. Stiamo tenendo sotto controllo con attenzione lo spread dei titoli francesi con quelli del resto d’Europa”. In quanto alla possibile bocciatura del governo Bayrou, Christine Lagarde ha affermato che “tutti i rischi di caduta di governo in tutti i Paesi della zona euro sono preoccupanti”. Tuttavia, ha proseguito, “la Francia non è attualmente in una situazione che richiede l’intervento del Fondo monetario internazionale, ma la disciplina fiscale deve essere imperativa”.
La “scommessa” di Macron
Resta però ben chiaro che oggi Parigi non è in grado di ripagare il proprio debito pubblico, che oggi ha raggiunto il 114% del pil. Una situazione che rischia di trasformarsi in un bubbone in grado di travolgere l’Ue e l’euro. E che, nel caso peggiore, potrebbe essere affrontata solo con un whatever it takes di draghiana memoria, per scongiurare un effetto domino. Se la crisi politica dipende in gran parte dalla “scommessa” dell’Eliseo – che ha proclamato le elezioni anticipate del 2024, innescando una prevedibile instabilità – la situazione economica ha radici molto più lontane. I problemi del debito d’Oltralpe erano noti da anni, ma per molto tempo sono stati nascosti sotto il tappeto. Oggi, lo spread fra i buoni del tesoro italiani e francesi è ormai abbastanza simile, anche se ancora molto contenuto. I Btp hanno comunque compiuto un passo da gigante, dal 7% del 2011 a meno dell’1%. I valori ormai simili mostrano che il debito pubblico francese è considerato come quello italiano. In un quadro, però, in cui Parigi è in continuo peggioramento, come evidenziato anche dagli allarmi di Bayrou. La Borsa di Parigi è, da parte sua, la più zoppicante d’Europa: da inizio anno rende tra il 17% e il 20% in meno degli indici tedesco e italiano.
Tariffe doganali a rischio
Le Borse seguono con molta attenzione anche la telenovela-dazi, che si è arricchita di un nuovo capitolo. Una corte d’appello federale ha infatti sentenziato che gran parte delle tariffe doganali imposte da Donald Trump sono illegali. In effetti, il presidente americano ha esautorato il Congresso, avvalendosi di una legge speciale che, però, è riservata alle emergenze (ed è difficile, evidentemente, spacciare normali dinamiche commerciali per un allarme rosso). Il tribunale d’appello ha comunque deciso che la sua sentenza sarà valida dal 14 ottobre, per consentire alla Corte Suprema di pronunciarsi e mettere finalmente una parola definitiva sull’intera questione. Vari commentatori scommettono che la Scotus dia ragione a Trump, per la presenza al suo interno di una maggioranza conservatrice. Ma questo non è detto. Un po’ perché una convinzione di questo tipo getterebbe ombra sull’indipendenza dei giudici. E un po’ perché i membri della Corte Suprema hanno già contraddetto Trump su questioni di tipo economico. Se i giurati dovessero confermare lo stop ai dazi, si innescherebbe però un rischio di ricorsi delle varie aziende penalizzate in questi mesi dalle tariffe. A meno che riescano a trovare la formula per resettare tutto e tornare alla situazione pre-2 aprile a decorrere dal momento della sentenza.
I Brics sfidano l’Occidente
Le scadenze di questi due mesi rendono interlocutorio il periodo delle Borse, in un mese, come settembre, che di solito è difficile per gli indici. Una crisi del governo Bayrou potrebbe aggiungere tensione, ma un eventuale annullamento dei dazi avrebbe la possibilità di dare un po’ di fiato ai listini, anche se finirebbe di creare incertezza politica.
Per la verità, Trump dovrebbe comunque preoccuparsi maggiormente dei nuovi legami tra Russia, Cina e India piuttosto che di una sentenza sfavorevole della Corte Suprema. Paesi che una volta erano nemici tra di loro stanno rinsaldando un’alleanza economica, che rende meno impattanti le sanzioni e la centralità dell’Occidente, degli Usa e del dollaro. La strada verso i negoziati bilaterali Putin-Zelensky e la pace sul fronte russo-ucraino – che era vista dall’inquilino della Casabianca come una leva per sottrarre Mosca dall’abbraccio con Pechino – si è fatta ardua e piena di ostacoli. Mentre, d’altro canto, le storiche inimicizie tra India e Cina sembrano sparire. In particolare, i dazi non hanno bloccato Delhi che, come ha riconosciuto lo stesso Trump, “acquista la maggior parte del suo petrolio e dei suoi prodotti militari dalla Russia, molto poco dagli Stati Uniti”.
Piazza Affari e il risiko
La Borsa di Milano potrebbe dimostrare più resistenza rispetto ad altri listini europei, anche per il rilancio di Mps su Mediobanca: Siena ha alzato il premio per gli aderenti alla sua offerta, aggiungendo una componente cash di 0,90 euro ad azione. Per il resto, non ci sono grossi spunti da segnalare. Il mercato ha la possibilità di rimanere tonico almeno fino a metà ottobre. Ciò suggerisce una strategia di mantenimento; nel caso in cui affiorassero segnali di cedimento, sarebbe però utile alleggerire il portafoglio e portare a casa gli utili prima che sopraggiunga uno storno importante.
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Elon Musk prende Twitter. Ma non si vedono impatti positivi sul Nasdaq
Dopo una notte di trattative, il patron di Tesla ha chiuso l'opa-blitz sul 100% del social network. Ma gli indici tecnologici non ne hanno praticamente risentito, anzi continuano la loro discesa. Intanto, il rally del dollaro e il calo dello yuan movimentano i mercati valutari
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari
Elon Musk ce l'ha fatta. Dopo una notte di trattative, il proprietario di Tesla ha acquistato il 100% di Twitter per 54,2 dollari ad azione, sborsando 44 miliardi di dollari. Come spesso succede in questi casi, pecunia non olet: l'offerta era troppo attraente perché gli azionisti non capitalizzassero l'utile. Il prezzo riconosciuto è un congruo premio rispetto alla quotazione sul mercato e all'andamento del Nasdaq da ottobre in avanti. Nasdaq che, per inciso, non ha risentito quasi per nulla dell'operazione, non discostandosi dalle difficoltà di una settimana molto sofferta.
L'operazione, la cui chiusura è prevista entro l'estate, avrà quindi uno scarso impatto sui mercati; l'unico cambiamento si concretizzerà nelle regole e nella policy del network, destinato a democratizzarsi e a concedere maggiore libertà di espressione ai suoi utenti, anche se molti temono invece un ulteriore imbarbarimento dei social network.
Per il resto, lo ripetiamo, è accaduto quanto si verifica in gran parte delle opa ostili. È molto probabile che anche l'offerta di acquisto attualmente in corso di svolgimento in Italia, quella dei Benetton nei confronti di Atlantia, finisca per andare in porto. Unica differenza, i tempi, che saranno inesorabilmente più lunghi, a causa dei noti rallentamenti dovuti alla burocrazia italiana.
Inflazione record. Ma...
Intanto, nell'eurozona l'inflazione ha raggiunto i nuovi massimi. Tra i responsabili di questa situazione c'è, naturalmente, il rincaro delle materie prime. La situazione dovrebbe preoccuparci, certo, ma niente panico: si sta infatti verificando una dicotomia fra le previsioni delle case di investimento (che vedono un ulteriore rialzo) e i produttori, convinti che un nuovo rincaro causerebbe la recessione in tutta Europa.
L'esempio del petrolio è fin troppo chiaro: il suo valore può rimpallare tra 100 e 110, ma difficilmente andrà oltre – se infatti arrivasse a quota 130, la nostra economia si troverebbe in una fase di recessione acuta, che nessuno vuole.
Molte materie prime hanno già iniziato a scendere (con l'eccezione del rame, che è ancora in crescita): l'alluminio, protagonista solo poco tempo fa di un rally da record, è in calo, e persino l'oro ha perso circa 140 dollari dai massimi di marzo. Quest'ultima picchiata ha spazzato via le illusioni di revival del metallo giallo come bene rifugio. Una categoria, quest'ultima, che sembra aver perso i suoi punti di riferimento; unico porto sicuro, oggi come oggi, sembra essere il franco svizzero, che si mantiene in una situazione di “quasi-parità” con l'euro – e si rafforzerebbe ulteriormente se la Banca Nazionale non pagasse di tasca sua per evitare il “sorpasso”.
È probabile che, passato il picco, le materie prime raggiungano una certa stabilità, e non a questi prezzi. Tendenzialmente, l'inflazione potrebbe quindi scendere e ritornare verso quei livelli del 2/3% che rappresentano una sorta di punto di equilibrio per il sistema finanziario.
Naturalmente, bisogna fare i conti con le due incognite con cui siamo costretti a convivere: la guerra e il Covid.
Lo yuan zoppica, il dollaro corre
Proprio una conseguenza della nuova fase pandemica, che ha causato il nuovo lockdown cinese e il conseguente rallentamento della produzione a Shanghai, sta spingendo in basso lo yuan.
Tutto questo mentre prosegue la risalita del dollaro, che ha prima “bucato” la soglia psicologica di 1,08 e poi si è spinto sotto 1,07, raggiungendo i livelli più alti da due anni a questa parte. A trainare il biglietto verde, ancora una volta, l'aspettativa di rialzo dei tassi a breve negli Stati Uniti.
Il rendimento americano a due anni ha già superato il 2%, contro lo “zero virgola” europeo, e questo contribuisce a creare un effetto di remunerazione significativo. La crescita statunitense fa correre il dollaro mentre le aspettative molto più diluite dell'eurozona (dove la Germania ha già annunciato un nuovo aumento di deficit dell'1%) non frenano il calo della nostra valuta, che neppure la vittoria di Emmanuel Macron alle presidenziali francesi è riuscito a scalfire.
Sanzioni, posti di lavoro a rischio
Oltre alla prudenza della Bce, l'euro paga anche l'effetto delle sanzioni e la paura per il futuro, che si fa sempre più profonda: se l'Europa volesse bloccare l’import di gas e petrolio dalla Russia, solo l'Italia rischierebbe la perdita di un milione di posti di lavoro. Senza, tra l'altro, che la guerra si fermi.
Non per niente, le aziende iniziano a opporsi a questa politica. Un esempio su tutti, i calzaturifici marchigiani che, sostenuti dalla regione, hanno deciso di partecipare alla fiera di settore, in corso a Mosca dal 26 al 29 aprile. La scelta era tra il boicottaggio e i licenziamenti – e la risposta di un imprenditore a questo dilemma è facile da indovinare.
Come più volte ricordato, l'apparato sanzionatorio, al cui aggravamento si sta opponendo solo la Germania, danneggerà molto più l'Unione Europea e le sue aziende che non la Russia, pronta a “cambiare cavallo” e a vendere gas e materie prime a Cina, India e altri clienti, in grado di rimpiazzare bene eventuali ritirate da parte dell'Occidente.
I due gradi della discordia
E proprio l'Occidente sembra evidenziare una divergenza di atteggiamenti tra chi governa e la cittadinanza, che a differenza della politica deve fronteggiare giornalmente i problemi pratici. Soprattutto in Italia.
La strategia comunicativa di Draghi sta creando divisioni entro e oltre i confini. L'ormai famoso “diktat dei due gradi” non è certamente popolare nel paese.
Né è facile trovare fonti alternative alla Russia, almeno in breve tempo: le missioni di Draghi in Algeria, Egitto o Congo non potranno fornire all'Italia i quantitativi di gas che attualmente transitano dai gasdotti di Mosca. Basta citare Paolo Gentiloni: il commissario europeo ha detto che l’Italia sarà dipendente dal gas russo fino al 2027, un tempo quasi eterno. Una campagna di cambio forniture può essere intrapresa solo a lungo termine e senza strappi, soprattutto se a rimetterci sono i singoli cittadini.
Banche caute, ma capitalizzate
Infine, due parole sulle banche europee. Secondo Standard&Poor's, gli istituti di credito hanno tutte le potenzialità per gestire al meglio gli impatti della guerra sui mercati. Per ora, l'agenzia di rating ha ragione: pur con una previsione di ribasso dell'economia, le banche sono fortemente capitalizzate, anche grazie al rafforzamento che gli schemi di vigilanza comunitari hanno promosso in questi anni.
In Italia, molte aziende di credito distribuiranno lauti dividendi. Le azioni bancarie, è vero, sono calate del 30% da inizio anno e una diminuzione della crescita sembra inevitabile; tuttavia, questo calo non sarà tale da imporre aumenti di capitale.
Ci sono poi casi particolari, come quello di Unicredit: a causa dell'esposizione con la Russia, il gruppo di piazza Gae Aulenti ha rimandato la comunicazione dei dati trimestrali (che saranno comunque ragionevolmente buoni) e in tutta probabilità rivedrà la politica dei dividendi. Altre banche si sono dimostrate caute, anche perché il futuro è tutt'altro chiaro. Dipenderà, ancora una volta, dalla geopolitica e dall'evoluzione degli scenari pandemici.
L'Agricole rilancia il risiko. Non solo bancario
È bastato che la Banque Verte acquistasse il 9,2% di Banco Bpm per riavviare la girandola di acquisizioni e consolidamento. E per ridisegnare il futuro del settore creditizio. Mentre la girandola di opa e contro-opa corre anche in autostrada
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Tornano improvvisamente i fuochi d'artificio sul fronte del consolidamento e delle fusioni. Con l'acquisto del 9,2% di Banco Bpm, Crédit Agricole ha improvvisamente riacceso la girandola del risiko bancario (e non solo). Gli analisti hanno prefigurato varie possibili prospettive per Piazza Meda, arrivando a prevedere un maggior coinvolgimento della Banque Verte e un ingresso in partita di Mps. Mentre Amundi, società di gestione controllata dallo stesso Agricole, sembra interessata all'acquisto di Anima.
Difficile districarsi fra tutte le previsioni. Una cosa è certa: sembra (almeno a questo punto) che il vero sconfitto di questo nuovo risiko bancario sia Unicredit. Il gruppo di piazza Gae Aulenti era entrato in gioco per Montepaschi, poi aveva manifestato interesse per Banco Bpm e ora rischia di rimanere con un pugno di mosche, penalizzato anche dalla forte esposizione sulla Russia, che ha costretto il gruppo a frenare sulle operazioni in cantiere.
Il risiko non è solo bancario, come si diceva: Florentino Pérez ha messo nel mirino le autostrade italiane con un'offerta per Atlantia. Mentre i Benetton hanno rilanciato con una contro-opa, cercando di tenersi stretto un business gestito in maniera opinabile.
In Borsa, l'offerta del presidente del Real Madrid è stata accolta positivamente, con aspettative, per il titolo di Atlantia, a un futuro oltre i 23 euro. Certamente, il traguardo è più facile in un contesto che per il prossimo maggio si aspetta dividendi molto elevati, previsti oltre la media del 4,5%. Le prospettive di utili sarebbero in grado di evitare contrazioni pesanti persino in periodo di recessione. Nonostante la situazione globale, dunque, il mercato italiano potrebbe vedere meno nuvole all’orizzonte rispetto alle attese.
Fed aggressiva
Più complessa è la situazione americana, legata al rialzo dei tassi, che ormai sembra imminente. I verbali degli incontri del Federal Open Market Committee hanno mostrato una Fed aggressiva, che porterà i tassi al 3% entro fine anno. I rendimenti reali resterebbero comunque negativi del 3%-3,5%, ma almeno in questo modo l’investimento obbligazionario potrebbe essere visto nuovamente come un'alternativa all'azionario.
In rapida ascesa, invece, i rendimenti statunitensi a lungo termine: i decennali hanno testato quota 2,80%, anche per l'impatto dei nuovi dati sull'inflazione, e – seppur temporaneamente - per la prima volta in 12 anni rendevano di più rispetto a quelli cinesi.
Non molto differente la situazione italiana: la rendita sui decennali ha infatti superato il 2,40%, mentre il Bund tedesco è arrivato quasi allo 0,88%, per poi ritracciare.
Se la Fed è particolarmente aggressiva, la Bce resta prudente ed è molto esitante all'idea di un ritocco dei tassi. Mentre c'è chi pensa a un'ulteriore sforbiciata: è proprio la Banca centrale cinese, che probabilmente cercherà di sfruttare l'ultima possibilità di sostenere la crescita in un periodo molto critico. A Pechino prosegue un'inflazione molto caparbia, mentre si moltiplicano i problemi alle industrie che operano nelle aree più produttive, a causa dei lockdown decisi a Shanghai e nel Guangzhou. Un ritorno di fiamma del Covid, che ha causato le prime rivolte fra i cittadini e un calo importante sui mercati finanziari cinesi.
Paure da gas (e da condizionatori)
Tornando alle nostre latitudini, è invece ancora in alto mare la trattativa in sede europea per decidere un tetto al prezzo del gas: troppo farraginoso il processo decisionale che vuole l'unanimità per compiere ogni scelta, troppo forti gli interessi particolari di alcuni paesi – in primis, i Paesi Bassi. Anche se, per la verità, c'è stata una timida apertura (anzi, “aperturina”) da parte del primo ministro olandese Mark Rutte.
Lo stallo nelle trattative Ue, insieme a certe battute molto infelici – come quella del premier Mario Draghi sui condizionatori – rischiano di creare paure in cittadini e aziende e, a cascata, sull'economia e i mercati. Occorrerebbe dunque dosare le parole e concentrarsi sui fatti, per non rischiare di far saltare intere filiere produttive. Magari considerando la proposta di Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, che ha suggerito: se l'Europa non si accorda sul tetto al prezzo del gas, è bene che l'Italia faccia da sola.
Incertezza all'Eliseo
Nel frattempo, per una sera le drammatiche immagini della guerra in Ucraina sono state precedute, nei telegiornali, dai risultati del primo turno delle elezioni presidenziali francesi. Con un voto che ha diviso letteralmente il paese in tre fasce d'età: tra gli over 60 ha vinto il presidente uscente Emmanuel Macron, gli elettori di mezza età (cioè la parte produttiva) hanno premiato Marine Le Pen e nei giovani (vale a dire, il futuro della Francia) è stato quasi plebiscito per l'esponente della sinistra Jean-Luc Mélenchon – mentre sono quasi spariti i protagonisti tradizionali della politica, come gaullisti e socialisti.
L'affermazione di Mélenchon tra gli elettori in erba non lo ha portato al ballottaggio, anche se per poco, ma mostra quanto i giovani abbiano voluto dare un segnale contro le crescenti difficoltà nell'inserimento nel mondo del lavoro, la precarizzazione e gli stipendi sempre più bassi. Un segnale che dovrà essere intercettato dalla società francese, e al più presto.
Ora si attende il secondo turno. Che potrebbe dare un esito nel segno della continuità, con la conferma di Macron, o un nuovo corso all'Eliseo, con la vittoria di Marine Le Pen. Che cosa accadrebbe ai mercati transalpini ed europei se si avverasse il “ribaltone” elettorale?
Probabilmente, poco e niente. A parte una reazione negativa iniziale, è prevedibile un assestamento abbastanza rapido, come è stato per la Brexit. La sorpresa sarebbe anche maggiore rispetto alla vittoria di Donald Trump contro Hillary Clinton, ma alla fine, a nostro parere, non avverrebbero grandi sconvolgimenti. Perché, è bene ricordarlo, all'opposizione è molto facile porsi certi obiettivi, che sono però molto più difficili da realizzare nelle stanze del potere. Potrebbe verificarsi una certa ondata di euroscetticismo, ma l'uscita della Francia dall'Unione Europea sarebbe comunque un evento assai improbabile.
Inflazione? Niente panico
Lunedì 23 gennaio si sono verificate vendite indiscriminate, che hanno trascinato i mercati in un vortice di emotività. Un atteggiamento che si dovrebbe sempre cercare di evitare.
Inflazione, crisi energetica e politica, ribassi sui mercati. Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - ci accompagna in una lucida analisi della complessa situazione attuale.
L'inflazione preoccupa cittadini, governi e mercati. Negli Stati Uniti ha raggiunto il punto più alto negli ultimi 40 anni: siamo al 7%, e non è tutto, perché, a causa della crisi energetica e il rincaro del cibo ad essa conseguente, l'inflazione "reale" tocca (e forse supera) il 50%. Un esempio tra tutti: proprio a causa del rincaro delle materie prime, nei mercati di New York il prezzo del pesce è letteralmente raddoppiato. Costa di più il trasporto, costa di più la refrigerazione, e alla fine è facile arrivare a questi rincari-monstre che spaventano consumatori e imprese, e mettono le Banche centrali con le spalle al muro. Come abbiamo già avuto modo di puntualizzare, queste istituzioni - che dovrebbero dettare la linea - non sanno come muoversi: la loro "navigazione" è di piccolo cabotaggio. E la paura serpeggia.
Venti (gelidi) a est
Tutto questo mentre la crisi russo-ucraina ha tutto il potenziale per peggiorare ulteriormente la crisi energetica. Anche perché la questione è molto delicata, ed è gestita molto male sia da Washington, sia da Mosca. Mentre la terza parte – quella che più avrebbe da perdere in questa situazione – è ai margini. L'Europa è il convitato di pietra, il gigante dai piedi d'argilla che non è minimamente coinvolto nella risoluzione della crisi (basti pensare che gli Stati Uniti non si sono neppure degnati di invitare i rappresentanti Ue al tavolo).
Qualche piccolo segnale di cambiamento, però, si sta registrando. Il presidente francese Macron e il cancelliere tedesco Scholz hanno per la prima volta espresso alcuni distinguo sulla posizione americana nella crisi russo-ucraina, specificando a chiare lettere che l'Ue non è d'accordo con la sua gestione e che non si farà trascinare in avventuristici salti nel buio.
L'Europa s'è desta?
L'Europa inizia a capire i problemi geopolitici che potrebbero scaturire da un conflitto a est. Se già ora l'aumento delle materie prime crea malcontenti, che cosa ne sarebbe delle nostre bollette se la Russia decidesse, per ritorsione, di chiudere i rubinetti? Con il rischio, oltretutto, di un coinvolgimento della Cina, che potrebbe approfittare del caos ucraino per rinfocolare le sue mire su Taiwan.
I leader europei, insomma, non potranno che prodursi in un sano esercizio di Realpolitik e rivendicare una posizione autonoma. Non ci si può permettere di aggravare una situazione preoccupante. Già ora, la questione energetica mette in difficoltà intere filiere. Il cibo, abbiamo detto, ma anche l'artigianato, la manifattura, la tecnologia, i trasporti, il turismo. Il costo folle delle bollette rischia di fermare gli impianti di risalita nelle località sciistiche, mentre alcune aziende già progettano di sospendere la produzione. Che cosa accadrebbe se la Russia, fornitore del 40% del nostro gas, decidesse di non vendercelo più? Risposta semplice: aziende chiuse, famiglie in grave difficoltà, disordini sociali. E sipario sulla ripresa, già minata dalla disoccupazione, proprio quando gli interventi di finanza pubblica introdotti in pandemia stanno venendo meno.
Monday, crazy Monday
Intanto, anche le stime di crescita iniziano a ridimensionarsi (Banca d'Italia, per esempio, le ha già abbassate da 4,0% a 3,8%), le previsioni positive scemano rapidamente. E i mercati di tutto il mondo sembrano spaventati: lunedì 23 si sono verificate vendite indiscriminate senza una logica, con un'esplosione di emotività che sembra aver contagiato tutti.
Particolarmente coinvolte dal vorticoso flusso in uscita, le aziende che erano cresciute ben più del loro valore reale. Se un investitore sceglie titoli che crede "fenomenali" e invulnerabili, alla prima flessione importante si fa prendere dal panico. E vende. Risultato: l'emotività crea un vortice e accelera la discesa. In un mese e mezzo, Amazon ha perso il 20%, e vari titoli tecnologici ne hanno seguito le orme.
No panic!
Ecco: l'emotività è la reazione più sbagliata in questa situazione di estrema incertezza. Non bisognerebbe mai stancarsi di ripetere due parole semplici: niente panico. La società ha gli anticorpi per resistere alla crisi. Con i suoi tempi. Per questo non bisogna mai stancarsi di raccomandare valutazioni di medio termine.
Vendere sui ribassi è sempre molto pericoloso. E' più che mai valida la teoria della pallina da tennis: tanto piu alta è la velocità di caduta, tanto piu ampio sarà il primo rimbalzo. Quando si verificano rotture forti sul mercato, l'attività rimane elevata per un po' di tempo; chi ha denaro, può investire a tranche del 25% a ogni forte discesa. Lunedì scorso, la pallina da tennis è atterrata su S&P e Nasdaq, che hanno chiuso la giornata con il rimbalzo più forte degli ultimi 30 anni sul mercato intraday.
Proprio in un'ottica di medio termine iniziano a intravedersi prezzi interessanti sul mercato azionario. Con l'avvertenza che, in un periodo in cui i tassi salgono, i titoli growth tendono a essere più penalizzati rispetto ai value perché il mercato richiede utili e crescita ancora maggiori per mantenere valutazioni che già di per sé sono molto elevate. Per il resto, è cresciuta l'avversione al rischio e il contesto di aumento dei tassi impone, per la componente obbligazionaria, di dover prestare molta attenzione nella gestione della duration di portafoglio e nella selezione delle emissioni sulle quali investire.
Anche l'oro, pur con questo inizio di spirale inflattiva, non sta offrendo protezione, non sale, né scende: al momento sembra aver perso le sue caratteristiche di bene rifugio. A tal proposito, è sempre bene ricordare la massima di Warren Buffet: “Don’t buy gold, buy stocks!“
In ottica difensiva gli unici bond che potrebbero dare un minimo di rendimento sono quelli legati all'inflazione. Ma il mercato azionario rimane decisamente più interessante per i veri investitori di medio periodo.




