Le Borse resistono ancora. Ma fino a quando?

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Alla riapertura di ieri, le Borse europee avevano chiuso sui minimi: per farle ripiegare, dopo una partenza già debole, era stato sufficiente che l’Iran avesse colpito una nave da guerra americana, con i rischi di una ripresa dei bombardamenti Usa. Stamattina, martedì 5 maggio, ci si aspettava una nuova apertura debole, ma i mercati del nostro continente hanno ancora una volta stupito tutti, con un avvio in fase toro. A influenzare l’inaspettata crescita, il leggero calo del petrolio dopo l’impennata della scorsa settimana, che aveva portato il Brent a 114 dollari al barile. Dinamica opposta per il Dow Jones, che dopo aver rallentato in maniera molto moderata si è resa protagonista di un calo, forse dovuto alle dichiarazioni sulla possibile ripresa della guerra.

Legati a un filo

In generale, comunque, la tenuta dei mercati è ancora una volta sorprendente. Ma fino a quando la resilienza riuscirà a mettere al sicuro gli investimenti? Perché il rischio di rottura del filo sottile che mantiene i mercati in pista incombe come una spada di Damocle. Da un momento all’altro il giocattolo si potrebbe rompere, causando la perdita brutale del 10% o anche più. Lasciando in difficoltà chi ha investito, che non riuscirebbe a liberarsi di titoli improvvisamente deprezzati. Certo è che il consiglio di alleggerire in modo lineare dal 10% al 20% del portafoglio è ancora valido: questa politica permetterebbe agli investitori di tutelarsi meglio nel caso in cui lo storno a due cifre si verificasse davvero. Un’operazione slegata dalla tradizione del Sell in May and go away. Piuttosto, una sorta di “polizza di assicurazione” per garantirsi un impatto più morbido in caso di severa correzione.

Primi verdetti

Intanto, in attesa di capire che cosa accadrà, sembra che i primi verdetti siano stati emessi. Dall’impasse su Hormuz pare che i grandi sconfitti di questa guerra siano l’Europa e l’Asia, mentre gli Stati Uniti, almeno finora, stanno limitando i danni. Le stime di inflazione Usa, ha ricordato John Williams, presidente della Federal Reserve di New York, saranno probabilmente del 3% fino a fine anno, con un aumento dei prezzi legato essenzialmente all’energia. L’Iran sembra invece in preda all’iperinflazione, con annessa svalutazione del riyal. Per Teheran il rischio maggiore sono i possibili danni ai pozzi petroliferi dovuti alla mancata estrazione, perché, a causa delle infiltrazioni d’acqua, si deteriorerebbe la qualità del greggio. A lungo termine, un brusco calo dell’esportazione potrebbe portare a problemi di ordine pubblico causati da costi sociali.

Gli Emirati lasciano l’Opec

Proprio in un momento così delicato della crisi petrolifera è giunta una clamorosa notizia: dopo quasi 60 anni, gli Emirati Arabi Uniti hanno lasciato l’Opec, e lo hanno fatto in fretta e furia (cioè con decorrenza lo scorso 1 maggio). La decisione non passa certo in secondo piano: la produzione totale degli Eau era del 12% circa dell’intero cartello. La scelta emiratina è stata sicuramente accelerata dalla guerra e dallo shock petrolifero in atto e mira a minimizzare gli impatti della crisi dello Stretto sul mercato; tuttavia, l’uscita dall’organizzazione (e dall’Opec+) non è un fulmine a ciel sereno. Abu Dhabi era infatti già da tempo insofferente rispetto alla rigida politica delle quote, sulla cui formazione ha un’influenza determinante la posizione dell’Arabia Saudita. Proprio Riad si è incaricata di dare una risposta forte e rapida all’abbandono improvviso degli Emirati: su sua proposta, infatti, l’Opec, ridotto ora a 11 membri, aumenterà la produzione di petrolio dal prossimo giugno. Petrolio di cui Europa e Asia hanno disperatamente bisogno, e a cui si potrebbe sommare – situazione dello Stretto permettendo – la sovrapproduzione degli Emirati, liberi da vincoli.

Tassi fermi. Per ora

Nulla di nuovo, invece, sul fronte dei tassi. La Banca Centrale Europea ha mantenuto all’unanimità la percentuale sui depositi al 2% (ferma dallo scorso giugno), sulle operazioni principali di rifinanziamento al 2,15% e sui prestiti marginali al 2,40%. Tuttavia, la presidente Christine Lagarde ha parlato della possibilità di “cambiamenti enormi”, e ha affermato che il board seguirà con attenzione la crisi energetica e l’eventuale vortice inflattivo da esso causato. “Le decisioni sui tassi di interesse”, ha affermato, “saranno basate sulla sua valutazione delle prospettive di inflazione e dei rischi a esse associati, considerati i nuovi dati economici e finanziari, nonché della dinamica dell’inflazione di fondo e dell’intensità della trasmissione della politica monetaria, senza vincolarsi a un particolare percorso dei tassi”. In altri termini, la Bce non esclude nuovi rialzi, probabilmente tre. Stabili anche (con voto 8 a 1) la politica monetaria della Banca d’Inghilterra, che però ha livelli più alti (3,75%), e quella della Federal Reserve, ferma tra il 3,50% e il 3,75%. Nel caso americano, però, il voto ha evidenziato un dissenso molto articolato: otto favorevoli e quattro contrari (una spaccatura di questa entità non accadeva dal 1992). Anche nella – chiamiamola così – “opposizione” non c’è stata unanimità: un membro del board ha optato per il “no”, sostenendo un taglio di 25 punti base, mentre gli altri tre si sono detti favorevoli alla stabilità delle percentuali, ma contrari a indicare un esplicito riferimento a un futuro ammorbidimento della politica monetaria. Insomma: uno contrario perché colomba, tre perché hawkish. Quello europeo e quello americano sono comunque due scenari diversi, e non solo per questione dell’unanimità. L’inflazione Usa è, per ora, più marginale. Di contro, il rischio di recessione in Europa è molto più che aleatorio: per questo, porsi come unico obiettivo lo stop all’inflazione senza considerare le ricadute economiche su famiglie e aziende sembra una scelta miope, come avvenne nel 2007. A unire, invece, le due banche centrali è la progressiva politicizzazione degli organismi. Negli Usa Jerome Powell, presidente uscente della Fed (che resterà nel board), ha parlato apertamente di “indipendenza a rischio”. Anche in Francia, la tendenza sembra già in atto: per sostituire François Villeroy de Galhau, il presidente Macron ha scelto l’ex Mediobanca Emmanuel Moulin, la cui figura sembra meno tecnica e più “politica“. La scelta – se approvata dal Parlamento – potrebbe fare da apripista a una nuova tendenza per la selezione dei governatori delle banche centrali nazionali. E, in prospettiva, anche per la nomina dei presidenti della stessa Bce.

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Trimestrali positive, mercati felici

Gli ultimi dati di bilancio delle società quotate hanno fatto registrare performance migliori del previsto, rafforzando ulteriormente il rimbalzo. Bene le blue chip italiane, che stanno distribuendo cedole particolarmente ricche. Mentre le obbligazioni...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Il momento favorevole dei mercati sembra poter continuare. Le trimestrali sono andate un po' meglio delle aspettative e hanno sostenuto il rimbalzo già in atto da ottobre. Occorrerà ora vedere che cosa succederà quando, prima di fine anno, sarà comunicato l'outlook sul 2023. Le previsioni per ora non sono incoraggianti, ma questo non significa che il circolo virtuoso si fermi. Ricordiamolo: i mercati anticipano i trend e quindi possono sconvolgere i piani. Non per niente, hanno iniziato a scendere quando le prospettive sembravano decisamente positive e sono tornati a salire nel mezzo di un periodo molto burrascoso. E continuano a crescere.

Bene le blue chip italiane
Continuano a crescere, nonostante eventi che avrebbero potuto fermare la ripresa delle quotazioni. Come il caso dei missili ucraini in Polonia. O come la dichiarazione poco lungimirante di Christine Lagarde, che ha ricordato quanto sia aumentato il rischio recessione (c'era bisogno di sottolinearlo?) e che la stretta monetaria continuerà.
I mercati, insomma, sembrano aver sviluppato un “sistema immunitario” abbastanza forte, in grado di proteggerli da eventi sfavorevoli.
Ora ad aver problemi sono gli investitori che sono rimasti fuori. Quelli che, dopo i minimi del 30 settembre e del 6 ottobre, hanno preferito aspettare. E che ora attendono uno storno per poter entrare in extremis nell'investimento, mentre le blue chip italiane stanno distribuendo rendimenti molto generosi (un esempio su tutti, Mediobanca, che ha staccato cedole di 75 centesimi, con un ritorno sul capitale pari all'8,5% circa).
Ciò che sembra abbastanza chiaro è che ormai è passato il momento per esporsi in modo forte sull'azionario. In ottobre, l'acquisto di titoli era caldamente consigliato. Oggi è preferibile non superare il 20% del paniere, magari concentrandosi sulle big italiane, che come abbiamo visto sono in ottima salute e sostengono la nostra economia.

È il turno delle obbligazioni?
Chi invece non è (ancora) rimbalzato è il mercato obbligazionario. Nel 2022, le strategie passive o statiche in obbligazioni hanno perso e chi ha investito in bond da “cassettista” si è visto sfuggire di mano fra il 10% e il 20% dei suoi capitali - somma che non sarà più possibile recuperare, a meno di cambiare strategie di investimento e andare verso strategie attive con un alto grado dinamicità nella gestione delle scadenze.
Particolarmente redditizio è il Btp, che attualmente è più interessante rispetto al Bund. Il buon momento dei titoli di stato ha scatenato una corsa alla sottoscrizione, spinta anche dalla sicurezza di questo strumento (il paese non è mai fallito), dalle agevolazioni fiscali (in primo luogo l'esenzione dalla tassa di successione) e la buona comunicazione che li accompagna.

Petrolio, navigazione tranquilla
Non è riuscita la manovra dell'Opec+ per aumentare il prezzo del petrolio. Il prezzo veleggia sugli 80 dollari, quotazione che poi rappresenta il valore reale del greggio. A rendere possibili questi livelli sono soprattutto due fattori: l'aumento dei casi Covid in Cina, affrontati con le usuali restrizioni che contraddistinguono la strategia di Pechino, e la situazione americana dopo le elezioni di mid term. I democratici, è vero, si sono salvati dalla cosiddetta “onda rossa” (cioè repubblicana) che sembrava inevitabile, ma hanno comunque perso il controllo della camera. Con il Congresso diviso è quindi più difficile ricostituire le riserve strategiche di petrolio – operazione che avrebbe inevitabilmente causato rincari.
I risultati split delle votazioni influiranno anche sulla spesa pubblica e sull'acquisto di armi per l'Ucraina: entrambe le voci di spesa saranno probabilmente ridotte.
Questo contribuirà a rafforzare il freno all'inflazione, che sta determinando i trend attuali dell'economia americana.

Londra, mancano 55 miliardi
Decisamente peggiore la situazione in Gran Bretagna, dove mancano 55 miliardi di sterline alle casse pubbliche. Ad attendere il cancelliere dello scacchiere Jeremy Hunt è un lavoro molto difficile e impopolare: sembrano scontati un taglio alla spesa pubblica e un aumento delle tasse, che porterà il carico fiscale dal 36,4% al 37,5% del prodotto interno lordo. In parole povere, il livello massimo dalla fine della seconda guerra mondiale.
Le conseguenze? Semplice: il tenore di vita dei cittadini britannici – almeno secondo le stime dell'Office for Budget Responsibilityscenderà del 7,1% nel prossimo biennio, facendo segnare la contrazione maggiore dai primi anni Sessanta. E con poche prospettive di un rovesciamento della situazione: nel 1962 l'economia inglese poté aggrapparsi a un vero e proprio jolly, costituito dall'affermazione dei Beatles e di tutte le band musicali della British Invasion, che risollevarono il fisco di Sua Maestà. Mentre attualmente non c'è nulla di lontanamente simile all'orizzonte. Oggi si intravedono un calo del Pil (-1,4% nel 2023, con un recupero dell'1,3% l'anno successivo) e un'inflazione record, attualmente oltre l'11% e al 7,4% nel 2023.
I dati mostrano quanto sarebbe stata utile, per la Gran Bretagna, la permanenza nell'Ue. Un'istituzione per certi aspetti criticabile e riformabile, ma decisamente imprescindibile. Almeno per una realtà come Londra.

La crisi di Twitter (e delle criptovalute)
A trascorrere un periodo particolarmente critico è anche Twitter, dopo le ultime mosse di Elon Musk. I tagli improvvisi al personale e le nuove, discutibili policy per i dipendenti, che hanno provocato esodi di massa (e tentativi frettolosi di riassunzione di vari lavoratori appena licenziati), hanno fatto temere una chiusura del social network entro lunedì scorso, per mancanza di risorse. Nulla di tutto questo è accaduto: la piattaforma è regolarmente on line e funzionante.
Per quanto alcune scelte di Musk siano criticabili, è pur vero che il patron di Tesla non gode di buona stampa. Un esempio su tutti: proprio come Twitter, anche Facebook e Amazon hanno comunicato licenziamenti in massa; Jeff Bezos ha addirittura fatto coincidere l'annuncio dei tagli di personale con il conferimento di metà del suo patrimonio in attività filantropiche. Tuttavia, l'opinione pubblica ha reagito con il classico “doppiopesismo”.
Forse non si perdona a Musk di essere vicino al partito repubblicano – che notoriamente non gode di troppe simpatie nell'establishment – mentre l'approccio è più morbido nei confronti di Zuckerberg e Bezos, che finanziano i democratici.
Proprio come faceva Sam Bankman-Fried, l'uomo al centro del crack Ftx che ha messo in ginocchio le criptovalute. Che fine faranno ora le monete virtuali? Gli osservatori sono divisi sulla possibilità di una ripresa o sulla chiusura definitiva di un progetto. Probabilmente, varie crypto finiranno per marginalizzarsi o sparire e rimarranno in campo le 20 più forti e affidabili.

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