Poche sorprese sotto l'albero

Diversamente dal solito, il dicembre delle Borse potrebbe trascorrere in un'atmosfera molto calma, anche per la scarsa liquidità disponibile. Difficili, invece, le previsioni per l'azionario 2024, probabilmente influenzato dagli appuntamenti elettorali europeo, inglese e americano. Quasi scontato il rilancio dei bond, che avverrà quando i tassi torneranno a scendere

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Venerdì scorso le Borse hanno chiuso senza particolari scossoni, archiviando un risultato moderatamente positivo. Una settimana tranquilla non era difficile da prevedere, sia per un comprensibile bisogno dei listini di rifiatare, sia perché la festa del Ringraziamento americano ha di fatto “spezzato” il periodo di contrattazione negli Stati Uniti, con ricadute anche negli altri mercati.

Condizioni stazionarie

Ora si avvicina dicembre. Che cosa possiamo aspettarci dai listini? Ben poco. Nel corso del prossimo mese, infatti, le Borse dovrebbero marciare sui ritmi di quest'ultima settimana, senza la consueta accelerazione che di solito si verifica sotto l'albero di Natale. Ci stiamo infatti avvicinando a un mese molto corto di liquidità: questa situazione renderà meno frequenti e rilevanti gli scambi di qui a San Silvestro, portando i mercati a una chiusura dell'anno su livelli simili a quelli attuali. D'altra parte, si dovrebbero evitare anche rischi di contraccolpi negativi dovuti alla situazione internazionale. Tre le ragioni principali. Prima di tutto perché le Borse si sono dimostrate forti, nonostante le numerose difficoltà disseminate sul loro percorso. Poi per ragioni geopolitiche: la crisi mediorientale è rimasta un conflitto locale, senza cioè coinvolgere altre potenze regionali o mondiali, mentre il gelo polare ha rallentato le operazioni degli eserciti russo e ucraino, proprio nei giorni in cui Stati Uniti ed Europa iniziano ad accarezzare l'idea di uno stop a un conflitto divenuto dispendioso, lungo e difficilmente risolvibile dal punto di vista militare. Last but not least, il calo dell'inflazione tendenziale, che a fine anno chiuderà sotto il 4%, mentre quella reale ha ormai quasi raggiunto l'obiettivo del 2% e in Italia è ancora più bassa. Contribuisce al rasserenamento anche la tranquillità sia sul fronte del petrolio, ormai tornato vicino alla forbice 75-80 dollari al barile, sia su quello del gas, che sta lentamente tornando a scendere verso i 40 euro a megawattora. Unica preoccupazione è il picco di polmoniti in Cina, che porta timori di nuovi contagi in tutto il resto del mondo. Ma stante l'attuale situazione (favorita anche dall'alt di Bundesbank, preoccupata per la recessione in Germania) è praticamente impossibile che i tassi tornino a salire: a metà 2024, probabilmente, inizierà la lunga e lenta discesa.

Previsioni contrastanti

Con tassi più consoni potremmo vedere un forte rimbalzo azionario e il ritorno di fiamma delle obbligazioni. C'è chi però va contro corrente: uno studio di Ubs – il primo rapporto organico sulle previsioni per l'anno prossimo – vede l'economia europea in recessione, con Borse in perdita fra il 5% e il 10%. Sicuramente, il 2024 è, dal punto di vista borsistico, un anno difficile da prevedere. Anche perché, a breve distanza, si svolgeranno le elezioni europee, quelle britanniche e le presidenziali americane. E tutto potrebbe cambiare.

Il punto sulle obbligazioni

Meno dubbi sulla ripartenza del settore obbligazionario, già da qualche mese in attesa del semaforo verde. Prima di settembre, si diceva che la migliore strategia di investimento per i bond potesse prevedere duration lunghe, dato che i tassi sembravano arrivati al loro picco – o plateau che dir si voglia. In settembre e ottobre, tuttavia, si è verificata una recrudescenza: i tassi di interesse hanno compiuto il loro ultimo balzo verso l'alto per poi fermarsi. E lasciarci un periodo di riflessione. Oggi, la situazione è calma, gli spread si sono ridotti e sembra aver senso investire sulle obbligazioni a cinque-sei anni. Il rendimento atteso in Europa è tra il 5% e il 6%, quello in Italia ancora maggiore (6%-7%); in entrambi i casi, la protezione dal vortice inflattivo sarebbe assicurata. Ma attenzione: l'orizzonte temporale si sta restringendo, perché il conto della rovescia che ci separa dall'abbassamento dei tassi (e dalla conseguente crescita dei bond) è già partito. Occorre quindi vincere le resistenze di chi, ingolosito dai conti deposito al 3% o al 4%, ritiene più sicuro e comodo affidarsi a queste formule: una volta scesi i tassi, i conti remunerati saranno infatti sempre meno frequenti e redditizi, per poi sfumare lentamente. Mentre le obbligazioni torneranno a dare sicurezza e rendimenti.

Pnrr: siamo davvero in ritardo?

Intanto, in Italia si discute ancora sul Pnrr e sul ritardo (vero o presunto) con cui il Paese sta utilizzando i fondi messi a disposizione dall'Europa. Premesso che, come abbiamo già ricordato più volte, non è obbligatorio spendere l'intero importo accordato (anche perché la maggior parte della somma dovrà essere restituita), occorre comunque ricordare che il carattere farraginoso della burocrazia italiana non facilita certo lo sviluppo rapido dei progetti. Con qualsiasi governo, gli intoppi amministrativi sono in grado di bloccare – o almeno di rallentare – ogni tipo di intervento economico e infrastrutturale.

Più aziende vulnerabili

Ha destato un certo interesse uno studio di Deloitte e Assifact secondo cui le aziende con alto rischio di credito o vulnerabilità finanziaria sarebbero aumentate dal 42% del periodo precedente al Covid al 49% del 2022, con tendenza a un ulteriore peggioramento. D'altra parte, a cigni neri e difficoltà economiche crescenti, si è aggiunto un dato di fatto “macro”: da 20 anni le banche hanno stretto i rubinetti del credito, a causa di requisiti sempre più rigidi sul capitale, cicli economici veloci e mancanza di autonomia da parte delle filiali, che una volta erano il cuore pulsante dei processi di finanziamento. Il 49% sembra una percentuale enorme, ma quando l'economia si contrae e i tassi salgono, le banche sono ancora più restie a prestare soldi (cioè a svolgere il loro mestiere), perché il rischio di insolvenza aumenta. Non solo nel caso delle imprese, ma anche per i privati. Non per niente, dall'inizio della stretta monetaria in poi, i beneficiari dei mutui casa non sono riusciti a rimborsare 690 milioni di euro, soprattutto per il forte aumento delle rate nelle formule variabili. Certo è che l'aumento degli utili bancari rende comunque i loro bilanci molto più sostenibili. Ciò sarebbe ancora più evidente se le agenzie di rating rimuovessero una regola assurda, che impedisce a una qualsiasi azienda di ricevere una valutazione più alta rispetto a quella del Paese in cui ha sede. Senza questo ostacolo, varie banche e assicurazioni italiane sarebbero sicuramente da tripla A.

Foto di Markus Spiske su Unsplash


Piazza Affari torna a sorridere

La Borsa di Milano ha chiuso la scorsa settimana con un bel +5,1%. Il rimbalzo, che allinea il listino italiano ai mercati internazionali, rappresenta un segnale di forza, soprattutto considerando la stagionalità e la situazione geopolitica. Bene anche l'obbligazionario

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La Borsa di Milano sta ancora veleggiando sull'onda del rimbalzo della scorsa settimana, la migliore da marzo, con una chiusura a +5,1%. Un segnale di forza, soprattutto considerate la stagionalità e la situazione geopolitica. Si è verificata una duplice combinazione, perché alla scalata del mercato borsistico ha fatto eco la ripresa vigorosa della componente obbligazionaria, con anche l'arretramento dello spread a una quota di poco superiore a 180. Questa volta, chi ha deciso di scommettere contro l'Italia sfruttando le molte posizioni allo scoperto si è fatto molto male. Il sistema economico complessivo non poteva permettersi che qualcuno si mettesse a giocare sugli spread in un periodo come questo, contraddistinto da conflitti e tensioni sull'arena mondiale. La crescita della Borsa è stata supportata da dati economici importanti: basti vedere i risultati raggiunti da Intesa Sanpaolo, che ha portato l'utile netto a nove mesi a +85% rispetto allo stesso periodo del 2022, con un risultato passato, nel terzo trimestre, da 957 milioni a 1,9 miliardi. Il periodo brillante della Borsa italiana si verifica in un periodo di ottima salute dei mercati mondiali, che hanno tutte le carte per archiviare, a fine anno, risultati migliori rispetto a quelli di fine ottobre.

La cessione della rete Tim

A fare eccezione all'ottimo momento della Borsa è il titolo di Tim, che ha subito una brusca retromarcia. Il tutto dipende dalla vertenza annunciata da Vivendi contro la modalità con cui il consiglio di amministrazione ha approvato a maggioranza (11 a 3) la cessione dell'infrastruttura di rete al fondo americano Kkr. Un acquisto che prevede una valorizzazione fino a 22 miliardi, con chiusura dell'operazione attesa la prossima estate. Più in particolare Vivendi, primo azionista di Tim con il 23,75%, ha contestato il mancato passaggio in assemblea che, secondo una comunicazione della società francese, rende la decisione del cda “illegittima”. L'azienda transalpina “utilizzerà ogni strumento legale a sua disposizione per contestare questa decisione e tutelare i suoi diritti e quelli di tutti gli azionisti”, prosegue la nota. Il calo del titolo dipende, probabilmente, dai timori di Piazza Affari su una lunga e incerta controversia. Comunque vada, ci si augura che la vendita della rete a un privato sia stata studiata con tutte le garanzie e le cautele del caso, e che azienda e governo si siano tutelati a dovere: si tratta infatti di un'infrastruttura sensibile, in cui transitano dati importantissimi e riservati.

Fisco e Pil

Niente di nuovo, invece, sul fronte del fisco: secondo Eurostat, i dati 2022 evidenziano che tasse e contributi pesano per il 42,9% del Pil. Non è una sorpresa, dicevamo: è da più o meno 20 anni che l'incidenza fiscale è vicina a queste percentuali (abbiamo anche sperimentato picchi oltre il 44%). Tenendo conto che il prodotto interno lordo è salito artificialmente con l'inflazione, non è più possibile permettersi tasse aggiuntive: siamo arrivati vicino alla curva di Laffer, nella situazione in cui l'eccessiva tassazione distrugge il gettito invece di crearlo.

Materie prime, segnali misti

Segnali contrastanti per le materie prime. Il gas continua a lambire i 50 euro a megawattora, probabilmente sospinto dalle aspettative della domanda per la stagione invernale. I dati sono, naturalmente, quelli ufficiali della Borsa di Amsterdam, anche se gran parte degli scambi – quelli che contano – si fanno al di fuori delle piazze finanziarie regolamentate. Se il gas torna alto, il petrolio si è nuovamente attestato nella fascia tra gli 80 e gli 85 euro al barile, con punte negative anche al di sotto di questa forbice. L'oro invece, dopo l'escursione oltre il tetto psicologico dei 2.000 dollari l'oncia, è tornato a calare, assestandosi in territorio neutrale. I recenti rimbalzi del “re dei metalli” non hanno nessun altro motivo se non la situazione geopolitica e la ricerca di uno storico bene rifugio: per essere più redditizio rispetto ad altri investimenti, l'oro dovrebbe rendere tra il 9% e il 10%.

Fed, i tassi restano alti

Negli Stati Uniti, intanto, i tassi restano (per ora) invariati tra il 5,25% e il 5,5%, ma riduzioni a breve sono poco probabili. “Non stiamo pensando a tagli”, ha affermato a questo proposito Powell. “Manterremo una politica monetaria restrittiva fino a quando saremo sicuri che l’inflazione sia su un percorso sostenibile verso il 2%”. Ma, ha concluso, “non siamo ancora sicuri di aver raggiunto una posizione sufficientemente restrittiva”. Della serie: i tagli possono attendere, mentre un nuovo rialzo non è del tutto escluso. Nulla di cui preoccuparsi, comunque: anche se la Federal Reserve dovesse procedere a un ultimo, ulteriore ritocco, la sua entità sarebbe di 25 punti e nulla più. Sulla stretta monetaria, in ogni caso, negli Stati Uniti ci sono due correnti di pensiero contrastanti. Da un lato, c'è chi è convinto che i tassi alti possano indurre una flessione dell'economia, fino a portarla in recessione. Una dimostrazione lampante verrebbe dal valore degli immobili commerciali in discesa, anche a causa del rincaro del costo del denaro. Basti pensare che, a fine 2021, il tasso medio dei mutui era leggermente sotto il 3%, mentre venerdì scorso la media era del 7,81%. Chi invece approva le decisioni della Fed afferma che ci sono 2.000 miliardi di dollari di spesa corrente per l'anno prossimo che devono essere ancora spesi. Soldi, cioè, del 2023, che entreranno il circolo l'anno successivo. E' comunque chiaro che eventuali ricadute negative della stretta monetaria si sentano molto di più nell'Unione Europea che non oltre oceano. Perché gli Usa, a differenza dell'Ue, sono un Paese unito. Un esempio. Recentemente, è stato approvato un finanziamento pari a 16 miliardi di dollari per una nuova linea ferroviaria sotto il fiume Hudson, con stanziamenti in gran parte federali e per 4,5 miliardi di dollari dallo Stato di New York. Un'opera pubblica in grado di bypassare le tariffe alte dell'ingresso in città con l'automobile, che sfiorano i 10 dollari, a cui se ne aggiungono 20 per i ponti o i tunnel. Ecco: approvare in tempi brevi una simile opera pubblica con concorso di finanziamenti in un qualsiasi Paese dell'Ue sarebbe più difficile. Quasi proibitivo.

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Listini ancora incerti, ma salgono le preoccupazioni

Le Borse europee si trovano ancora in un periodo di piccoli scostamenti, che ha i connotati di un nuovo trading range piuttosto che di un calo. Tuttavia il conflitto in Medio Oriente, i timori per un lungo periodo di tassi bloccati su quotazioni alte e il nuovo rimbalzo

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Piazza Affari ha chiuso la seduta di venerdì scorso in leggera flessione, ma archiviando una settimana positiva (+1,5%), in linea con le Borse europee. Prosegue così il nuovo periodo di piccoli scostamenti, che si sta confermando nel corso di questo inizio settimana, e che assomiglia più a un nuovo trading range neutrale piuttosto che a una flessione pronunciata. Il previsto calo fisiologico del mercato, dunque, non si è ancora verificato, dato che a settembre e nella prima parte di ottobre, sul lungo periodo, i bond hanno perso più della Borsa. L’incertezza consiglia dunque prudenza: sembra ancora valida la ricetta basata sul mantenimento e sugli acquisti limitati ai pochi settori tuttora redditizi (su tutti, i comparti bancario e petrolifero).

Rischi geopolitici

L’andamento a zig-zag dei listini è anche influenzato da vari fattori, alcuni negativi, altri positivi. Partiamo dai primi, tra cui non si può non inserire le questioni geopolitiche. Con l’escalation della guerra che oppone Israele ad Hamas (al sud) e ai filo-iraniani Hezbollah (al nord), si sono moltiplicati i timori di un allargamento del conflitto in Europa – purtroppo puntualmente avverati, con i tragici attentati al Louvre e a Bruxelles. E la paura latente del coinvolgimento di altre potenze dell’arena mediorientale, a cominciare dall’Iran. Questa situazione colma di paure e di pericoli, si inserisce a pieno titolo nello “scenario grosso” della guerra russo-ucraina e delle tensioni tra Cina e Taiwan: mentre gli Stati Uniti sono storici alleati di Israele, Mosca è vicina all’Iran, da cui acquista droni che poi impiega sui cieli di Kiev, e Pechino stessa ha avviato contatti con Teheran.

Tassi: è l’ora del plateau?

D’altra parte, la deflagrazione in Medio Oriente rende più difficile un nuovo rialzo dei tassi da parte della Banca Centrale Europea. Ma dallo stop ai rialzi all’inizio della discesa c’è di mezzo, come si usa dire, il mare. Da Marrakech, dove si sono svolti gli incontri annuali del Fmi, Christine Lagarde ha fatto capire che la stretta monetaria starebbe per finire. Ma che, molto probabilmente, i tassi resteranno bloccati per un bel po’ di tempo sul plateau, piuttosto che scollinare da un picco. “Il nostro obiettivo”, ha affermato la presidente Bce, “è riportare l’inflazione al 2% nel medio termine. Lo faremo”, ha aggiunto, “e saremo fermi abbastanza a lungo, pronti a fare di più se necessario”. Una posizione simile è stata espressa da Joachin Nagel, numero uno della Bundesbank, secondo cui il rialzo è stato forte e impetuoso, ma ora potrebbe essere ora di procedere all’alt: “una pausa”, ha sostenuto, “potrebbe essere un'opzione". Se non è una svolta, poco ci manca. La Germania, d’altra parte, è in recessione da nove mesi e rischia di portarsi dietro l’intera Europa: ora anche la sua banca centrale sembra essersene accorta. Con i tassi alti tutti i paesi, nessuno escluso, pagano interessi sul debito. Proprio mentre incombe il ritorno del patto di stabilità – una mina vagante, anche se è ormai sicuro che la sua nuova versione non sarà altrettanto dura come quella originaria.

Il gas schizza in alto

Dalle dichiarazioni di Christine Lagarde e Joachim Nagel si comprende comunque che il massimo risultato a breve termine sarà lo stop ai ritocchi verso l’alto, non la rapida inversione di tendenza. E ciò penalizza le Borse (titoli bancari a parte: come ha anche ricordato la presidente Bce, la stretta monetaria ha dato benefici agli istituti di credito). Come se non bastasse, il petrolio, dopo essere sceso verso gli 84 dollari al barile, è tornato sopra quota 90 (forse spinto dalla guerra in Medio Oriente) in un trading range alto. Ma la vera notizia negativa è l’improvviso rincaro del gas, che ha invertito la tendenza, sfondando il muro dei 50 euro al megawattora e poi assestandosi di poco sotto. La causa principale di questo improvviso rialzo è l’esplosione del Balticconnector, gasdotto che collega Estonia e Finlandia, che avrà un nuovo impatto sulle nostre bollette (anche se i problemi all’infrastruttura sembrano riparabili in pochi mesi). Detto questo, sembra che al Ttf non aspettassero che questo: la piazza di Amsterdam pare abbastanza manipolata dalle speculazioni.

Influssi positivi

Se problemi geopolitici, tassi alti e materie prime in aumento possono influire negativamente sui mercati, ci sono anche elementi in grado di controbilanciare i rischi. Come i primi dati, molto positivi, delle grandi aziende americane per il terzo trimestre 2023. Questi numeri hanno guidato la ripresa delle Borse Usa, con un S&P 500 tornato molto tonico, anche se i valori sono comunque compresi fra i 4.000 e i 4.500 punti, che è poi il target di fine anno. Questo nuovo trend potrà scatenare un effetto domino, o almeno influssi comunque positivi sulle Borse del nostro continente? Può darsi, anche se i mercati made in Usa sembrano correre di più (+1%) rispetto all’Eurostoxx, che fatica a tenere il passo (+0,5%). Per avere le idee più chiare occorrerà attendere le trimestrali delle aziende europee.

Birkenstock: quotazioni esagerate

Sicuramente, a dar man forte ai listini non è stata Birkenstock. L’azienda tedesca di scarpe e pantofole, da circa due anni controllata da un fondo sostenuto da Moët Hennessy Louis Vuitton, ha infatti perso circa il 12% nel giorno del suo debutto al Nyse. Per gli analisti, le cause dell’esordio deludente sono da ricercarsi soprattutto nella situazione attuale, e soprattutto – ancora una volta – nella grande crisi geopolitica e nel rallentamento dell’economia a causa dei tassi elevati. Nulla da dire: questi due fattori hanno particolarmente colpito il settore della moda, come molti altri. Ma c’è di più. L’azienda, pur in grande salute, è stata quotata a un prezzo troppo alto. Acquistare un’impresa a 4 miliardi nel 2021 e darne una valutazione doppia dopo soli due anni sembra un azzardo ben compreso dal mercato che, stufo di ipervalutazioni continue, ha emesso il suo duro verdetto. Dopo la picchiata iniziale, il titolo Birkenstock è rimbalzato, ma – a quanto sembra – non in maniera sufficiente per remunerare gli investitori della prima ora. Sicuramente, il consorzio di collocamento cercherà di tenere la quotazione più su possibile; tuttavia, a fine anno sembra più probabile che il titolo chiuda sotto quota 40.

Foto di Tim Mossholder su Unsplash


La folle corsa del gas

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Il prezzo del gas continua a salire vertiginosamente, inanellando record su record. Dopo il nuovo stop a Nord Stream, l'oro blu ha sfiorato quota 300 euro a megawattora, per poi attestarsi nell’intorno dei 270 euro.
Il rischio è ormai noto: se non si dovesse trovare una soluzione, l'economia europea potrebbe crollare, con scenari da incubo. Vale a dire: imprese che chiudono, forte aumento della disoccupazione e cittadini sull'orlo della povertà.

L’impatto delle sanzioni su Mosca

Per capire il trend è sufficiente esaminare la differenza tra le bollette di agosto 2021 e quelle attuali, che in alcuni casi arrivano a costare sei volte tanto. Finora, in Italia si è cercato di turare la falla con sconti sull'imposizione fiscale in bolletta, che sono costati circa 30 miliardi di euro, pari a 2 punti di Pil. E le nuove, inevitabili riduzioni per i prossimi mesi costeranno altrettanto.
La corsa del gas dimostra ancora una volta quanto i sei pacchetti di sanzioni introdotte dall'Ue contro la Russia abbiano avuto un impatto non del tutto atteso. Soprattutto in paesi come Germania e Italia, legati mani e piedi alle forniture di Mosca. Non è un caso che a Berlino l'asse pro-embargo inizi a incrinarsi; il liberale Wolfgang Kubicki, vicepresidente del Bundestag, ha proposto senza mezzi termini l'apertura del Nord Stream 2, la cui inaugurazione è stata bloccata su pressioni americane, per poter salvare l'economia tedesca. Una posizione singolare per un dirigente di un partito particolarmente severo nei confronti della Russia e della sua aggressione all'Ucraina.
Se la Germania invertisse la rotta, respirerebbe un po' anche l'economia italiana, già duramente colpita dallo stop ai commerci con Mosca. Solo le mancate esportazioni costano al nostro paese un punto di pil – e l'impatto potrebbe essere persino maggiore se non ci fossero le “triangolazioni”, cioè la presenza di alcuni paesi che accettano di fare da intermediari tra l'Italia e la Russia, permettendo alle aziende di aggirare l'embargo.
Le sanzioni – lo avevamo previsto fin da febbraio – non riescono a generare l’impatto atteso sull’economia russa, che finora, è stata colpita solo marginalmente in alcuni ambiti, ma favorita in modo massiccio in altri. Con un saldo positivo. Un esempio su tutti: Gazprom ha chiuso il 2021 con un utile netto pari a poco meno di 28 miliardi di euro, in forte crescita rispetto ai 2 miliardi dell’anno precedente – e prevede di raddoppiarlo con riferimento al 2022.
Non era questo l'obiettivo delle misure europee, ma un'eventualità simile era facilmente pronosticabile.

Il delisting cinese
La reazione occidentale ha anche compattato Russia e Cina, come ha ricordato in un'intervista Henry Kissinger. In particolare, l'ex segretario di stato americano – a suo tempo fautore della distensione con Mao - ha puntato il dito contro la politica miope dell'amministrazione a stelle e strisce, anche in relazione alle tensioni su Taiwan.
E proprio nel momento più critico delle relazioni tra Washington e Pechino arriva un annuncio: cinque colossi cinesi hanno deciso il delisting dal Nyse, che avverrà probabilmente il prossimo mese. La capitalizzazione di mercato di queste società è enorme: 370 miliardi di dollari, più della metà, ricordiamolo, di quella della Borsa di Milano.
Sullo sfondo c'è la proposta, avanzata lo scorso giugno, di una nuova moneta unica globale istituita dai Brics, che potrebbe essere istituita per rappresentare un'alternativa al dollaro statunitense negli scambi internazionali. Un'idea sul tappeto da molti anni, ma tornata alla ribalta con la crisi fra Stati Uniti, con l'occidente a ruota, e l'asse russo-cinese. Se le cinque potenze emergenti mettessero in atto questo proposito, in futuro gli stati occidentali vedrebbero ridimensionata l’efficacia di sanzioni come quelle inflitte all'economia russa.

Inflazione alle stelle
Mentre, è persino inutile ripeterlo, l’effetto boomerang di queste misure sta creando criticità sempre pià acute all'Europa, che grazie al caro-gas sta subendo impotente il galoppo dell'inflazione. A luglio 2022, il dato ha raggiunto l'9,8% per l'Ue (era 2,2% nello stesso periodo dell'anno precedente) e l’8,9% per l'eurozona. Percentuali che avrebbero potuto essere persino più elevate se il petrolio non avesse fermato la sua corsa, attestandosi su un più ragionevole prezzo di 90 dollari al barile.
Si prevede che l'inflazione continui a salire fino a gennaio, per poi stabilizzarsi. A meno che il caro-gas prosegua in questi termini, provocando la chiusura di molte aziende e la distruzione della florida economia europea.
Finora, a calmierare gli aumenti ci sono gli sconti decisi dal governo e le formule, offerte a suo tempo dai fornitori di energia, di gas bloccato per uno o più anni. A loro volta, queste società si coprono dai minori introiti con l'acquisto di contratti derivati sulla Borsa di Amsterdam, per assicurare il prezzo ai consumatori e alle aziende senza perdere profitto.

Borse, tornano le difficoltà
Il pessimismo sull'inflazione e il timore di un nuovo rialzo dei tassi hanno influito anche sui mercati. Le Borse hanno esaurito la loro spinta propulsiva che durava da luglio. Milano, in particolare, ha raggiunto i minimi del mese.
Lo stop è meno preoccupante per i mercati americani, che erano rimbalzati molto, portando l’indice S&P500 a dimezzare le perdite annue. Per gli indici made in Usa si tratta, finora, di una normale fase di trading range – in attesa, naturalmente, di capire le reazioni al delisting cinese.
Situazione diversa, invece, per l'Europa, il cui rimbalzo si era dimostrato di minore portata. Il nostro continente è sotto la doppia minaccia della recessione e dell'esplosione dei costi industriali, che hanno rallentato la fase positiva. Proprio lo scenario a tinte fosche per il prossimo inverno ha colpito, in particolare, i titoli industriali tedeschi, e ha messo sotto pressione quelli finanziari italiani.

Attenti allo spread
Le sfide del prossimo ottobre sembrano preoccupare tutti. Quasi tutti. Perché la campagna elettorale continua a concentrarsi su temi di vario tipo, senza però sfiorare quelli più importanti: la crisi del gas e l'inflazione galoppante.
Nessuno parla, perché tutti i politici in competizione hanno paura di aprire il sipario e mostrare agli elettori uno spettro che aleggia sul paese: l'ingresso della troika in Italia, che potrebbe ridimensionare la capacità di movimento dello schieramento vincitore alla prossima tornata elettorale.
Ora lo spread è salito a 230, e lo scudo europeo non è una protezione incondizionata. Lo ha ricordato anche Joachim Nagel, presidente della Bundesbank, sottolineando che questo meccanismo non è automatico, che ci sono condizioni da rispettare. Il timore diffuso è che il prossimo governo, qualunque esso sia, non possa evitare di confrontarsi con i paletti posti nel suo cammino da regole europee e banchieri centrali. E di varare misure impopolari per aziende e famiglie italiane.
Certo è che, qualunque cosa accada, la finanziaria del prossimo esecutivo non potrà essere troppo diversa da quella varata dal governo uscente.

 

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