Il petrolio detta la linea

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il petrolio e l’energia si dimostrano ancora una volta decisivi per orientare l’andamento delle Borse. La guerra nel Golfo e il blocco dello stretto di Hormuz hanno fatto raddoppiare la quotazione del greggio in pochi giorni; è poi bastata la dichiarazione di Donald Trump sull’imminente fine delle operazioni militari per riportare il prezzo del petrolio intorno ai 90 dollari – valore comunque decisamente più caro rispetto a quello pre-bellico, che da tempo navigava nella fascia fra i 50 e i 60. Il movimento è stato presto recepito dalle Borse europee e asiatiche, protagoniste di un tentativo di chiaro rimbalzo, che nel nostro continente è stato seguito da un nuovo, più moderato calo.

Dipendenza energetica

La nuova crisi energetica, con la massiccia speculazione che lo ha accompagnato, ha decostruito il castello di certezze che sembravano aver munito i listini di ottime difese. La lezione è chiara: l’impennata del petrolio è troppo anche per un sistema borsistico resistente. Soprattutto in una situazione, come quella attuale, dominata dall’incertezza sui multipli in mercati tirati, che convince gli investitori ad alleggerire il loro portafoglio, causando un prevedibile calo delle quotazioni. Questo è particolarmente vero per Europa e Far East, carenti di materie prime e per questo più influenzati dalle bizze del petrolio e del gas. Wall Street ha perso molto meno: il petrolio, è vero, ha subito un rincaro fortissimo anche oltre oceano, ma la quotazione del metano – che ad Amsterdam è passato dai 30 ai 50 euro circa – negli Stati Uniti è rimasta bassa, diminuendo gli effetti negativi sui mercati. La dipendenza energetica ha quindi messo in ginocchio il Vecchio Continente e l’Estremo Oriente, che poi hanno reagito positivamente alle speranze che la guerra finisca in tempi brevi, con rimbalzi più forti dalle piazze, come Seul, che avevano perso di più in precedenza. E’ proprio qui che si gioca il futuro prossimo dei mercati euro-asiatici. Se davvero dovesse tornare la pace nel Golfo, i listini potrebbero consolidare il recupero e rilanciare, sull’onda di un ritorno di petrolio e gas alla normalità. Se invece lo scontro bellico si protraesse, il mercato finirà per allentarsi, creando recessione e minor crescita.

Due strategie

Proprio le differenti previsioni sulla durata della guerra guideranno gli investitori nella scelta delle strategie da seguire. Gli ottimisti, cioè quelli che credono in un rapido stop delle operazioni belliche, potrebbero giocare la carta del mantenimento delle posizioni, approfittando di eventuali occasioni in un’ottica di trading, sfruttando cioè il primo rimbalzo, che solitamente è violentissimo e di breve durata. Un po’ quello che è accaduto a inizio settimana: per le Borse, pur in piena incertezza sulla durata della guerra, è bastata la dichiarazione aperturista di Trump per avviare il recupero. Piazza Affari, in particolare, ha assistito a un rimbalzo dai minimi dei titoli finanziari – proprio quelli che avevano sofferto di più appena dopo l’inizio dei bombardamenti sull’Iran. Questa dinamica potrebbe, appunto, instaurarsi in modo ancor più netto nel caso in cui nel Golfo tacessero le armi. Chi invece teme una guerra di lunga durata, farebbe meglio ad alleggerire il portafoglio, tenendo però le antenne ben sintonizzate su eventuali cambiamenti di rotta.
Minimo comun denominatore per tutti, procedere con cautela, mantenere i nervi saldi, operare con mentalità da trader. E leggere poco i giornali, per non farsi prendere dal panico.

I rischi in Europa

Dal punto di vista dell’economia reale, in Europa si rischia un fenomeno inflattivo simile a quello conseguente allo scoppio della guerra russo-ucraina. L’impennata dei prezzi alla pompa è sotto gli occhi di tutti. Il fenomeno non coinvolge solo la benzina, ma anche il gasolio, i cui costi sono inspiegabilmente esplosi. Questi rincari sono in grado di causare problemi non solo agli automobilisti, ma anche (e soprattutto) ai trasporti via gomma e all’agricoltura. Non è quindi escluso che i prezzi delle merci sugli scaffali possa crescere in maniera visibile nei prossimi giorni, innescando una nuova crisi legata ai consumi.

Deficit Usa alle stelle

Pur risparmiando – come visto – uno storno severo alle Borse americane, il caro-petrolio ha comunque creato scompiglio negli Stati Uniti, obbligando Trump a gettare acqua sul fuoco. Washington, ricordiamolo, ha un problema enorme di deficit pubblico, esploso in due riprese (in epoca-Lehman e al tempo del Covid), per cui le casse pubbliche pagano 1.220 miliardi di dollari di interessi sul debito pubblico (proiezione 2025). A queste vanno aggiunte spese difficilmente comprimibili come quelle militari (lo scorso anno sono state di quasi 1.000 miliardi) e quelle legate al welfare, mentre una tassazione maggiore alle aziende è impensabile. La via dei dazi scelta da Trump – poi stroncata dalla Corte Suprema – era quindi parsa una strada obbligata per riequilibrare un po’ i conti, agendo sulla crescita delle entrate tramite controlli strategici sui flussi commerciali. Se la nuova, più moderata, decisione trumpiana sulle tariffe non dovesse subire stop per via giudiziaria, sicuramente non sarà toccata dai democratici, una volta dovessero reinsediarsi alla Casa Bianca, un po’ come è avvenuto per la tornata di tariffe introdotte dal presidente Usa nel corso del suo primo mandato. Come spesso accade, le misure impopolari vengono contrastate dall’opposizione, che poi regolarmente non le tocca una volta conquistato il governo.

La coperta è corta

Certo è che l’improvvisa restrizione del margine di manovra mette in difficoltà Trump, alle prese – oltre che con il caro-petrolio – anche con il cauto avanzamento del dollaro, che recupera lentamente sull’euro pur in un quadro di debolezza intrinseca. Gli americani votano pensando al portafoglio, e la promessa di mantenere basso il prezzo della benzina ha assunto un ruolo centrale nella campagna elettorale del presidente. Che quindi ha una strada obbligata: fare di tutto per far tornare il petrolio a livelli di guardia prima delle elezioni di mid term. In cui il costo della benzina giocherà un ruolo importante, se non decisivo.

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Guerra in Iran, scompiglio in Borsa

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La scorsa settimana, gran parte dell’attenzione dei mercati era concentrata sull’intelligenza artificiale, con i timori di bolla che deprimevano la Borsa americana. Con l’attacco israelo-americano sull’Iran di sabato scorso, le priorità dei listini di tutto il mondo sono bruscamente cambiate. Il rapido succedersi degli eventi ha visto le quotazioni di petrolio e gas schizzare molto in alto: il Brent ha sfondato gli 80 dollari al barile e il Wti staziona nella fascia 70-80, mentre il metano ha quasi raddoppiato la sua quotazione. Decisive sono state le reazioni di Teheran all’attacco. Prima di tutto quella militare contro alcuni Paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti – con tanto di sospensione cautelativa, da parte di QatarEnergy, della produzione di Gnl a Mesaieed e Ras Laffan, che è il sito più grande del mondo: la decisione, se prolungata, potrebbe avere pesanti ricadute sui Paesi europei (soprattutto Italia e Germania) e asiatici. E i mercati, spinti dalla paura, arretrano. A questo si è aggiunta la chiusura iraniana dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale (20 milioni di barili al giorno) e che, potenzialmente, è in grado di bloccare molti commerci.

Europa e Asia arretrano

L’improvvisa impennata dei costi energetici si è così riverberata sugli indici europei e asiatici, con ribassi generalizzati e il crollo della Borsa di Seul, che ieri aveva chiuso con una perdita di oltre il 7% e oggi ha lasciato sul terreno circa il 12%. Milano ha iniziato la settimana con un arretramento pari a più del 2% e ha proseguito ieri cedendo quasi il 4%, con una prestazione particolarmente negativa delle banche, e stamattina ha aperto cauta. In un contesto di indici europei che stanno provando un rimbalzo. Più volte abbiamo evidenziato che, negli ultimi tempi, le Borse si sono dimostrate vaccinate agli urti geopolitici. Ma, evidentemente, quando entrano in gioco petrolio e gas le pressioni diventano troppo forti e la resistenza dei listini viene meno. Diversa la situazione delle Borse americane che, dopo un cedimento iniziale, hanno praticamente recuperato le perdite, per poi tornare in calo marginale: -0,83% il Dow Jones, -1,02% il Nasdaq. Quest’ultimo, in particolare, è forse riuscito a limitare i danni anche grazie alla stessa intelligenza artificiale che la scorsa settimana preoccupava gli investitori: si potrebbe ipotizzare che l’IA abbia fermato il suo trend negativo proprio per le sue possibili applicazioni in campo militare, agganciandosi di fatto al trend del settore difesa. E questo nonostante gli allarmi sui timori di una bolla (Jamie Dimon, ceo di Jp Morgan, ha paventato una crisi come quella del 2008) e la possibilità di nuove limitazioni Usa all’export di chip verso imprese cinesi.

Due scenari

L’incertezza la fa da padrona, anche perché non si riesce a prevedere la durata di questa guerra. Se il conflitto fosse una questione al massimo di quattro-cinque settimane, come da iniziale pianificazione di Donald Trump, i mercati avrebbero la concreta possibilità di stringere i denti per un certo periodo e poi “digerire” i problemi portati dall’evento bellico, provando l’inversione di tendenza con rimbalzi veloci. Se invece ci trovassimo di fronte a una endless war il contesto diventerebbe molto più confuso, con una situazione in grado di amplificare il rischio asimmetrico che contrappone possibili rimbalzi deboli e crolli del 10%-20%. Una guerra di lunga durata sarebbe una mina vagante non solo per i mercati, ma anche per Trump, che rischierebbe di giocarsi le elezioni di mid term e di provocare una spaccatura nella sua stessa base. Gli americani votano pensando al portafoglio: il prezzo della benzina alla pompa è una parte molto importante nel carrello della spesa e un rincaro dell’energia rischia anche di compromettere il rallentamento dell’inflazione e di conseguenza il calo dei tassi caldeggiato dal presidente americano. Un ruolo centrale verrà giocato, quindi, da due partite: l’eventuale riapertura dello stretto di Hormuz, il cui blocco alla lunga non conviene neanche a Teheran, e la possibilità che i qatarioti diano nuovamente il via alla produzione di Gnl. Un’eventualità che potrebbe avverarsi in assenza di nuovi attacchi militari iraniani.

Cosa fare?

In queste condizioni, è difficile consigliare una strategia di investimento. Chi crede che la guerra durerà un mese o poco più, potrebbe provare a sfruttare qualche opportunità d’acquisto. Già oggi sono appetibili i finanziari, attualmente deboli, mentre è meglio evitare i titoli che sono saliti molto, come gli energetici e il settore difesa. Chi invece ha timore che lo scontro duri di più, si sentirà molto più tranquillo alleggerendo posizioni e attendendo tempi migliori per le Borse.

Valute e beni rifugio

La paura ha fatto 90 per i beni rifugio, ma non per tutti. E’ salito nuovamente il franco svizzero, ancora ai massimi sull’euro, e si prevede anche un possibile exploit della corona norvegese. Mentre il bene rifugio “storico” per eccellenza, e cioè l’oro, non ha sfruttato l’occasione, imboccando una strada a zig zag: prima su (ma non in maniera decisa come avrebbe potuto fare), poi giù. Tornando alle valute, il dollaro si sta rinforzando sull’euro, anche se per ora il recupero è a passo lento. Tuttavia, se il biglietto verde dovesse salire ancora, si potrebbe creare qualche ulteriore grattacapo per Trump: in un periodo di incertezza sui dazi, verrebbe a mancare anche il vantaggio competitivo di una moneta debole, che in fondo è come una “tariffa doganale di fatto”.

Intelligenza artificiale

In un quadro confuso come l’attuale, l’intelligenza artificiale sembra relegata in un angolino, ma non è così. La sfida dell’IA non si risolve in poche settimane o in alcuni mesi, ma pervaderà sempre più il nostro futuro.
Già ora, il suo coinvolgimento in alcuni settori dà il via a crisi settoriali, che hanno colpito, per esempio, il comparto del software e quello del trading, e chissà cosa altro nei prossimi mesi. Per non parlare delle ripercussioni che si verificheranno sul fronte dei posti di lavoro, con le conseguenze (anche sull’economia) che è facile immaginare.

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Borse, lo storno può attendere

Piazza Affari ha chiuso la scorsa settimana superando gli altri listini europei, ma i mercati, in generale, sono in ottima salute. E' prevedibile che, prima o poi, giunga una pausa, anche se molto probabilmente la flessione si rivelerà moderata. Nonostante i persistenti problemi geopolitici

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La Borsa di Milano ha chiuso ancora un venerdì in positivo, dimostrandosi più brillante rispetto agli altri, incerti listini europei (e a Wall Street). La spinta in alto è stata trainata dai finanziari, che hanno proseguito nelle ottime performance e che, a tratti, stanno premiando gli investitori da vari mesi a questa parte. Piazza Affari ha poi aperto questa settimana in leggera flessione, scontando anche l'attesa per la riunione Bce di giovedì prossimo e gli altri interventi attesi sui tassi. Che, ci si può scommettere, non saranno improntati a un rapido taglio del costo del denaro.

Cattive notizie? Meglio ignorarle

In ogni caso, quasi tutte le Borse hanno raggiunto i massimi storici, o almeno quelli di medio periodo. Mentre il mercato continua a procedere in maniera regolare, senza troppi strappi. Una situazione positiva: è senz'altro più tranquillizzante vedere listini che salgono poco a poco, gradualmente e con performance costanti. E' prevedibile che, prima o poi, giunga il momento di una pausa, anche se ovviamente non possiamo sapere quando sarà il turno del calo fisiologico. Fino ad allora – a costo di sembrare monotoni, noiosi e ripetitivi – consigliamo a chi ha acquistato titoli bancari e altre buone posizioni di tenerle, e, a chi vuole aumentare il suo coinvolgimento, di aspettare il primo storno. Che quasi sicuramente arriverà, anche se non sarà forte, non essendoci i presupposti. Ultimamente, i mercati cercano infatti di ignorare le cattive notizie, soprattutto quelle di tipo geopolitico. La guerra russo-ucraina prosegue, anche se Kiev è in difficoltà, dichiarazioni belliciste vengono lanciate dai leader mondiali e la situazione in Medio Oriente – sia a Gaza, sia nel sud del Libano, sia nel Mar Rosso – è ancora molto critica; tuttavia, le Borse si dimostrano resistenti e “resilienti”, come si usa dire ultimamente.

Gas, nuove insidie da est

In questa situazione ha raggiunto stabilità il rapporto euro-dollaro, che veleggia sulla quotazione di 1,08: la volatilità sui mercati è contenuta e questo valore non dovrebbe muoversi troppo. La fascia tra 1,07 e 1,12 (quotazione su cui probabilmente il rapporto euro-dollaro si attesterà a fine anno) rappresenta attualmente il valore di equilibrio, conveniente per tutti. Un po' come, per il petrolio, il range fra i 75 e gli 85 dollari al barile, con il Brent che al momento veleggia poco sopra gli 80 e il Wti sotto questa soglia. Qualche problema potrebbe invece arrivare dal gas. A fine anno, infatti, scadrà l'accordo tra Russia e Ucraina sul transito del metano di Mosca verso l'Europa. Un'intesa che Kiev ha già annunciato di non voler rinnovare. Se così fosse, tornerebbero i problemi sul fronte delle forniture: anche se il gas made in Russia è ormai sceso dal 50% circa al 15%, un eventuale stop al transito (capace di incidere per il 5%) creerebbe comunque parecchi problemi all'Europa. Non per niente, un documento della Commissione ha ammesso che l'Ue dovrà prepararsi anche allo scenario peggiore, tenendo strettamente sotto controllo la situazione per assicurare il riscaldamento nell'inverno 2024-25. Sicuramente, l'Europa avrebbe i mezzi per premere sull'Ucraina, cercando di caldeggiare un rinnovo dell'accordo in grado di evitare ulteriori problemi ai propri cittadini. Un terreno certamente accidentato, dato che a prima vista appare paradossale che due Paesi in guerra possano trattare per un'intesa di questo tipo. Ma in politica tutto è possibile.

La privatizzazione di Poste Italiane

Ha conquistato le prime pagine dei giornali il nuovo round di privatizzazione di Poste Italiane, che si rivolge soprattutto a investitori al dettaglio, ma anche gli istituzionali. Previste anche incentivazioni per chi deciderà di puntare sul “gigante giallo”. Lo Stato, ha precisato una nota del governo, manterrà almeno il 35% del capitale (attualmente il 29,26% è nelle mani del ministero dell’Economia e delle Finanze, mentre il 35% è del gruppo a controllo pubblico Cassa Depositi e Prestiti). Lo Stato, con questa vendita, si aspetta di ricevere 20 miliardi di euro in tre anni, per diminuire il debito. Il che sembra un'impresa impossibile, almeno con l'attuale disavanzo italiano. Con la privatizzazione si può certo soddisfare un'esigenza di cassa momentanea, dovuta ai vincoli del patto di stabilità per il 2025, ma non risolvere il problema del debito pubblico. Inoltre, ai prezzi con cui le Poste saranno vendute non si vede un grande vantaggio economico per lo Stato; con le attuali valutazioni, il titolo vale dieci volte l'utile, e questa operazione sembra molto rinunciataria. Meglio sarebbe lavorare in ambito comunitario per far cessare la repressione finanziaria che ha caratterizzato l'Eurozona negli ultimi 15 anni, portando il nostro continente a una forte perdita di competitività. Ci sono due approcci riguardo il debito: il primo è quello tedesco, che lo scoraggia fortemente, considerandolo un disonore; il secondo è quello americano, che lo utilizza per stimolare la crescita. Il secondo, se scelto con giudizio, è il modello migliore. Se un Paese si vuole sviluppare, deve produrre un disavanzo, senza il quale non può creare le infrastrutture necessarie.

Debito subnazionale

A proposito, è interessante uno studio di S&P Global Ratings, secondo cui il debito subnazionale nei mercati emergenti, trainato dalla Cina, arriverà nel corso di quest'anno a quasi 1.400 miliardi di dollari, contro il picco di 1.500 nel 2023. L'indebitamento netto delle amministrazioni locali cinesi, afferma la ricerca, è forse arrivato al punto massimo; tuttavia le pressioni macroeconomiche e quelle delle maggiori aziende statali lo manterranno alto. Nel 2024, prosegue lo studio, i mercati emergenti rappresenteranno il 50% circa dello stock totale di debito subnazionale, e il 94% di questo sarà proveniente da Cina e India. Secondo S&P Global Ratings, questo continuerà a far salire il volume dei prestiti globali.

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Bce, sui tassi è confronto aperto

Il board della Bce è ormai spaccato tra “colombe” e “falchi”: all'intervento di Fabio Panetta, che ha invitato l'Eurotower a considerare i rischi della stretta monetaria, è seguita la replica della rappresentante tedesca Isabel Schnabel, sostenitrice del 2% di inflazione a ogni costo. Intanto preoccupa l'effetto della ripartenza cinese sul prezzo delle materie prime

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Ricordate la Banca Centrale Europea dai toni felpati e dal linguaggio paludato? Bene: archiviatela. I tempi degli interventi in punta di penna e delle posizioni attutite sembrano ormai un lontano ricordo. In epoca di inflazione e di netta differenza di posizioni sull'aumento dei tassi, il confronto tra i “falchi” e le “colombe” è ormai aperto, e nessuno fa alcunché per nasconderlo. Lo hanno dimostrato gli interventi, la scorsa settimana, di due membri del comitato esecutivo dell'istituto centrale. Ha buttato il sasso Fabio Panetta - ex direttore generale di Banca d'Italia – nel corso di un evento svoltosi a Londra giovedì scorso. Ha replicato il giorno seguente, in un'intervista, la tedesca Isabel Schnabel.

Tu chiamala, se vuoi, inflazione

Panetta, echeggiando le parole più volte pronunciate dal governatore di Bankitalia Vincenzo Visco, ha espressamente criticato la velocità con cui la Bce sta ritoccando i tassi verso l'alto. L'inflazione, ha affermato Panetta, “potrebbe evolversi in entrambe le direzioni. Penso che siamo di fronte a una incertezza molto elevata. Non dico che dobbiamo fermarci, ma di prenderci il tempo che serve per valutare meglio l’economia”. Una chiara critica alle linee guida decise da Christine Lagarde, che invece di mediare tra falchi e colombe sembra essersi arruolata nel primo gruppo senza ripensamenti di sorta. La risposta di Panetta è stata altrettanto netta: “non è più necessario”, ha affermato, “porre enfasi unicamente sui rischi inflazionistici al fine di evitare gli scenari peggiori. Occorre invece considerare il rischio che la stretta monetaria risulti eccessiva, oltre all’eventualità che la nostra azione possa rivelarsi insufficiente. Dobbiamo procedere con gradualità, al fine di evitare costi eccessivi per l’economia reale. Questo non significa che non agiremo con decisione nella nostra lotta all’inflazione. Significa che ci muoveremo con decisione nella giusta direzione. Non dobbiamo guidare come un pazzo a fari spenti nella notte, ha chiuso, citando la leggendaria Emozioni di Mogol-Battisti. Omettendo di aggiungere “per vedere se poi è tanto difficile cadere in recessione”: questo rischio è, naturalmente, noto a tutti.

 1-1, palla al centro

Giusto il tempo di commentare l'intervento di Panetta e puntuale è arrivata la risposta di Isabel Schnabel, convinta che sia il costo della vita a rappresentare il rischio più consistente per l'Europa. E che quindi il rialzo previsto per marzo non possa essere messo in discussione. “Siamo ancora lontani dal poter cantare vittoria”, ha affermato l'economista tedesca, “I mercati ritengono che l’inflazione scenderà molto rapidamente verso il 2% e che rimarrà lì, mentre l’economia andrà benissimo. Questo sarebbe un ottimo risultato, ma c’è il rischio che l’inflazione si riveli molto più consistente di quanto attualmente valutato dai mercati finanziari. Non è facile giudicare se le nostre misure siano già restrittive, ma considerato l’attuale livello dei tassi di policy e il livello e la persistenza dell’inflazione di fondo, un rialzo dei tassi da 50 punti base è necessario virtualmente in qualunque scenario plausibile, per riportare l’inflazione al 2%”. In una situazione, come quella attuale dell’area euro, in cui “non è nemmeno iniziato un ampio processo di disinflazione”, ha aggiunto.

Intervento fuori bersaglio

Per ora i “falchi” sono in maggioranza e Christine Lagarde sta seguendo la loro linea: è quindi davvero arduo pensare che a marzo il rialzo dei tassi non prosegua. Tuttavia, l'esternazione di Panetta ha reso pubblico un confronto già aperto da tempo. E che contrappone la lotta all'inflazione a ogni costo a una posizione più attenta ai rischi di recessione. I sostenitori di nuovi rialzi dei tassi si fanno forti della sostanziale tenuta dell'economia: ciò dimostrerebbe che l'attuale politica monetaria non ha prodotto danni collaterali e che è quindi possibile combattere l'inflazione a colpi di ritocchi del costo del denaro senza tracolli drammatici. Una simile posizione, tuttavia, rischia di ingenerare gli eccessi di ottimismo: i mercati vedranno infatti gli effetti della strategia “al rialzo” non prima di (almeno) sei mesi. Le “colombe” prendono le mosse da un particolare spesso troppo trascurato, e che noi non abbiamo mancato di far notare più volte: l'inflazione europea è diversa da quella americana. La seconda è di tipo classico, e quindi può essere combattuta con strumenti tradizionali. La prima dipende invece dall'energia, su cui un rialzo dei tassi non può certamente influire. L'Europa non può frenare i costi delle materie prime e non sarebbe in grado di farlo neppure se l'Ue fosse unita e compatta. Il rialzo dei tassi rischia quindi di bloccare la domanda senza neppure scalfire i rischi sul fronte energetico.

La Cina riparte

E i rischi sono ancora forti. Soprattutto in questi giorni, che vedono il completamento della riapertura cinese e l'acquisto, da parte di Pechino, del 50% in più di materie prime. L'allarme è soprattutto per il petrolio, ancora in posizione neutrale, ma che potrebbe salire a causa dell'ondata di fabbisogno cinese. È bene non sottovalutare neppure il dossier-gas. Il costo del metano – è vero – veleggia ormai sotto quota 50 e potrebbe subire ancora assestamenti in basso e la Russia aumenterà gradualmente la sua fornitura a Pechino, compensando il disimpegno in Europa e rispondendo alla domanda cinese. Tuttavia, ricordiamolo, gli aumenti del metano, che alcuni mesi fa aveva portato il suo valore al Tff oltre la soglia dei 300 euro per megawattora, potrebbero essere stati spinti a quei livelli anche dalla speculazione. Che potrebbe manifestarsi nuovamente nel futuro.

I rischi dell'elettrico

Nel dossier energia, in Europa c'è un convitato di pietra: lo stop alle auto endotermiche, previsto per il 2035. La decisione dell'Europarlamento sembra difficilmente reversibile – a meno che le prossime elezioni Ue, previste per il 2024 rovescino completamente le maggioranze attuali. Uno scenario a cui non credono neppure i produttori del settore automotive, che hanno già bloccato gli investimenti in veicoli tradizionali. C'era davvero bisogno di una decisione così radicale sulle auto? La risposta è no. Intendiamoci: gli interventi ambientali per salvare il pianeta sono necessari e doverosi. Ma non sono certo le automobili endotermiche le responsabili della crisi climatica. Secondo un'analisi statistica ripresa da Bill Gates, per esempio, l'incidenza dell'inquinamento automobilistico sul totale delle emissioni è appena dello 0,2% - percentuale che si abbassa notevolmente se si prendono in considerazione solo le vetture europee (nel resto del mondo, in tutta probabilità, si proseguirà a produrre le auto tradizionali). Lontani anni luce il cemento e gli allevamenti, settori ben più inquinanti. Ma spesso la vulgata comune è molto diversa dalla realtà: così, l'equazione “auto endotermiche – inquinamento”, spinta dalle lobby che hanno investito molto sull'elettrico, diventa difficile da criticare, anche se non ci sono prove che dimostrino un forte impatto della benzina sulla crisi ambientale. Mentre sono molte le controindicazioni che disseminano punti di domanda sulle e-cars. Sul fronte dei costi, prima di tutto. Anche se fosse possibile abbassare i prezzi correnti delle vetture (e ciò non è scontato), lieviterebbero comunque le spese di riparazione, che secondo una stima di Federcarrozzieri aumenteranno fra il +18% e il +30% rispetto a quanto avviene per le auto a benzina o diesel. Molto critica anche la tenuta della rete elettrica, che già ora si dimostra scarsa. Soprattutto in estate, quando sono accesi i condizionatori di case e uffici. Dal 2035, il territorio sarà disseminato di colonnine di rifornimento, gravando in modo ancora più pesante sul sistema e rallentando le ricariche, già molto più lunghe rispetto agli approvvigionamenti di benzina. Il rischio maggiore si manifesterà, comunque, in strada. In caso di incidenti, le auto elettriche sono vere e proprie bombe in movimento, che – a quanto dicono alcuni test – provocherebbero danni ben più gravi rispetto ai veicoli a combustione.

Aspettando le trimestrali

Infine, uno sguardo alla settimana dei mercati, il cui calo è stato moderato. Calma piatta, dunque, in attesa degli utili del primo trimestre 2023, che detteranno la linea per un po' di tempo. In ogni caso, occorre evidenziare che il rimbalzo dell'autunno-inverno è stato poderoso: per esempio, negli ultimi quattro mesi Milano ha conseguito un +37%. Per questi motivi, è consigliabile mantenere le posizioni in essere almeno fino alle trimestrali, per poi, eventualmente, correggere il tiro in un secondo tempo. Tra i settori che sicuramente daranno soddisfazione agli investitori, quello bancario, che dovrebbe risentire positivamente del rialzo dei tassi anche negli utili alla fine del prossimo mese. Prosegue la sua corsa il titolo Tim, che offre tuttora varie opportunità. La performance era prevedibile: l'offerta di Kkr, pari a 44 centesimi per azione, dimostra che il valore dell'azienda è sicuramente maggiore rispetto ai 20 con cui era quotato. Gli investitori avveduti hanno quindi puntato su questo titolo. E sul braccio di ferro Kkr-Cdp, che ha tutte le caratteristiche per giovare alle azioni dell'azienda telefonica.

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Price cap: forse ci siamo?

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Fissare un tetto europeo temporaneo sul prezzo del gas. Per poi sganciarlo da quello dell’energia. Sono le due misure allo studio dell'Unione Europea. Misure che, solo per essere state ipotizzate, hanno fermato l'aumento dell'oro blu, causando un arretramento del suo prezzo del 20% circa.
Meglio tardi che mai, viene spontaneo dire, dato che del price cap si parla da molto tempo, senza alcun risultato tangibile.
Eppure, una soluzione al problema appariva urgente già parecchi mesi fa, persino prima dell'escalation militare in Ucraina. Perché ricordiamolo: il rialzo dei prezzi del gas (e del petrolio) non è iniziato con la guerra, ma ben prima. La causa scatenante dei rincari è stata la ripresa della produzione dopo le restrizioni Covid e le vicende belliche non hanno fatto che aggravare una situazione già molto seria.
C'era quindi tutto il tempo per intervenire. Ma ogni appello per il price cap è caduto finora nel vuoto, anche a causa degli interessi nazionali divergenti che hanno impedito all'Europa di tutelare i suoi cittadini. Se le due misure fossero finalmente introdotte (e non è scontato) l'intervento sarebbe comunque tardivo. Anche perché la decisione sarà presa fra due settimane, e ci vorrà ancora un po' di tempo perché sia attuata. Tutto questo mentre varie aziende italiane e tedesche dei settori ceramica, vetro e acciaio non stanno riaprendo: per loro anche un'ora di troppo ha un costo salatissimo. E rischi inimmaginabili.

Alla ricerca di un tetto ragionevole
Riusciranno i nostri rappresentanti a introdurre una misura sensata? Ovviamente ce lo auguriamo tutti. Certo, occorrerebbe individuare un tetto realistico alla tariffa del gas, che possa mediare fra prezzi velleitari e valori insostenibili.
È possibile, per esempio, che il prezzo americano sia di 30 dollari e quello europeo di 260? Anche senza allinearci ai valori di oltre oceano, è davvero un'impresa fissare il cap a quota 60, o comunque sotto i 100? Se ci fossero costi a carico delle istituzioni, sarebbero comunque recuperati in un altro senso. Un price cap ridurrebbe l'inflazione, favorirebbe la ripresa, fermerebbe la disoccupazione (e interventi come cassa integrazione o sussidi) e darebbe più potere di spesa. E tutto questo compenserebbe ampiamente le spese per fermare la corsa folle del gas. Certamente, una svolta di questo tipo potrebbe essere aiutata da un meccanismo di equalizzazione europea, che mostri finalmente la coesione dell'intera Unione per respingere questo ennesimo attacco speculativo.

L'eccezione iberica
La strada del cap, tra le altre cose, è già stata battuta autonomamente da due paesi Ue: Portogallo e Spagna (con il placet di Bruxelles) hanno introdotto un tetto al prezzo del metano, riuscendo a contenere gli aumenti.
Forse una scelta analoga si sarebbe potuta fare anche in Italia. Se lo avessero voluto le forze politiche. E se Mario Draghi non avesse lasciato anticipatamente la guida del governo, senza peraltro essere stato di fatto sfiduciato.
C'è anche da dire che l'esecutivo è ancora in carica e che ha la possibilità di intervenire su tutti gli affari correnti. Per questo motivo sembra un po' una boutade l'invito di Carlo Calenda a sospendere la campagna elettorale per trovare una soluzione al problema gas: il governo può intervenire normalmente fino alle elezioni, e anche oltre.
Piuttosto, occorre che tutti i leader politici . indipendentemente dall'imminente appuntamento elettorale - appoggino Draghi nella ricerca di una soluzione. Che deve rivelarsi rapida e condivisa, oltre che indipendente da qualsiasi misura approvata in sede comunitaria.

Financial Times: "c'è chi scommette contro l'Italia"
Intanto, se n'è accorto anche il Financial Times: gli hedge fund stanno scommettendo al ribasso sul debito pubblico italiano. Siamo dunque nel bel mezzo di una nuova ondata di speculazioni selvagge sulla pelle delle persone, proprio nei giorni in cui la troika lascia la Grecia. Restituendole sovranità economica, ma anche una povertà inaudita e un pil devastato.
Una cosa è certa: tollerare queste speculazioni contro un qualsiasi paese di Eurolandia significa non reagire nei confronti degli attacchi all'euro. Le istituzioni comunitarie dovrebbero stroncare sul nascere queste operazioni vergognose. Se la Bce decidesse, finalmente, di mostrare il pugno di ferro ai fondi speculativi, questi ci penserebbero due, se non tre volte prima di piazzare una scommessa ribassista contro l'Italia. Perché poi la reazione dell'Eurotower sarebbe dura e forte.
Invece, nonostante il tanto sbandierato scudo, la Bce non è ancora intervenuta sullo spread a 230, anche se i dati economici italiani non sono certo negativi. Secondo uno studio Fabi, il nostro paese ha infatti un tasso di indebitamento dello 0,6% (contro lo 0,9% circa di Germania e l'1% della Francia) ed è leader per ricchezza finanziaria rispetto al debito disponibile (3,4% contro il 2,8% della Francia, il 2,6% della Germania e il 2,5% della Spagna).
Se si prendesse in considerazione la media fra il debito pubblico e quello privato – e non solo il primo dato – le “pagelle” dell'Italia sarebbero decisamente migliori.

Powell fa il falco sui tassi. E le Borse soffrono
Anche i tassi non smettono di tenere banco. Soprattutto negli Usa, dove Jerome Powell ha annunciato che andrà avanti sulla linea dura. Nel corso della sua relazione annuale tenuta a Jackson Hole, nel Wyoming, il presidente della Federal Reserve ha dichiarato che l'istituto centrale proseguirà con il rialzo del costo del dollaro, anche se l'operazione – ha dichiarato – porterà "qualche sofferenza" all'economia americana.
Il ritocco dei tassi, di 50 o 75 punti, è previsto per settembre, ma il suo annuncio ha avuto un impatto immediato su Wall Street e sulle Borse europee, influenzate anche da una possibile mossa analoga da parte della Bce.
Una reazione un po' esagerata, dato che i rialzi sono sì maggiori del previsto, ma ancora non altissimi. D'altra parte nel trading l'emozionalità è ancora troppo presente, e forse è impossibile eliminarla del tutto. Certamente, almeno in Europa, non sono tanto i tassi americani a far paura, ma la questione energia: se si riuscisse a ristabilire una certa tranquillità su gas, petrolio e materie prime (compresi palladio e neon, la cui penuria sta impattando sulla fornitura di chip), si creerebbero le condizioni ideali per investire. Anche se oggi sembra molto difficile scendere sotto i livelli raggiunti dai mercati europei in questo periodo.

 

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