Tempo di correzioni. Ma il mercato rimane intonato
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Martedì mattina, l’Europa si è svegliata con numeri inaspettati provenienti dall’Asia: il titolo Samsung è calato dello 9,8% e le azioni Sk Hynix (in attesa di quotarsi anche al Nasdaq) sono scese dell’11%. La performance negativa delle due azioni ha contribuito ad affossare l’indice sudcoreano Kospi, che ha chiuso al -8%. A prima vista, un tonfo inaspettato, viste le ottime prestazioni dei tecnologici a Wall Street, e considerato che Samsung ha previsto, per il secondo semestre 2026, un utile operativo di 58,44 miliardi di dollari, con un aumento di 19 volte. La fase orso a Seul ha rinfocolato i timori, sempre presenti, di bolla dell’intelligenza artificiale. Ma, prima di essere tentati dal catastrofismo, è bene guardare i numeri in Borsa del primo semestre, che hanno visto il Kospi salire di oltre il 141% e la stessa Samsung del 130% circa. Di fronte a queste percentuali, anche un calo vicino al 10% non può essere considerato un crollo, anche se naturalmente occorre sempre prestare attenzione ai numeri.
Quando l’eccezionalità è scambiata per normalità
Lo abbiamo ricordato più volte: quando la comunità finanziaria si abitua alla crescita prolungata di un titolo, o di un settore, o ancora di un indice, finisce di aspettarsi sempre risultati mirabolanti, come se questi fossero la normalità. E invece non è così: se gli incrementi sono geometrici, prima o poi ci si deve attendere uno storno, anche di grandi dimensioni. Che non deve essere per forza una bolla, ma può rivelarsi (come la maggior parte delle volte) un movimento dovuto alla normale dinamica degli scambi. Non per niente, nel recente passato, si è già gridato più di una volta alla bolla dell’intelligenza artificiale, per poi invece osservare che si trattava semplicemente di una fisiologica fase correttiva. Oltre a questo, le ragioni che sono alla base di un trend sono molteplici e cambiano ogni volta. Per esempio, attualmente nel settore tecnologico stiamo vivendo un paradosso: il primo semestre del 2026 ha spinto in alto il comparto, ma il rialzo non è stato trainato dalle sette “grandi”, ma dalle aziende più piccole (si fa per dire), specialmente quelle collegate ai semiconduttori. Il quadro si incrocia con la persistenza della rotazione settoriale, che rende più difficile identificare gli investimenti da scegliere volta per volta.
La volatilità delle materie prime
Nello scorso semestre, a evidenziare una volatilità incredibile sono state le materie prime, influenzate anche dalla guerra nel Golfo: il petrolio, che nelle fasi più problematiche del conflitto si era spinto anche intorno ai 120 dollari al barile, ora veleggia da un po’ di tempo vicino ai 70, non lontano dalla fascia compresa fra i 50 e i 60, che ha contraddistinto la fase pre-bellica. L’oro, da parte sua, ha perso il 20% circa da febbraio, mentre l’alluminio ha raggiunto quota 3.800, per poi ripiegare a 3.100. Ci stiamo orientando su un mercato non facile da interpretare, che vede anche performance non certo brillanti da parte dell’obbligazionario e il rafforzamento del dollaro. Trend, quest’ultimo, che è un po’ una reazione alla lunga fase di discesa dei mesi scorsi (-14% in un anno) e un po’ la conseguenza delle dinamiche dei tassi Fed, da cui ci si aspettava un taglio e che invece, anche per il buono stato dell’economia americana, ha preferito la stabilità.
Barra dritta
In Europa hanno chiuso un buon semestre borsistico banche e difesa, mentre (non è una novità) ha sottoperformato l’auto. Sale l’interesse per le infrastrutture, anche per i lavori preannunciati nel Golfo, che serviranno a costruire vie alternative ai punti critici per il passaggio delle merci. In un periodo, è bene non dimenticarlo, che vede ancora lo Stretto di Hormuz aperto a singhiozzo. Il mercato rimane comunque intonato e le discese, anche brusche, possono creare opportunità d’acquisto: quando un titolo rientra dagli eccessi ed esce dal radar delle correzioni, può essere conveniente aggiudicarselo. Da questa regola, però, sembrano al momento esulare i preziosi, probabilmente entrati in una fase negativa. Ora ci attendono le semestrali, aperte dai dati di Jp Morgan: questi numeri saranno importanti per comprendere se dovremo aspettarci una certa cautela o attenderci un nuovo balzo delle Borse nei prossimi mesi.
Siamo alla frutta?
La notizia di un parassita asiatico che sta distruggendo le colture fa paura ai coltivatori di frutta. L’insetto, a quanto sembra, potrebbe essere in grado di mettere a repentaglio mele e uva, colpendo anche industrie strettamente collegate, come quella del vino. A questa preoccupazione si aggiunge una notizia curiosa che riguarda ancora una volta la frutta: il caldo record di questi giorni ha causato il deperimento più rapido di pesche (soprattutto nettarine) e albicocche. Ciò induce una sovrapproduzione e spinge gli agricoltori a fare di tutto per distribuirle più rapidamente, diminuendo anche i prezzi all’ingrosso. In attesa di scoprire se il parassita farà danni nella nostra economia, i consumatori colpiti da anni di aumenti dovuti all’inflazione possono respirare un po’ con pesche e albicocche. Almeno finché questo caldo record continuerà a persistere.
Google, confermata la sanzione Ue
Niente da fare per Google. E’ stata infatti confermata dalla Corte di giustizia Ue la contravvenzione per abuso di posizione dominante negli smartphone Android. I magistrati europei hanno dunque detto no al ricorso di Mountain View (e della capogruppo Alphabet) contro una sentenza del 2022. Unico cambiamento, il calo della multa da 4,34 a 4,125 miliardi. A prima vista sembra che l’Europa abbia rialzato la testa, anche alla luce delle dichiarazioni di Donald Trump, che ha minacciato una forte ritorsione a suon di nuovi dazi. In realtà, però, la contravvenzione Ue, per Google, è poco più di un buffetto per i bilanci del gruppo. Per le bigtech, sembra così più conveniente andare avanti per la propria strada e pagare le multe, quando comminate.
Foto di Zoddex su Unsplash
Cade Bayrou: Borse in attesa
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il governo di François Bayrou è caduto. Come ampiamente previsto, l’Assemblea Nazionale francese ha sfiduciato l’esecutivo a soli nove mesi dal suo insediamento. La bocciatura assume contorni inequivocabili: solo 194 i voti a favore del governo, 364 i contrari. Con la caduta di Bayrou tramonta anche la riforma “lacrime e sangue” che l’ormai ex primo ministro aveva proposto per salvare la Francia. Per ottenere il taglio previsto di 44 miliardi di euro, il piano prevedeva l’applicazione di misure draconiane, che avrebbero impattato pesantemente su spesa sociale, pensioni, servizi pubblici e persino giorni di festività, aumentando contemporaneamente le tasse, in un quadro di forte inflazione. La palla avvelenata passa dunque al prossimo governo, che dovrà inventarsi una nuova ricetta per contrastare un deficit al 5,8% e un debito pubblico ormai oltre il 110% del Pil.
Tra Scilla e Cariddi
Il compito (improbo) del prossimo esecutivo sarà identificare le riforme da mettere in atto. In Europa esiste già un esempio: quello del governo Monti, che ha arginato la deriva dei conti pubblici, innescando però parecchi interrogativi sulle prospettive per i cittadini. Manovre correttive troppo radicali, infatti, hanno spesso un effetto depressivo su economia e Pil e favoriscono recessione e calo dei consumi. La Francia sembra dunque navigare tra Scilla e Cariddi: senza riforme incisive si rischia il default; con manovre troppo penalizzanti si crea povertà, con annessi e connessi. E con la sicurezza matematica di un riacutizzarsi delle dure proteste che Oltralpe si verificano ogni qual volta si toccano conquiste sociali e diritti acquisiti. Una “terza via” ci sarebbe, ma occorrerebbe tracciarla a livello europeo. Si tratta del cambiamento di prospettiva sul debito, per discostarsi dalla rigida via seguita finora – fatta di austerità e di rigidità sui conti – e avvicinarsi un po’ di più alle prassi espansive tradizionalmente seguite dagli americani.
Una roadmap, se vogliamo, c’è già: l’ha tracciata Mario Draghi quando ha proposto un mega-piano investimento di 1.000 miliardi l’anno con un debito comune. Per facilitare una “rivoluzione copernicana” di questo tipo sarebbe però necessario annacquare il piano green radicale che ha depresso la manifattura, spingendo le autorità europee a cercare un recupero con giganteschi piani di investimento sul riarmo, oltretutto difficili da mettere in atto. Un’economia ricca vive necessariamente di produzione; i soli servizi non bastano per mantenere gli standard elevati che hanno contraddistinto l’Europa degli ultimi decenni.
Non solo Francia
La caduta di Bayrou ha favorito nuovi record per l’oro, che si conferma nel ruolo tradizionale di bene rifugio; tuttavia, a beneficiare del rialzo sono soprattutto gli investitori americani, data la debolezza del dollaro sull’euro. Le Borse, invece, hanno reagito alla sfiducia senza particolari scossoni. I mercati anticipano, e già sapevano che cosa sarebbe successo. Non per niente, la scorsa settimana si è verificato un calo, anche se tutto sommato gestibile e ben diverso dallo storno dello scorso aprile. Si è trattato, dunque, di una discesa controllata, utile per ripartire, che, oltretutto, non è dipesa solo dalla crisi di governo in Francia. A contribuire, anche altre componenti: la caratteristica de mese di settembre, tradizionalmente un periodo in cui i mercati arretrano e riflettono; il bisogno di rifiatare delle Borse, che hanno corso moltissimo e hanno bisogno di fermarsi per un po’; l’incertezza sul taglio dei tassi, che potrebbe vedere una rotazione strategica, con la Bce probabilmente ferma per un giro e la Fed propensa a diminuire di 25 o addirittura di 50 punti. Una scelta, quest’ultima, che gli investitori potrebbero prendere male, interpretandola come spia di un mercato del lavoro americano persino peggiore di quello (già critico) attuale. Sullo sfondo, l’attesa della Corte Suprema americana sui dazi, con una paura crescente (esplicitata apertamente da esponenti dell’amministrazione Trump) che una bocciatura delle tariffe possa innescare una girandola ingestibile di rimborsi. A meno che i giudici decidano di annullare le tasse doganali dal momento della sentenza in poi, evitando così il caos.
En attendant Macron
Le Borse sembrano, comunque, aver già scontato la situazione sfavorevole: lunedì scorso, hanno infatti chiuso moderatamente in positivo nonostante le difficoltà e l’attuale fase senza spunti.
Sembra quindi che gli investitori siano in attesa. Delle decisioni politiche di Emmanuel Macron e del destino del prossimo governo francese. Ma anche delle evoluzioni dello spread transalpino, finora a livelli gestibili: se il differenziale dovesse allargarsi, la Bce potrebbe essere costretta a intervenire. Sta di fatto che i problemi della Francia sono strutturali: da tempo si sa che Parigi è un grande malato, che ha potuto reggere soprattutto per l’aiuto ricevuto da una Germania ora in difficoltà.
Google, una multa da 2,95 miliardi
Intanto, la Commissione Europea ha comminato una contravvenzione di 2,95 miliardi di euro a Google per aver distorto la concorrenza nelle tecnologie di tipo pubblicitario. L’ufficializzazione della multa – a cui sarebbe stato contrario il commissario al commercio Maroš Šefčovič, sostenitore di una sospensione – è stata accompagnata dall’obbligo, per il colosso di Mountain View, di rimuovere i conflitti di interesse riguardanti le adtech. L’ammenda a Google, per cui Donald Trump ha minacciato una ritorsione a suon di dazi, è corretta, ma è stata comminata in ritardo di almeno dieci anni. Oggi, l’intelligenza artificiale mette a rischio la stressa Google e la sua posizione dominante nelle tecnologie pubblicitarie, oltre che la sua leadership nella ricerca di informazioni sul web.
Unicredit-Commerzbank: la mossa di Morgan Stanley
Sul fronte del risiko, nuovo capitolo nel dossier Unicredit-Commerzbank: Morgan Stanley (probabile alleata di Piazza Gae Aulenti) ha quasi raddoppiato la sua quota nella banca tedesca, arrivando a detenere il 5,19% e diventando il quinto maggior azionista. La mossa a sorpresa della banca d’affari americana segue di pochi giorni il nein di Bettina Orlopp: lo scorso 3 settembre, la ceo di Commerzbank aveva ricordato che “ovviamente” Unicredit non conquisterà la banca: “a decidere saranno i nostri azionisti, è a loro che spetta la decisione”. Ora, la mossa di Morgan Stanley potrebbe scompaginare le carte, governo tedesco permettendo.
Foto di Olivier Darbonville su Unsplash


