Guerra in Iran, scompiglio in Borsa

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La scorsa settimana, gran parte dell’attenzione dei mercati era concentrata sull’intelligenza artificiale, con i timori di bolla che deprimevano la Borsa americana. Con l’attacco israelo-americano sull’Iran di sabato scorso, le priorità dei listini di tutto il mondo sono bruscamente cambiate. Il rapido succedersi degli eventi ha visto le quotazioni di petrolio e gas schizzare molto in alto: il Brent ha sfondato gli 80 dollari al barile e il Wti staziona nella fascia 70-80, mentre il metano ha quasi raddoppiato la sua quotazione. Decisive sono state le reazioni di Teheran all’attacco. Prima di tutto quella militare contro alcuni Paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti – con tanto di sospensione cautelativa, da parte di QatarEnergy, della produzione di Gnl a Mesaieed e Ras Laffan, che è il sito più grande del mondo: la decisione, se prolungata, potrebbe avere pesanti ricadute sui Paesi europei (soprattutto Italia e Germania) e asiatici. E i mercati, spinti dalla paura, arretrano. A questo si è aggiunta la chiusura iraniana dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale (20 milioni di barili al giorno) e che, potenzialmente, è in grado di bloccare molti commerci.

Europa e Asia arretrano

L’improvvisa impennata dei costi energetici si è così riverberata sugli indici europei e asiatici, con ribassi generalizzati e il crollo della Borsa di Seul, che ieri aveva chiuso con una perdita di oltre il 7% e oggi ha lasciato sul terreno circa il 12%. Milano ha iniziato la settimana con un arretramento pari a più del 2% e ha proseguito ieri cedendo quasi il 4%, con una prestazione particolarmente negativa delle banche, e stamattina ha aperto cauta. In un contesto di indici europei che stanno provando un rimbalzo. Più volte abbiamo evidenziato che, negli ultimi tempi, le Borse si sono dimostrate vaccinate agli urti geopolitici. Ma, evidentemente, quando entrano in gioco petrolio e gas le pressioni diventano troppo forti e la resistenza dei listini viene meno. Diversa la situazione delle Borse americane che, dopo un cedimento iniziale, hanno praticamente recuperato le perdite, per poi tornare in calo marginale: -0,83% il Dow Jones, -1,02% il Nasdaq. Quest’ultimo, in particolare, è forse riuscito a limitare i danni anche grazie alla stessa intelligenza artificiale che la scorsa settimana preoccupava gli investitori: si potrebbe ipotizzare che l’IA abbia fermato il suo trend negativo proprio per le sue possibili applicazioni in campo militare, agganciandosi di fatto al trend del settore difesa. E questo nonostante gli allarmi sui timori di una bolla (Jamie Dimon, ceo di Jp Morgan, ha paventato una crisi come quella del 2008) e la possibilità di nuove limitazioni Usa all’export di chip verso imprese cinesi.

Due scenari

L’incertezza la fa da padrona, anche perché non si riesce a prevedere la durata di questa guerra. Se il conflitto fosse una questione al massimo di quattro-cinque settimane, come da iniziale pianificazione di Donald Trump, i mercati avrebbero la concreta possibilità di stringere i denti per un certo periodo e poi “digerire” i problemi portati dall’evento bellico, provando l’inversione di tendenza con rimbalzi veloci. Se invece ci trovassimo di fronte a una endless war il contesto diventerebbe molto più confuso, con una situazione in grado di amplificare il rischio asimmetrico che contrappone possibili rimbalzi deboli e crolli del 10%-20%. Una guerra di lunga durata sarebbe una mina vagante non solo per i mercati, ma anche per Trump, che rischierebbe di giocarsi le elezioni di mid term e di provocare una spaccatura nella sua stessa base. Gli americani votano pensando al portafoglio: il prezzo della benzina alla pompa è una parte molto importante nel carrello della spesa e un rincaro dell’energia rischia anche di compromettere il rallentamento dell’inflazione e di conseguenza il calo dei tassi caldeggiato dal presidente americano. Un ruolo centrale verrà giocato, quindi, da due partite: l’eventuale riapertura dello stretto di Hormuz, il cui blocco alla lunga non conviene neanche a Teheran, e la possibilità che i qatarioti diano nuovamente il via alla produzione di Gnl. Un’eventualità che potrebbe avverarsi in assenza di nuovi attacchi militari iraniani.

Cosa fare?

In queste condizioni, è difficile consigliare una strategia di investimento. Chi crede che la guerra durerà un mese o poco più, potrebbe provare a sfruttare qualche opportunità d’acquisto. Già oggi sono appetibili i finanziari, attualmente deboli, mentre è meglio evitare i titoli che sono saliti molto, come gli energetici e il settore difesa. Chi invece ha timore che lo scontro duri di più, si sentirà molto più tranquillo alleggerendo posizioni e attendendo tempi migliori per le Borse.

Valute e beni rifugio

La paura ha fatto 90 per i beni rifugio, ma non per tutti. E’ salito nuovamente il franco svizzero, ancora ai massimi sull’euro, e si prevede anche un possibile exploit della corona norvegese. Mentre il bene rifugio “storico” per eccellenza, e cioè l’oro, non ha sfruttato l’occasione, imboccando una strada a zig zag: prima su (ma non in maniera decisa come avrebbe potuto fare), poi giù. Tornando alle valute, il dollaro si sta rinforzando sull’euro, anche se per ora il recupero è a passo lento. Tuttavia, se il biglietto verde dovesse salire ancora, si potrebbe creare qualche ulteriore grattacapo per Trump: in un periodo di incertezza sui dazi, verrebbe a mancare anche il vantaggio competitivo di una moneta debole, che in fondo è come una “tariffa doganale di fatto”.

Intelligenza artificiale

In un quadro confuso come l’attuale, l’intelligenza artificiale sembra relegata in un angolino, ma non è così. La sfida dell’IA non si risolve in poche settimane o in alcuni mesi, ma pervaderà sempre più il nostro futuro.
Già ora, il suo coinvolgimento in alcuni settori dà il via a crisi settoriali, che hanno colpito, per esempio, il comparto del software e quello del trading, e chissà cosa altro nei prossimi mesi. Per non parlare delle ripercussioni che si verificheranno sul fronte dei posti di lavoro, con le conseguenze (anche sull’economia) che è facile immaginare.

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Broadcom, una storia americana

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo un iniziale arretramento, dovuto all’impatto del forte e improvviso calo del titolo di Broadcom, le Borse europee hanno assorbito il colpo e recuperato le perdite.
A soffrire davvero il crollo del titolo dell’azienda di semiconduttori, giunto dopo un anno di avanzamenti fino al 75% e risultati sopra le aspettative, sono stati i mercati americani, in particolare il Nasdaq. Il momento critico dei tecnologici continua a manifestarsi anche nelle criptovalute, in crollo verticale. Da parte sua Milano, come spesso è accaduto quest’anno, ha mostrato un recupero particolarmente brillante, avvenuto dopo un ritracciamento minimale. Niente di diverso dal trading range molto stretto che prosegue da tempo. La rotazione settoriale, in questo caso, ha premiato l’automotive, in ripresa per il dietrofront della Commissione europea sullo stop totale alla produzione di auto endotermiche.

Costretti alla sovraperformance

Il caso Broadcom resta una storia soprattutto americana, con difficoltà che a prima vista sembrano inspiegabili, date le ottime performance di quest’anno e i dati finanziari ben al di sopra di quelli attesi. Cercare di capire questo improvviso ritracciamento apparentemente senza ragioni può chiarire meglio le dinamiche di un settore in espansione devastante come quello dell’intelligenza artificiale. Tra i motivi del caso Broadcom, dunque, c’è proprio la forte (e predominante) esposizione dell’azienda di semiconduttori sull’Ia, che va benissimo, mentre il resto dei business procede nell’anonimato, sbilanciando le fonti di ricavo. Inoltre, quando si cresce, gli investitori si aspettano sempre di più, e anche una proiezione che prefigura un futuro un po’ meno brillante manda i mercati in allarme. Insomma: se sali del 75%, sei costretto a migliorare l’anno dopo, per evitare che un incremento ancora formidabile, ma inferiore, venga accolto freddamente dai mercati.

Bolla sì, bolla no

Il violento storno di Broadcom, che ha eroso una parte importante dell’avanzamento registrato dal suo titolo quest’anno, ha fatto tornare di moda quella che sembra la “madre di tutte le domande”: ci sarà o non ci sarà la bolla dell’intelligenza artificiale? La risposta è difficile da abbozzare, anche perché l’asticella delle risposte si sposta sul “sì” o sul “no” a seconda del singolo avvenimento che si è manifestato più di recente. Si alternano proclami e dichiarazioni del tipo “la bolla sta per scoppiare” e “non ci sarà nessuna bolla”, rendendo un futuro già incerto ancora più indecifrabile. Forse, prima o poi un ribilanciamento ci sarà. Ma non necessariamente una bolla. Tanto più che “tecnologia” e “intelligenza artificiale” non sono sinonimi: Apple e Microsoft, per esempio, diversificano fra varie attività, mentre per Nvidia (come del resto per Broadcom) l’Ia ha un ruolo trainante. Una cosa è importante ricordare: che fino a quando la crescita legata all’intelligenza artificiale contribuirà ad avere effetti economici positivi sulle aziende, le cose andranno bene; in caso contrario, i soldi inizieranno a vaporizzarsi. Se la bolla dovesse manifestarsi, ci saranno vincitori e perdenti, come ai tempi della crisi delle dotcom: alcune aziende ne usciranno bene, molte altre saranno ridotte alla marginalità, o rischieranno addirittura di sparire.

Le Poste crescono in Tim

Il tempo prenatalizio 2025 verrà comunque ricordato per improvvisi movimenti azionari, effettuati o tentati. Molto interessante, per esempio, l’incremento di Poste Italiane in Tim: il “gigante giallo” è ora al 27,3% della compagnia telefonica storica. L’operazione ha avuto luogo con l’acquisto del 2,5% controllato da Vivendi (in uscita completa da Tim), per l’importo di 187 milioni di euro. Tuttavia, non ci sarà l’opa sul 100% del capitale della compagnia telefonica: le Poste hanno sfruttato una norma prevista dal Testo unico della finanza, che prevede l’esenzione dall’offerta pubblica di acquisto se lo “sconfinamento” è temporaneo. Il socio che ha superato il limite (in questo caso Poste Italiane) deve vendere la parte eccedente entro 12 mesi, e non sfruttare il diritto di voto oltre il 25%. Qualcuno ha visto in questa mossa un tentativo di rientro dello Stato nel capitale di Tim (quasi il 30% delle Poste è controllato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, e circa il 35% è nelle mani della Cassa Depositi e Prestiti, a sua volta detenuta dal Mef). E la cosa non è certo negativa: in determinate aziende importanti, lo Stato può ancora dire la sua.

Tether vuole la Juve. Ma Exor schiera la barriera

Sembra avere poche possibilità di successo Tether nel suo tentativo di scalata della Juventus. Attualmente seconda azionista del club, con oltre il 10%, la stablecoin ha reso nota un’offerta vincolante per acquisire la parte di capitale controllata da Exor, pari al 65%, per il controvalore di 1,1 miliardi di euro. Paolo Ardoino, amministratore delegato di Tether e tifoso bianconero, metterebbe sul piatto un altro miliardo per la campagna acquisti. La holding della famiglia Agnelli ha prontamente respinto la richiesta al mittente. Tether potrebbe, a questo punto, rilanciare, ma difficilmente gli Elkann cederanno a questa società. Intendiamoci: il passaggio di proprietà della Juventus è possibile, ma sembra più probabile che il pacchetto di maggioranza della società bianconera prenda la via dell’Arabia Saudita, che organizzerà i Mondiali del 2034 e ha bisogno di aumentare in modo massiccio e veloce la sua presenza nel sistema calcio.

Warner Bros: chi la prenderà?

Più intricata la partita che si sta giocando intorno a Warner Bros Discovery. Netflix ne ha annunciato l’acquisto del gruppo per 82,7 miliardi di dollari: l’operazione ha suscitato proteste e preoccupazioni nell’ambiente, anche se Netflix ha assicurato che non cambierà il carattere cinematografico di Warner, almeno per ora. In particolare, si teme il conflitto di interessi fra cinema e streaming, e la possibilità che le visioni via computer anticipino quelle sul grande schermo, penalizzandole. Con i rischi connessi, primo fra tutti la perdita di posti di lavoro. Importante anche la questione dell’accesso al database storico di Warner, su cui avrà certamente l’Antitrust americano avrà qualcosa da dire. La partita sembra ancora aperta, perché Paramount avrebbe rilanciato sia dal lato economico (18 miliardi in più), sia promettendo di garantire 30 film l’anno. A influenzare la decisione potrebbe essere Donald Trump, ormai onnipresente come il classico “prezzemolo”.

Dopo-Powell: si scalda il toto-successore in Fed

Il presidente americano sta naturalmente preparando un dossier molto più “pertinente” al suo ruolo: la successione a Jerome Powell alla guida della Federal Reserve, prevista l’anno prossimo. Due i possibili nomi, svelati dallo stesso inquilino della Casa Bianca in un’intervista al Wall Street Journal: Kevin Warsh, ex membro del board dei governatori Fed, e Kevin Hassett, direttore del Consiglio Economico Nazionale. Secondo Trump, il prossimo numero uno della Fed dovrebbe coinvolgerlo nella politica dei tassi, anche se – ha ammesso lo stesso tycoon – non è tenuto a seguire pedissequamente le indicazioni presidenziali. Ma quasi sicuramente il Tesoro americano sceglierà il candidato più dovish. In una situazione di partenza in cui, nonostante i tassi al 4%, l’economia Usa è in ottimo stato. L’inflazione americana è però sopra le aspettative: a favorirla, i dati sull’occupazione, i dazi e le restrizioni sull’ingresso di forza lavoro. La Fed, dunque, dovrebbe decidere un nuovo taglio di 25 centesimi nel terzo trimestre; poi è probabile uno stop che potrebbe

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Borse, ancora su e giù. Ma i mercati non crollano

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Per due volte nel giro di pochi giorni, le Borse hanno fatto quanto si suol dire tutto e il contrario di tutto. E questo è particolarmente vero per il Nasdaq. Un mercato che sembrava tonico ha inaspettatamente corretto in maniera brusca, per poi tornare in alto sulle ali dei titoli tecnologici americani.
A brillare particolarmente è stata Nvidia, che ha archiviato il terzo trimestre con un fatturato pari a 57 miliardi di dollari e un utile di 31,91, pari a 1,30 dollari ogni azione. I numeri, ben superiori alle aspettative, sembrano mitigare le paure di bolla per l’intelligenza artificiale che – con una certa dose di esagerazione – si erano diffuse nelle scorse settimane. Piuttosto, il settore Ia è molto magmatico, come si conviene alle discipline che stanno spiccando i primi passi (anche se da gigante): voci di alleanze tra colossi e di ulteriori innovazioni si rincorrono, evitando qualsiasi rischio di rilassamento o di noia tra gli osservatori. Per esempio: le recentissime indiscrezioni sulle trattative fra Meta e Alphabet, con il gruppo di Facebook che sarebbe intenzionato a utilizzare i chip IA di Google dal 2027 in avanti, hanno causato un crollo delle azioni Nvidia, con un successivo recupero, ma solo parziale. C’è da scommettere che le indiscrezioni sull’intelligenza artificiale continueranno a proliferare, e non mancheranno le maxi-operazioni nel comparto.

Come uno stress test

Da questa situazione caotica emerge paradossalmente una buona notizia: nonostante i ripetuti ed eterogenei allarmi, il mercato non crolla; la volatilità è particolarmente alta, ma gli investitori sembrano mantenere la calma e mostrare nervi saldi. In altri termini, non ci sono le premesse per un tonfo a due cifre. Le condizioni attuali assomigliano quasi a una situazione di stress test, con cui si cerca di sondare le possibili reazioni dei mercati retail a sollecitazioni forti. Come quelle geopolitiche, particolarmente articolate. Ma anche l’incertezza sul taglio dei tassi Fed a dicembre, operazione che fino a pochi giorni fa sembrava improbabile e ora appare tutto a un tratto possibile.

Fed, in evidenza il partito pro-tagli

Il cambio di approccio nei confronti dei tagli a dicembre ha potuto verificarsi grazie alle dichiarazioni di tre esponenti della Federal Reserve, che hanno aperto alla possibilità di effettuare questa operazione: il membro del board Christopher Waller (secondo cui la mossa sarebbe giustificata dalla debolezza del mercato del lavoro), la presidente della Fed di San Francisco, Mary Daly, e il suo omologo di New York, John Williams. Le tre esternazioni hanno catturato l’attenzione delle Borse: quelle europee, in particolare, procedono caute, cercando di fare fine tuning sulle reali intenzioni di Jerome Powell. Che proceda o no a dicembre (e, a questo punto, sembra probabile che lo faccia), la Fed probabilmente opterà per due tagli di 25 punti base ciascuno entro fine giugno 2026. La Bce, invece, potrebbe mantenersi stabile per almeno sei mesi, a meno che l’economia non mostri improvvisi segnali di crisi. L’Europa ha ormai centrato l’obiettivo di inflazione, mentre gli Stati Uniti sono ancora un po’ sopra target.

La pace piace

Piazza Affari, a questo giro, ha evidenziato un calo, raggiungendo una performance inferiore alla media delle Borse europee. La responsabilità risiede nello stacco delle cedole, che ha fisiologicamente favorito la fase orso. Ma a tenere banco sono stati i due piani di pace per l’Ucraina, presentati rispettivamente da Stati Uniti e Commissione Europea per l’Ucraina. Piani che, a quanto pare, sono graditi ai mercati occidentali, anche se in Europa si segnala un calo del settore difesa. Il gas, da parte sua, scende dopo molto tempo sotto i 30 euro al megawattora e il petrolio arretra (il Brent è di poco sopra i 60 dollari al barile, il Wti addirittura sotto). Al momento non si può prevedere se, in caso di pace, i commerci tra Europa e Russia torneranno alla normalità; tuttavia, sembra che il mercato prenda in considerazione questa eventualità. Oro e argento continuano il loro ballo sulle montagne russe, ma ad apparire particolarmente interessanti sono le azioni legate ai due comparti, che rendono più promettente un investimento in titoli del settore (per esempio, quelli legati alle miniere d’argento) che non ai due metalli “fisici”. Nelle cripto, continuano le vendite da parte dei primissimi compratori, che stanno realizzando l’enorme plusvalenza accumulata in questi anni. E il valore di bitcoin e compagnia ne risente in negativo. Di lì a teorizzare che il settore non sia in salute, però, ce ne passa. Anche perché a un venditore corrisponde sempre un compratore. E dove c’è un compratore, c’è un investimento, soprattutto se l’acquisto avviene a prezzi comunque stratosferici, anche se inferiori a un po’ di tempo fa.

Qualcuno volò sul nido delle bigtech

Intanto, da New York, giunge una notizia inattesa: la big pharma americana Eli Lilly ha superato la capitalizzazione di 1.000 miliardi di dollari. E’ la prima società del settore farmaceutico (e la seconda non tecnologica, dopo la Berkshire Hathaway di Warren Buffett) a sfondare questa soglia psicologica. Più in generale, sarebbe utile seguire il comparto pharma, che ha trascorso un paio danni di sottoperformance e ora potrebbe spiccare il salto. Con l’aumentare del reddito e della crescita si apre più spazio per la spesa sanitaria e i medicinali, soprattutto quelli per malattie e disturbi legati al benessere: non per niente, Eli Lilly è specializzata in farmaci contro l’obesità e le sue conseguenze e il diabete di tipo 2. Proprio il settore farmaceutico, insieme ai titoli argentiferi, è tra i candidati a una buona performance per il 2026, che – qualora l’anno in corso si chiudesse a questi livelli – evidenzierebbe ottimi margini di crescita.

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Borse senza una direzione precisa

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo i voti favorevoli del Congresso e la firma del presidente Donald Trump, lo shutdown più lungo della storia americana si è ufficialmente concluso. Ora, gradualmente, si rimetterà in moto la gigantesca macchina organizzativa federale, con la riassunzione dei dipendenti provvisoriamente licenziati e la pubblicazione dei dati macroeconomici bloccati dal lungo stop. Primi tra tutti quelli sull’occupazione, fermi alle comunicazioni relative ad agosto, e il cui aggiornamento su settembre è previsto a breve.

Su e giù

La fine dello shutdown ha dato slancio alle Borse, ma per poco. I mercati hanno infatti archiviato presto la vicenda, tornando a concentrarsi su tre nodi: le crisi geopolitiche, i timori di una bolla legata all’intelligenza artificiale e le preoccupazioni sulle prossime mosse della Fed che, anche a causa del blackout sui dati economici pubblici derivanti dallo shutdown, potrebbe rinunciare ai tagli dei tassi previsti a dicembre. La decisione cambierebbe i piani dei mercati, che avevano già previsto un intervento, ma sarebbe anche sintomo di un’economia in ripresa, senza la quale è onestamente difficile mantenere la stretta monetaria. In ogni caso, le montagne russe sono proseguite fino a fine settimana, con un recupero del Nasdaq che ha spinto anche Piazza Affari a una parziale rimonta dopo ore di forte calo. Tuttavia, lunedì mattina è giunto il contrordine: Wall Street è crollata. Né per l’onda lunga dello shutdown, né per i problemi geopolitici: a causare la picchiata è stata soprattutto la strategia di Peter Thiel, il cui hedge fund ha sorprendentemente venduto le sue partecipazioni in Nvidia per 100 milioni di dollari, senza aspettare gli imminenti risultati del gigante dei semiconduttori. L’operazione ha rinfocolato il nervosismo e i timori di bolla dell’intelligenza artificiale, affossando le Borse americane. Il risultato lo abbiamo già anticipato: il crollo di Wall Street. E questo nonostante l’investimento da 5 miliardi di dollari che Berkshire Hathaway ha effettuato in Alphabet. Un’operazione che, in condizioni normali, avrebbe spinto le Borse americane, più per motivi psicologici che per altro; il titolo del gruppo che controlla Google capitalizza 3.000 miliardi, e l’investimento della società – che ha ancora 340 miliardi sul suo conto corrente – è percentualmente molto basso, anche se enorme agli occhi del cittadino comune. Occorre anche ricordare che il gruppo presieduto da Warren Buffett aveva ridotto di molto la posizione sia in Apple, sia in altre aziende, e da qualche gruppo è anche uscita completamente. Il crollo di Wall Street ha influenzato il calo (non così drammatico, però) delle Borse europee.

Bolla Ia: sì o no?

Il nervosismo per il sell off di Nvidia è pienamente giustificato (se Thiel lo ha fatto ci sarà un motivo), ma i timori di una bolla legata all’intelligenza artificiale sembrano per lo meno esagerati: almeno per ora, infatti, queste paure non hanno un fondamento logico, se non i soliti condizionamenti psicologici. A oggi, sembra di non riscontrare numeri “da bolla”: occorrerà, ovviamente, osservare l’andamento dei titoli e gli utili delle big per poi rifasarsi. E’ certo che il monitoraggio dei tecnologici dovrà essere effettuato con molta attenzione: oggi il mercato americano vale due volte il Pil, contro il 78% dell’Europa e il 38% dell’Italia. Ecco: nel 2005, gli Stati Uniti evidenziavano una percentuale dell’80% – simile, cioè, a quella attuale del nostro continente. I protagonisti del balzo, è persino inutile ricordarlo, sono i titoli tecnologici, cresciuti enormemente. E la cui forza è iperconcentrata; su 27mila miliardi di dollari, 9.000 sono in mano a tre persone – il che fa emergere una crescita disorganica.

Saltano gli schemi

Probabilmente, dovremo farci l’abitudine: sembrano saltati tutti i parametri, e il rischio più grande è l’imprevedibilità dei mercati. Persino i bitcoin, per cui qualcuno prevedeva un lungo futuro di magnifiche sorti progressive, sono rovinosamente franati sotto i 90.000 dollari, per poi attestarsi di poco sopra a questa soglia. Anche in questo caso, il fenomeno è stato causato, o almeno favorito, da una campagna di sell off: per la prima volta dalla sua creazione, il bitcoin è stato infatti oggetto di vendite massicce da parte di alcuni early adopter, che avevano accumulato fortune incredibili e si trovavano in mano una ricchezza non ancora monetizzata in valuta reale. L’oro, da parte sua, è sceso per poi abbozzare un tentativo di recupero appena sopra quota 4.000 dollari l’oncia. L’unico bene rifugio che continua a macinare record è il franco svizzero, che sale sia sull’euro, sia sul dollaro; il rapporto tra la moneta unica e il biglietto verde si mantiene invece all’insegna della stabilità, intorno a quota 1,16.

Il nodo Taiwan

Mentre le crisi geopolitiche dominano la scena, si manifesta un altro allarme in Estremo Oriente. La crisi diplomatica tra Cina e Giappone su Taiwan ha raggiunto picchi pericolosi dopo le dichiarazioni della premier nipponica, Sanae Takaichi, che ha fatto filtrare la possibilità di un intervento militare di Tokyo nel caso in cui Pechino decidesse di attaccare Taipei. La Cina ha quindi inviato la guardia costiera a pattugliare un gruppo di isole amministrate dal Giappone, ma rivendicate sia dalla Cina, sia da Taiwan (il loro nome è Senkaku per i primi, Diaoyu per i secondi e Tiaoutay per i terzi). Nel mentre, Pechino ha sconsigliato ai suoi cittadini di visitare il Giappone – privando il Sol Levante di un numero di turisti vicino al 25% del totale – e ha persino posticipato l’uscita di due film giapponesi. La schermaglia tra i due paesi ha depresso il Nikkei, che in precedenza era salito proprio per le grandi aspettative riposte nella nuova premier, in economia molto vicina a Shinzō Abe – ma in politica estera, come si è visto, ben più aggressiva. Se la crisi non dovesse rientrare potrebbe aprirsi un nuovo, deleterio capitolo in grado di acuire ulteriormente i nodi geopolitici che affliggono il mondo. Un capitolo che sembra già mettere alla prova le Borse di tutto il mondo, espandendo i suoi effetti dal Nikkei agli altri mercati, occidentali e non.

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Mercati, una fase di difficile lettura

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo una settimana di su e giù, le Borse europee hanno aperto con una cauta vivacità, mostrandosi generalmente in rialzo. A spingere gli indici, il progetto di investimenti per la Germania firmato dal prossimo cancelliere Friedrich Merz e l’ottimismo sul fronte ucraino, confermato dal deciso calo del gas sulla Borsa di Amsterdam. Un fenomeno paradossale, dato che da una parte i grafici borsistici premiano le speranze di pace, dall’altra hanno approfittato della febbre da armamenti per spiccare il volo, sull’onda delle performance dei titoli del settore difesa e delle speranze di rialzare il Pil con ingenti spese militari.

Europa batte Usa

Questa apparente contraddizione mostra quanto la situazione attuale delle Borse, caratterizzata da una certa volatilità, sia di difficile lettura. Anche in relazione al passo pesante del mercato americano, che senza il rimbalzo di venerdì scorso avrebbe chiuso un’altra settimana all’insegna dell’Orso, e che lunedì scorso è tornato debole. Tra le molte difficoltà di giudizio, una cosa sembra chiara: il mercato europeo appare più tonico e approfitta del disimpegno degli investitori da Wall Street. In altre parole, chi toglie peso al portafoglio americano si trasferisce sull’Europa, anche se non si può prevedere quanto tempo durerà questo strano trend.

Il ritorno delle banche

Certo è che, per un investitore che volesse entrare oggi sul mercato, sembra un po’ troppo presto per tornare ad acquistare azioni a stelle e strisce e troppo tardi per comprare in massa titoli Ue. La parola d’ordine è quindi “prudenza”, magari optando per un coinvolgimento marginale, con un moderato approvvigionamento di utility, finanziari e qualche petrolifero. Oltre ai bancari, che potrebbero non aver esaurito la propria corsa, spinti da tre fattori: i superdividendi previsti, la stagione movimentata del risiko e l’inattesa febbre da armamenti, nel cui processo di acquisto gli istituti di credito ricoprirebbero un ruolo cruciale. Un ruolo ben ricompensato: la Commissione Europea è disposta ad allentare i vincoli di bilancio a banche e assicurazioni per agevolare i finanziamenti dell’acquisto dei materiali per costruire le armi. A Piazza Affari i titoli bancari sono in salute. In particolar modo brillano due protagoniste del “monopoli”: Mediobanca e Mps, quest’ultima un chiaro strumento filo-governativo in prima linea per difendere Generali.

Usa, timori di inflazione

Dopo il confronto telefonico Trump-Putin, le Borse Usa attendono una scontata decisione Fed sui tassi, mentre la situazione resta difficile. Alle criticità contribuiscono la telenovela-dazi e i conseguenti timori di inflazione (il segretario di Stato Scott Bessent ha affermato che “non ci sono garanzie” che gli Stati Uniti non entrino in recessione). Molto probabilmente, le minacce di introdurre tariffe doganali sono utilizzate dall’amministrazione Trump per ragioni negoziali; tuttavia, l’incertezza viene recepita negativamente dai mercati e crea riallineamenti. La paura che i balzelli entrino davvero in vigore in forze origina una paura diffusa di un conseguente minor potere di spesa per i consumatori. Il grosso del ritracciamento, comunque, dipende ancora dal forte calo dei tecnologici, in atto da tempo: altre azioni di settori diversi vanno bene – un esempio su tutti Berkshire Hathaway, che ha quasi raggiunto i massimi storici. I timori di inflazione spingono l’oro, che ha recuperato la forza per veleggiare intorno ai 3.000 dollari l’oncia. L’euro-dollaro, invece, fluttua nell’area 1.05/1.10; se l’economia americana dovesse indebolirsi ulteriormente, si verificherebbe in tutta probabilità un passaggio in fascia 1.10/1,15: è tradizione della Federal Reserve reagire alle difficoltà con la svalutazione della moneta.

Canada, Carney nuovo premier

Intanto in Canada si è insediato il nuovo premier. Si tratta di Mark Carney, economista, nonché ex banchiere centrale. Il sostituto di Justin Trudeau ha messo al centro del suo programma una politica per aumentare i posti di lavoro e una campagna di costruzioni immobiliari, con l’obiettivo di favorire la discesa dei prezzi delle case. Sullo sfondo, le prossime elezioni, i dazi e il “vicino ingombrante” Donald Trump, che per la prossima tornata canadese “tiferà contro” i liberali di Carney, auspicando l’insediamento di un esecutivo guidato dai Conservatori. Proprio per evitare che i canadesi si ricompattino intorno al nuovo premier, il presidente degli Stati Uniti potrebbe ammorbidire l’atteggiamento sui dazi e, più in generale, cercare di sgelare i rapporti con la Foglia d’Acero.

Ottawa, Europa?

Anche perché nei cittadini canadesi, già non troppo in sintonia con i vicini del sud, l’atteggiamento nei confronti di Washington è ai minimi storici, almeno da quando il Paese è indipendente dalla Gran Bretagna. Sembra suggerirlo anche un sondaggio, in cui il 47% dei canadesi si è detto favorevole all’adesione all’Unione Europea come 28esimo Paese membro (29% i contrari, uno su quattro gli indecisi e poco sopra il 10% i cittadini intenzionati a unirsi agli Usa). Certamente, questa è poco più di una nota di colore: i sondaggi di questo tipo lasciano spesso il tempo che trovano. E’ però curioso che da parte europea ci sia affrettati a plaudire ai risultati delle interviste: per bocca di Paula Pinho, portavoce della Commissione Ue, le istituzioni europee si sono dette “onorate” da questi dati. Tuttavia, anche se i criteri dovessero aprire a un’adesione, questa opzione è difficilmente realizzabile. Sebbene Ue e Canada siano, come ha detto la portavoce della Commissione, “partner con idee simili”, sono troppo distanti geograficamente per potersi unire. Un ingresso di Ottawa non porterebbe vantaggi né al Canada (per cui è sicuramente più conveniente interfacciarsi, come fa oggi, con l’economia americana), né a Bruxelles.

Groenlandia, secco “no” agli Stati Uniti

Se il Canada si riscopre rivale degli americani, anche la vicina Groenlandia non è da meno. Nelle elezioni legislative hanno prevalso gli indipendentisti moderati dei Demokraattit, con un balzo in avanti anche di Naleraq, partito nazionalista radicale. In un quadro in cui quasi tutti i partiti chiedono, in forma diversa, il distacco da Copenhagen (l’unica lista unionista ha raccolto poco più del 7%). I vincitori, propugnatori di una strada graduale ma sufficientemente ragionata verso la sovranità, sono ugualmente contrari alle mire americane sull’isola, contrastate anche da una manifestazione trasversale di cittadini. Probabilmente si arriverà, in un prossimo futuro, all’indipendenza dell’isola; in questo caso, i 57.000 abitanti dovranno scegliere il (o i) partner per commerciare in minerali di cui il sottosuolo è pieno. L’Unione Europea ha avviato recentemente colloqui per trovare un accordo, ma l’operazione sembra partita in ritardo.

Northvolt in bancarotta

E’ invece ufficiale l’ormai acclarato stato di bancarotta in cui è piombata Northvolt, società svedese specializzata in produzione di batterie per le auto elettriche. La gigafactory venderà il vendibile per ripianare i debiti per 5 miliardi di dollari, mentre 3.000 persone perderanno il lavoro. Con il fallimento di Northvolt, l’Europa si sveglia sprovvista di una grande azienda locale di batterie, indispensabili per le e-cars su cui la Commissione Ue ha puntato tutto. In altre parole, la bancarotta dell’azienda svedese rischia di legare l’Ue mani e piedi alla Cina. Il crack Northvolt è la testimonianza del tramonto dell’auto elettrica europea: non è escluso che ora si verifichi una retromarcia e si avvii un confronto su un nuovo progetto sostenibile, ma nello stesso tempo non penalizzante per le imprese automobilistiche e i cittadini.

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Dazi, annunci e controannunci mandano gli indici in confusione

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

I mercati stanno procedendo in ordine sparso e apparentemente senza una direzione certa. Il caos che sembra imperare è soprattutto un problema americano. L’Europa, dopo le fiammate dovute agli annunci del riarmo e del nuovo piano di rilancio tedesco (ora in forse), ha aperto la settimana in rosso; tuttavia, se si osserva il grafico relativo a un periodo più lungo, si nota che i listini del nostro continente hanno archiviato due mesi positivi, mentre Wall Street, è protagonista di un lungo ritracciamento, che coinvolge soprattutto il Nasdaq.

Il “no” dei verdi tedeschi

Alla settimana difficile dell’Europa ha contribuito la dichiarazione dei verdi tedeschi, intenzionati a non votare la riforma del freno al debito voluta dal cancelliere in pectore Friedrich Merz. Una riforma che, ricordiamolo, fa parte dei pacchetti proposti al “vecchio” parlamento, ancora in carica. Il piano, in spregio al fiscal contact, prevede 800 miliardi di spesa pubblica, che secondo gli analisti comporterebbero un effetto positivo del 2% l’anno. E che cercherebbero di fermare il declino di un Paese evidenziato dall’andamento dei titoli di stato: i Bund a 30 anni hanno perso oltre il 10% e oltre e quelli a dieci il 6,5%. Gli ecologisti hanno detto chiaro e tondo che il progetto di Cdu-Csu e Spd per la difesa e le infrastrutture “non s’ha da fare”, rilanciando invece sui fondi per il clima. Il 18 marzo, giorno in cui è prevista la discussione del piano Merz, è molto vicino; regna l’incertezza e le Borse europee (Francoforte in testa) lo hanno fatto capire molto bene.

Il riarmo è in atto da anni

A far discutere è anche il rapporto annuale del Sipri, istituto internazionale di ricerca sulla pace con sede a Stoccolma. L’organismo ha rivelato che il riarmo è già in atto e non da ieri: tra il 2020 e il 2024, infatti, le importazioni di armamenti da parte di Stati europei membri Nato sono raddoppiate rispetto al quinquennio precedente, con un 64% di acquisti da aziende americane. Evidentemente, le imprese franco-tedesche, leader in Europa tra i fornitori militari, non hanno più la capacità di assorbire tutti gli ordini e i Paesi devono rivolgersi altrove. L’eventuale riarmo, di cui attualmente è stato dato solo l’annuncio, potrebbe così impattare più sugli indici americani che su quelli europei.

Tira e molla sui dazi

A colpire in modo bipartisan sia le Borse di casa nostra, sia quelle dello Zio Sam (ma soprattutto queste ultime) sono invece i dati sul lavoro Usa, che a febbraio hanno evidenziato una crescita di 151.000 nuovi occupati, contro gli oltre 160.000 previsti dagli analisti. A deprimere gli indici è anche (anzi, soprattutto) il tira e molla sui dazi: le tariffe doganali nei confronti di Canada e Messico, già entrate in vigore, sono state sospese, mentre quelle rivolte alla Cina sono attive e già “rimbalzate” da Pechino con una serie di contro-dazi, tra il 10% e il 15% sui prodotti agricoli dello zio Sam. Chiaro l’intento di colpire una categoria di persone identificate come sostenitori di Donald Trump. Una storia molto arruffata, che sembra non avere una logica, ma che probabilmente ce l’ha. Si parla dei dazi come dell’invenzione di un solo uomo, dimenticando che dietro di lui c’è un’amministrazione che valuta la portata di ogni misura. Probabilmente, i collaboratori di Trump si sono resi conto che i dazi al Canada, e soprattutto al Messico, possono provocare un rialzo dei prezzi, arrecando danni ai consumatori.

Confusione? No, grazie

Oltre che colpire i cittadini americani, i timori provocati dai dazi sono in grado di frenare le Borse, che non amano la confusione e che, appunto, hanno reagito al braccio di ferro sui balzelli doganali con un arretramento generalizzato. In un periodo particolarmente negativo per Wall Street che vede, da inizio anno, il Nasdaq a -11,48%, mentre lo S&P è circa a -4,53%. Questi dati fanno emergere la crisi della tecnologia, che come già ricordato sta ritracciando dopo un lungo periodo di corse frenetiche. Stessa situazione per Tesla, che ora sembra in rotta: in realtà l’azienda di Elon Musk, pur perdendo oltre il 40% da inizio anno, continua a capitalizzare di più rispetto a tutti gli altri produttori di auto messi insieme. Della serie: un conto è la quotazione in Borsa, un conto la salute di una società.

Effetto domino

Il caos sui mercati si riverbera in un effetto domino un po’ ovunque. Anche nel rapporto euro-dollaro: in una settimana, il biglietto verde ha perso il 4,5% – dato, questo, sicuramente non sgradito a Trump, che notoriamente preferisce una moneta debole rispetto alle altre grandi valute. Anche il petrolio, attualmente sotto i 70 dollari al barile, rivela che il mercato inizia a scontare il rallentamento economico.
In un quadro così caotico, persino l’oro non ha lo sprint per andare a rompere il muro dei 3.000 dollari. Che fare allora? La cautela è d’obbligo, in presenza di una volatilità in aumento. Al momento, tenere troppi titoli in tasca è diventato più rischioso. Per questo motivo, è consigliabile portare a casa il 10%-15% del proprio portafoglio, soprattutto quello dedicato alle azioni europee.

Milano, si avvicinano i Giochi Olimpici. Ma i cantieri sono bloccati.

A meno di un anno dai Giochi Olimpici invernali, la cantieristica di Milano è in parte bloccata. In città si è costruito troppo, e spesso male, e ora spuntano i dubbi sul Salva Milano, misura la cui introduzione sembrava praticamente certa e che oggi è bloccata in Senato. Che la legge si approvi oppure no, il legislatore non potrà evitare di mettere una pezza a questa situazione: ci sono cittadini che, in buona fede, hanno già versato caparre per case la cui costruzione è stata pur temporaneamente fermata. Disagi di questo tipo rischiano di rallentare, o addirittura di impedire, futuri piani urbanistici, un po’ per timore di nuove inchieste, un po’ per sfiducia da parte dei cittadini, costretti a lungaggini burocratiche e rischi di non completamento di un’abitazione già in parte pagata. Anche progetti nati per una riqualificazione rischiano di arenarsi per la litigiosità delle parti in causa. Ne è un esempio il villaggio progettato nell’area del Parco Sempione, che dovrebbe sorgere dopo l’interramento dei binari delle Ferrovie Nord e avrebbe tra i suoi obiettivi anche l’ampliamento dello spazio verde.
Inizialmente il piano, con un finanziamento dello Stato pari a 150 milioni, prevedeva un’area dedicata alla costruzione di immobili prima di 90.000 metri quadri, poi diventati 60.000, gestito dal privato Census Italy in cambio del coinvolgimento del progetto. Il Comune ha poi cercato di ridurre ulteriormente lo spazio edificabile per evitare lo sfregio urbanistico, innescando un confronto con la Regione, preoccupata che tutto possa saltare perché non più sostenibile economicamente. I dubbi sul Salva Milano, giusti o sbagliati che siano, piazzano ulteriori ostacoli su progetti di questo tipo, instillando timori e ripensamenti anche su piani nati con buone intenzioni.

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Le bigtech affossano Wall Street

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

L’apertura di questa settimana ha evidenziato un ribasso del Nasdaq (-2,6%), che ha trascinato in basso gli indici americani. Ad affossare il listino tecnologico Usa sono state le sette bigtech, il cui sensibile arretramento già in atto si è acuito.

Le cause del crollo

Molti i fattori alla base di questa performance negativa. Tra questi, svolge un ruolo importante il timore di una bolla, i cui rischi erano stati ampiamente preannunciati. Le big della tecnologia hanno corso troppo e una rettifica del loro valore borsistico era facile da prevedere, anche in virtù della rotazione settoriale in atto da gennaio. Un esempio può essere fornito dal grafico di Nvidia: il suo titolo è a -20% da inizio anno, ma conserva un sontuoso +40% rispetto al 2024. Inoltre, ha fatto scalpore il calo della capitalizzazione del gruppo sotto i 3.000 miliardi, anche se in realtà rimane 20 volte il fatturato. In questa situazione già esplosiva si è improvvisamente inserito DeepSeek, che ha dimostrato in quale misura sia possibile costruire un’intelligenza artificiale con chip di seconda mano e spese infinitesimamente minori rispetto a quelle dei concorrenti americani. E’ pur vero che il mercato cinese è ancora circondato da una certa opacità, ma la sfida dell’intelligenza artificiale di Pechino ha colto nel segno, e il tema degli investimenti previsti sull’acquisto di chip ha fatto irruzione a gamba tesa sul cammino del Nasdaq.

Dazi, un fantasma che si aggira per il mondo

A influire sul calo delle bigtech anche le misure restrittive Usa alla Cina sui chip, che si sono riversate sul Nasdaq. Ma anche l’ufficializzazione dei dazi rivolti contro Pechino, Canada e Messico e partiti ufficialmente ieri: le tariffe doganali hanno causato un ritracciamento non solo dell’indice tecnologico, ma anche di S&P 500 e Dow Jones (già in calo a fine settimana dopo lo scontro fra Donald Trump e Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca). I “balzelli di Trump” si stanno trasformando nel classico fantasma che si aggira per il mondo: non è ancora dato di capire quali siano le minacce serie e quali le boutade per trattare su temi ben precisi. Certo è che in aprile potrebbe presentarsi un nuovo round di gravami economici: ai possibili dazi contro l’Europa sul settore automobilistico si è affiancato l’annuncio, con un tono molto generico, di tributi sui prodotti agricoli. Mentre in Canada esplode una campagna di boicottaggio di prodotti americani e in Messico si pensa di fare altrettanto (seguendo il monito della presidente Claudia Sheinbaum), l’Europa – distratta dalla fine degli aiuti Usa a Kiev – reagisce in ordine sparso. Anche all’interno della coalizione di governo italiana ci sono due distinte linee di pensiero: quella della premier Giorgia Meloni, favorevole a una trattativa comune Ue con l’amministrazione americana, e quella del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, secondo cui è possibile negoziare anche a livello bilaterale (da Paese a Paese) e non solo delegando tutto all’Europa. Magari sfruttando i buoni rapporti tra gli esecutivi di Roma e Washington. E’ comunque importante fare di tutto per evitare una guerra commerciale fra Stati Uniti ed Europa. I dazi prospettati contro l’Ue sono molto pesanti, e potrebbero fare molto male al nostro continente, proprio come le sanzioni alla Russia. Sicuramente, un sistema di dazi incrociati transoceanici danneggerebbe anche gli Stati Uniti, che però sarebbero protetti dalla reindustrializzazione sponsorizzata da Trump nel suo primo mandato e proseguita da Joe Biden. L’impresa europea, già colpita dalle sanzioni, rischierebbe invece di rimanere irrilevante, anche per la quasi assenza di grandi società tecnologiche, concentrate fra l’America del nord e l’Estremo Oriente.

Bitcoin tra l’incudine e il martello

Altra possibile vittima dei dazi potrebbero essere i Bitcoin, che però incontrano il favore di Trump: prima della sua elezione, il valore della criptovaluta veleggiava sui 60.000 dollari; con la vittoria del candidato repubblicano ha superato i 100.000; poi ha rifiatato, attestandosi sopra gli 80.000, e ora è tornata oltre i 90.000, dopo l’intenzione espressa dal presidente Usa di stabilire una riserva strategica su valute digitali (oltre ai Bitcoin, anche Ethereum, Cardano, Solana e Ripple). Obiettivo di Trump è trasformare gli Stati Uniti nel centro nevralgico delle crypto, diversificando contemporaneamente le riserve finanziarie.

Sturmtruppen in Borsa

Forse gli indici europei sarebbero stati destinati ai ribassi sperimentati dai mercati Usa se non si fosse verificato un nuovo balzo in avanti dei titoli defence.
Le azioni del settore militare hanno rimbalzato dopo i colloqui organizzati in fretta e furia a Londra con il duplice obiettivo di sostenere l’Ucraina dopo il disimpegno americano e di attuare una poderosa politica di riarmo, con l’eventuale unificazione degli eserciti del continente (Paesi neutrali esclusi). I titoli del settore difesa sono quindi stati oggetto di acquisti folli, e questo sebbene i paesi europei siano usciti dal vertice di Londra totalmente divisi, sia sul grado di impegno in questa operazione, sia nella catena di comando, che ha già contrapposto Gran Bretagna e Francia. Il mercato compra le notizie e vende sui fatti: vedremo poi che cosa accadrà realmente. E’ però probabile che l’improvvisa febbre guerresca delle Sturmtruppen europee evidenzi obiettivi reali. Se eccettuiamo gli entusiasmi bellici di alcuni leader continentali, il reale motivo di questa svolta sembra l’esclusione delle spese militari dalle restrizioni di bilancio: secondo questa interpretazione, la corsa al riarmo non sarebbe altro che un maquillage per poter risollevare il Pil europeo. In ogni caso, le Borse hanno evitato un tracollo da effetto domino e hanno viaggiato sulle montagne russe: lunedì Piazza Affari ha stabilito nuovi record per poi calare in modo pronunciato il giorno seguente.

Previsioni errate

Exploit della difesa a parte, le Borse europee sono comunque in buona salute. Si sono quindi rivelati errati i consigli di inizio anno di varie case di investimento, che avevano suggerito di puntare sulle bigtech americane e sul Nasdaq sottopesando la presenza di titoli europei in portafoglio. Oggi siamo a un punto di svolta: dall’altro lato dell’oceano si capirà presto la natura del crollo dei titoli tecnologici (forte rettifica oppure bolla), mentre l’Europa è sospesa fra un’ulteriore crescita e uno storno. Per questo motivo, i primi giorni di marzo dovrebbero indurre a un sano momento di attesa. In altre parole, occorre cautela: non è il momento di alleggerire ma neppure di comprare. Meglio tenere le posizioni, almeno fino alla prossima settimana: i finanziari sembrano vicini ai massimi e le aziende di armamenti hanno già valutazioni esorbitanti. Al massimo, se proprio si vuole acquistare qualcosa, è consigliabile scegliere titoli super difensivi, come le utility, e al limite qualche azione del lusso. Le obbligazioni europee sono invece un mercato al momento molto stabile, che offre poco rendimento: qualora l’azionario dovesse stornare in modo deciso può essere una buona scelta parcheggiare la liquidità nei bond. Se le obbligazioni italiane si attestano ormai sul 2%, resta un affare l’acquisto di quelle americane, che a causa dell’immobilismo Fed possono rendere una percentuale vicina al 5%; prima di scegliere i treasury, però, occorre considerare il rischio valuta, particolarmente pronunciato in questo periodo contraddistinto da incertezza sui dazi e sui rapporti politici tra Europa e Stati Uniti.

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Wall Street da record, Borse europee più tranquille

Il Dow Jones ha superato i massimi storici e il Nasdaq raggiunge livelli molto alti, trainato dall'intelligenza artificiale. Nel nostro continente, invece, i listini procedono in ordine sparso, in attesa dei dati di metà anno delle società quotate. La Legge sul ripristino della natura e i suoi rischi

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Record assoluto per il Dow Jones, che ha superato i massimi storici, mentre il Nasdaq ha raggiunto il livello migliore degli ultimi sei anni. Tra gli elementi che hanno spinto in alto Wall Street, il calo dell'inflazione Usa, mentre il recupero della fiducia delle famiglie americane (con l'indice più alto dal 2021) ha influito molto meno: si tratta infatti di una percezione, che dipende dal ciclo economico ed è stata fortemente influenzata dall'aumento dei salari. L'exploit delle Borse di oltre oceano non è stato intaccato neppure dallo stop russo agli accordi sul passaggio del grano nel Mar Nero. Occorre però effettuare un distinguo. Prendiamo le 500 società quotate all'indice S&P: sette di queste aziende capitalizzano il 30% dell'intero indice, trainate anche dal boom (che potrebbe rivelarsi una bolla) dell'intelligenza artificiale. Ad avere frantumato i record sono soprattutto questi sette titoli. Se scorporiamo le restanti 493 imprese, gli enormi rialzi si riducono al 2%.

Una breve attesa

Ora, in ogni caso, i mercati americano ed europeo (meno brillante e con andamento “misto”) attendono i dati di metà anno, per capire da che parte tirerà il vento del ciclo economico. Per ora, gli investitori possono proseguire in una strategia di mantenimento (soprattutto su Piazza Affari, ancora sostenuta da un buon flusso di dividendi, in media al +4%), senza però lasciarsi prendere la mano dagli acquisti. E raddrizzando le antenne, per captare gli eventuali, primi segnali di un possibile storno: la lunga stagione dei rialzi è iniziata lo scorso 6 ottobre ed è stata attutita solo da un periodo di trading range: prima o poi è comprensibile aspettarsi una correzione. Anche perché le avvisaglie ci sono tutte, e ci mostrano indizi di rallentamento del ciclo economico. Mentre in Asia la Cina non cresce più come prima.

Banche centrali: quanti rialzi?

I timori di una nuova crisi economica sono molto alti, ma le banche centrali si apprestano a un altro rialzo dei tassi. Occorrerà capire di quanto saliranno. Jamie Dimon, presidente e ceo di Jp Morgan, ha previsto una nuova crescita dell'inflazione Usa, che potrebbe portare i tassi di interesse al 6% o al 7% in breve tempo, rendendo inevitabile una recessione. Che cosa farà, invece, la Bce? Ancora non si sa. L'Eurotower non ha ritenuto sufficiente il calo di ritmo dell'inflazione registrato a giugno (la sua crescita è stata del 6,4%, contro il 7,6% di maggio), e quasi sicuramente procederà, prima di fine mese, a un lla che nuovo ritocco dello 0,25%. La notizia è che l'intervento potrebbe essere l'ultimo. Il probabile stop di agosto fungerà anche da pausa di riflessione, con esiti ancora tutti da definire, specialmente se l'inflazione dovesse confermare il trend ribassista. Una posizione - quetende a condizionare la decisione all'esame dei dati - su cui si è detto favorevole anche Joachim Nagel, presidente di Bundesbank, nonché sostenitore della politica di inasprimento monetario intrapreso nel corso di quest'ultimo anno dalla Bce.

Il monito di Visco

Leggere i dati, certo: ma come? Lo deciderà l'ennesimo confronto fra “falchi” e “colombe” nell'ambito dell'Eurotower: i primi più concentrati sulla lotta al vortice inflattivo, i secondi sulla prevenzione dei rischi di recessione che incombono sull'economia europea. Nel secondo gruppo c'è Ignazio Visco, governatore di Banca d'Italia, che ieri, in un'intervista a Bloomberg Tv, a margine del G20 di Gandhinagar (India) ha voluto piazzare qualche paletto. L'inflazione, ha detto il governatore di Banca d'Italia, “scenderà ancora perché inizieranno a riflettersi gli effetti della riduzione del prezzo dell'energia”. Secondo Visco, il calo “sarà più veloce del previsto". Anche se l'inflazione core, ha aggiunto, “si sta mostrando ancora ostinata". L'obiettivo del 2% previsto entro fine 2025, ha poi puntualizzato, “potrebbe essere raggiunto prima del previsto ". In ogni caso, ha concluso, “non penso che abbiamo bisogno di una recessione. Possiamo disinflazionare l'economia senza” doverci per forza arrivare. E, aggiungiamo noi, senza vedere aumentare la rata media dei mutui casa, che è già salita della percentuale monstre del 28%. E che sta mettendo a rischio i rimborsi di chi ha scelto la formula a tasso variabile, che ora si sta dimostrando particolarmente discutibile.

Legge sul “ripristino della natura”: economie a rischio?

A Bruxelles, dopo uno scontro senza precedenti, il Parlamento europeo ha votato la controversa Legge sul ripristino della natura, con uno scarto di appena 21 voti. La norma prevede, entro il 2030, di reintrodurre non meno del 20% degli habitat perduti o minacciati. Questo, secondo i sostenitori della misura, contribuirebbe alla lotta contro i cambiamenti climatici, invertendo il trend che sta portando il pianeta alla perdita di biodiversità. Una posizione che è stata contrastata da chi ha votato contro questa norma, nella convinzione che questi obiettivi debbano essere raggiunti in maniera graduale e senza minacciare le attività economiche. La legge appena approvata, infatti, non si applicherebbe solo alle aree protette, ma anche alle zone attualmente adibite ad attività agricole o produttive. Causando, di fatto, una minaccia per varie imprese. Si teme che la legge possa dare il via libera a situazioni estreme, simili a quella che si è creata in Olanda, dove il governo Rutte ha fatto dell'obbligo di abbattere di un terzo dei capi fra mucche, maiali e galline un cavallo di battaglia. Una posizione che ha scatenato la dura protesta degli allevatori e minato il consenso popolare all'esecutivo, poi caduto sulla legge migranti. La Legge sul ripristino della natura, dunque, rischia di replicare in altri paesi d'Europa (prima di tutto in Francia) situazioni simili. E, di conseguenza, di favorire tagli abnormi a produzioni agricole e casearie, causare proteste popolari e provocare perdite alle aziende. Creando, oltretutto, fenomeni paradossali, che facilmente vedrebbero i paesi europei sopperire alla carenza di raccolto e produzione importando da paesi che non soggiacciono a misure di questo tipo, né agli scrupolosi controlli igienici comunitari. Risultato? Un peggioramento della qualità del cibo sulle nostre tavole e vari danni alle nostre economie. Oltre che, last but not least, una pericolosa perdita di autosufficienza dell'Europa, che metterebbe il nostro continente alla mercé di altre aree del mondo. Come già avviene per altri comparti produttivi.

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Primo semestre, Piazza Affari leader europea

La Borsa di Milano ha smentito con disinvoltura le previsioni negative, tagliando il traguardo di metà anno con una crescita del 19,6%. Merito delle performance dei titoli bancari, ampiamente presenti a Palazzo Mezzanotte. Ma anche…

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Ottima performance per Piazza Affari nel primo semestre 2023. Milano si è infatti imposta come leader europea dei listini, con una crescita del 19% - una prestazione che non si vedeva dal settembre del 2008. Palazzo Mezzanotte si lascia dietro le Borse di Madrid (+16,6%), Francoforte (+16%), Parigi (+14,3%) e Amsterdam (+12,3%).

Pronostici smentiti

La crescita della Borsa di Milano smentisce le previsioni dei sedicenti esperti finanziari, che avevano previsto risultati al ribasso e che hanno ampiamente dimostrato di non saper leggere i dati. A spingere la performance sono essenzialmente tre fattori. Il più importante è la forte presenza, nel listino milanese, di titoli finanziari e bancari, che in epoca di tassi di interesse alti hanno guadagnato moltissimo. Negli anni in cui l’inflazione era bassa, gli istituti di credito depositavano la liquidità presente sui conti correnti dei clienti in Banca Centrale Europea, con tassi negativi al -0,50%; ora ottengono risultati importanti, anche perché – nonostante la stretta creditizia - hanno lasciato i conti correnti dei poveri investitori con rendimento zero. C’è però chi si è ricordato del personale: è Intesa Sanpaolo, che ha alzato i bonus per i dipendenti, con l’obiettivo di condividere con loro gli ottimi risultati ottenuti in questi mesi. La seconda causa della prestazione positiva di Piazza Affari è il prodotto interno lordo italiano, che si è piazzato fra i migliori d’Europa, a differenza di quelli francese e tedesco. Infine, ha dato il suo contributo anche la corretta impostazione del governo in tema di programmazione economica. Oltre all’ottimo semestre dei listini, poi, occorre anche evidenziare la buona situazione dei titoli di stato: lo spread naviga fra quota 170 e 175, contro i 205 punti base di inizio anno.

Il recupero dei tecnologici

Nel mondo, però, c’è anche chi ha fatto meglio di noi. Si tratta del Nasdaq, che ha addirittura incrementato il suo valore del 30%, segnando il miglior primo semestre dal 1983. Quando, cioè, Ronald Reagan era alle prese con il suo primo mandato presidenziale. A una prima occhiata, l’affermazione del Nasdaq assume i contorni di un risultato eccezionale. Ma l’impennata dell’indice è ampiamente spiegabile. L’anno scorso, i risultati borsistici americani erano stati trainati al ribasso dalla crisi dei tecnologici. Ora, il listino sta semplicemente recuperando il terreno perduto, sulla scia delle buone prestazioni registrate dalle bigtech e dell’impennata dell’intelligenza artificiale – che però sembra troppo veloce e improvvisa per non farci temere una bolla. A questo bisogna aggiungere la tradizione degli anni pre-elettorali, che solitamente spingono in alto tutte le Borse americane, anche in un periodo, come questo, che ha visto i tassi Usa passare in 18 mesi dal territorio negativo al 5%.

Le prospettive

Tagliato il “traguardo volante” di metà anno, quali sono le prospettive delle Borse per i prossimi mesi? Difficile da prevedere, dato che i mercati, dopo un lungo periodo di trading range, sono improvvisamente tornate a salire. Molto probabilmente, agosto e inizio settembre saranno periodi tranquilli, con una fase stagnante di letargo. Con l’arrivo dell’autunno, invece, potremo intravedere meglio una tendenza possibile per la parte rimanente dell’anno. Per ora, sembra più saggia una strategia di mantenimento del portafoglio. Tra i settori a maggiore possibilità di crescita ci sono i petroliferi europei (con aziende come Eni, la cui valutazione è ancora molto sottodimensionata rispetto al suo valore reale) e ancora vari bancari e assicurativi (primi fra tutti, Intesa Sanpaolo e Generali).

Inflazione in discesa

In Europa, l’inflazione continua a scendere, anche se alcuni settori, come l’alimentare o il turistico, non accennano a fermare i rincari. Soprattutto nel secondo caso, è in atto una speculazione che sfrutta il desiderio di viaggiare degli europei, deflagrato una volta archiviate le restrizioni Covid: è difficilmente spiegabile – se non, appunto, con un effetto speculativo – che in alcuni casi costi di più volare da Milano a Cagliari che non a New York. In ogni caso, c’è un paese in controtendenza: è la Germania, dove – anche a causa dello stop al bonus trasporti – l’inflazione ha raggiunto il 6,4%, crescendo di un decimo rispetto alla rilevazione precedente. Il dato non può che preoccupare: Berlino è il volano d’Europa e insieme all’Italia traina l’industria del continente. Non dimentichiamo poi che l’economia tedesca è messa sotto scacco da due importanti fattori di crisi: le scelte molto discutibili introdotte dall’Europa in materia di mobilità elettrica, che rischia di distruggere l’automotive tedesco (e italiano) e il proseguimento della guerra russo-ucraina, i cui effetti sull’economia colpiscono la Germania più di ogni altro paese europeo. E, a proposito di conflitti, è molto preoccupante la situazione in Francia, che vede da alcuni giorni scontri per le strade delle principali città, violenze diffuse e saccheggi indiscriminati. Oltre al grave problema di ordine pubblico e al timore di “contagi” in altri paesi europei, ne risentirà sicuramente anche l’economia: meno consumi, devastazioni su larga scala e soprattutto stop al turismo, che per la Francia è una voce molto importante. Il tutto si inserisce in un periodo che, come già detto, vede Parigi in difficoltà sul fronte del prodotto interno lordo.

De-risking

Sul fronte internazionale, continua a far parlare l’opportunità di procedere sulla strada del de-risking nei confronti della Cina. Cioè la riduzione della dipendenza europea da Pechino, che è attualmente il primo fornitore mondiale dell’Ue e il suo terzo mercato di distribuzione merci. L’iniziativa, annunciata da Ursula von der Leyen lo scorso marzo, ha fatto passi avanti in questi giorni, e punta a mantenere la Cina nel ruolo di partner importante del commercio con l’Ue, riducendo però la sua presenza nelle aree in cui è coinvolta la sicurezza stessa dell’Unione e dei singoli paesi membri. Sul de-risking si discute proprio in un periodo di contrasti acuti fra Usa e Cina, con l’amministrazione Biden che, secondo i rumours, starebbe pensando di limitare l’accesso al cloud alle aziende cinesi. È davvero possibile una reale azione in grado di limitare la presenza dominante di Pechino nel commercio europeo? E, se sì, in quale misura? Premesso che Cina, Europa e Stati Uniti sono necessari gli uni agli altri, potrebbe rivelarsi utile riportare nell’Ue alcune industrie protagoniste della massiccia delocalizzazione, vera e propria follia che ha pervaso il commercio fra gli anni Novanta e i primi anni Duemila. Per un’economia florida, un paese sovrano ha bisogno anche di imprese di produzione all’interno dei suoi confini. Avere solo imprese di servizi rende vulnerabili nei confronti di eventuali choc endogeni o esogeni

 Linate. Fermata Linate

Infine, una notizia di ieri: a Milano è stata finalmente completata la tratta della metropolitana 4 che collegherà Piazza San Babila con Linate, permettendo ai viaggiatori di raggiungere il centro di Milano dal suo city airport in appena 11 minuti. L’inaugurazione del nuovo tronco della metropolitana dimostra anche quanto fosse miope l’idea – sviluppata in contemporanea all’inaugurazione del terminal 2 di Malpensa – di ridimensionare o addirittura chiudere Linate. Che invece si dimostra uno scalo molto comodo e vicino alla città come pochi altri nel mondo. La metropolitana 4 ha anche provocato, a cascata, un rialzo dei prezzi delle abitazioni lungo il tracciato della nuova linea, che si era già avvertito a inizio lavori e che ora si inserisce in una forbice tra il 7% e il 12%.

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Bank of England, molto rumore per nulla

Il rialzo dei tassi all'1% deciso dalla “Old Lady” ha fatto clamore, ma l'operazione è solo un normale ritocco. I veri problemi vengono dalla nuova tensione sugli spread nell'Eurozona, in particolar modo sul differenziale Bund-Btp

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

La decisione di Bank of England di portare i tassi all'1% ha fatto molto parlare. Soprattutto perchè il board ha preso la decisione senza l'unanimità. L'annuncio e le dinamiche dell'operazione hanno sollevato un certo clamore, anche in virtù del fatto che la Boe detiene il 30% del debito inglese.
Tuttavia, il polverone che si è alzato dopo questa decisione è esagerato. Oggi come oggi, il ritocco ai tassi di interesse è quasi una non-notizia, perché il mercato ha già ampiamente scontato in anticipo queste operazioni. Più che altro, a interessare maggiormente è l'entità del rialzo. Ma - non è mai pleonastico puntualizzarlo – fra un incremento di 0,25% e uno di 0,50% c'è ben poca differenza.
Piuttosto, la Old Lady dovrà affrontare l'ondata di inflazione salariale che sta investendo la Gran Bretagna, diretta conseguenza della Brexit e della maggior difficoltà per i giovani europei nel candidarsi per un posto di lavoro nei domini di Sua Maestà. In un Paese che, oltretutto, ha un costo della vita davvero molto alto, soprattutto nella capitale e nel sud dell'isola.

Stati Uniti, un coacervo di economie

Su quest'ultimo aspetto, se Londra piange, Washington non ride. Anche in alcune parti degli Stati Uniti i prezzi sono balzati in alto in maniera davvero importante. Una di queste aree è la città di Miami, dove il costo della vita si è rapidamente gonfiato a causa del trasferimento dei nuovi ricchi in Florida. Dinamica che ha portato uno sviluppo abnorme del mercato immobiliare e un'inflazione a due cifre.
Tuttavia, oltre oceano, la forbice fra ricchi e poveri (e fra le aree economicamente più sviluppate) è molto più alta che nella ex madrepatria. Gli Usa sono un mondo molto variegato: Stati come Mississippi o la Georgia sono realtà molto diverse da città come New York o Miami, con sistemi economici differenti fra loro come e più di quelli dei vari Paesi Ue. Ma gli Usa hanno un'integrazione fiscale e anche una lingua sola, aspetti che rendono più semplice una politica comune e la forte mobilità dei cittadini.
Se a Washington qualcosa sembra certo è comunque un rialzo dei tassi maggiore rispetto a quanto avverrà a Londra e, molto probabilmente, a Bruxelles: quelli a breve dovrebbero arrivare al 3%, con la curva dei rendimenti dei titoli di stato che si sta già adattando.

Nuovo allarme spread

Fatte le dovute proporzioni, la situazione italiana presenta rischi peggiori rispetto all'inflazione inglese o americana: l'allargamento degli spread Bund-Btp potrebbe tornare a creare parecchi problemi nel nostro Paese. Il titolo di stato tedesco, è vero, si trova particolarmente sotto pressione, ma rende comunque soltanto l'1%. E il debito pubblico italiano, ovviamente, non aiuta a essere ottimisti.
Sembrano di un altro mondo Paesi come il Giappone, che ha il doppio dello stock di debito pubblico italiano ma mantiene un rating AAA e, a differenza di quanto accade altrove, non muove di una virgola i tassi decennali, fermi allo 0,25%. Inflazione o non inflazione.
Invece, il caso italiano è differente, anche perché legato al sistema euro: se esplodessero gli spread, il futuro della nostra moneta tornerebbe a correre molti rischi. Senza poi la certezza che ci sia un nuovo whatever it takes a riequilibrare la situazione.
In questo scenario troneggia l'ipocrisia in certi settori della finanza: mentre gli stati sovrani (e le loro imprese) devono sottostare alle sanzioni, i fondi hedge che hanno sede nei paradisi fiscali – quegli stessi fondi che, per inciso, creano problemi sugli spread e “giocano” sulla vita di cittadini e popoli - fanno quello che vogliono. E commerciano senza alcun problema con la Russia.

Tetto al gas, en attendant Godot

In questo contesto, l'Unione Europea continua a discutere (ormai da settimane) sul tetto al prezzo del gas. E non giunge a un accordo. È proprio il caso di dirlo, con le parole di Tito Livio: dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur. Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata. In questo caso è a Bruxelles che si parla, ma poco cambia. Ci sono Paesi membri a cui fermare l'impennata del gas non conviene, e il diritto di veto li tutela. Un istituto vecchio, pensato quando i membri della vecchia Comunità Europea erano pochi, ora è in grado di paralizzare una decisione così importante. E gli sforzi di paesi come Germania e Francia per ammorbidirlo sono stati finora vani.
Non tutto il male, però, viene per nuocere. Perché a servirsi (almeno per ora) del diritto di veto è anche il governo ungherese, contrario all'embargo totale sul petrolio russo. Una decisione, quest'ultima, che potrebbe rivelarsi un assist a porta vuota per la recessione e favorire l'impoverimento di molti cittadini. Oltre a rivelarsi completamente ipocrita. Trovare un paese esportatore di petrolio che rispetti gli standard etici è una vera impresa. Se si dovesse stabilire un embargo per tutti gli Stati che violano i diritti umani – è stato sottolineato da più parti - acquisteremmo solo greggio norvegese. E l'economia collasserebbe in gran parte d'Europa.

Il picco sembra vicino

A frenare i venti di crisi sono le trimestrali, che settimana dopo settimana vengono diffuse dalle aziende. In media, i dati non sono negativi e ci mostrano anche ottime performance – ultima in ordine cronologico quella di Pfizer.
Per l'azienda farmaceutica, spinta dai vaccini anti-Covid, le previsioni a breve termine sono di un riassestamento sul basso. Ma ciò non è affatto detto: se a ottobre si riproponesse la necessità di organizzare una nuova vaccinazione di massa, l'azienda di New York potrebbe trovare una nuova spinta verso un bilancio molto positivo.
Le trimestrali non hanno deluso, ma il mercato azionario fa ancora fatica, soprattutto considerando i titoli tecnologici. Da inizio anno l'indice S&P500 è calato del 17%, mentre il Nasdaq 100 è sceso del 26,14%. E questo indice potrebbe calare ancora: vale ancora il doppio rispetto al 31 dicembre 2017 ed è semplicemente rientrato da eccessi incredibili. Non sembra però così lontano il momento in cui sarà conveniente entrare in questo mercato.
Per le materie prime, invece, sembra arrivata la fine della folle corsa verso l'alto. Il petrolio si è stabilizzato sui 100 dollari, l'alluminio è calato del 10% e persino l'oro è sceso di 50 dollari. Dimostrando con questo di aver perso da tempo la sua natura difensiva, anche se è una delle poche asset class ancora positive.
Per il resto – rimanendo nel campo degli asset “difensivi” o supposti tali – il mondo delle criptovalute continua a calare, e persino il franco svizzero ha perso il 2%, avvicinandosi dopo molti anni alla parità con il dollaro.
Oggi, orientarsi sul breve è davvero molto difficile. Alcuni subordinati bancari rendono il 7% (ma non sono acquistabili dal mercato retail), ci sono titoli sul mercato italiano con un dividendo del 4,5% ed Eurostoxx è vicino al 3,20%. Mentre spuntano altre opportunità molto simili. Ma, se si ha un po' di tempo e pazienza, è meglio prevedere investimenti a più lungo termine. La guerra rende più alto il rischio azionario; se però eviteremo la recessione, il mercato difficilmente scenderà ancora.


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