Broadcom, una storia americana
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo un iniziale arretramento, dovuto all’impatto del forte e improvviso calo del titolo di Broadcom, le Borse europee hanno assorbito il colpo e recuperato le perdite.
A soffrire davvero il crollo del titolo dell’azienda di semiconduttori, giunto dopo un anno di avanzamenti fino al 75% e risultati sopra le aspettative, sono stati i mercati americani, in particolare il Nasdaq. Il momento critico dei tecnologici continua a manifestarsi anche nelle criptovalute, in crollo verticale. Da parte sua Milano, come spesso è accaduto quest’anno, ha mostrato un recupero particolarmente brillante, avvenuto dopo un ritracciamento minimale. Niente di diverso dal trading range molto stretto che prosegue da tempo. La rotazione settoriale, in questo caso, ha premiato l’automotive, in ripresa per il dietrofront della Commissione europea sullo stop totale alla produzione di auto endotermiche.
Costretti alla sovraperformance
Il caso Broadcom resta una storia soprattutto americana, con difficoltà che a prima vista sembrano inspiegabili, date le ottime performance di quest’anno e i dati finanziari ben al di sopra di quelli attesi. Cercare di capire questo improvviso ritracciamento apparentemente senza ragioni può chiarire meglio le dinamiche di un settore in espansione devastante come quello dell’intelligenza artificiale. Tra i motivi del caso Broadcom, dunque, c’è proprio la forte (e predominante) esposizione dell’azienda di semiconduttori sull’Ia, che va benissimo, mentre il resto dei business procede nell’anonimato, sbilanciando le fonti di ricavo. Inoltre, quando si cresce, gli investitori si aspettano sempre di più, e anche una proiezione che prefigura un futuro un po’ meno brillante manda i mercati in allarme. Insomma: se sali del 75%, sei costretto a migliorare l’anno dopo, per evitare che un incremento ancora formidabile, ma inferiore, venga accolto freddamente dai mercati.
Bolla sì, bolla no
Il violento storno di Broadcom, che ha eroso una parte importante dell’avanzamento registrato dal suo titolo quest’anno, ha fatto tornare di moda quella che sembra la “madre di tutte le domande”: ci sarà o non ci sarà la bolla dell’intelligenza artificiale? La risposta è difficile da abbozzare, anche perché l’asticella delle risposte si sposta sul “sì” o sul “no” a seconda del singolo avvenimento che si è manifestato più di recente. Si alternano proclami e dichiarazioni del tipo “la bolla sta per scoppiare” e “non ci sarà nessuna bolla”, rendendo un futuro già incerto ancora più indecifrabile. Forse, prima o poi un ribilanciamento ci sarà. Ma non necessariamente una bolla. Tanto più che “tecnologia” e “intelligenza artificiale” non sono sinonimi: Apple e Microsoft, per esempio, diversificano fra varie attività, mentre per Nvidia (come del resto per Broadcom) l’Ia ha un ruolo trainante. Una cosa è importante ricordare: che fino a quando la crescita legata all’intelligenza artificiale contribuirà ad avere effetti economici positivi sulle aziende, le cose andranno bene; in caso contrario, i soldi inizieranno a vaporizzarsi. Se la bolla dovesse manifestarsi, ci saranno vincitori e perdenti, come ai tempi della crisi delle dotcom: alcune aziende ne usciranno bene, molte altre saranno ridotte alla marginalità, o rischieranno addirittura di sparire.
Le Poste crescono in Tim
Il tempo prenatalizio 2025 verrà comunque ricordato per improvvisi movimenti azionari, effettuati o tentati. Molto interessante, per esempio, l’incremento di Poste Italiane in Tim: il “gigante giallo” è ora al 27,3% della compagnia telefonica storica. L’operazione ha avuto luogo con l’acquisto del 2,5% controllato da Vivendi (in uscita completa da Tim), per l’importo di 187 milioni di euro. Tuttavia, non ci sarà l’opa sul 100% del capitale della compagnia telefonica: le Poste hanno sfruttato una norma prevista dal Testo unico della finanza, che prevede l’esenzione dall’offerta pubblica di acquisto se lo “sconfinamento” è temporaneo. Il socio che ha superato il limite (in questo caso Poste Italiane) deve vendere la parte eccedente entro 12 mesi, e non sfruttare il diritto di voto oltre il 25%. Qualcuno ha visto in questa mossa un tentativo di rientro dello Stato nel capitale di Tim (quasi il 30% delle Poste è controllato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, e circa il 35% è nelle mani della Cassa Depositi e Prestiti, a sua volta detenuta dal Mef). E la cosa non è certo negativa: in determinate aziende importanti, lo Stato può ancora dire la sua.
Tether vuole la Juve. Ma Exor schiera la barriera
Sembra avere poche possibilità di successo Tether nel suo tentativo di scalata della Juventus. Attualmente seconda azionista del club, con oltre il 10%, la stablecoin ha reso nota un’offerta vincolante per acquisire la parte di capitale controllata da Exor, pari al 65%, per il controvalore di 1,1 miliardi di euro. Paolo Ardoino, amministratore delegato di Tether e tifoso bianconero, metterebbe sul piatto un altro miliardo per la campagna acquisti. La holding della famiglia Agnelli ha prontamente respinto la richiesta al mittente. Tether potrebbe, a questo punto, rilanciare, ma difficilmente gli Elkann cederanno a questa società. Intendiamoci: il passaggio di proprietà della Juventus è possibile, ma sembra più probabile che il pacchetto di maggioranza della società bianconera prenda la via dell’Arabia Saudita, che organizzerà i Mondiali del 2034 e ha bisogno di aumentare in modo massiccio e veloce la sua presenza nel sistema calcio.
Warner Bros: chi la prenderà?
Più intricata la partita che si sta giocando intorno a Warner Bros Discovery. Netflix ne ha annunciato l’acquisto del gruppo per 82,7 miliardi di dollari: l’operazione ha suscitato proteste e preoccupazioni nell’ambiente, anche se Netflix ha assicurato che non cambierà il carattere cinematografico di Warner, almeno per ora. In particolare, si teme il conflitto di interessi fra cinema e streaming, e la possibilità che le visioni via computer anticipino quelle sul grande schermo, penalizzandole. Con i rischi connessi, primo fra tutti la perdita di posti di lavoro. Importante anche la questione dell’accesso al database storico di Warner, su cui avrà certamente l’Antitrust americano avrà qualcosa da dire. La partita sembra ancora aperta, perché Paramount avrebbe rilanciato sia dal lato economico (18 miliardi in più), sia promettendo di garantire 30 film l’anno. A influenzare la decisione potrebbe essere Donald Trump, ormai onnipresente come il classico “prezzemolo”.
Dopo-Powell: si scalda il toto-successore in Fed
Il presidente americano sta naturalmente preparando un dossier molto più “pertinente” al suo ruolo: la successione a Jerome Powell alla guida della Federal Reserve, prevista l’anno prossimo. Due i possibili nomi, svelati dallo stesso inquilino della Casa Bianca in un’intervista al Wall Street Journal: Kevin Warsh, ex membro del board dei governatori Fed, e Kevin Hassett, direttore del Consiglio Economico Nazionale. Secondo Trump, il prossimo numero uno della Fed dovrebbe coinvolgerlo nella politica dei tassi, anche se – ha ammesso lo stesso tycoon – non è tenuto a seguire pedissequamente le indicazioni presidenziali. Ma quasi sicuramente il Tesoro americano sceglierà il candidato più dovish. In una situazione di partenza in cui, nonostante i tassi al 4%, l’economia Usa è in ottimo stato. L’inflazione americana è però sopra le aspettative: a favorirla, i dati sull’occupazione, i dazi e le restrizioni sull’ingresso di forza lavoro. La Fed, dunque, dovrebbe decidere un nuovo taglio di 25 centesimi nel terzo trimestre; poi è probabile uno stop che potrebbe
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Forte calo di Tesla: dobbiamo preoccuparci?
L'azienda di Elon Musk ha arretrato il margine lordo dal 19,3% al 18,1%, cioè ai livelli più bassi dal 2019. Il tonfo in Borsa del titolo ha sfiorato il 10%. Ma, se guardiamo i valori a lungo termine...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Primi dati del secondo trimestre 2023 per le aziende quotate americane. Ad aprire il giro dei numeri sono state Netflix e Tesla, che hanno entrambe deluso le aspettative. La società di intrattenimento e film in streaming ha ottenuto una crescita più debole del previsto - con annesso calo in Borsa - nonostante il record di abbonamenti dovuto anche alle nuove regole sulla condivisione delle password. Molto peggio è andata a Elon Musk, che nonostante il +20% dell'utile, ha visto arretrare il margine lordo dal 19,3% al 18,1%, cioè ai livelli più bassi dall'era pre-Covid (2019). Il tonfo in Borsa del titolo ha sfiorato il 10%. I dati fanno scalpore, ma non devono preoccupare troppo gli investitori. Perché, se guardiamo più attentamente, l'ammiraglia di Elon Musk ha visto arretrare il suo titolo dopo un guadagno di oltre il 100% da inizio anno. Più che un crollo, dunque, si tratta di un riassestamento su posizioni comunque molto vantaggiose. Più che la situazione di Tesla – gestibilissima – Elon Musk si dovrebbe preoccupare di Twitter, che finora si è dimostrato un investimento poco riuscito. Qualcuno ha persino affermato che il recente cambiamento del logo del social network – dal tradizionale uccellino blu a un'anonima X – sia un modo per distrarre l'attenzione generale dalla sostenibilità di Twitter, deviandola su argomenti più leggeri.
Parola d'ordine: mantenere
Il calo di Tesla non ha frenato la corsa delle Borse americane. Il Dow Jones, per esempio, da anni non chiudeva con nove sedute consecutive in rialzo. L'Europa, invece, non ha offerto grossi spunti: siamo ancora in una fase di calma, aspettando settembre. Il consiglio per gli investitori non cambia da quelli espressi in precedenza: mantenere, mantenere e mantenere, senza aumentare le posizioni (o almeno senza farlo troppo). Il mercato è ancora ben intonato, ma tiene per inerzia: le altre trimestrali e lo “scavallamento” dell'estate schiariranno le idee un po' a tutti.
Punto di domanda
Naturalmente, di qui ad agosto c'è anche l'appuntamento con le decisioni di Fed e Bce sui tassi. I mercati sono convinti che il rialzo estivo di Washington e Francoforte avverrà, sempre nella misura dello 0,25%. La vera incognita è l'appuntamento successivo, più incerto per la Federal Reserve (aperta allo stop definitivo se i dati di inflazione lo permetteranno), meno per la Banca Centrale Europea, che potrebbe fermarsi solo dopo i due interventi ritenuti probabili da mercati e analisti. Attualmente, l'economia americana sta comunque meglio di quella Ue, il cui momento negativo è, ancora una volta, influenzato dalla lunga guerra russo-ucraina. Mentre, ironia della sorte, la pur sanzionata Russia registrerà performance migliori rispetto ai principali paesi dell'Unione, e probabilmente anche della stessa Eurozona. Questo perché, mentre l'Occidente prosegue con la politica di embargo, la maggior parte del mondo non ha smesso di fare affari con Mosca, sfruttando anzi i prezzi migliori che, data la situazione geopolitica, si possono spuntare.
Braccio di ferro sul grano
Questa situazione non cambia neppure in tempo di “guerra del grano”, i cui effetti si potrebbero sentire presto sulle economie dell'Europa occidentale. Anche se, a quanto sembra, gli ucraini sembrano aver trovato vie alternative per assicurarne il passaggio. In questo caso, gli eventuali aumenti dei generi alimentari sarebbero da attribuire alla solita speculazione, i cui effetti nefasti abbiamo già sperimentato con le bollette di luce e gas. Finora, l'unica conseguenza tangibile sull'economia mondiale dovuto al braccio di ferro è l'aumento del petrolio, che però ha superato solo di poco gli 80 dollari, da qualche settimana limite massimo ufficioso del “territorio di sicurezza”.
Calciatori d'Arabia
L'Arabia Saudita segue una politica ormai consolidata all'insegna dei tagli alla produzione di greggio, ma non bada a spese per il suo nuovo business: la realizzazione di una lega calcio competitiva, che a suon di petrodollari attiri i migliori giocatori del mondo. Un campionato che non vuole certo proporsi come ultimo approdo per molti campioni anziani – come furono la lega americana degli anni Settanta, con l'ingaggio di fuoriclasse del calibro di Pelé e Franz Beckenbauer, e il più recente ma egualmente effimero campionato cinese. Se i sauditi hanno ingaggiato un Cristiano Ronaldo ormai a fine carriera, stanno infatti portando a casa anche giocatori nel pieno del vigore, e provando affondi clamorosi (come l'offerta folle di 300 milioni di euro per Kylian Mbappé). Lo scopo dell'offensiva di Riad sul calcio è creare un campionato di poche squadre che possa affiancarsi ai tradizionali appuntamenti calcistici europei e sudamericani, facendo concorrenza a tornei di lunga tradizione e “tirando la volata” a un eventuale campionato del mondo in Arabia. Tuttavia, c'è forse anche un ulteriore obiettivo: indebolire le squadre che partecipano alla Champions League – o, almeno, quelle che non hanno una proprietà riconducibile alle ricche famiglie della penisola arabica. Non per niente, le squadre della Saudi Professional League puntano soprattutto (anche se non solo) su giocatori svincolati, il cui ingaggio non prevede la corresponsione di denaro al club di origine del calciatore.
Perplessità elettriche
Se l'Arabia Saudita cerca di comprarsi un ruolo nel calcio, la Cina potrebbe prendersi, dal 2035 in poi, l'automotive. Tuttavia, il passaggio della mobilità all'elettrico desta sempre più perplessità. Oltre al ridimensionamento di un'industria fondamentale per paesi come Italia, Germania e Francia, sono sempre più all'ordine del giorno questioni di sicurezza: in caso di urto, le auto elettriche provocano un incendio, se non un'esplosione. È sufficiente una scintilla oppure una giornata di caldo estremo per combinare il patatrac. Inoltre, la ricarica di queste vetture è troppo lenta, e in alcuni casi impossibile. Prendiamo l’esempio del terribile uragano con trombe d'aria che solo poche ore fa ha sconvolto il nord Italia, provocando parecchi danni a Milano. Poco dopo il passaggio della tromba d'aria, la metropoli ambrosiana è stata interessata da lunghi black out elettrici, che in alcuni casi si sono spinti oltre le tre ore. In questo caso, anche la ricarica notturna dell'automobile subirebbe un lungo stop, rendendo inservibile la vettura per un lungo periodo.
Piccole (e grandi) filiali chiudono
Non è la regolamentazione, ma la tecnologia a far chiudere sempre più sportelli bancari. Secondo una rilevazione della First Cisl, da inizio anno in Italia hanno terminato di operare quasi 600 filiali, con Milano leader di questa tendenza. Oltre all'effetto chiaro e innegabile della digitalizzazione, è possibile anche riscontrare un'altra causa: prima del boom dell'on line banking, era avvenuta una deregolamentazione per l'apertura delle agenzie, che aveva sostituito la vecchia disciplina di autorizzazione rigida da parte di Bankitalia per qualsiasi nuova inaugurazione. Gli sportelli che anni fa aprivano in numero elevato ora causano esuberi, spesso gestiti con scivoli e prepensionamenti di personale. A perderci sono soprattutto gli over 70, in molti casi poco abituati alle nuove tecnologie mobile e, oltretutto, bisognosi di rapporti umani che il digitale inevitabilmente riduce. Non è da escludere, in caso di chiusura di filiali, che alcuni anziani effettuino una scelta di prossimità. Con l'addio alla banca che ha rinunciato allo sportello in zona e l'approdo a un altro istituto che ha mantenuto la succursale sufficientemente vicina al loro domicilio.
Foto di Markus Spiske su Unsplash


