Politica monetaria, le banche centrali si dividono
Federal Reserve, Bank of England e Banca Nazionale Svizzera hanno deciso di tenere fermi i tassi, concedendo un respiro all'economia e distanziandosi dalla Bce, che sembra non volersi arrestare. Mentre in Giappone le percentuali restano ferme, in territorio negativo. Preoccupa però l'intenzione della Fed di lasciare alte a lungo le percentuali: si teme che poco cambierà prima di fine 2024
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo la Banca Centrale Europea, anche la Federal Reserve ha comunicato la sua decisione mensile sulla politica monetaria. Washington, a differenza di Francoforte, ha deciso di fermare la crescita dei tassi (è il secondo stop, in una manovra che ha finora fatto registrare 11 rialzi), mantenendo così la forbice fra il 5,25% e il 5,5%. Le parole con cui Jerome Powell ha spiegato la sua decisione, però, non sono state troppo confortanti. Il presidente della Fed ha infatti affermato da un lato che prossimamente potrebbero essere necessari altri aumenti, dall'altro che i tassi rimarranno alti per lungo tempo. A preoccupare i mercati è soprattutto la seconda affermazione: negli Usa, il costo del denaro rischia di rimanere alto per tutto il 2024 e forse oltre, con evidenti ripercussioni sull'economia.
Politiche divergenti
Insieme alla Fed, hanno optato per una pausa altri due importanti istituti centrali del mondo occidentale: la Banca d'Inghilterra e la Banca Nazionale Svizzera. Più in particolare, Big Ben ha detto stop dopo 15 interventi consecutivi, fermando la percentuale di riferimento a 5,25%, mentre Berna ha mantenuto costante il tasso all'1,75%, smentendo le previsioni degli analisti che ritenevano probabile un nuovo ritocco verso l'alto dello 0,25%. Tutte e tre le banche centrali potrebbero, in futuro, decidere per nuovi interventi, ma hanno preferito lasciar rifiatare le rispettive economie. Cosa che, come è ben noto, non ha fatto la Bce, il cui ritmo serrato rischia di portare al disastro economia, potere di spesa delle famiglie e Stati con debito pubblico alto. Sembra di assistere alle stesse scene del 2007, quando l'allora presidente dell'Eurotower Jean-Claude Trichet alzò i tassi, ma fu costretto a tornare precipitosamente indietro dopo la crisi Lehman. Una situazione simile potrebbe riproporsi: non per niente, Goldman Sachs ha già accennato a una possibile impennata degli spread – e quando le grandi banche d'affari iniziano ad affrontare questi argomenti, significa che hanno già posizioni short sui debiti dei paesi più in difficoltà. Sembra che attualmente la Bce sia intenzionata a fare qualsiasi cosa per raggiungere l'obiettivo del 2%. Quando, lo ripetiamo per l'ennesima volta, l'inflazione europea è una questione soprattutto di materie prime: finché queste non calano, la spirale inflattiva non può scendere troppo. Tassi o non tassi. E, da questo punto di vista, le cose non sono certo rassicuranti, a causa della nuova ascesa del petrolio che, a causa dell'asse fra Arabia Saudita e Russia, sta galoppando pericolosamente verso il valore di 100 dollari al barile. Invece che insistere fideisticamente in una monolitica strategia di rialzi in loop, la Bce dovrebbe accettare di mettersi in discussione, studiando gli esempi delle altre banche centrali occidentali. Quelle americana, inglese e svizzera, appena citate. E quella giapponese, che rappresenta la scelta diametralmente opposta: dallo scoppio della crisi in poi, Tokyo non ha abbandonato la tradizionale politica di tassi fermi, confermandosi l'unico paese del G7 a mantenere il costo del credito in territorio negativo. Anche l'avvicendamento, avvenuto alcuni mesi fa, del governatore della banca centrale (Kazuo Ueda al posto di Haruhiko Kuroda) ha lasciato invariato il piano operativo nipponico. Risultato? L'inflazione resta inferiore a quella di Eurolandia.
Vie alternative
Del resto, l'economia dell'Unione Europea, insieme a quella britannica, è la meno brillante nel mondo occidentale. Vale a dire che oltre oceano le condizioni sono migliori: l'economia statunitense è molto più vicina all'equilibrio rispetto alla nostra, con un'inflazione che arretra gradualmente. Sicuramente, alla crisi europea contribuisce anche lo stop della Germania, di cui per anni ha tratto beneficio l'intero continente. Berlino ha vissuto per più di 20 anni su tre cardini: l'assenza di svalutazioni competitive, che ha favorito una crescita di salari reali, il gas russo a basso prezzo e un export in Cina praticamente illimitato. Oggi, con il metano di Mosca ridotto ai minimi termini e i problemi geopolitici che riguardano Pechino, si manifestano tutti i limiti dell'espansione economica della Germania che, come si è visto dagli ultimi accadimenti, non dipende da buone politiche di bilancio. Non potendo più beneficiare del “traino” tedesco, i paesi del centro e sud Europa dovrebbero cercare alternative. L'Italia, per esempio, ha una strada obbligata: quella di ritagliarsi un ruolo in Africa con il “piano Mattei” di cui si sta insistentemente parlando.
Sofferenze bancarie al minimo dal 2006
L'aumento dei tassi, come è ampiamente risaputo, ha dato una grossa spinta alle banche, contribuendo ai loro utili record. Anche se in futuro, il possibile rovescio della medaglia potrebbe vedere i loro bilanci indeboliti proprio da un’altra conseguenza della stretta creditizia: la recessione che incombe e che, giocoforza, minerà la capacità di spesa degli italiani. Intanto, però, le aziende bancarie si godono un altro successo, evidenziato dal Market Watch Npl, inchiesta realizzata dall’ufficio studi di Banca Ifis e presentato nel corso del Npl Meeting di Cernobbio. Dalla ricerca emerge infatti che il tasso di deterioramento del credito delle banche italiane dovrebbe chiudere l'anno all'1,2%, minimo storico dal 2006. Inoltre, prosegue lo studio, negli ultimi otto anni lo stock Npe si è ridotto di 55 miliardi, scendendo dai 361 di inizio 2015 ai 306 di fine 2022. Nello stesso periodo, gli operatori del mercato Npl hanno favorito il processo di derisking delle banche italiane, con 352 miliardi di euro in crediti deteriorati transati - di cui 42 sono stati ceduti nel 2022. Questo risultato dipende sicuramente dalle regolamentazioni Eba e dal lavoro dei player specializzati nella gestione dei non performing loans, ma anche dalla stretta creditizia che le banche hanno applicato dopo la crisi Lehman. Un trend che è stato rinforzato dalla rimozione di autonomia decisionale un tempo concessa alle filiali e ai loro direttori: oggi al contrario anche per concedere piccoli crediti si inizia a utilizzare l'intelligenza artificiale. Il che, ovviamente, svilisce la professionalità e gli skill di chi in banca ci lavora, oltre che accordare meno finanziamenti alla clientela.
Meglio aspettare
Sicuramente, l'andamento delle banche sarà determinante per i prossimi risultati della Borsa di Milano. Che al momento percorre una linea ribassista (Piazza Affari ha già fatto registrare quattro sedure negative) ma non abbastanza per effettuare movimenti drastici sul mercato. In un momento di incertezza come quello attuale, è probabilmente saggio rimanere in una situazione di attesa: il mercato non è ancora bene intonato, ma la discesa è ancora marginale, e non si vedono ancora grandi opportunità per gli investitori.
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Il record che non ti aspetti
Per i mercati europei, il primo mese del 2023 è stato il miglior gennaio da 25 anni a questa parte. Il rimbalzo, che ben pochi avevano previsto, potrebbe però fermarsi in febbraio, frenato da un cambio di passo negli utili. Intanto, l'attesa delle nuove comunicazioni di Fed e Bce rende nervosi gli investitori
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Per le Borse, il primo mese del 2023 si è chiuso inaspettatamente in grande spolvero. In particolare, l'Europa ha archiviato il miglior gennaio da 25 anni a questa parte, con un incremento dell'11% circa.
Anche l'ultima settimana completa del mese è andata molto bene, specialmente a Piazza Affari, che venerdì sera si è imposta come migliore Borsa europea. E che, in un anno, ha praticamente recuperato le perdite accumulate in precedenza.
Fra i settori più virtuosi, quello bancario, sostenuto dall'innalzamento dei tassi. Nei prossimi mesi è molto probabile che le aziende di credito siano in grado di proseguire il loro momento positivo, nonostante le prime sofferenze e insolvenze causate dal contesto economico. Questo potrà avvenire perché oggi le banche prestano denaro in misura molto minore rispetto al passato: per questo motivo hanno una posizione ben più solida rispetto a dieci anni fa, rinforzata anche dai nuovi requisiti di capitale introdotti in sede europea.
A brillare particolarmente sui listini italiani è Banco Bpm, che sta correndo dallo scorso dicembre e ha ampiamente superato i massimi del febbraio 2022. La situazione florida dell'istituto di Piazza Meda lascia aperte molte strade: la banca lombardo-veneta può essere appetibile sia come possibile oggetto di mire, sia come protagonista dell'acquisto di una banca piccola.
Improbabile, invece, che Banco Bpm possa essere interessata a rilevare Mps, a meno di partecipare all'operazione con un pool di banche – la classica “cordata”, operazione che sembra piacere particolarmente al ministero del Tesoro, primo azionista (con il 64%) del gruppo senese.
Attesa nervosa
Se la scorsa settimana le Borse hanno brillato, quella attuale si è invece aperta con un po' di nervosismo, sia in Europa, sia oltre oceano: solo Londra, fra i listini occidentali, è cresciuta, spinta dall'attuale sottodimensionamento britannico causato dai postumi della Brexit.
I motivi dello stop dei mercati sono essenzialmente tre. Il primo è, naturalmente, l'attesa delle conferenze di Federal Reserve e Banca Centrale Europea, che decideranno se proseguire sulla politica di innalzamento tassi (scelta che, per la verità, è molto probabile, se non scontata), ma soprattutto diranno ai mercati con quale tono intendono proseguire.
In secondo luogo, è perfettamente naturale che le Borse rifiatino dopo un incremento così poderoso (oltre che, ripetiamolo, inatteso).
Infine, a contribuire a una certa ansia è l'arrivo imminente di alcuni importanti dati sugli utili (fra poche ore sono attesi i numeri di Meta, domani quelli di Apple). In generale, per quel che riguarda i dati che verranno pubblicati nel corso di febbraio, salgono i timori di revisioni al ribasso degli utili.
Piano Mattei
Continua intanto a scendere il prezzo del gas, che è poi una delle principali cause dell'inflazione europea. Complici le temperature miti (rese ancora più calde dal favonio in arrivo sul Nord Italia nei prossimi giorni) e il calo del dollaro, il metano potrebbe presto sfondare verso il basso il muro dei 50 euro per megawattora.
Nello stesso tempo, l'Italia si è assicurata una collaborazione importante con il governo libico: l'Eni ha infatti siglato un accordo con Noc, compagnia statale di Tripoli, per produrre gas localmente e acquistarlo per le nostre necessità. L'intesa, che ha suscitato una certa irritazione in Francia, fa parte del revamping del “piano Mattei”, che prevede una partnership fra l'Italia e i paesi africani, all'insegna della condivisione e non dalle logiche predatorie a cui, purtroppo, sono soliti indulgere i paesi occidentali. Proprio obbedendo a queste linee guida, l'obiettivo della partnership è quindi sia garantire energia ai cittadini libici, sia accrescere i flussi di gas verso l'Italia e l'Europa.
Nel caso della Libia, la collaborazione è paritetica: l'Eni investirà 8 miliardi di dollari, ma sarà l'unica società a versare soldi sonanti. Il 50% che la Libia mette sul piatto è infatti costituita dai giacimenti di cui Tripoli è ricca.
Usa-Cina, venti di guerra
Se il “piano Mattei” punta a renderci indipendente dal gas di Mosca, la guerra russo-ucraina continua a imperversare, senza che si intraveda la luce in fondo al tunnel. Come se non bastasse, alcuni giorni fa Mike Minihan, generale dell'aeronautica americana, ha paventato l'apertura di un nuovo fronte, affermando in un rapporto che entro un paio d'anni la Cina potrebbe invadere Taiwan. Operazione che rischierebbe di coinvolgere direttamente gli Usa.
Minihan ha invitato le truppe americane ad “accelerare” la preparazione di un eventuale conflitto fra Pechino e Washington. “Spero di sbagliarmi”, ha affermato l'ufficiale, “ma il mio istinto mi suggerisce che combatteremo nel 2025”.
Una guerra guerreggiata sarebbe, ovviamente, l'incubo più devastante per il mondo intero, che non vedrebbe vincitori, ma solo vinti. Un conflitto che si svolgerebbe in un contesto molto incerto, con una situazione militare favorevole per gli Stati Uniti ma un indubbio vantaggio tecnologico (e numerico) per la Cina.
Se si verificasse invece uno scontro essenzialmente economico, la crisi andrebbe a riverberarsi sull'intero occidente, ormai legato mani e piedi agli scambi con Pechino. Che avrebbe così una fortissima leva nei confronti degli Usa e dei suoi alleati, ben più forte che non il gas e il petrolio russi.
Etf, i più innovativi?
Intanto, un sondaggio realizzato da State Street Global Advisors e diffuso nei giorni scorsi rivela che, per la maggioranza degli investitori di Europa e Medio Oriente, l'Etf rappresenta lo strumento più innovativo realizzato nel mondo delle negoziazioni.
È davvero così? Per l'investitore retail, probabilmente, sì. Alla fine, le performance degli exchange traded fund convergono con quelle offerte dai fondi, ma con commissioni di gestione minori. Proprio per questo motivo, gli Etf hanno avuto l'indubbio merito di aver reso gli investimenti finanziari meno costosi per il cliente retail, aprendo il mercato anche a risparmiatori che in precedenza erano esclusi da questa attività.
Tuttavia, al di là del singolo strumento, è la creazione (e la gestione dinamica) di un portafoglio di investimenti diversificati a fare la differenza: se è corretto porre attenzione sul costo dei singoli strumenti, è indiscutibilmente vero che l'obiettivo di un investimento è quello di generare valore nel tempo, compatibilmente con gli obiettivi dell’investitore ed il suo profilo di rischio.
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