Borse, prove tecniche di ripresa

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La guerra prosegue, il petrolio vola e i problemi legati al transito dallo Stretto di Hormuz sono ancora irrisolti. Tuttavia, le Borse hanno ormai fermato il trend in ripida discesa che aveva caratterizzato i primi giorni del conflitto. Possiamo affermare che, dato tutto quello che accade, i mercati stanno reagendo tutto sommato meglio del previsto. I listini americani sono su livelli non molto dissimili a quelli pre-bellici perché gli Usa sono esportatori di materie prime: gli indici europei e asiatici, dopo un arretramento fisiologico (che avrebbe potuto anche rivelarsi peggiore), si stanno invece arroccando su una nuova linea difensiva, cercando di consolidarsi e, possibilmente, di provare qualche rimbalzo.

Il ruolo chiave di Hormuz

Paradossalmente, è proprio la tenuta del mercato americano a spingere le Borse europee, aiutandole a costruire un fortino di resilienza. Decisivi per la strategia di rilancio, o almeno di difesa, saranno due elementi: la durata della guerra e la situazione dello Stretto di Hormuz. Un collo di bottiglia che finora è chiuso per alcuni Paesi e aperto per altri – primo tra tutti, la Cina. Hormuz è importante non solo per il transito di petrolio – soprattutto verso l’Asia – ma anche per il passaggio di Gnl, di metalli, di fertilizzanti e di molto altro materiale destinato (anche) all’Europa. Che, come l’Estremo Oriente, dipende in gran parte da materie prime di importazione. A bloccarsi a causa del conflitto e dell’ingolfamento dello Stretto non sono solo strutture petrolifere o di gas: il Bahrein, per esempio, ha fermato gli impianti di alluminio, mentre il transito dei fertilizzanti è a rischio, con gli annessi e connessi sull’agricoltura. Se la guerra dovesse terminare in breve tempo, e lo stallo si sbloccasse, potremmo assistere a un ritorno alla normalità e a un rapido recupero degli indici. In caso di sblocco di Hormuz manu militari potrebbe invece subentrare una forte crisi borsistica provvisoria; se però l’operazione consentisse un ritorno alla quasi normalità per le vie marittime e un calo fisiologico del prezzo del petrolio, le Borse – dopo un periodo di forche caudine – tornerebbero a salire. Entrambe le situazioni sottintendono una strategia, che però al momento non appare chiara. Donald Trump dà l’impressione di trovarsi completamente impantanato, e di non sapere come uscirne. E, se non se ne esce, il mercato riprende a scendere. Mentre l’inquilino della Casa Bianca, da parte sua, dovrebbe fare i conti con l’elettorato, che si ritrova la benzina alla pompa a circa 6 dollari al gallone, pari a quasi 1,40 euro al litro. Un prezzo che sarebbe valutato molto basso in Europa, ma che è considerato altissimo negli Stati Uniti, e potrebbe essere capace di disamorare l’elettorato americano alle prossime consultazioni di mid term.

Nervi saldi

Prevedere gli sviluppi della guerra, la sua lunghezza e il suo influsso sulle Borse nel prossimo futuro è molto difficile. Ma non si può dimenticare che anche gli storni peggiori, prima o poi, vengono recuperati. Se si consulta l’indice Msci World dal 1 gennaio 1999 è cresciuto dell’11,5% l’anno. Ogni crisi viene prima o poi digerita, e il mondo finanziario riparte. Per questo motivo, se si hanno i mezzi per sostenere l’investimento, è bene reagire alle fasi orso con sangue freddo: ogni volta che il mercato perde più del 10% è consigliabile rifiutare scelte dettate dal panico. Evitando di vendere, ma anzi aumentando il peso del proprio portafoglio.

Dispersione di rendimenti

Piazza Affari si trova di poco sotto all’apertura del 2 gennaio 2026, ma con una grande dispersione di rendimenti. Il settore industriale legato al cemento ha perso molto – per fare un esempio, WeBuild è calato del 35%, nonostante sia tuttora pieno di commesse. Anche le banche hanno pagato dazio, lasciando sul terreno circa il 15%. Dall’altro lato, le azioni di società produttrici di armi e i titoli petroliferi sono arrivati ai massimi, e quelli legate a tecnologia e innovazione hanno mostrato ottime performance. Mai come in un quadro caotico come quello attuale è consigliabile rimanere attenti alle dinamiche settoriali: a medio termine le banche hanno tutta la potenzialità per recuperare, vista la differenza fra il tasso a breve e quello a dieci anni, salito per paura dell’inflazione: quando il grafico è così inclinato, le banche fanno più utili, e la loro rimonta veloce è molto probabile. Per contro, attenzione ai petroliferi, che a fine guerra scenderanno.

Unicredit riaccende il risiko

A proposito di banche, Unicredit è tornato sul dossier Commerzbank. Il gruppo di piazza Gae Aulenti ha infatti comunicato il lancio di un’ops volontaria sull’istituto tedesco. L’offerta, recita una nota di Unicredit, punta “a superare la soglia del 30% prevista dalla normativa tedesca in materia di offerta pubblica di acquisto”, ma anche a “favorire, nelle prossime settimane, un confronto costruttivo con Commerzbank e con i suoi principali stakeholder“. Si prevede, prosegue la nota, che Unicredit raggiunga una partecipazione superiore al 30% nell’istituto tedesco, “senza tuttavia acquisirne il controllo”, per evitare alla banca di piazza Gae Aulenti “di aggiustare costantemente la propria partecipazione per rimanere al di sotto della soglia del 30% in ragione del programma di acquisto di azioni proprie in corso da parte di Commerzbank, nonché di poter successivamente incrementare liberamente la propria partecipazione sul mercato o con altre modalità”. Oggi, ricorda la nota, Unicredit detiene “una partecipazione diretta di circa il 26% in Commerzbank e un’ulteriore posizione di circa il 4% tramite total return swap”. Ritorna dunque il risiko bancario, con una sfida che mira a creare un confronto con Commerzbank e a superare lo scetticismo del governo tedesco, contrario a operazioni ostili. Sul fronte assicurativo, Generali sta valutando l’opportunità di sostituire Axa nella partnership di bancassurance con Mps (la collaborazione tra i francesi e il gruppo senese scadrà nel 2027). La mossa di Philippe Donnet potrebbe essere favorita dalla posizione di Montepaschi, che attraverso Mediobanca è il primo azionista del Leone di Trieste.

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Russia-Ucraina: è l'ora delle trattative

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il mondo ha gli occhi puntati sulle trattative dirette (le prime dal 2022) fra la delegazione russa e quella ucraina, che autorizza a sperare nell’interruzione di questa terribile strage. Nonostante le accuse incrociate, praticamente scontate, traspare da entrambi i contendenti la volontà di arrivare a una pace, anche se è ancora prematuro immaginarne i contorni e le condizioni.
E’ molto probabile che, oltre a questioni territoriali e militari, la Russia metta sul piatto della bilancia la revoca dei vari pacchetti di sanzioni, anche europee (l’ultimo, il 17esimo, è stato adottato ieri, e un altro è già stato annunciato). Oltre a Mosca, a beneficiare di uno stop all’embargo sarebbe l’Europa, la cui economia è stata danneggiata in modo grave dal quadro sanzionatorio.
Una volta finita la guerra occorrerà poi organizzare la ricostruzione dell’Ucraina, in cui l’Ue cercherà di ritagliarsi uno spazio – almeno quello lasciato libero dagli Stati Uniti, che con Kiev hanno già siglato l’accordo sulle terre rare.

Il prezzo del petrolio

Tra i temi sul tavolo, anche se non ufficialmente, sembra esserci anche il prezzo del petrolio, che divide Stati Uniti e Russia. Trump è ben felice che si mantenga basso: è una chiara strategia dell’amministrazione repubblicana per ingraziarsi i favori dei cittadini americani, lavorando per mantenere il pieno di benzina particolarmente economico. Putin, da parte sua, è molto svantaggiato dai prezzi soft del greggio, che vende a Cina e India a tariffe già molto scontate. Intendiamoci: se il petrolio scendesse ancora più in basso si rischierebbe di sfondare il già precario punto di equilibrio, causando recessione e cali delle Borse. Ma l’attuale valore di Brent e Wti potrebbe rivelarsi un’arma di pressione su Mosca. Più la guerra va avanti, più il suo peso si fa sentire anche sulla Russia: per questo motivo, è possibile un approccio meno rigido di Putin su un cessate il fuoco.

Borse in consolidamento

Le Borse, pur attente ai segnali di trattativa fra Mosca e Kiev, sono sembrate più condizionate in positivo dai tagli dei tassi in Cina e in negativo dall’incertezza sui dazi e dal downgrade del rating americano, declassato da Moody’s da AAA ad AA1. La decisione, causata in gran parte dall’enorme debito pubblico, pari a circa 36mila miliardi di dollari, priva Washington dell’ultima tripla A rimasta, allineando il rating Moody’s a quello di S&P e Fitch. Le prime reazioni negative dei mercati al downgrade sono state comunque annullate da un nuovo rimbalzo, che ha riportato gli indici sui trend precedenti. Le Borse europee, in generale, viaggiano intorno ai massimi, in una fase neutrale di consolidamento. Più lenti i listini americani, che però nel corso di questo mese hanno recuperato molto dai minimi e sembrano aver superato la fase di storno che aveva caratterizzato i primi mesi dell’anno. Per gli investitori è una fase di difficile interpretazione; oggi come oggi sembra però conveniente puntare sui titoli petroliferi, proprio in previsione di un ritocco verso l’alto del prezzo del greggio, e magari acquistare qualche spezzatura del settore automobilistico. Incertezza invece sull’oro, che grazie alle trattative russo-ucraine – e la conseguente minor richiesta di beni rifugio – potrebbe aver concluso la sua corsa.

Dazi, punto di rottura

Abbiamo più volte ricordato che le Borse hanno digerito i dazi in tempi sorprendentemente rapidi, ma l’economia non ha ancora smaltito il colpo se non da ko, almeno da knock down.
L’osservazione è particolarmente calzante per l‘Unione Europea, che si sta dimostrando elefantiaca nella ricerca di un negoziato con Washington. D’altra parte, ha affermato Federico Fubini sul Corriere della Sera, per l’Ue rispondere non è facile: se venisse scelta la via dei controdazi si amplificherebbe il rischio di un “avvitamento” e di una spinta inflattiva; in caso di mancata reazione, invece, ci si esporrebbe a ulteriori attacchi da parte di Trump. Mario Draghi, in un discorso tenuto a Coimbra, ha parlato di dazi come “punto di rottura”: è un azzardo, ha detto l’ex presidente Bce, “credere che i nostri scambi commerciali con gli Stati Uniti torneranno alla normalità”. Ma l’Europa, ha proseguito Draghi, deve provarci, e deve farlo con il massimo della forza, ragionando finalmente a una sola voce, e non con 27 risposte dissonanti. Se poi l’Ue vorrà davvero ridurre la sua dipendenza dalla crescita americana, ha aggiunto Draghi, “dovrà produrla da sé”. Nulla sarà più come prima, dunque? Riteniamo che la situazione sia difficile e problematica, in grado persino di ridefinire l’idea di Occidente. Tuttavia, con un po’ di buona volontà si può uscire dal tunnel. Elettori importanti di Trump, ma anche membri della sua amministrazione, hanno apertamente criticato la follia dei dazi; questo potrebbe indurre il presidente degli Stati Uniti (non estraneo a marce indietro e rivolgimenti dell’ultima ora) a tornare sui suoi passi. Anche perché il primo a essere danneggiato dalle tariffe è il consumatore americano. Che poi, una volta raggiunte le urne, diventa elettore e decide di conseguenza.

Difesa comune

A Coimbra, Draghi ha anche parlato del piano di difesa unica europea, caldeggiandone l’adozione. Definire un simile traguardo alla stregua di un’utopia, ha aggiunto, “equivale ad accettare la nostra irrilevanza militare”. Tutto vero. Ma è lecito chiedersi se davvero l’ombrello difensivo Usa sia del tutto compromesso. E se la possibilità di essere attaccati rappresenti un rischio reale oppure un’opinione. Legittima, magari autorevole, ma comunque un’opinione. Per questi motivi, riteniamo che un piano di debito comune – in sé un’ottima idea – dovrebbe essere sviluppato per urgenze reali e condivise, come favorire l’economia, agevolare le imprese, creare posti di lavoro, investire sulla sanità e sulla sicurezza delle nostre città.

Tu vuoi fa’ l’americano…

Un ottimo volano per l’economia italiana sarà sicuramente la disputa della 38esima America’s Cup “Louis Vuitton” a Napoli, tra la primavera e l’estate del 2027. Secondo i piani del governo, l’evento velistico renderà più veloce il risanamento dell’ex area siderurgica di Bagnoli e la sua trasformazione in un polo turistico, balneare e commerciale. Oltre, naturalmente, a una ricaduta di immagine positiva sull’Italia.
E’ ovviamente compito delle istituzioni nazionali e locali lavorare per quest’ultimo obiettivo, che è stato pienamente raggiunto nel corso del grande afflusso di pellegrini a Roma.

Le mosse di Unicredit

Lo sbarco dell’America’s Cup a Napoli potrebbe anche favorire un disgelo tra governo italiano e Unicredit, che è sponsor della manifestazione. Si vedrà. Intanto, il gruppo guidato da Andrea Orcel avrebbe chiesto alla Consob una sospensione di 30 giorni dell’offerta pubblica di scambio, per poter disporre di più tempo per esaminare gli spazi di intervento possibili dopo il golden power governativo. Proprio mentre Banco Bpm sta organizzando una campagna di difesa dall’ops.
Le cose non vanno meglio sul fronte tedesco: il governo di Berlino ha rilasciato dichiarazioni a difesa dell’indipendenza di Commerzbank, rendendo questa strada più ardua di una salita alpina.
Per Piazza Gae Aulenti i dubbi sono molti. Orcel è un manager molto preparato, e potrebbe decidere di cambiare strategia, senza scoprire le sue carte fino all’affondo finale.
Non è certo impossibile che Unicredit stia elaborando un “piano C”, virando sul mega-dossier Mediobanca-Generali, che è forse la partita più importante dell’attuale risiko bancario.

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Federal Reserve: improbabile un taglio dei tassi a marzo

Jerome Powell ha messo le cose in chiaro: a meno di clamorose sorprese, la prossima riunione della Fed lascerà invariato il costo del denaro. L'annuncio ha contribuito all'apertura di una settimana fiacca per le Borse europee. Con l'eccezione di Milano, che ha approfittato dei risultati eccellenti di Unicredit per chiudere in rialzo

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Continua la telenovela sul taglio dei tassi. Ora è la volta della Federal Reserve: il suo presidente Jerome Powell, confermando le indicazioni del Fomc, ha definito improbabile un calo delle percentuali già alla prossima riunione di marzo. L'inflazione sta scendendo, ha ricordato, ma occorre evitare il rischio di agire troppo presto (o troppo tardi, ha aggiunto). Per avviare l'allentamento delle condizioni monetarie il calo dell'inflazione dovrà dunque essere duraturo. In parole povere, negli Usa il taglio dei tassi può attendere.

Unicredit allunga

Le parole di Powell hanno influito sulle Borse europee, che hanno aperto questa settimana con ritmi molto fiacchi. Unica eccezione, Piazza Affari, che ha chiuso un lunedì brillante, a +1%. Tuttavia, il merito è quasi esclusivamente di Unicredit, schizzato a +8,2%. Il gruppo creditizio ha trainato il settore bancario e l'intero listino: senza Piazza Gae Aulenti, anche Milano si sarebbe allineata all'andamento degli altri listini europei. Il balzo in avanti di Unicredit dipende dai dati di bilancio, in special modo dall'utile raggiunto (decisamente superiore alle aspettative) e dai dividendi succulenti offerti agli azionisti. Nessuna novità, invece, sul fronte del risiko bancario: il ceo Andrea Orcel ha per ora escluso nuove acquisizioni. Il rally di Unicredit dà ragione a chi ha avuto la forza di tenere il suo titolo in portafoglio, nonostante le forti progressioni dell'ultimo anno e più. Chi ha acquistato le azioni della banca quando valevano 15 euro e le ha mantenute ha davvero fatto un grande affare. Che potrebbe rivelarsi ancora più proficuo in caso di un'ulteriore crescita – possibilissima, dato che i margini ci sono ancora.

Ferrari in pole position

La forza del settore bancario in un'epoca di tassi alti è strutturale e ampiamente spiegabile. Diversamente dalle “fiammate” contingenti, come lo sprint della Ferrari, salita del 10% dopo l'ingaggio a sorpresa di Lewis Hamilton. Un colpo che ha influito sulla Borsa più per l'approdo di sponsor e di attenzione sul Cavallino piuttosto che per ragioni più strettamente sportive, data anche l'età avanzata del fuoriclasse inglese. Non per niente, dopo l'allungo iniziale, i titoli della Rossa di Maranello hanno subito un riposizionamento.

Il punto sul petrolio

Tra i protagonisti di questi ultimi giorni il petrolio, che ha subito un calo sia nell'indice Brent, sia nel Wti, ma sempre all'interno della forbice tra i 70 e gli 80 dollari al barile. Tra i motivi dell'arretramento, il cauto ottimismo sulla crisi del Mar Rosso e le incertezze sul settore dei servizi in Cina. Cina che intanto ha registrato un cambio di gerarchia tra i suoi fornitori top: ora la leadership è stata conquistata dalla Russia, che con 107,02 milioni di tonnellate (+24%) ha superato l'Arabia Saudita. Mentre in India il greggio di Mosca è passato, dal 2021 a oggi, da quote trascurabili al 40% del petrolio importato, e in Brasile il gasolio russo ha superato quello americano. Petrolio e gas di Mosca sono stati dunque semplicemente dirottati dal mondo occidentale ad altri mercati, attutendo l'effetto delle sanzioni e creando problemi in una sola area geografica: l'Europa, che sta ancora arrancando a causa della ridotta fornitura a basso costo di gas russo. Unica eccezione, la Norvegia, Paese ricco di petrolio e gas naturale, che non aderisce né all'Unione Europea, né all'Opec ed è l'unico Stato europeo che, proprio per il greggio, ha i conti in attivo. Grazie anche alle massicce esportazioni di petrolio, Oslo ha visto il suo fondo sovrano battere tutti i record. Una strada che in futuro potrebbe essere percorsa anche dal Canada. Ottawa ha raddoppiato il Trans Mountain Pipeline, infrastruttura forse in grado di lanciare la Foglia d'Acero come Paese esportatore di petrolio. Potrebbe invece cavalcare la diversificazione energetica ed economica l'Arabia Saudita che, secondo rumours insistenti, starebbe esaminando la possibilità di vendere azioni di Aramco (la società petrolifera nazionale, maggiore esportatrice al mondo e quotata alla Borsa di Riad) per 10 miliardi di dollari. Un'operazione che comunque non intaccherebbe il controllo dell'azienda da parte dello stato (che ora, direttamente o indirettamente, si attesta sul 98%) e libererebbe una somma molto grande per i progetti sauditi, dal tentativo di conquistarsi uno spazio in ambito sportivo alla nuova città in progetto sul Mar Rosso.

La liquidazione Evergrande

In Cina è l'ora della liquidazione di Evergrande, sancita dall'alta corte di Hong Kong, che ha ufficializzato il fallimento gigantesco del colosso immobiliare. In realtà, però, il gruppo è in bancarotta da tre anni: nessuna sorpresa, dunque, nonostante le proteste dell'organizzazione di Shenzen, che ha conquistato il non invidiabile primato di gruppo real estate più indebitato al mondo, con un passivo-monstre di 350 miliardi di dollari. Di questi, 150 sono obbligazioni, contratte in giro per il mondo e ormai carta straccia. Piuttosto, la domanda d'obbligo è: lo stato si farà carico di completare i lavori edili già iniziati dalla società? Oppure sorgeranno “cattedrali nel deserto” e cantieri lasciati a metà e abbandonati? Difficile rispondere, anche perché a causa della crisi, molti cinesi inurbati in tempi recenti stanno tornando nelle campagne.

La protesta degli agricoltori

Prosegue la protesta degli agricoltori europei, spinti da una serie di motivazioni che, in alcuni casi, differiscono da Paese a Paese. In Francia, gli assembramenti di trattori hanno ottenuto un primo punto a favore, con il pronunciamento, da parte dell'intera classe politica, contro l'accordo di libero scambio Ue-Mercosur. In Italia, la protesta si concentra soprattutto sul contrasto alla diminuzione dei sussidi. Ma anche alla sostituzione di terreni agricoli con impianti fotovoltaici e al calo obbligatorio di aree coltivabili, sostenuti dalla commissione europea. Eventualità che, se davvero applicate, rischierebbero di far naufragare un settore di eccellenza come l'agricoltura del nostro continente, aprendo massicciamente i mercati a Paesi che non offrono la stessa qualità, né la stessa sicurezza su ogm, diserbanti e altre sostanze proibite in Europa. Ci perderebbero, dunque, sia gli imprenditori del settore (molti dei quali hanno aree dalle dimensioni non superiori a due ettari), sia i consumatori. A vantaggio delle grandi multinazionali. Proprio per la specificità dei prodotti della terra e la loro centralità nelle tavole delle persone, il settore agricolo dovrebbe essere l'unico da sussidiare in maniera continua e organica. A differenza del comparto automotive, che in Italia è stato aiutato in maniera massiccia nel corso degli anni. Non per niente, il diktat di Carlos Tavares – che ha affermato chiaro e tondo la possibile chiusura della produzione Stellantis in Italia in assenza di aiuti – ha suscitato reazioni irritate da governo, opposizioni e sindacati, mai così uniti come in questo frangente. Piuttosto, se si dovessero destinare sussidi all'industria, sarebbe preferibile dirottarli su Taranto, considerata l'attività strategica dell'Ilva. Mentre un aiuto alla ricerca sull'elettrico rischierebbe di creare un buco nell'acqua, dato che i consumatori italiani (e non solo) sono molto freddi nei confronti di queste vetture.

Foto di Dan Schiumarini su Unsplash


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