Primo warning dai mercati
Archiviato l'ottimo primo semestre 2023, le Borse chiudono la prima settimana di luglio in negativo. A incidere sull'arretramento potrebbe essere l'imminenza dei nuovi rialzi dei tassi, praticamente scontata a Francoforte, ma anche a Washington
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo aver archiviato un semestre record, i mercati hanno lanciato il primo warning dell'anno. È ancora presto per comprendere se si tratti di un trend o di un evento isolato, anche perché i mesi di luglio e agosto del mondo finanziario sono tradizionalmente più tranquilli; tuttavia, è possibile che i listini abbiano abbozzato una reazione negativa all'imminenza di nuovi rialzi dei tassi.
Previsioni difficili
Da oggi in avanti, tutto è possibile. Le previsioni per il primo semestre di quest'anno parlavano di un lungo periodo di calo scatenato dalla dura stretta monetaria a Francoforte, Washington e Londra. Invece, come abbiamo visto, si sono verificati rialzi che non si vedevano da lungo tempo, con grandi performance ottenute nei primi 45 giorni dell'anno, un lungo periodo intermedio di calma e un nuovo rimbalzo a fine semestre. Può darsi, quindi, che i listini siano in grado di superare anche il doppio rialzo che, su entrambe le sponde dell'Atlantico, sembra scontato. Nel dubbio, per i risparmiatori, è meglio mantenere le posizioni, senza aumentare peso sul mercato. Chi volesse ampliare i suoi investimenti, può ancora puntare sui titoli finanziari italiani, i cui numeri sono eccezionali, sia a livello di utili, sia in prospettiva come remunerazione: nei bancari, in particolare, ci si aspettano cedole tra l'8% e il 12%, nonostante il marcato rallentamento economico.
Obbligazioni, Btp e Gilt
Promettenti anche le obbligazioni: oggi come oggi, in uno scenario che vede una diminuzione dei tassi non prima del 2024, appare molto conveniente puntare su bond a scadenza quattro-cinque anni. Una formula che attualmente sembra migliore rispetto alla soluzione a uno-due anni, che offre una performance maggiore sul breve termine ma rende meno agevole reinvestire a scadenza alle stesse condizioni. Ultimamente, si è rivelato molto conveniente l'investimento sui Gilt, i titoli di stato inglesi che, pur meno rischiosi (AA) dei Btp, rendono di più (il 5%). La spiegazione risiede nel tasso di Londra, che sopravanza dell'1,5% quello Ue. Il rating inglese, da parte sua, risente di una situazione particolare, che vede la Bank of England detenere il 30% del debito pubblico, come del resto accade in Giappone. Questa politica, inimmaginabile nell'Unione Europea, controbilancia l'inflazione fuori controllo, rendendo più appetibili e meno rischiosi i titoli di Sua Maestà. Chi invece volesse scommettere una piccola parte del suo capitale (senza però rischiare troppo) potrebbe investire sulla Grecia. Superati i tempi peggiori, Atene brilla per stabilità politica e le sue attuali valutazioni sono nettamente inferiori rispetto alle maggiori piazze europee. Il margine di crescita è dunque alto, anche se il mercato ellenico è piuttosto ridotto e periferico.
Tassi, scarsi margini di manovra
Tornando ai tassi, sembra molto difficile che le banche centrali cambino in corsa la loro strategia. Se i due aumenti dello 0,25% sembrano scontati per la Bce, arrivano – come già anticipato - segnali molto simili dalla Fed, che pur aveva dato qualche indizio di discontinuità con l'effimera sospensione di una strategia al rialzo. Il ritorno alla stretta monetaria è stato chiaramente preconizzato da chiari messaggi lanciati da alcuni dirigenti della banca centrale americana. Come Michael Barr, vicepresidente della Fed, che vede l'obiettivo vicino, aggiungendo però che “abbiamo ancora un po’ di lavoro da fare”. Ancora più diretta la presidente della Fed di Cleveland, Loretta Mester, secondo cui “per garantire che l’inflazione torni su un percorso sostenibile e rapido verso il 2%” i tassi dovrebbero “aumentare ulteriormente rispetto al livello attuale e poi rimanervi per un po’ di tempo, mentre accumuliamo maggiori informazioni sull’evoluzione dell’economia”. Questa strategia, che riporta la Federal Reserve sui binari su cui è sfrecciata nell'ultimo anno, non sembra però giustificata da ulteriori aumenti di energia e cibo, il cui costo sembra in discesa. L'unico settore che soffre il caro-prezzi, in varie parti del mondo, è quello dei servizi, con i consumatori che (soprattutto in Europa) sembrano disposti a spendere qualsiasi cifra per trascorrere le ferie, nonostante un aumento dei biglietti aerei che tocca il 20%. L'eccesso di domanda per un'estate in luoghi esotici, o in città d'arte europee, risponde all'esigenza di tornare a viaggiare dopo le restrizioni e i sacrifici a cui siamo stati costretti nei periodi più duri del Covid.
Brics, sfida al dollaro
Intanto, nell'imminenza del summit dei Brics, in programma a Città del Capo dal 22 al 24 agosto, si torna a parlare di un progetto per allentare la dipendenza di questi paesi dal dollaro. Vari i rumours che si susseguono. Il più ricorrente parla di una “sovravaluta unica” dei Brics garantita da oro o terre rare - piano ai limiti dell'impossibilità, sia per la sua imponenza, sia per i rischi a cui sarebbero sottoposte le valute nazionali. Meno proibitiva, anche se non certo agevole, una ridiscussione degli equilibri di Bretton Woods che non contempli la creazione di una nuova valuta da zero. Come i progetti per costruire una possibile alternativa al sistema di pagamenti interbancario Swift, che attualmente gestisce la quasi totalità delle transazioni al mondo. Sicuramente la sfida al dollaro, pur di non facile realizzazione, potrebbe raccogliere l'adesione di varie aree del pianeta. Anche per motivi politici, con un Sudamerica particolarmente ostile al “monrovismo” americano e l'Africa desiderosa di affrancarsi dal neocolonialismo di stampo europeo. Qualsiasi progetto venga intrapreso, il dominus della de-dollarizzazione non potrebbe essere altro che la Cina, leader naturale della sfida aperta agli Stati Uniti e al mondo occidentale. Quella stessa Cina che, proprio in un periodo poco favorevole per i mercati asiatici, sta cercando di manovrare sottotraccia contro i tagli sauditi alla produzione di petrolio. Pechino, come è risaputo, non ha materie prime, e potrebbe sfruttare un'ulteriore diminuzione del costo del greggio per raggiungere la leadership dell'economia mondiale.
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Si chiude un nuovo annus horribilis per i mercati finanziari
Le previsioni per il 2022 delineavano un periodo di ripresa, inflazione sotto controllo e buone prospettive per gli investimenti. Ma nessuna di queste congetture si è avverata: i mercati hanno dovuto fronteggiare incertezza, paura e perdite. Nell'azionario e, soprattutto, nell'obbligazionario. Al calo di quasi il 14% dell’indice Msci World (rappresentativo delle borse mondiali) misurato in euro e ai decrementi dei bond vanno aggiunti il deprezzamento dell’euro (del 7%) e la perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione del 10%.
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Le previsioni per il 2022 dell'economia mondiale erano decisamente tranquillizzanti. Le graduali riaperture dopo la lunga stagione dei lockdown e delle restrizioni inducevano a sperare in una ripresa, mentre i rincari di gas ed elettricità (già in atto nel 2021) non preoccupavano più di tanto.
Se dunque andassimo a rileggere le aspettative che gli economisti mettevano nero su bianco a fine dicembre 2021, osserveremmo una certa unanimità di giudizio su un 2022 solido, con inflazione sotto controllo e buone prospettive per il mercato. A titolo d’esempio, le aspettative sui tassi americani prevedevano di avere i Fed funds all’1% a fine dicembre 2022; invece oggi siamo al 4,25% e abbiamo assistito da parte della Federal Reserve alla più veloce stretta monetaria della storia.
Ipotesi smentite
Tutte le ipotesi espresse nel 2021 sono dunque crollate come castelli di carta. I mercati azionari hanno incontrato una lunga fase di ribasso, recuperando poi con un rimbalzo di lunga durata, ma insufficiente, mentre l'obbligazionario ha archiviato la peggiore stagione da 50 anni a questa parte, pur con prospettive di recupero per il 2023. Risultato: per la quarta volta da sempre (le altre, nel 1931, 1941 e 2018), azioni e bond hanno chiuso l'anno in negativo.
Ancora più allarmante la situazione delle materie prime, con il gas che ha raggiunto livelli record nel corso dei primi mesi della guerra russo-ucraina, per poi tornare a prezzi più gestibili (ma comunque ancora troppo alti) e il petrolio, che è schizzato in alto prima di attestarsi in un territorio più neutrale.
Risultato di questo annus horribilis: crescita dell'inflazione attorno al 10% nel mondo occidentale ed economie che stanno per entrare in recessione.
Azionario
Che le previsioni di fine dicembre non fossero corrispondenti a realtà lo si era capito fin dall'inizio dell'anno. Dopo i primi tre giorni all'insegna della crescita, la prima settimana di gennaio si era infatti chiusa con forti cali dei mercati, sia azionari, sia obbligazionari.
Inizialmente, il fenomeno sembrava passeggero e poco preoccupante. Ma la crisi sul confine russo-ucraino, che avrebbe poi portato all'invasione da parte di Mosca e al conflitto tra i due più importanti stati ex sovietici ha buttato in acqua un altro cigno nero, a un paio d'anni di distanza dall'esplosione del Covid.
Il calo dei mercati azionari è proseguito fino a fine estate e il rimbalzo d'autunno – pur solido e rassicurante – ha offerto un recupero solo parziale delle perdite accumulate nel corso dell'anno. Nell'azionario, i mercati europei chiuderanno dunque a -10%, l'indice S&P a -20% circa e il Nasdaq a -33%. Pur meno coinvolte dalla guerra russo-ucraina, anche le Borse asiatiche archivieranno l'anno con un arretramento. In totale, l'indice Msci World, rappresentativo di tutte le Borse mondiali, chiuderà il 2022 con un calo di quasi il 14%.
Obbligazionario
Se l'azionario è calato, l'obbligazionario ha subito un vero e proprio crollo. I bond chiuderanno il 2022 con perdite ampiamente superiori al 10%, registrando l'anno peggiore degli ultimi 50.
Se esaminiamo solo i governativi dell'area euro, osserviamo che l'arretramento è stato di circa il 14%. L'anno scorso tutti i bond dei paesi che adottano la nostra moneta con scadenze fino a cinque anni davano rendimenti negativi (Grecia compresa), mentre oggi non ce n'è uno che non offra performance positive (Germania inclusa: il Bund decennale è salito da un -0,17% al 2,2%).
Discorso non troppo diverso per gli Stati Uniti, dove il Treasury era già in territorio positivo (1,5%) ed è balzato oltre il 3,5%.
Inflazione spinta dal gas
Nel 2022, molte materie prime hanno raggiunto picchi preoccupanti, per poi scendere e attestarsi su prezzi più sopportabili.
Il caso più clamoroso, che ha fatto tremare le economie di mezzo mondo, è rappresentato dal gas, la cui galoppata vorticosa ha rischiato di mandare a terra l'intera Europa. Il caro-bollette – fenomeno ancora in corso, nonostante il ritorno dell'oro blu a livelli prebellici – ha provocato la chiusura di varie aziende, soprattutto in Italia e Germania, mettendo a serio rischio l'esistenza di intere filiere produttive, oltre che la solvibilità delle famiglie.
Gli interventi di alcuni paesi per arginare salassi (Spagna e Portogallo prima, Germania poi) e il calo dei prezzi hanno mitigato eventuali conseguenze. Ma nulla ha potuto fermare l'inflazione, che in Europa è meno facile da combattere rispetto a quanto avviene nel resto del mondo, proprio perché legata al prezzo del gas e ai timori di non poterne ricevere a sufficienza.
Anche per questo motivo è difficile prevedere se il metano salirà di nuovo, resterà ai livelli attuali (comunque ancora molto, troppo alti rispetto a quelli storici) o diminuirà ancora, anche grazie al tempo eccezionalmente mite che sta contraddistinguendo il periodo natalizio. Certo, se i valori del gas dovessero rimanere sotto quota 100 ci si aspetta una decisa riduzione delle bollette dal prossimo mese, o al massimo da febbraio. Se ciò non avvenisse, sarebbe doveroso indagarne i motivi ed evitare che qualche fornitore sfrutti la situazione di incertezza per interessi personali.
Petrolio sulle montagne russe
Per un certo periodo, coincidente con i record dei prezzi del gas, anche il costo del petrolio era schizzato molto in alto. Il fenomeno aveva costretto il governo italiano a diminuire provvisoriamente le accise, che notoriamente pesano sul prezzo del pieno in misura maggiore rispetto allo stesso costo del carburante. Una decisione che ha provocato anche conseguenze imprevedibili – come la situazione che ha visto il “sorpasso” dei costi benzina alle pompe svizzere (storicamente meno care) rispetto a quelle italiane.
La recente diminuzione dello sconto fiscale sul carburante, deciso dal governo Meloni, non ha influito molto sui prezzi alla pompa, rimasti stabili a causa di un calo degli indici Brent e Wti.
Ma il futuro è incerto. A provocare un nuovo rialzo del petrolio potrebbero contribuire decisioni dell'Opec+, la ricostituzione delle riserve strategiche da parte degli Stati Uniti e la ripartenza della domanda di oro nero in Cina.
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BCE, arriva un supporto per il debito italiano?
La riunione dell'Eurotower, prevista per il 9 giugno, dovrebbe dire in maniera più precisa cosa la Banca Centrale europea intenda fare sui tassi, in che tempi e in quali modalità. Possibili anche alcuni provvedimenti per sostenere l'economia dell'Eurozona e contenere gli spread
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari
È ormai imminente la riunione della Bce, che dovrebbe decidere il rialzo del tasso di riferimento dopo dieci anni e il sostegno all'economia dell'Eurozona. E (forse) al debito di alcuni paesi, tra cui l'Italia.
Questa indiscrezione, filtrata sul Financial Times, ha fatto rifiatare leggermente i Btp, in un contesto più ampio di sollievo dei mercati. Riteniamo necessario che la Banca Centrale faccia capire in modo chiaro ai mercati che non è disposta a tollerare ulteriori allargamenti degli spread. Altrimenti, il rischio che si ritorni a una situazione simile al 2011 potrebbe diventare una realtà concreta e la sopravvivenza dell’euro di nuovo messa a repentaglio. Vale la pena di ricordare che ci sono miliardi di dollari provenienti dal mondo anglosassone e americano pronti a forzare la mano per cercare di fare profitti enormi dal caos che ne seguirebbe. È inutile parlare di Europa e di coesione europea se il “problema dello spread” non viene affrontato e risolto una volta per tutte. Tuttavia, ci sembra ancora presto perché una simile presa di posizione trovi consenso e attuazione.
È quindi presto per prevedere un andamento positivo e di conseguenza i mercati continuano a rivelarsi nervosi e incerti.
“Scusate, mi sono sbagliata”
L'incognita maggiore resta, naturalmente, l'inflazione, che ultimamente è stata protagonista di prese di posizione pubbliche da parte delle massime autorità monetarie mondiali.
Dopo gli economisti della Bce, infatti, a scusarsi con i cittadini è stata Janet Yellen. Il segretario al Tesoro americano ed ex presidente Fed ha apertamente affermato di aver sbagliato previsioni sull’inflazione e di non aver compreso la natura apparentemente strutturale (e non provvisoria) del fenomeno.
Il tema, in realtà, è molto complesso. L'inflazione è stata incubata con il Covid, in un momento di strozzatura nell'offerta, quando il lockdown aveva creato problematiche relative alle consegne e ai consumi.
Poi è avvenuta la ripartenza, con un'accelerazione che ha spinto in alto il prezzo dei beni. La componente speculativa molto forte ha fatto il resto, soprattutto per quanto riguarda le materie prime.
Le banche centrali, da parte loro, hanno insistito a lungo sulla natura transitoria dell'inflazione. Una previsione non illogica se si osserva la situazione con un arco temporale di uno o due anni. Ma un'analisi assolutamente azzardata se si allarga l'orizzonte a cinque anni. Bce e Fed avrebbero dovuto perlomeno prendere in considerazione questa eventualità, soprattutto in una fase di incertezza (e di deglobalizzazione) come quella che stiamo vivendo.
I segnali che suggerivano la possibilità di una fase inflattiva più lunga del previsto erano chiari anche prima dello scoppio della guerra. Il conflitto e le sanzioni non hanno fatto che peggiorare una situazione già molto precaria.
Per questo, le scuse di Bce e Fed dovrebbero essere (molto cortesemente) rinviate ai rispettivi mittenti. Non tanto per non aver previsto l'inflazione a lungo termine, ma perché le due principali banche centrali del mondo continuano a non capire l'origine del problema.
“… e il petrolio si impenna”
Parlavamo del lockdown e della strozzatura di produzione e consumi. Il problema aveva coinvolto in modo eclatante anche il petrolio, crollato nell'aprile 2020 a 5 dollari al barile, con le trivelle ferme e lo stop alla domanda di carburante in varie parti del mondo.
Ora, a poco più di due anni, l'oro nero veleggia a quota 120 e non vuole dare segni di ritorno a una quota più accettabile.
A spingere il rialzo del greggio sono anche le decisioni politiche prese dalle autorità europee e i commenti che le accompagnano. Un esempio su tutti, il sesto pacchetto di sanzioni alla Russia: arriva l'annuncio ufficiale... “e il petrolio si impenna”, come recitava un noto caratterista della televisione anni Novanta.
Il risultato: non sappiamo quanto il sesto pacchetto farà male alla Russia, ma ha già portato nuovo scompiglio in Europa. Il motivo è semplice: l'embargo non tocca le forniture via oleodotti, salvaguardando così gli interessi della Germania, che ha mandato l'Ungheria in avanscoperta per evitare l'estensione del provvedimento. La sanzione è limitata all'attività delle petroliere russe, che però già hanno trovato la soluzione: cedere i barili a navi neutrali, che poi le rivenderanno a terzi. Ovviamente a prezzi maggiorati.
È quindi l'Europa a uscirne con le ossa rotte, mentre la Russia manterrà quasi inalterata la vendita di petrolio. E potrà addirittura approfittare del rialzo del suo prezzo, a cui hanno contribuito anche l'approvazione dell'embargo e le comunicazioni decisamente dilettantesche da parte dell'Ue.
Neppure la decisione dell'Opec+ di aumentare la produzione (da 432.000 a 648.000 barili al giorno) è riuscita a fermare la crescita del greggio.
In questo caso, il vero dato da capire è se l'aumento dei prezzi sia legato a un eccesso di domanda, a una scarsità di offerta o a un'enorme speculazione. Sembra che la spiegazione più probabile sia la terza: un business senza freni, che continua a creare danni alla filiera produttiva. E alla gente comune.
Come se non bastasse, è arrivata la nota di Goldman Sachs che vede il petrolio a 140 dollari entro fine estate. Vale la pena di ricordare che nel 2008, sempre di questi periodi mentre già i mercati stavano incominciando a scontare la crisi dei subprime e appena prima del fallimento di Lehman, sempre Goldman Sachs aveva vaticinato un petrolio a 200 dollari, sostenendo in modo piuttosto ridicolo che tale prezzo non avrebbe creato problemi all’economia in generale. Quattro mesi dopo (a novembre), il petrolio precipitò sotti i 30 dollari.
Ogni tanto avere una memoria d’elefante ha i suoi pregi...
Emergenza dumping
Il rincaro del petrolio e, in generale, delle materie prime colpisce i consumatori di tutto il mondo. E quelli italiani ancora di più. Perché, oltre a soffrire di crisi Covid e guerra, il nostro paese è l'unico in Europa che ha visto diminuire gli stipendi dal 1990 a oggi. Impietosi i numeri Eurostat: il dato italiano fa registrare un -2,9%; la realtà più vicina è la Spagna, con un +6,2%, mentre Francia e Germania (e persino la Grecia) superano il +30%.
Sono molti i motivi di questa non invidiabile “maglia nera” italiana: il vortice di dumping salariale che non sembra arrestarsi; l'organizzazione poco lusinghiera dei fenomeni migratori, che ha contribuito ad abbassare il costo del lavoro; chi ha approfittato senza ritegno di una situazione in peggioramento.
Ma il fenomeno ha radici più antiche. Tutto inizia negli anni 2000, con la cattiva gestione del passaggio lira-euro. Il raddoppio dei prezzi che ha contraddistinto i primi anni della nuova moneta ha contribuito a impoverire la classe media, rendendo impraticabili spese (come la retta di una scuola privata) che una volta erano a portata di mano per chiunque,
L'onda lunga dell'esplosione dei costi è poi andata a unirsi, come in uno tsunami, alla crisi del 2008-2011. Il termine spread è diventato di uso comune e ha iniziato a spaventare famiglie e imprese: prima dell'introduzione dell'euro, i rendimenti più alti del BTP compensavano nel medio termine i rendimenti dei Bund tedeschi nonostante le ripetute svalutazioni della lira. Ovvero: in un arco temporale ragionevole i detentori di marchi tedeschi o lire italiane investiti in titoli decennali avevano alla fine gli stessi soldi. C’era quindi un equilibrio che ora si è perso e ha lasciato spazio all'incubo dei differenziali.
I dati sull’occupazione giovanile e sui livelli retributivi in Italia sono sconfortanti e lasciano poco spazio alla speranza, cosicché molti ragazzi sono costretti a emigrare all'estero.
Un esempio di segno contrario viene dagli Stati Uniti, dove nel solo mese di maggio sono stati creati 390.000 posti di lavoro, con un tasso di disoccupazione fermo al 3,6%. La buona situazione americana riflette anche le politiche volte a favorire il rientro delle aziende statunitensi dalla delocalizzazione, che hanno creato in pochi anni molte opportunità. E che dovrebbero essere prese in considerazione anche alle nostre latitudini. La speranza è l’ultima a morire. Ma, visto il livello delle discussioni e dei provvedimenti presi negli ultimi anni dalla commissione europea e dal parlamento, c’è poco da stare allegri e sereni…



