Evergrande, niente di nuovo sotto il sole

La mossa del gruppo immobiliare cinese, che ha presentato istanza ai sensi del Chapter 15 al tribunale di Manhattan, non rappresenta una grande novità, dato che la società era di fatto già fallita due anni fa. A preoccupare sono altri rischi, ben più inquietanti...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La tranquillità che solitamente si accompagna all'agosto del mondo finanziario è stata apparentemente scossa dal caso Evergrande. Proprio due giorni dopo Ferragosto, il promotore immobiliare cinese ha dichiarato bancarotta protetta negli Stati Uniti, depositando l'istanza ai sensi del Chapter 15 al tribunale fallimentare di Manhattan. Evergrande proverà a ristrutturare il debito offshore e sta già imbastendo trattative a Hong Kong con i molti creditori (per centinaia di miliardi di dollari).

Timori esagerati

I giornali hanno fatto di questa notizia un lancio da prima pagina, accanto alle solite news sul nuovo anticiclone caldo e le altrettanto usuali indiscrezioni politiche. A rimbalzare sul tam tam di giornali, radio, televisioni e testate web sono state due domande: “Siamo di fronte a una nuova Lehman?” “Il Chapter 15 di Evergrande porterà fallimenti a catena?”. Questi timori sono per lo meno esagerati. Perché Evergrande era già fallita due anni fa in Cina, quando non aveva rimborsato i suoi obbligazionisti. E la mossa del promotore immobiliare negli Stati Uniti è stata poco più che un colpo di coda di una situazione già giudicata drammatica nel 2021. In altri termini, probabilmente non si verificherà una nuova Lehman, anche se certamente si possono prevedere alcune conseguenze serie.

Zhongrong e le banche ombra

A destare preoccupazione sono invece intervenute altre situazioni problematiche, in una bolla più ampia che sembra aver decretato la fine del boom cinese. Tra queste, la crisi di Zhongrong Trust, che non ha rimborsato gli importi dovuti agli investitori e che, secondo le stime, sarebbe indebitata per circa 3mila miliardi di dollari – una somma forse troppo cospicua per sperare in un intervento pubblico. Il caso Zhongrong potrebbe nascondere una crisi più ampia delle banche ombra cinesi, con conseguenze molto critiche per il sistema economico di Pechino. Oltre a questo, fa paura la scelta, da parte delle autorità della seconda potenza mondiale, di non diffondere i dati sulla disoccupazione giovanile, evidentemente troppo alti e in grado di generare timori diffusi. Il rallentamento di Pechino, tuttavia, non dipende solo da dinamiche interne al mercato cinese, ma anche dalla strategia America First lanciata da Donald Trump e confermata da Joe Biden, che ha riportato in patria varie attività in precedenza delocalizzate in Cina. Una mossa che ha costretto Pechino a rinsaldare i rapporti, anche economici, con i Brics, rafforzando alleanze con paesi una volta rivali (India e Russia). Questi accordi, prevedibilmente, diventeranno ancora più stretti dopo le iniziative economiche e geopolitiche intraprese dagli Stati Uniti, come il recente vertice multilaterale Usa-Giappone-Corea del Sud. Troppo enfatizzati, infine, l'effetto del taglio dei tassi deciso dalle autorità economiche di Pechino per spingere i cittadini ai consumi (in un trimestre sono passati dal 2,65% al 2,50% - quasi un'inezia) e il presunto “crollo” dello yuan, che in un anno ha perso poco più del 3% nei confronti del dollaro. Una percentuale certamente minore rispetto a quanto l'euro aveva lasciato sul terreno nei mesi successivi all'attacco russo in Ucraina.

Il crollo del rublo

Se per lo yuan non si può parlare di “crollo”, ma solo di calo – e non così pesante – la situazione del rublo è invece molto seria. La moneta russa ha infatti perso il 40% circa su euro e dollaro. Che cosa ha causato la picchiata della divisa di Mosca? La risposta non è automatica, dato che l'economia russa è piuttosto opaca e i suoi numeri sono difficili da leggere in modo esaustivo. Quasi certamente, però, a causare la crisi è stato soprattutto lo sforzo economico per sostenere la guerra, combinato con la natura del rublo che, in quanto moneta parzialmente liquida, è più volatile rispetto ad altre divise. Ha contribuito anche l'indebitamento maggiore del paese, che ha risentito del blocco di potenziali compratori di valuta da parte del mondo commerciale. D'altra parte, però, la Russia ha aperto fronti (politici, ma anche economici) in Africa, attirando nella sua sfera di influenza alcuni paesi ricchi di materie prime - ultimo tra i quali il Niger, che dopo il colpo di stato si è allontanato dall'atavico controllo francese post-coloniale per avvicinarsi a Mosca. Un allargamento a macchia d'olio dell'influenza russa (e cinese) in Africa potrebbe rivelarsi in grado di dirottare molte materie prime lontane dal mondo occidentale e di utilizzare forti ondate migratorie come arma di ricatto nei confronti del Vecchio Continente.

Rischio pantano per l'economia

Un'Europa che, intanto, dibatte ancora sui tassi. Perché non è detto che la stagione dei rialzi sia archiviata: è stato ipotizzato (anche se, per la verità, non è molto probabile) che, nonostante le ultime dichiarazioni abbastanza rassicuranti in casa Bce, i falchi finiscano per prevalere. E per imporre un nuovo ritocco verso l'alto. Prima che, finalmente, si possa dire la parola fine sulla stretta monetaria e iniziare a pianificare il ritorno “a valle”. Eppure, l'inflazione europea è in discesa: si può prevedere che a fine anno ci attesteremo fra il 3% e il 4%. Il campanello d'allarme ora è un altro: si è tirata troppo la corda e l'economia si sta impantanando un po' ovunque. E' possibile che nel 2024 la Bce sia costretta ad abbassare i tassi con una velocità maggiore rispetto alle previsioni, per scuotere un'economia in stallo ed evitare una recessione profonda e molto pericolosa. Un dato simbolico che fotografa questa situazione è rappresentato dalle presenze 2023 nelle nostre località di mare, che nonostante la voglia di vacanze dopo anni di restrizioni Covid ha comunque fatto registrare un preoccupante -20% anno su anno. Una tendenza al risparmio che si è vista anche nei supermercati, dove da un po' di mesi i prodotti vicini alla scadenza (e quindi molto scontati) sono molto più gettonati rispetto agli anni precedenti.

Rischi anche negli Stati Uniti

Nonostante la natura diversa dell'inflazione americana, che ha reso più giustificati (o meno ingiustificati, fate voi) gli aumenti dei tassi decisi dalla Fed, anche negli Stati Uniti la stretta monetaria sta presentando problemi. Forse ancora più preoccupanti. Uno dei campanelli d'allarme evidenzia il rischio dei tassi alti sull'immobiliare americano e sui rifinanziamenti dei private equity, che rischiano (ben più del crack Evergrande) di causare una nuova crisi globale. Anche la Fed potrebbe vedersi costretta, dal 2024 in avanti, a un tour de force in discesa, per evitare all'economia americana di fermarsi. E per cercare di disinnescare “bombe inesplose” disseminate sul terreno accidentato del real estate.

Piazza Affari, rimbalzano i bancari

Intanto, le Borse europee hanno chiuso la settimana un po' in flessione. Soprattutto Piazza Affari, che ha ancora risentito del calo degli onnipresenti titoli bancari, a causa della tassa sugli extra-profitti. Venerdì scorso, Milano ha chiuso a -0,42%, dopo essere scesa più volte sotto l'1%. La controtendenza, però, non si è fatta attendere: lunedì i bancari sono generalmente risaliti. Perché, molto probabilmente, si è rimarginato un timore che in fondo è soprattutto psicologico. Nella peggiore delle ipotesi, la tassa - ammesso che si riveli un prelievo una tantum – avrà un impatto del 10% sugli utili netti di quest'anno e le conseguenze si riveleranno così assolutamente gestibili. In questa situazione, per gli investitori, è bene tenere le posizioni. E aspettare le prime indicazioni relative all'apertura di settembre, che tradizionalmente chiude il classico “armistizio” estivo delle Borse.

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Preoccupazioni dal caso Blackstone

Il default dichiarato dalla società americana su un'obbligazione finlandese genera molti timori. L'insolvenza potrebbe infatti essere la prima di una serie, sia in America del Nord, sia in Europa. Con notevoli conseguenze sul settore bancario e a cascata sull'intera economia. La vicenda mostra quanto sia pericoloso affrontare l'inflazione con un rialzo troppo elevato dei tassi

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La scorsa settimana, il caso Blackstone ha scosso il mercato immobiliare. La società finanziaria newyorkese ha infatti dichiarato default su un bond coperto da un portafoglio immobiliare, composto da negozi e uffici della finlandese Sponda Oy. La società nordica non è stata in grado di rimborsare l'obbligazione, costringendo Blackstone a bloccare il rimborso dei fondi, per un'inadempienza di 531 milioni di euro. A farne le spese saranno, come spesso accade, i risparmiatori. Blackstone non rischia quasi nulla: gli avvocati della società finanziaria americana dimostreranno che i contratti sono adeguati alle normative e che il fondo ha agito in qualità di advisor, senza responsabilità in proposito.

Campanello d'allarme

La vicenda attiva però un grosso campanello d'allarme: fa temere che questo default possa rappresentare solo la prima di molte insolvenze di questo tipo, sia in America del Nord, sia in Europa. E mostra tutti i rischi di una politica di lotta all'inflazione condotta solo e unicamente con un rialzo elevato e continuo dei tassi. Questa strategia, seguita sia dalla Fed, sia dalla Bce, ha un impatto sull'intera componente immobiliare. E, di conseguenza, mette sotto stress i fondi real estate, in cui sono impiegate somme enormi. In questo caso, è stato sufficiente che gli investitori chiedessero a Blackstone rimborsi sulle obbligazioni cartolarizzate per far saltare tutto il meccanismo. Si teme, insomma, una situazione persino più pericolosa rispetto al crack 2008. Situazione che naturalmente investe anche i privati cittadini. Un esempio: in Italia, in un anno, la rata di un mutuo a tasso variabile di 125.000 euro con durata 25 anni è salita da 456 a 637 euro al mese. Un vero salasso, che si aggiunge al caro bollette e riscaldamento. E le autorità di controllo? Reagiscono con moniti. Come quello di Christine Lagarde, che ha chiesto alle banche di rinegoziare i mutui variabili. Cosa che finora – almeno a quanto ci è dato di sapere - gli istituti di credito non hanno fatto. Tutto questo avviene mentre le banche centrali non mostrano nessun ripensamento nella politica del rialzo dei tassi. In particolare, la Bce ha già annunciato i prossimi, graduali rialzi: secondo l'Eurotower, l'inflazione sta sì scendendo, ma non a sufficienza per fermare la strategia imboccata con decisione negli ultimi mesi.

 Borse, Milano non si ferma più

Settimana invece positiva per i mercati. Trainata dalla buona performance dei listini americani, che ha regalato agli investitori persino un rimbalzo del settore tecnologico, la Borsa di Milano ha chiuso con un buon 1,56%, che porta i dati dell'ultimo semestre a +27%. Difficile prevedere i movimenti del prossimo futuro. Ma, prima di assistere a uno storno, è facile che si verifichi una nuova gamba di rialzo. Per questo motivo sembra ancora consigliabile mantenere le posizioni, fino agli eventuali primi segnali negativi. È comunque saggio attendere le prossime riunioni delle banche centrali, dopo le quali sarà più semplice prendere una decisione. Oltre che dalle Borse di oltre oceano, la buona chiusura dei listini italiani è stata spinta dall'economia reale e, ancora una volta, dalle banche, favorite dal rialzo dei tassi, che hanno fatto crescere gli interessi passivi. Mentre, per la verità, non è ancora avvenuto un adeguamento di quelli attivi, rimasti a zero, né un calo delle commissioni. Tutto ciò mentre in Italia si sta discutendo il rinnovo del contratto collettivo nazionale dei dipendenti bancari. È proprio in questo scenario che si è verificata la clamorosa rottura tra Intesa Sanpaolo e Abi al tavolo di contrattazione. La cesura non è definitiva: in altri termini, Cà de Sass non esce dall'associazione bancaria, ma tratterà al tavolo per conto suo. Senza mediazioni. Nonostante ciò, la “mezza rottura” è un segnale molto forte, che può essere paragonato all'uscita di Fiat da Confindustria. I numeri, però, rendono la spaccatura dei giorni scorsi molto più problematica: sul numero dei dipendenti in relazione al totale, Intesa Sanpaolo conta molto di più della ex Fiat, dato che impiega circa il 20% dei lavoratori del settore. Detto questo, il colosso del credito, pur uscito dalla rappresentanza Abi al tavolo delle trattative, dovrà comunque proseguire a trattare con le parti sociali.

 Braccio di ferro per Tim

Dopo il picco del 6 marzo, sta veleggiando in acque alte il titolo Tim, azienda che è al centro di un braccio di ferro fra due cordate di compratori. Dopo l'offerta di Kkr è stata la volta di Cdp Equity, insieme a Macquarie Asset Management, che ha superato la somma messa nero su bianco dall'operatore di private equity, mettendo sul tavolo oltre 20 miliardi. L'offerta, recita una nota della stessa Tim, “sarà sottoposta all’esame preliminare del Comitato Parti Correlate, ai sensi della normativa applicabile a Cdp Equity, quale parte correlata di Tim e sarà, a seguire, portata all’attenzione del consiglio di amministrazione, ove possibile nella riunione già programmata per il 15 marzo 2023 o in un'altra data da definire”. L'esito della contesa è incerto ed è lo scontro fra due modelli: uno (Kkr) che obbedisce solo a logiche di mercato, l'altro che vedrebbe lo stato, mediante Cdp Equity, tornare in possesso almeno parzialmente di beni cruciali, che negli ultimi 20 anni sono stati oggetto di massicce privatizzazioni. Nella vita di un paese la rete, è fin troppo banale ricordarlo, è un asset strategico, perché chi ne è in possesso controlla la vita dei cittadini. Soprattutto in un'epoca come la nostra, in cui le comunicazioni digitali, oltre che telefoniche, pervadono l'intera economia, rendendo la rete un asset delicatissimo. L'intervento di Cdp Equity sottintende proprio questa esigenza: di salvaguardare, con un controllo diretto della rete, la vita di famiglie e aziende. Proprio per questo, il fronte politico è abbastanza coeso e sembra che maggioranza e opposizioni marcino verso lo stesso obiettivo. Ciò che è importante è che lo stato torni in controllo della rete. Poi, il settore pubblico potrà decidere di tenere per sé anche la parte operativa oppure scorporarla, come è accaduto per Terna e Snam. Fra pochi giorni avremo tutti le idee più chiare.

Gas: per la Commissione Ue il suo prezzo è ancora “gonfiato”

Il petrolio resta ancora a livelli di guardia: il rimbalzo del prezzo del greggio sta iniziando ad assomigliare sempre più al Godot di Samuel Beckett. Il mancato rialzo, che fa sicuramente bene all'economia reale, potrebbe dipendere anche dal ritardato (o mancato, fate voi) impulso di ripresa cinese che era ampiamente atteso. Ottime notizie anche sul fronte gas, che sembra avviarsi verso la barriera dei 40 euro al megawattora. Non ancora sufficiente, però, per tornare a livelli più consoni. Non per niente Maroš Šefčovič, vicepresidente della Commissione Ue, ha dichiarato "Il prezzo del gas è gonfiato, è superiore di sette volte a quello degli Usa". Ecco: magari non di sette volte, ma sicuramente di un valore compreso fra tre e cinque. E il motivo travalica la crisi post-Covid e la guerra russo-ucraina: gli Stati Uniti, in barba a protocolli ambientali, sono autosufficienti, diversamente dalla catena di approvvigionamenti europea. Oltre a quello, c'è la nota speculazione sulla Borsa di Amsterdam, dove si forma il prezzo del gas con criteri non completamente controllabili.

Auto elettrica, decisione rinviata

Nel mentre, il voto dei rappresentanti permanenti sullo stop alla vendita di nuove vetture endotermiche dal 2035 è stato rinviato. A manifestare posizioni contrarie o scettiche sull'addio a benzina e diesel sono stati quattro stati membri: Polonia, Bulgaria, Germania e Italia. A questa posizione, a quanto si dice, sarebbero pronti a unirsi altri stati, finora timidi o timorosi di esprimersi. I problemi che si potrebbero creare con uno stop così radicale sono ben noti: costi alti, colossi automotive europei in crisi e perdita di posti di lavoro, consegna di fatto del settore mobilità nelle mani della Cina, costi di ricariche e riparazioni, durata delle batterie, lunghezza dei rifornimenti, inadeguatezza delle reti elettriche, inquinamento molto alto per lo smaltimento delle batterie (di cui, tra l'altro, non parla nessuno). Inoltre, una situazione del genere costringerebbe i cittadini di un intero continente a cambiare auto in massa. Attualmente il paese con più auto elettriche è la Norvegia, dove circolano meno di 3 milioni di veicoli e le e-cars sono circa il 18%. Il rinvio del voto rimette in gioco una decisione che sembrava già acquisita. La riflessione potrebbe portare a fare un passo indietro e revocare i divieti, creando una sana competizione fra elettrico e combustibili tradizionali, che la ricerca potrebbe cercare di “ripulire” un po' dalla loro carica inquinante. Probabilmente, la discussione si trascinerà fino alla scadenza elettorale del 2024.

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