Tregua tra Usa e Iran: Borse in rally, petrolio in calo. Ma l’inflazione resta un’incognita

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La tregua annunciata nella notte tra Stati Uniti e Iran segna una svolta importante in uno scenario geopolitico che, nelle ultime settimane, aveva fortemente condizionato i mercati finanziari globali. Dopo una fase di elevata tensione, che ieri aveva spinto il prezzo del petrolio a 115 dollari e innescato vendite diffuse sui listini azionari nel corso del mese di marzo, i mercati reagiscono oggi con un deciso rimbalzo delle Borse europee.

De-escalation

L’accordo, pur temporaneo, rappresenta un segnale di de-escalation che gli investitori attendevano, soprattutto per il rischio legato a possibili interruzioni delle forniture energetiche attraverso lo stretto di Hormuz. La prospettiva di una stabilizzazione dell’area si è immediatamente manifestata sul prezzo del greggio, con il petrolio in forte discesa fino a quota 94 dollari al barile. Nelle scorse settimane, infatti, il protrarsi delle tensioni aveva fatto emergere timori concreti sulla continuità delle forniture energetiche e di materie prime essenziali, con il rischio che intere filiere produttive potessero andare incontro a rallentamenti o addirittura a uno stop entro la fine di aprile. Uno scenario che avrebbe potuto tradursi in una pesante frenata dell’attività economica globale e quindi portare a una forte recessione. Alla luce degli ultimi sviluppi, questo rischio appare oggi significativamente ridimensionato, contribuendo a migliorare il sentiment degli operatori e a sostenere le aspettative di crescita nel breve periodo.

Mercati pronti al recupero

Sul fronte azionario, i futures europei indicano un’apertura in rialzo fino al 5%, in un contesto di ritrovata propensione al rischio. I mercati – che in ogni caso erano sì scesi, ma in maniera abbastanza composta, proprio perché ritenevano che il conflitto sarebbe stato di breve durata – sembrano pronti a recuperare parte delle perdite accumulate nel mese di marzo, quando l’incertezza geopolitica aveva portato a un significativo aumento della volatilità. Il rimbalzo dei mercati riflette non solo il venir meno del rischio immediato, ma anche la possibilità che le pressioni inflazionistiche legate all’energia possano attenuarsi nel breve periodo.

Le incertezze

Resta tuttavia elevato il grado di incertezza: la tregua ha una durata limitata e molto dipenderà dalla capacità delle parti di trasformarla in un accordo più stabile. In questo contesto, gli investitori continueranno a muoversi con cautela, pronti a reagire rapidamente a eventuali nuovi sviluppi. Dopo settimane dominate dalla paura, i mercati tornano dunque a scommettere sulla diplomazia, consapevoli però che l’equilibrio resta fragile. Anche se è bene ricordare che molti danni alle infrastrutture sono già stati arrecati, e ripararli chiederà parecchio tempo. Risultato: c’è e ci sarà carenza di materie prime. E non solo di petrolio e gas. E’ interessante l’esempio dell’alluminio, che ha visto fermarsi gli impianti in Qatar e in Bahrein, con la previsione di almeno un anno per riparare gli ingenti danni causati dagli attacchi iraniani effettuati sia con i missili, sia con i droni. Si prevede, in questo caso, uno scenario da incubo per il settore, con l’arrivo del più grande deficit globale di sempre per l’alluminio primario.

Colpi di coda nella logistica

Inoltre, sotto il profilo logistico, gli effetti delle tensioni non si esauriranno nell’immediato. Anche nel contesto più favorevole, le prime navi con nuove forniture sono attese non prima di due settimane, con il conseguente protrarsi di alcune criticità operative lungo le filiere. I disagi risultano già evidenti in diversi settori, tra cui il trasporto aereo e gli aeroporti, e che potrebbero perdurare ancora per qualche tempo.

Inflazione

Nonostante la notizia più che positiva della tregua raggiunta, le tensioni recenti lasciano in eredità alcune fragilità: il rischio inflazionistico rimane elevato, pur in attenuazione, a causa delle difficoltà nelle catene di approvvigionamento e della persistente scarsità di alcune materie prime. Un aiuto in proposito potrebbe giungere dalla decisione dell’Opec+, che ieri (quindi prima della tregua) aveva scelto di aumentare la produzione di 206.000 barili al giorno dal prossimo maggio. A medio termine, in caso di ritorno dell’inflazione, potrebbe rivelarsi auspicabile uno stimolo all’economia con denaro pubblico. Come è avvenuto nel 2020, quando i governi sono stati costretti a misure straordinarie, che hanno spinto i consumi e il rimbalzo delle Borse.

Calcio, il grande malato

Nonostante gli allarmi provenienti dal Golfo, ha comunque suscitato un grande scalpore la mancata qualificazione della nazionale italiana di calcio per la prossima Coppa del Mondo. Una cosa è certa: non si tratta di una casualità, dato che ci troviamo di fronte alla terza eliminazione consecutiva. Il risultato di Bosnia-Italia ha confermato quello che, in fondo, si sapeva già: il calcio italiano è diventato un grande malato. Molti sono i motivi di questa decadenza. Tra questi, le scelte dei procuratori e il loro costo, che impediscono a una parte delle giovani promesse di proseguire nella carriera. Ma anche l’abitudine, da parte di alcuni genitori, di versare contributi alla società in cambio di una tacita assicurazione di un posto in squadra per il figlio. Il che ostacola le scelte basate sul merito. In alcune situazioni, invece che puntare sullo scouting di talenti, spesso si preferisce “l’uovo di oggi”, precludendo la formazione a potenziali campioni di domani. Vedendosi ostacolati nella loro crescita, molti ragazzi abbandonano il pallone e si dedicano ad altri sport: questo potrebbe aver contribuito al tramonto del calcio giovanile e al contemporaneo boom di altre discipline, con i conseguenti brillanti risultati olimpici delle ultime edizioni. Cambiare si può, rendendo trasparenti i criteri di accesso alla formazione calcistica e puntando maggiormente sulla crescita dei singoli atleti. In questo modo si potrebbe sfruttare l’onda dei ragazzi di seconda generazione già arrivata da tempo in Inghilterra, Francia, Germania e, più recentemente, in Spagna. Sta, naturalmente, al sistema calcio saper riconoscere i nuovi Dembelé, Musiala e Yamal in erba, e seguire passo passo la loro crescita sportiva e umana.

Foto di Benjamin Smith su Unsplash


Gli spiragli di pace fermano il crollo dei mercati

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La dichiarazione di Donald Trump sui colloqui di pace con l’Iran ha calmato l’estremo nervosismo che si era diffuso in Borsa. Ed è accaduto l’impensabile: dopo un crollo del mercato europeo pari al -3%, si è verificato un veloce recupero del 2%, favorito anche dal calo del 10% circa del costo del petrolio. Era dal 2020 che non si verificava un rimbalzo così violento, racchiuso in una ventina di secondi e frutto anche della volatilità che contraddistingue questa fase dei mercati. Non per niente, si è poi verificato un nuovo ritracciamento, ma più graduale – segno che i mercati stanno cercando di incanalarsi in un pattern di pseudo normalità.

In attesa

I mercati restano cauti e in attesa di capire se i colloqui siano davvero in corso (sembra di sì, nonostante il consueto balletto delle smentite) e, in caso positivo, se possano portare a una de-escalation.
Tutto si deciderà nei prossimi dieci giorni: a svolgere un ruolo centrale sarà ovviamente la possibilità che lo stretto di Hormuz possa riaprire al traffico marittimo regolare (alcune ore fa è stato aperto a navi “non ostili”). Un eventuale esito positivo dei colloqui potrebbe non solo fermare la crisi energetica (che ha già obbligato alcuni Paesi ad attingere alle riserve petrolifere), ma anche evitare ulteriori rischi nel Mar Rosso, in grado di fare nuovi danni alle economie di tutto il mondo. Soprattutto a quelle dai Paesi importatori, cioè gran parte dell’Europa e del Far East. Se le cose dovessero andar bene, e la situazione a Hormuz tornasse alla normalità, gli investitori avrebbero la possibilità di rimpolpare il loro portafoglio, puntando su settori – come quello finanziario – penalizzati dalla guerra. Con un orizzonte di un possibile rimbalzo positivo e violento. Se invece le cose dovessero andare male, si potrebbe verificare una nuova correzione dei mercati, anche se non così drammatica: le Borse sembrano infatti aver già espresso gran parte delle perdite dovute alla crisi bellica. Più che i mercati, potrebbero preoccupare le strategie delle banche centrali: la Bce ha già aperto alla possibilità di rialzi dei tassi e il mercato sta scontando la possibilità di tre ritocchi da 25 punti l’uno di qui a fine anno. Il motivo è sempre lo stesso: fermare l’inflazione dovuta al caro-petrolio – anche se, in realtà, l’inasprimento monetario non può incidere sul prezzo del greggio. Se questo fosse il caso, risulterebbe chiaro che non si impara mai dai propri errori: una delle concause della crisi del 2008 fu l’assurda politica di rialzo dei tassi portata avanti da Trichet mentre era ormai chiarissimo a tutti, ma non in Bce, che l’economia europea stava per entrare in una recessione devastante e il rialzo dei tassi non fece altro che accelerarla e aggravarla.

L’oro ripiega

La situazione caotica non ha risparmiato neppure oro e argento, che hanno ripiegato con forza. In realtà, i due metalli si trovavano già in una fase di correzione negativa, probabilmente perché erano arrivati alla fine del ciclo rialzista: l’oro, per esempio, in due anni e mezzo, è passato da 2.500 a 5.500 dollari l’oncia, e un arretramento era prevedibile. Nel trend in discesa ha fatto irruzione la guerra, e il ritracciamento è divenuto dirompente. Ai più, questo fenomeno è parso strano, perché solitamente in caso di crisi gli investitori corrono ad approvvigionarsi di beni rifugio. Vero. Ma in questo caso si è verificata una vendita massiccia da parte del mercato retail: i piccoli investitori in oro e in argento hanno preferito realizzare una plusvalenza, forse con l’obiettivo di accumulare denaro fresco per far fronte a eventuali difficoltà. Per questo motivo, non sarebbe così clamoroso se il metallo giallo scendesse ancora, fermando poi il ciclo ribassista sui 4.000 dollari, o anche leggermente sotto questa quotazione.

Dollaro forte: una condizione temporanea?

E il dollaro? Il dollaro ha guadagnato qualche posizione sull’euro, sulla scorta del caro-petrolio, ma il rimbalzo, peraltro modesto e contenuto, potrebbe avere vita breve. Una fine del conflitto in Iran o almeno una cessazione delle ostilità potrebbe far riprendere la discesa del dollaro fino a 1,20.

Accordi commerciali

Intanto, l’Europa cerca di accelerare su partnership commerciali con altre parti del mondo: poco dopo aver siglato l’intesa con il Mercosur dopo oltre 25 anni di trattative, l’Ue ha raggiunto un accordo di libero scambio con l’Australia, chiudendo negoziazioni in corso dal 2018. L’intesa, che stabilisce anche collaborazioni in campo militare e tecnologico, elimina quasi del tutto le tariffe doganali e punta ad aumentare del 33% l’export dell’Unione Europea nei confronti dell’Australia. Questi accordi mirano a diversificare i commerci in un periodo storico che sembra orientato al ritorno del protezionismo. Ma, è bene ricordarlo, non è possibile sostituire la partnership commerciale con due giganti come Stati Uniti e Cina, senza i quali le altre parti del mondo sarebbero praticamente tagliate fuori dai grandi giri mercantili. Il problema è che sono proprio Washington e Pechino a dettare una linea all’insegna del protezionismo doganale, anche se la decisione della Corte Suprema americana ha reso (almeno per ora) meno critica la situazione. Gli accordi commerciali con altre aree del mondo non sono quindi in grado di sostituire gli enormi scambi con le due grandi potenze. Più efficaci sembrano, invece, i tentativi delle aziende energetiche di trovare approvvigionamenti alternativi di gas e petrolio, in un momento molto delicato, che ha messo a rischio il 20% della produzione mondiale di Gnl a causa degli attacchi al Qatar. Proprio in un’ottica di diversificazione Eni e Petronas hanno formato una newco in grado di mettere a fattor comune 19 asset in Indonesia e Malaysia.

I fondi in pressing sulla serie A

Non si placa l’interesse di fondi e proprietà straniere per il calcio italiano: secondo Il Sole 24 Ore, si sarebbero verificate due manifestazioni di interesse made in Usa per la Cremonese. La società grigiorossa è saldamente nelle mani di Giovanni Arvedi, imprenditore che ha fatto molto per la città di Cremona e la sua squadra, oltre che per il settore delle acciaierie, salvando anche alcune aziende. Se Arvedi dovesse cedere, si concretizzerebbe l’addio al calcio di uno degli ultimi mecenati-gentiluomini sportivi di vecchia scuola. Detto questo, è difficile comprendere come un fondo possa trarre profitto da una squadra, se non acquistandola a prezzi limitati, facendo crescere il suo livello e vendendola. Tuttavia, il mondo del calcio ha regole diverse rispetto agli altri settori di business: per monetizzare su un club occorre investire in risorse tecniche e cercare di unire alla principale fonte di ricavi (quella delle televisioni) possibili partecipazioni a manifestazioni europee. Ma l’accesso dal campionato alla Champions League è riservato a quattro squadre – cinque quando va bene – ed è difficile che una “provinciale” possa ambire a tanto. Per un posto nell’Europa che conta sta lottando, è vero, il Como; ma la società lariana è controllata dall’imprenditore più ricco della serie A, e il suo modello è difficilmente replicabile. Per quattro squadre che rimpolpano i loro bilanci con una partecipazione in Coppa dei Campioni, ce ne sono altre 16 che non lo fanno, e devono mantenere i conti in ordine con un difficile equilibrio fra cessioni strategiche e acquisti mirati, per non indebolire il tasso tecnico della squadra.

Foto di Hide Obara su Unsplash


La Fed annuncia un rallentamento dei tagli: Borse in subbuglio

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La Federal Reserve, come era scontato, ha deciso di tagliare di 25 punti base i tassi di interesse, la cui forbice si situa ora fra il 4,25 e il 4,5%. A sgombrare il campo da tutti i dubbi sulla terza sforbiciata dell’anno, i valori dell‘inflazione, attualmente al 2,7%, un poco sopra il target del 2%. La banca centrale statunitense ha anche fatto capire che ora il trend rallenterà: nel 2025 sono infatti previste due sole riduzioni invece delle quattro ipotizzate. Una strada che la Fed può imboccare senza particolari problemi, dato che gli indicatori sul mercato del lavoro e quelli sui consumi fanno sorridere i cittadini americani, favoriti da un’economia che continua ad andare a gonfie vele.

Mercati nervosi

Se non che, il rallentamento non è piaciuto alle Borse, che hanno preso male la strategia hawkish di Jerome Powell e compagnia, lasciando sul terreno mediamente il 3%. Mentre il dollaro si è rafforzato, scendendo a 1,330 sull’euro, per poi risalire oltre 1,4. Queste reazioni, onestamente, sono inspiegabili. Il rallentamento del ritmo dei tagli era ampiamente prevedibile e atteso da gran parte degli analisti: con un’economia in salute, gli Stati Uniti possono anche permettersi una libertà di movimento che la Bce, purtroppo, non ha. Molto probabilmente il calo delle Borse – poi parzialmente riassorbito – è stata la classica scusa, con cui i mercati hanno approfittato dell’annuncio Fed per alleggerirsi. Complice la scarsa liquidità che tradizionalmente caratterizza dicembre, la manovra degli investitori ha dato uno scrollone potente, soprattutto nelle Borse europee, che erano già intonate male.

La chiusura positiva non è a rischio

Dobbiamo aspettarci un colpo di coda che vanifichi una chiusura borsistica positiva del 2024? Assolutamente no. Come già detto, le Borse hanno già rimbalzato e potrebbero tornare sui livelli precedenti all’annuncio della Fed – anzi: ci sono già vicine. Anche se i listini taglieranno il traguardo in ordine sparso. Se, per esempio, le Borse americane (soprattutto il Nasdaq) archivieranno l’anno in grande spolvero, l’Eurostoxx 600 dovrebbe chiudere intorno a un più modesto 4%. Anche nel nostro continente, però, le differenze sono molte: se Parigi è sui livelli dell’anno precedente, Milano è balzata quasi del 10% da inizio anno, ipotecando la maglia rosa continentale 2024. Resta da capire se l’euro recupererà in modo forte sul dollaro. Facile che lo faccia, anche se non in tempi rapidissimi: Donald Trump ha affermato più di una volta che la sua politica prevede un biglietto verde non troppo forte, per favorire le esportazioni dell’industria americana. Attendiamo dunque la sua entrata in carica per avere una visione più chiara della sua politica monetaria.

Il trend delle obbligazioni

In uno scenario all’insegna dei movimenti non coordinati tra una e l’altra banca centrale, qual è l’andamento delle obbligazioni? Risposta semplice: come al solito, i mercati anticipano i trend e le decisioni degli istituti di vigilanza. Nel 2022, i bond hanno recepito l’imminente rialzo dei tassi e gli investitori le hanno acquistate a tutto spiano. Oggi, soprattutto in Europa, si stanno già scontando le prossime riduzioni, che dovrebbero portare il costo del denaro verso il 2%. Il riflesso immediato si riscontra in maniera più accentuata nei rendimenti dei bond a breve, un po’ meno sulle scadenze più lunghe. Sotto questo aspetto, il 2025 non si preannuncia particolarmente florido. Ma un bravo gestore obbligazionario saprà certamente cogliere le opportunità che i mercati offrono.

Gas, nuova impennata?

Intanto, l’economia europea continua a latitare e nel 2025 potrebbe farlo ancora di più. Per le politiche troppo radicali sul green deal, certo. Ma non solo. A fine anno, infatti, scade l’accordo fra Russia e Ucraina per il transito del gas di Mosca verso l’Europa. Kiev ha già annunciato che non lo rinnoverà, chiudendo del tutto i rubinetti. Il che sta creando panico in Europa. Sì, perché nonostante i proclami di questi anni, il gas russo arriva ancora alle nostre latitudini, anche se in misura minore rispetto al 2022. Ed è molto importante soprattutto per alcuni Paesi dell’Europa Centrale (Austria, Ungheria, Slovacchia in testa), ma anche per l’Italia, che pur ha trovato altre fonti di approvvigionamento. “Nessuna casa resterà al freddo”, ha gettato acqua sul fuoco il premier austriaco Karl Nehammer: “gli impianti di stoccaggio del gas sono pieni a sufficienza”. Fino all’estate, certo. Ma dopo? Come se non bastasse, il Qatar ha minacciato il blocco del gas verso l’Europa se i Paesi membri applicheranno integralmente la nuova legislazione Due Diligence. Una norma che introduce penalità fino al 5% del fatturato per le imprese che non rispettano i criteri minimi di diritti umani, lavoro ed emissioni di carbonio. Saad al-Kaabi, ministro dell’Energia della monarchia del Golfo, ha dichiarato al Financial Times che in caso di sanzioni da parte di un Paese dell’Unione Europea, Doha interromperà le esportazioni di Gnl. In questa situazione si inserisce la minaccia di Trump, intenzionato a inserire dazi per i Paesi che non compreranno dagli Stati Uniti petrolio e gas (molto caro, anche per i costi di trasporto). Se le dichiarazioni del presidente eletto americano potrebbero rivelarsi nulla più che una boutade molto consona al personaggio, i fronti ucraino e qatariota destano più preoccupazione. Nei confronti di Kiev, l’Europa ha un potere negoziale a cui, finora, ha sempre rinunciato: è il momento buono per trattare da una posizione di forza e ottenere una proroga. Come è anche possibile parlare con il Qatar e raggiungere un accordo che scongiuri l’alt all’esportazione di materie prime. Certo è che tre fantasmi si agitano per l’Europa e rischiano innescare nuovamente un’impennata del prezzo del metano. In una situazione economica molto peggiore rispetto a quella del 2022, con conseguenze davvero inimmaginabili.

I titoli più appetibili

Per ora, il petrolio resta intorno i 70 dollari al barile e il gas sopra i 40 euro a megawattora: la presenza di stoccaggi almeno per l’estate dovrebbe darci il tempo per risolvere il problema di ulteriori cali di fornitura. Intanto, mentre l’oro nero rimane in fascia di sicurezza, i titoli petroliferi sono calati del 13% dall’inizio di dicembre a oggi, rendendo conveniente agli investitori comprare queste azioni a piene mani. Buone prospettive anche per gli investimenti in utility, in previsione dei nuovi tagli dei tassi che saranno operati dalla Banca Centrale Europea.

Foto di rawpixel.com


Bce, le nuove dichiarazioni portano scompiglio in Borsa

Le esternazioni di Christine Lagarde e del suo vice Luis De Guindos hanno inciso negativamente sui mercati. A spaventare gli investitori i nuovi rialzi dei tassi, ma soprattutto la vendita dei titoli di stato, che da marzo saranno ceduti al ritmo di 15 miliardi di euro ogni mese

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Ancora una volta, le dichiarazioni di Christine Lagarde hanno portato sconquasso sui mercati. Nel corso di una conferenza stampa tenuta la scorsa settimana, la presidente della Bce ha annunciato nuovi aumenti dei tassi (che cresceranno “al ritmo di 50 basis point alla volta per un certo periodo”) e la vendita, dal prossimo marzo, dei titoli di stato in pancia all'istituto centrale, con una cadenza iniziale di 15 miliardi di euro ogni mese. Una posizione, questa, che ha decisamente portato la politica dell'Eurotower sulle posizioni dei falchi. E che rischia di catapultare l'Europa (e l'Italia) in un nuovo 2011.
L'aumento progressivo dei tassi (prossimo appuntamento a inizio 2023) non è certo una novità e le dichiarazioni di Christine Lagarde e del suo vice Luis De Guindos (“Ci saranno altri rialzi dei tassi di interesse, non so fino a quando. Sono assolutamente onesto: non lo so”) erano ampiamente previste. Meno scontato, invece, lo stop così ravvicinato al quantitative easing, che dei due annunci è quello che ha spaventato maggiormente gli investitori.

Problema di comunicazione
L'ennesima uscita infelice della presidente Bce ha buttato un enorme masso nello stagno delle economie europee, rendendo inquieti i mercati e innescando un nuovo incremento degli spread: le Borse hanno perso più del 3%, mentre i nostri Btp hanno lasciato sul terreno oltre l'8%.
Intendiamoci: la Bce (insieme alla Fed) ha spento un rimbalzo che stava già affievolendosi (la difficoltà dei tecnologici negli Stati Uniti, per esempio, ha fatto la sua parte). Tuttavia, la comunicazione in casa Bce è un problema decisamente spinoso, che deve essere affrontato il prima possibile. Le gaffe della presidente Bce assomigliano sempre di più al classico battito d'ali di una farfalla a Tokyo che causa un uragano a New York.
Se si volesse scherzare su questi avvenimenti, si potrebbe azzardare una nuova strategia di investimento: mettersi short ogni volta che Christine Lagarde annuncia una conferenza stampa, per evitare i disastri che puntualmente fanno seguito alle sue dichiarazioni.

Pressioni sul Mes
Oltre a dettare la nuova linea di Francoforte, con il brusco passaggio tra il whatever it takes e la vendita dei titoli di stato, la numero uno della Bce si è ritagliata uno spazio tutto dedicato all'Italia, augurandosi una rapida approvazione del Mes da parte del nostro parlamento. Un via libera che è necessario perché questo organismo possa partire: dopo l'ok della corte costituzionale tedesca, l'unico stato membro a non dare via libera al fondo salvastati è proprio l'Italia, dove l'argomento è poco popolare nell'attuale maggioranza, ma non solo.
I timori espressi da alcune forze politiche sono però comprensibili: a quanto previsto, il Mes sarebbe dotato di poteri troppo ampi, che sfiorerebbero l'autoreferenzialità.
Finora, le istituzioni italiane tengono la linea: la camera ha deciso di “non approvare il disegno di legge di ratifica della riforma del trattato istitutivo del Mes”, con 164 voti favorevoli e 138 contrari. Il veto, insomma, sembra resistere, anche se in futuro, obtorto collo, il parlamento dovrà probabilmente tornare sui suoi passi. Troppe le pressioni, pochi gli spazi di autonomia che i paesi membri hanno nell'ambito della Ue.

I rischi del cashless
Lo dimostra palesemente il “caso-Pos”. Nella manovra finanziaria (che, ricordiamolo, aveva ricevuto il placet in sede Ue) era indicato l'incremento della soglia sopra cui gli esercenti sono obbligati a permettere un pagamento con carta, che si sarebbe elevata da 30 a 60 euro.
L'innalzamento del tetto – effettivamente eccessivo – si concretizzava comunque come misura assolutamente marginale, nonostante i polveroni scatenati nel mondo politico (forse per distogliere l'attenzione da altri problemi) e in sede comunitaria. Alla fine, le critiche di Bruxelles sono state sufficienti per convincere il governo ad alzare bandiera bianca e mantenere invariato il limite.
Ci si chiede: se le pressioni europee sono in grado di favorire la cancellazione di una norma accessoria come i nuovi limiti ai pagamenti elettronici, quanto sarà possibile resistere sul Mes, argomento centrale per l'Ue?
Detto questo, gli scenari di un futuro cashless fanno davvero paura. La storia recente ci mostra già chiari esempi in proposito. I greci ricordano ancora i tempi in cui ai cittadini furono bloccati i prelievi bancomat. In Cina, i pagamenti elettronici sono la base del “credito sociale”, che blocca la possibilità di effettuare transazioni in caso di dissenso nei confronti dell'autorità. In Iran, questa leva è utilizzata per fermare la dissidenza, mentre il Canada ha congelato i conti correnti dei camionisti in protesta.
I precedenti ci fanno temere che una società senza contante potrebbe essere esposta ad abusi di potere e interventi oltre il limite del consentito. Trasformando la vita quotidiana dei consumatori in una corsa a ostacoli e intervenendo sui nostri risparmi con la stessa strategia con cui sono stati gestiti i ban sui social network.

Giappone, mossa a sorpresa
Ha sorpreso la decisione della Banca centrale del Giappone, che ha dato via libera all'oscillazione dei tassi sulle obbligazioni decennali pari a 50 basis point (in entrambe le direzioni). Il provvedimento, che si discosta dalle tradizionali strategie dell'istituto centrale nipponico, risponde all'esigenza di “migliorare il funzionamento del mercato e incoraggiare una formazione più fluida dell’intera curva dei rendimenti, mantenendo nel contempo condizioni finanziarie accomodanti”, si legge in una nota dell'istituto centrale.
La nuova strategia ha causato da un lato un tonfo alla Borsa di Tokyo, dall'altro un andamento a “montagne russe” dello yen, prima ai minimi su euro e dollaro, poi protagonista di un successivo recupero.

Petrolio, navigazione tranquilla
La bufera imperversa ovunque, ma il prezzo del petrolio è ancora sotto gli 80 dollari al barile, anche a causa degli aumenti dei tassi. Ci si chiede se la Casa Bianca inizierà a ricostituire le riserve strategiche, la cui vendita – manovra molto lungimirante in un periodo di apparente calma - ha fruttato a Washington circa 4 miliardi di dollari, portando però la Strategic Petroleum Reserve ai minimi storici.
La ricostituzione delle riserve, su cui l'amministrazione Biden non si è ancora espressa, potrebbe segnare una nuova svolta e provocare un rincaro del greggio.

Il nuovo price cap
Sul fronte del gas invece è stato trovato un nuovo accordo europeo, che ha abbassato il price cap da 275 a 180 euro a megawattora. Un limite ancora troppo alto, se si considera che oggi il prezzo del metano ad Amsterdam è di poco sopra quota 100 e che le bollette che stanno arrivando a famiglie e aziende sono comunque molto alte. In parole più semplici, se davvero il prezzo del gas dovesse raggiungere i 180 euro e mantenersi stabilmente a quel livello, molte aziende chiuderebbero. Il nuovo accordo, quindi, non sposta più di tanto gli equilibri, né evita rischi fortissimi per le economie dei paesi europei.

Argentina campione del mondo di calcio. E di inflazione
Tra i paesi fornitori di materie prime c'è anche il Qatar, che in questo mese è stato al centro dell'attenzione. Sia per i Mondiali di calcio, da poco conclusi, sia per i finanziamenti illeciti agli europarlamentari, oggetto di indagini da parte della magistratura belga.
A proposito di Mondiali, ci si chiede se e quanto la conquista della Coppa del Mondo da parte di Messi e compagni contribuirà a combattere le attuali difficoltà economiche dell'Argentina.
Difficile esprimersi in proposito. Le vittorie di Inter e Milan in Champions League, come l'Italia mondiale del 2006, contribuirono a piccoli rialzi del Pil del nostro paese. Ma l'Argentina, in questo momento, si sta avvicinando a un'inflazione-monstre del 99,6%, che potrebbe portare il paese all'ennesimo default sul debito estero.
Simili percentuali non agevolano certo un aumento di comidas in bar e ristoranti e di altri consumi dovuti ai festeggiamenti post-finale.
Certo è che molti supporter argentini, interpellati prima della finale, avevano affermato di preferire la Coppa del Mondo a un allentamento della spirale inflattiva. “Prima il Mondiale, poi si vedrà”, era il refrain delle interviste lungo un'affollatissima Avenida Pellegrini.
La Coppa è ora a Buenos Aires, fra il tripudio dei porteños. Ma la vera impresa, piuttosto che la vittoria ai rigori sulla Francia, è sistemare una situazione economica che per l'ennesima volta è ampiamente fuori controllo.

Image by rawpixel.com


Price cap, inutile fraseggio a centrocampo

L'accordo sul tetto al prezzo del gas è appena stato raggiunto, ma l'Ue cerca di apportare qualche miglioria al testo. Secondo le indiscrezioni, però, anche la nuova versione del protocollo si rivelerà poco incisiva contro la speculazione. Mentre, a quanto afferma il direttore dell'Aie, il 2023 potrebbe portarci una carenza di metano oltre i 27 miliardi di metri cubi

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo l'accordo (o pseudo tale) sul tetto al prezzo del gas, l'Unione Europea ci prova ancora. È allo studio il price cap 2, che – almeno a parole – dovrebbe fissare limiti più stringenti alla speculazione e alla volatilità dell'oro blu.
Dalle prime avvisaglie, però, il nuovo protocollo sembra una fotocopia del primo: abbassa, è vero, il prezzo massimo, ma continua a mantenerlo su limiti altissimi.
Il problema è stato evidenziato anonimamente anche da un diplomatico dell'Unione Europea coinvolto nell'organizzazione dell'ennesimo consiglio sull'energia. L'intenzione di alcuni paesi Ue di giungere a un vero accordo, ha fatto ampiamente capire, “non è quella che ci aspettavamo”. L'indiscrezione, ovviamente, non sorprende. Perché è ormai chiaro che ogni paese sta facendo da sé: Spagna e Portogallo hanno fissato un tetto a misura di azienda (circa 65 euro a kilowattora contro i 130 ufficiali), la Germania ha messo a disposizione di famiglie e imprese un budget molto ampio e la Francia calmiera i prezzi.
Ma c'è chi può e chi non può. L'Italia, evidentemente, non può: lo scostamento di bilancio – ha fatto capire Ursula von der Leyen - è streng verboten.
Insomma: si balla ancora sfrenatamente negli sfarzosi saloni del Titanic, mentre la nave lentamente si inabissa. E nessuno è immune al rischio se, come ha detto Fatih Birol, direttore dell'Agenzia Internazionale per l'Energia, nel 2023 l'Unione Europea rischia una carenza di metano pari a oltre 27 miliardi di metri cubi. Il che significherebbe cavarsela per questo inverno, ma non per il prossimo.
Le illusioni potrebbero dunque sciogliersi come neve al sole: la sostanziale tenuta di ottobre e novembre è dipesa sostanzialmente dalle temperature sotto la media fatte registrare in gran parte d'Europa. Ma ora, come era ampiamente prevedibile, è calato il freddo.

Scenari da incubo
Un 2023 all'insegna di ulteriori rincari energetici e razionamenti è stato previsto anche da uno studio realizzato da S&P Global Ratings. L'agenzia ha proposto uno scenario negativo (con probabilità pari a uno su tre) che potrebbe verificarsi nel caso in cui la guerra russo-ucraina si protraesse nel corso del prossimo anno.
Le previsioni, come anticipato, non si discostano dall'allarme del direttore Aie ed evidenziano rischi di ulteriori rincari e di contingentamenti. La nuova e più pesante crisi energetica si distribuirebbe un po' dappertutto, ma la Polonia sarebbe l'area più svantaggiata, anche a causa della vicinanza con il fronte di guerra.
Secondo S&P, lo scenario negativo vedrebbe anche una recessione più grave del previsto, soprattutto in Europa, con un Pil in calo dell'1,3% nel 2023 e la Germania come paese più colpito; tassi Usa ancora più alti; Bce costretta a seguire la Fed per evitare il deprezzamento dell'euro; rallentamento minore dell'area Asia-Pacifico, macroregione più orientata ai mercati interni.
Premesso che tutti gli esercizi e le previsioni restano tali, lo scenario sembra verosimile. I dati attuali mostrano che l'inizio del 2023, per l'Europa, sarà molto problematico, e potrà superare le stime più negative. Verosimile anche la previsione sulla Germania, mentre l'Italia ha le carte in regola per cavarsela meglio: il nostro paese è l'unico nell'Ue che vede un Pil superiore al periodo pre-Covid. Questo, probabilmente, perché a causa delle restrizioni e dei diktat di Bruxelles l'Italia si è attrezzata meglio a superare le crisi.

Ricette vetuste
Detto questo, lo scenario ucraino è sempre più preoccupante, un po' perché la guerra sta ampliando il suo raggio (Kiev inizia a colpire sistematicamente obiettivi in territorio russo), un po' perché i bombardamenti di Mosca stanno distruggendo le infrastrutture del paese, catapultandolo indietro di 50 anni.
L'inflazione resta, invece, un punto di domanda. Anche se, paradossalmente, quella americana sembra più facile da combattere con l'aumento dei tassi, perché colpisce tutta la scala del valore.
In Europa, lo abbiamo sottolineato molte volte, il problema è invece il rincaro energetico, che rende inutile la vecchia ricetta a base di rialzi. Questa strategia rischia dunque di non scalfire lo tsunami inflattivo, portando nel contempo l'Europa in recessione e contribuendo a distruggere la sua economia e a espellere dalla competizione varie aziende del nostro continente.

Auto elettriche, nuovi stop
Sul fronte dell'energia si segnalano altre due notizie curiose. La prima riguarda le auto elettriche: dopo le indiscrezioni su un possibile stop temporaneo di questi veicoli in Svizzera, ora è la volta di Germania e Svezia, che hanno sospeso gli ecobonus per l'acquisto delle e-cars. Le misure, che rischiano di creare un trend, potrebbero mettere in seria discussione lo stop alle vetture endotermiche già fissato dal parlamento europeo per il 2035. L'agenda elettrica sarebbe quindi bloccata non da riflessioni di carattere economico e di salvaguardia delle nostre aziende automotive, ma dalla crisi energetica che non accenna a placarsi.
La seconda notizia è invece il presunto caso di corruzione, da parte delle autorità del Qatar, della vicepresidente del parlamento europeo e di alcune figure di profilo medio-basso della politica continentale. La vicenda rende lecita alcune domande: questa inchiesta rivela un fenomeno casuale o è solo la punta dell'iceberg? I “piani alti” sono immuni? E: esiste una lobby legata alla transizione energetica che ha lavorato per imporre certe scelte (anche discutibili) in ambito comunitario?

Investimenti bilanciati
Sul fronte degli investimenti, il rimbalzo che ha permesso un parziale recupero dei mercati azionari è a un punto di svolta. Nel prossimo futuro, a rivelarsi determinanti per la sua sorte saranno gli utili, che nel terzo trimestre si sono rivelati positivi ma che non fanno sperare troppo per la prossima scadenza. Soprattutto nei titoli tecnologici, che sono in deciso calo.
Per contro, c'è ottimismo per il mercato obbligazionario, che dopo aver navigato in territorio negativo per parecchio tempo è pronto per restituire buoni rendimenti: se fino a poco tempo fa gli investitori spostavano capitali sulle azioni per mancanza di alternative, ora si può tornare a puntare sui bond, ancora sottopesati.
Una formula sensata potrebbe prevedere un investimento bilanciato, partendo con il 75% o l'80% in obbligazioni, mantenendo un po' di liquidità in entrata e riversandola in un secondo tempo sull'azionario, che andrebbe a crescere dal 20%-25% al 30%-35%. Una scelta simile potrebbe restituire rendimenti anche superiori al 5%.

Unicredit, cresce il pillar 2?
Oltre ai tecnologici, sono in discesa anche i titoli bancari. Alcuni rumours puntano il faro su Unicredit, che pur aveva registrato ottimi utili. Secondo indiscrezioni, la Bce potrebbe alzare i requisiti di pillar 2 della banca di Piazza Gae Aulenti dall'1,75% al 2% dei suoi risk weighted assets per potenziare la resistenza del gruppo dai rischi che derivano da guerra e recessione.
Finora non c'è nulla di ufficiale. Tuttavia, se davvero l'Eurotower si muovesse in questa direzione, la richiesta potrebbe suonare come un segnale inviato a un gruppo bancario ancora in affari con la Russia, che rappresenta il 15% delle attività di Unicredit. Attività che l'istituto milanese non ritiene opportuno dismettere.

Image by rawpixel.com


Il non-accordo sul gas

Dopo oltre un anno di proposte, discussioni e confronti, l'Unione Europea ha messo nero su bianco l'intesa definitiva sul metano, partendo dal compromesso raggiunto lo scorso mese. Ma il documento è, in realtà, una mancata decisione, che fissa il price cap a un importo altissimo. E difficilmente raggiungibile.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Poco più di un mese fa, gran parte dei media aveva annunciato con una certa enfasi il raggiungimento di un compromesso sul gas in Europa, celebrando una vittoria del governo italiano. Un approccio positivo condiviso dall'ex premier Mario Draghi, che lasciando Palazzo Europa aveva commentato con un eloquente “È andata bene”. Unico nodo, si leggeva sui giornali dell'epoca, l'esatta quantificazione del price cap – questione non di poco conto, dato che le tariffe, insieme ad approvvigionamento e stoccaggio, sono i punti centrali del problema.
È passato un mese e l'accordo è stato messo nero su bianco. E la “vittoria italiana” si è ridimensionata al livello della prestazione della nazionale di calcio contro la Macedonia del Nord, che ha precluso agli azzurri la partecipazione al mondiale qatariota. Per l'Italia l'accordo non è, quindi, una vittoria, ma una sconfitta. Si è deciso di fissare un prezzo unico, sì, ma solo nel momento in cui la quotazione del gas dovesse oltrepassare l'importo-monstre di 275 euro al kilowattora. Un livello che è stato fugacemente superato solo nell'ultima parte di agosto, per poi rientrare rapidamente e stabilizzarsi intorno a quota 100. Un livello quasi impossibile da raggiungere nel futuro.
La disfatta italiana, che solleva molti interrogativi sugli ultimi sei mesi del governo Draghi e sull'effettiva capacità dell'ex premier, si sostanzia anche nell'impossibilità di interventi troppo incisivi del governo sull'abbattimento dei costi delle bollette. La Germania mette sul piatto 200 miliardi per calmierare i costi energetici, mentre la Spagna e il Portogallo hanno da tempo fissato un tetto autonomo al prezzo del gas, con il nulla osta di Bruxelles. L'Italia, questo, non lo può fare, per non correre il rischio di trovarsi la troika alle porte di casa.

Black Friday, non è tutto oro quel che luccica
I soldi spesi dalle famiglie per l'energia sono, naturalmente, risparmiati altrove. Anche per questo motivo in Italia il Black Friday ha avuto molto successo. Semplicemente, nella settimana degli sconti si sono acquistati in anticipo i regali di Natale a prezzo ridotto.
Una notizia che non è del tutto buona per l'economia reale: chi ha fatto shopping nel corso di questa settimana, infatti, non comprerà a dicembre, salvo doni last minute. Uniche eccezioni, l'abbigliamento invernale – con molti capi rimasti sugli scaffali a causa delle temperature insolitamente miti di questo autunno – e gli alimentari a breve scadenza, il cui prezzo pieno potrebbe però essere condizionato dalla shrinkflation (minore quantità allo stesso prezzo). Già ora, a Milano i panettoni da un chilo sono scesi a 750 grammi, mantenendo invariati i listini ma evidenziando un rincaro reale a due cifre.

L'inflazione torna a scendere?
Il Black Friday non ha condizionato i mercati finanziari, che hanno archiviato una settimana molto tranquilla (anche per la chiusura americana in occasione del Giorno del Ringraziamento).
Al momento, l'Europa sta comunque tenendo meglio rispetto al mercato Usa, condizionato dalle tensioni sui titoli tecnologici.
Ottime notizie sul fronte dei bond. La scorsa settimana è infatti avvenuto il primo rimbalzo importante della componente obbligazionaria, che genera molto ottimismo: i prezzi delle materie prime stanno tornando sotto controllo, spingendo l'inflazione europea e americana in un percorso che dovrebbe portarla a livelli normali (2%-3%).
Da questo punto di vista, i dati di oltre oceano sono incoraggianti e i primi numeri provenienti dai Länder tedeschi evidenziano il ritorno a un'inflazione negativa. A titolo di esempio, la Renania Settentrionale-Westfalia è andata sotto zero a fronte dell'1,5 mensile registrato finora.

Tassi, ancora rialzi all'orizzonte
L'outlook positivo sull'inflazione sta spingendo la Federal Reserve a una riflessione sul costo del denaro, anche se non a breve termine: il presidente Jay Powell ha infatti gelato le speranze degli americani, affermando che, prima di tornare in territori più neutrali, i tassi potrebbero crescere oltre il 5% previsto dai mercati.
Anche la Banca Centrale Europea sembra non volersi fermare: dopo la generica intenzione, espressa nelle sue minute, di adattare le scelte strategiche sul costo del denaro all'andamento dell'inflazione, Francoforte ha alla fine sposato le tesi dei “falchi”. A togliere ogni dubbio è stata proprio Christine Lagarde, in audizione al Parlamento europeo: la presidente Bce ha comunicato che l'istituto centrale è deciso a prendere le “misure necessarie” per far rientrare l'inflazione. Se non si fosse capito, le “misure necessarie” sono un ulteriore rialzo dei tassi.
I mercati sembrano però continuare a puntare su un rallentamento dei rialzi americani: lo si comprende dalla lenta risalita dell'euro sul dollaro, che si attesta fra l'1,05 e l'1,10. Sul fronte valutario si sta quindi tornando a dinamiche più aderenti alla realtà e al valore delle monete. Il dollaro sotto l'euro era un fenomeno bizzarro, considerati gli squilibri della bilancia commerciale Usa. Gli Stati Uniti hanno un debito enorme nei confronti di vari paesi del mondo: in questa situazione era illogico che la sua valuta potesse proseguire su posizioni di forza.

Petrolio sotto controllo
A far crescere l'inflazione italiana potrebbe invece contribuire il rialzo della benzina: da domani, lo sconto sulle accise passerà, per i privati cittadini, da 30,5 a 18,3 centesimi per litro (resta, però, il regime agevolato per gli autotrasportatori). In pratica, il costo di mille litri di rifornimento aumenta da 478,40 a 578,40 euro.
La decisione, che pone fine a una tassazione meno pesante sui carburanti, ha destato varie proteste, ma risponde alla logica di trovare denaro per finanziare i provvedimenti sulle bollette e il sostegno alla fascia più debole della popolazione. La coperta è corta: probabilmente, fra otto mesi occorreranno interventi straordinari di supporto per chi non ha un lavoro e per chi è in difficoltà economica. E per questo servirà denaro.
L'impatto della misura potrebbe essere attutito dall'attuale andamento del prezzo del petrolio, che attualmente veleggia fra i 78 e i 90 dollari al barile. Il livello attuale dell'oro nero risente anche dell'atteggiamento morbido degli Stati Uniti nei confronti del principe saudita Bin Salman e del suo presunto coinvolgimento nell'omicidio del giornalista Jamal Kasshoggi. Il presidente Joe Biden ha dichiarato che l'erede al trono dei Saud è in possesso dell'immunità, spegnendo sul nascere le aspettative su un eventuale processo contro il principe. Dopo l'intervento del presidente Usa, il prezzo del greggio ha iniziato magicamente a stabilizzarsi.
Ciò dimostra, se ce ne fosse bisogno, la mancanza di etica da parte degli stati, che ricorrono a sanzioni (peraltro inutili) solo quando i loro interessi politici ed economici non sono minacciati.

Image by rawpixel.com


Privacy PolicyCookie PolicyTermini e Condizioni

CONTROVERSIEDISCLAIMERWHISTLEBLOWING

CHI SIAMONEWSPREMI

Società con azionista unico – Soggetta all’attività di direzione e coordinamento di Finsolari S.r.l.
Capitale Soc. €1.040.000 int. Versato.CF 11416170154 – P.IVA 01867650028
R.I. Milano Monza Brianza Lodi n. 11416170154 REA MI – 2022469
La SGR aderisce al Fondo nazionale di Garanzia

Milano

Via Agnello, 5 - 20121


Tel. +39 02 863571
Fax +39 02 86357300

Biella

Via Italia, 64 - 13900


Tel. +39 015 9760097
Fax +39 015 9760098

© 2024 Alicanto Capital SGR S.p.A. | All Rights Reserved

Privacy Preference Center