La recessione più annunciata di sempre
Al World Economic Forum di Davos, la maggioranza degli economisti ha definito “estremamente probabile” una recessione in realtà prevista da mesi. Stupiscono invece i mercati, che hanno aperto il 2023 positivamente e potrebbero rimbalzare fino alla pubblicazione delle trimestrali
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La settimana si è aperta con il ritorno del Word Economic Forum di Davos. Tra gli argomenti della kermesse, la lotta contro le disuguaglianze economiche e il contrasto alla crisi climatica del pianeta. Due iniziative senz'altro lodevoli, che però cozzano con il comportamento degli autorevoli invitati alla convention grigionese.
Un esempio su tutti; ha fatto scalpore la modalità con cui i congressisti hanno raggiunto la Svizzera, e cioè a bordo dei loro (superinquinanti) jet privati.
Già questo dato fa del Wef 2023 il festival mondiale dell'ipocrisia, in palese contraddizione sia con il contrasto alle disuguaglianze, sia con l'agenda “verde”. Gli aerei privati che hanno varcato lo spazio aereo della Confederazione – afferma un'indagine Greenpeace – inquinano come circa 350.000 auto e hanno quadruplicato le emissioni medie di Co2 in una settimana; inoltre, la maggioranza dei velivoli (53%) proviene da località sotto i 750 chilometri, raggiungibili senza particolari problemi anche in treno o in automobile (o almeno con un aereo di linea).
Per il resto, al World Economic Forum si è prevista una recessione per il 2023 (definita “estremamente probabile” dai due terzi degli economisti presenti) con una crescita debole in Europa e negli Stati Uniti.
Quella che tecnicamente stiamo già vivendo, si potrebbe commentare, è la recessione più annunciata di sempre. Anche se, è bene ricordarlo, ogni previsione, anche la più logica, può essere smentita.
Mercati tranquilli
A dimostrarlo è l'andamento dei mercati: ci si aspettava un periodo poco brillante, all'insegna dei cali e della scarsa redditività. E invece è avvenuto il contrario: i listini hanno aperto il 2023 molto bene.
Ora stiamo vivendo una prevedibile fase di riflessione, che dovrà consentire alle Borse di assimilare un inaspettato rimbalzo del 10%. A breve, dopo questo stop tecnico, i trend potrebbero tornare a crescere, per poi fermarsi con la pubblicazione dei primi dati trimestrali: gli utili (o almeno gran parte di essi) risentiranno della recessione e facilmente non saranno buoni. Per questo motivo, la strategia migliore è al momento quella prudente: rimanere negli investimenti ma evitare i rischi.
Ad approfittare della situazione positiva sono state (inaspettatamente) anche le criptovalute: bitcoin ed ethereum hanno rimbalzato e sembrano aver ricostruito una base solida e stabile. Vedremo nel corso dell'anno se avverrà un ritorno di questo asset o se invece si sarà trattato di un fuoco di paglia. Sicuramente, crisi e fallimenti hanno ridotto la platea degli investitori in criptovalute: secondo una ricerca di Kaspersky, diffusa pochi giorni fa, il 48% degli utenti ha rinunciato a utilizzarle perché teme di perdere denaro a causa della loro volatilità, mentre il 10% ha smesso di investirci dopo aver già lasciato denaro sul terreno.
Sempre consigliabile, invece, l'acquisto di obbligazioni. È impensabile recuperare ciò che si è perso l'anno scorso; tuttavia, scegliendo un orizzonte temporale triennale, è possibile portare a casa un 5%-6% annuo con un’attenta selezione.
Usa, rallenta l'inflazione
Negli Stati Uniti l'inflazione sta finalmente rallentando: i risultati di dicembre hanno mostrato una contrazione sia dei dati mensili, sia di quelli annuali, che con un +6,5% hanno fatto registrare i minimi da 14 mesi (a novembre il dato era del 7,1%).
Le indicazioni provenienti da oltre oceano non stupiscono: per accorgersi del calo generale dell'inflazione è sufficiente osservare la diminuzione sensibile dei prezzi delle materie prime. Una tendenza che, teoricamente, dovrebbe fare bene all'Europa ancor più che agli Usa. Non per niente, il nostro continente ha chiuso due mesi di inflazione negativa, anche se la comunicazione di questo dato non è stata del tutto chiara.
Il petrolio non decolla, la benzina sì
A proposito di materie prime, ci si chiede per quale motivo in Italia i prezzi della benzina alla pompa siano schizzati così in alto. Lo stop allo sconto delle accise non è sufficiente a spiegare un aumento così deciso delle tariffe al consumo, dato che il greggio è ancora sotto quota 90: non si capisce se davvero sia in atto una manovra speculativa, oppure se il rincaro dipenda dalle nuove sanzioni contro Mosca, che dallo scorso 5 dicembre hanno proibito il trasporto marittimo del greggio russo e dal prossimo 5 febbraio vieteranno anche il trasferimento di prodotti petroliferi provenienti dalla Federazione verso paesi terzi.
Il sindaco di Londra: “ridateci l'Ue”
La scorsa settimana hanno fatto scalpore le parole di Sadiq Khan sulla Brexit: il sindaco di Londra ha infatti denunciato apertamente i danni provocati dall'uscita inglese dall'Ue, chiedendo a gran voce un passo indietro (improbabile), o almeno l'apertura di trattative per una riadesione al mercato unico europeo, anche se dall'esterno (meno difficile).
A fare clamore è stata la modalità della comunicazione, apertamente critica nei confronti dei Conservatori, ma anche del leader laburista Kein Starmer, che ha dato per acquisita l'uscita dall'Ue, limitando il suo impegno a “far funzionare” la Brexit. Non ha invece stupito il contenuto del messaggio: Khan rappresenta una città cosmopolita come Londra, che aveva votato per rimanere nell'Ue e che ha subito gli impatti più negativi della crisi post Brexit. La capitale ha sofferto più di ogni altra città la carenza di manodopera straniera legata all'abbandono britannico dell'Ue e alle strette regole stabilite dall'ex premier Boris Johnson. Ha causato problemi anche l'uscita da Londra di persone molto abbienti, che hanno scelto di stabilirsi nel continente (anche Milano ne sta ricevendo benefici).
Più in generale, la Gran Bretagna ha chiuso il 2022 con un'inflazione più alta rispetto alla media europea.
Rincari in Giappone
Un rialzo dell'inflazione è avvenuto anche in Giappone, investito da un'ondata di aumenti. Simbolo della nuova situazione, il rincaro dei biglietti della metropolitana di Tokyo, fermi dal 1995 e cresciuti del 6%.
I rialzi hanno portato il premier Fumio Kishida ai minimi della popolarità tra i cittadini. Occorre però ricordare che il Giappone non è autosufficiente per l'energia e mantiene comunque un tasso di inflazione più basso rispetto al resto del mondo. Ovviamente – e questo accade dappertutto – i conti pubblici devono quadrare e a pagare il conto è solitamente la popolazione. Proprio per questo motivo occorrerebbe un approccio meno rigido al contenimento dei debiti pubblici, che non sono di per sé un male, a condizione che si dimostrino in grado di far crescere il PIL, sostenere il benessere degli abitanti e generare più crescita per il paese.
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Come sopravvivere alla volatilità
Il conflitto russo-ucraino ha scatenato un'ondata di panic selling, soprattutto sui mercati europei. Ma, quando si investe, è sempre meglio non farsi sopraffare da emozioni, incertezze e paure. Ecco il mix da scegliere in questi giorni difficilie.
Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - ci propone la sua analisi puntuale sull' attuale complesso contesto di mercato
Appena una settimana fa scrivevamo che Putin aveva riconosciuto le repubbliche ribelli del Donbass. In pochi giorni la situazione è precipitata: giovedì scorso è esploso il conflitto e la Russia sta incontrando difficoltà rispetto ai probabili piani di una guerra-lampo. Lunedì si è tenuto un primo round di colloqui, che presto riprenderanno, ma una soluzione appare lontana.
Intanto, pur in pochi giorni, le operazioni belliche hanno già causato eventi importanti, alcuni clamorosi: tra questi, un cambio repentino nella politica antimilitarista del Parlamento tedesco, l'adesione della Svizzera alle sanzioni internazionali, l’Unione Europea che fornisce armi a un paese terzo, gli atleti russi completamente esclusi dalle competizioni sportive.
Europa, la grande sconfitta
In questo contesto, ancora molto fluido, è davvero difficile tracciare una valutazione economica puntuale della situazione.
C'è solo un punto fermo: l'impatto delle sanzioni – che sembrano anche un monito alla Cina, per frenare i suoi appetiti su Taiwan – sarà probabilmente devastante per l'economia russa, ma potrebbe danneggiare (e molto) tutto l'Occidente. La Bce si aspetta un impatto fino all’1% sul pil, mentre l’inflazione continua a segnare livelli molto alti in Europa: venerdì scorso la Francia ha riportato +0,8% mese su mese (+4,1% anno su anno), ma consumi in calo, mentre lunedì il Cpi spagnolo ha segnato +0,6% MoM (+7,4% YoY) e martedì il dato di febbraio per l’Italia ci ha consegnato un’inflazione al 6,2% su base annua.
Questa divergenza costituisce un’ulteriore preoccupazione per la Bce, e ci fa sospettare che la prima vittima delle sanzioni sarà proprio l'Europa. Il blocco Swift per alcune banche russe rischia davvero di mettere in difficoltà molte aziende del nostro continente (soprattutto tedesche, italiane e in second'ordine francesi) che hanno commesse con Mosca.
E' molto difficile, come è anche inutile ricordarlo, che le perdite vengano indennizzate, mentre è probabile che non si limiteranno al breve termine, ma danneggeranno le nostre imprese per un periodo più lungo. I settori più colpiti sembrano essere quelli del lusso, della moda, del turismo e del food di alta gamma.
L'Europa sarà quindi la grande sconfitta. Meno problemi, invece, per l'Asia, che ha pochissimo scambio con la Russia e sostanzialmente tiene. In particolare, il Giappone rappresenta un'economia molto concentrata sulla situazione interna: quindi, come ha resistito alla crisi economica causata dal Covid, sta, per ora, riuscendo a gestire anche le conseguenze della guerra russo-ucraina.
Volatilità ai massimi
I mercati occidentali, invece, sono in balia delle notizie e della volatilità: mentre il Vix ha raggiunto i massimi dell'anno, l'indice S&P 500 YTD ha fatto registrare -11,23% e l'Eurostoxx -11,71%. Un esempio del panic selling che si è verificato viene dalle maggiori banche italiane: in 12 giorni Intesa Sanpaolo ha perso circa il 25% (sebbene dal mercato russo provenga solo l'1% del suo utile) e Unicredit più del 30%.
Il motivo di questa reazione è semplice: molti investitori non sopportano l'incertezza e sono spaventati dall'ipotesi di un rallentamento della crescita, con tutte le conseguenze del caso, sull'economia europea nei prossimi mesi: un atteggiamento che avevamo già visto a marzo 2020 con l’esplosione della pandemia, ma che, per fortuna di chi aveva avuto il coraggio (perchè di coraggio a volte si deve parlare) di mantenere le posizioni o addirittura di incrementarle, questo atteggiamento dicevamo si è poi rivelato un grosso errore.
Non ci stancheremo mai di ripetere che l’investimento in capitale di rischio richiede pazienza, costanza, nervi saldi e tempo.
Ricordiamo che Warren Buffet deve gran parte dei suoi risultati eccezionali alla capacità di comperare titoli quando nessuno li vuole: una delle sue massime è "be greedy when others are fearful and be fearful when others are greedy."
Prevedere il futuro è infatti impossibile soprattutto quando si parla di geopolitica. Probabilmente non si è ancora toccato il fondo della discesa dei mercati ed è molto probabile che la volatilità resti sostenuta. Tuttavia, già oggi, ci sono buone opportunità di acquisto. Vale la pena di ricordare che chi vende oggi probabilmente rientrerà sui mercati a prezzi piu alti. In altri termini, la miglior strategia è tenere duro, se si può.
Portafoglio diversificato
Tenere duro, sì. Ma in che modo? Oggi come oggi, una buona ricetta per investire può consistere nella diversificazione di portafoglio: occorre avere una visione globale e diversificare l‘esposizione tra Asia, Stati Uniti e materie prime, in un periodo in cui quasi tutte sono in ascesa (l'alluminio è addirittura ai massimi storici).
L'incognita-tassi
In questo scenario si fanno ancora più profonde le incertezze delle Banche centrali sui tassi, che già prima della crisi ucraina erano molto marcate. Il conflitto in corso dovrebbe ritardare la politica di rialzo dei tassi pur in presenza di un'inflazione davvero preoccupante come dicevamo già prima. L’idea di fondo è che alla fine si sceglierà di non sacrificare la crescita accettando un’inflazione che si spera possa avere toccato il picco proprio nel mese di febbraio.


