Mercati, ancora trading range. Mentre i bitcoin crollano
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il dicembre delle Borse si è aperto con un trading range al ribasso, già constatato alla fine del mese precedente. Un lieve movimento, ma meno preoccupante di quanto molti temano: di fatto, il 2025 è ormai praticamente finito (i giorni di apertura delle Borse sono rimasti una ventina) e i mercati fanno piccole manovre per assestarsi, prima arretrando e poi provando cauti rimbalzi. Difficile che questa fase di stanca sia qualcosa di più preoccupante di un normale su e giù: le Borse hanno dimostrato di saper recuperare quei cali ciclici del 2%-3% che si sono verificati di tanto in tanto. Siamo, lo ripetiamo, a fine anno: chi ha approfittato degli utili può aver pensato di portare a casa qualcosa. Hanno influito sulla leggera incertezza anche le crisi geopolitiche, l’attesa dei dati americani del post-shutdown e delle decisioni della Federal Reserve sui tassi. Il mercato ha già scontato il taglio di 25 punti base: una retromarcia della Fed sarebbe dunque una sorpresa negativa. Improbabile, ma non impossibile, dato che l’inflazione Usa è ancora sopra il 2,5%.
Le preoccupazioni Bce
Ha avuto invece un influsso quasi nullo il monito della Banca Centrale Europea, che nel suo rapporto sulla stabilità finanziaria ha paventato un rischio di correzione dei mercati azionario e obbligazionario. Tuttavia, dalle parole di Luis De Guindos, vicepresidente della Bce, sembrerebbe che il momento molto favorevole che ha contraddistinto i mercati fino a non molto tempo fa possa nascondere un’insidia “dietro l’angolo”. Tre i rischi evidenziati dal rapporto. Primo, le valutazioni molto alte dei titoli, soprattutto di quelli dell’intelligenza artificiale: il timore di restare fuori da parte degli investitori hanno causato un forte rialzo dei titoli, ma prima o poi, afferma la Bce, potrebbe verificarsi un improvviso aggiustamento (anche se – precisa la banca centrale – non si ravvisano similitudini con la bolla di inizio millennio). Secondo punto critico, i rischi legati ad alcuni bilanci di Paesi europei. Terzo, i dazi, di cui si parla meno, ma i cui effetti possono ancora colpire le aziende e, di riflesso, il settore bancario, a causa del rischio di credito nei confronti delle imprese esposte alle tariffe doganali di Donald Trump. Come detto, le Borse europee non si sono fatte influenzare da questo rapporto, che rimane un’opinione come un’altra. Sono almeno tre mesi che le banche centrali lanciano avvertimenti pessimistici, ma finora non è accaduto nulla di drammatico, né al mercato obbligazionario, né tanto meno a quello azionario. Intendiamoci: l’effetto dei dazi e dei debiti pubblici sull’economia è reale e sulla tecnologia ci sono valutazioni molto forti e “tirate”, che dovranno essere confermate da crescita di fatturato e di utili; se ciò non avvenisse, i rischi potrebbero rivelarsi reali. Ma sul mercato, in generale, attualmente non ci sono valutazioni da bolla. E’ quindi lecito essere ottimisti sul 2026, che nonostante la volatilità alta potrebbe assestarsi su una crescita annuale fino all’8%. Poco in confronto agli ultimi anni, ma tutto sommato niente male. Dicembre è solitamente un mese di attesa, in cui i più staranno fermi. Eccezione può rivelarsi il titolo Mps, che ai livelli attuali può promettere guadagni: è infatti facile che il tonfo assurdo seguito all’inchiesta per aggiotaggio possa essere recuperato del tutto in tempi brevi.
La (parziale) retromarcia di Trump
I dazi, come si è visto, fanno ancora paura, ma un po’ meno di prima. Trump ha infatti deciso di fare alcuni passi indietro; l’ultimo è lo stop alle tariffe su circa 200 alimenti, in gran parte prodotti solo fuori dagli Stati Uniti, fra cui tè, caffè, cacao, arance, pomodori, succhi e frutta tropicale. Il presidente americano ha motivato la decisione come conseguenza di accordi siglati con alcuni Paesi dell’America Latina, ma è chiaro che sulla marcia indietro ha pesato il vortice dell’inflazione alimentare: l’aumento dei prezzi (a due cifre per beni come carne bovina e caffè in polvere) ha creato tensioni tra i cittadini statunitensi: quando la merce rincara, difficilmente poi torna indietro, anche se le tasse doganali vengono eliminate. Il malcontento degli americani si è già osservato in alcune elezioni locali e potrebbe amplificarsi alle votazioni di mid term. Un vero incubo per il presidente degli Stati Uniti. L’Italia, finora, non è stata toccata dal “colpo di spugna” trumpiano, ma ogni passo verso l’attenuazione delle tariffe rende lecita qualche timida speranza. In ogni caso, non sono i dazi sul cibo a preoccupare l’Italia, ma quelli – al 50% – su acciaio e alluminio.
Bitcoin in rotta
Prosegue il trend ribassista dei bitcoin, con ripetuti tentativi di rimbalzo. Il realizzo degli early adopter ha contribuito a innescare una forte correzione. La crisi sembra assumere il carattere di una vera e propria fuga, che ora pare coinvolgere anche gli Etf. Il calo della “regina delle criptovalute” può impressionare per le sue dimensioni, ma non stupire più di tanto. Perché il bitcoin non è altro che un asset ad alto rischio, e non può entrare nella maniera più assoluta nella categoria dei beni rifugio, già presidiata da oro, argento e franco svizzero. A posteriori, anche l’ok della Fed agli Etf in criptovaluta è stato un azzardo, per l’opacità dello strumento. Una caratteristica che li rende fragili ogni volta che si manifesta un’avversione al rischio.
Il caso Airbus
Nei giorni scorsi Airbus ha richiamato circa 6.000 aerei A320 a causa di una vulnerabilità del software alle radiazioni solari. Il difetto è stato riscontrato in un programma fornito da Thales (ma, a quanto ha affermato Airbus, il problema non è di responsabilità di questa azienda). Il gruppo francese non ha fatto a tempo ad aggiornare con procedura d’urgenza gran parte degli aeromobili che si è presentato un altro problema, questa volta legato ai pannelli della fusoliera (in questo caso, la responsabilità sarebbe di un subfornitore). La notizia ha spinto i titoli Airbus a -11%, poi solo parzialmente recuperati. Occorre precisare che le temute cancellazioni massicce di voli non si sono fortunatamente verificate. E’ però vero che oggi siamo completamente nelle mani della tecnologia, e dobbiamo fidarci, sperando che non ci abbandoni o non ci mostri la sua fragilità.
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Il record che non ti aspetti
Per i mercati europei, il primo mese del 2023 è stato il miglior gennaio da 25 anni a questa parte. Il rimbalzo, che ben pochi avevano previsto, potrebbe però fermarsi in febbraio, frenato da un cambio di passo negli utili. Intanto, l'attesa delle nuove comunicazioni di Fed e Bce rende nervosi gli investitori
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Per le Borse, il primo mese del 2023 si è chiuso inaspettatamente in grande spolvero. In particolare, l'Europa ha archiviato il miglior gennaio da 25 anni a questa parte, con un incremento dell'11% circa.
Anche l'ultima settimana completa del mese è andata molto bene, specialmente a Piazza Affari, che venerdì sera si è imposta come migliore Borsa europea. E che, in un anno, ha praticamente recuperato le perdite accumulate in precedenza.
Fra i settori più virtuosi, quello bancario, sostenuto dall'innalzamento dei tassi. Nei prossimi mesi è molto probabile che le aziende di credito siano in grado di proseguire il loro momento positivo, nonostante le prime sofferenze e insolvenze causate dal contesto economico. Questo potrà avvenire perché oggi le banche prestano denaro in misura molto minore rispetto al passato: per questo motivo hanno una posizione ben più solida rispetto a dieci anni fa, rinforzata anche dai nuovi requisiti di capitale introdotti in sede europea.
A brillare particolarmente sui listini italiani è Banco Bpm, che sta correndo dallo scorso dicembre e ha ampiamente superato i massimi del febbraio 2022. La situazione florida dell'istituto di Piazza Meda lascia aperte molte strade: la banca lombardo-veneta può essere appetibile sia come possibile oggetto di mire, sia come protagonista dell'acquisto di una banca piccola.
Improbabile, invece, che Banco Bpm possa essere interessata a rilevare Mps, a meno di partecipare all'operazione con un pool di banche – la classica “cordata”, operazione che sembra piacere particolarmente al ministero del Tesoro, primo azionista (con il 64%) del gruppo senese.
Attesa nervosa
Se la scorsa settimana le Borse hanno brillato, quella attuale si è invece aperta con un po' di nervosismo, sia in Europa, sia oltre oceano: solo Londra, fra i listini occidentali, è cresciuta, spinta dall'attuale sottodimensionamento britannico causato dai postumi della Brexit.
I motivi dello stop dei mercati sono essenzialmente tre. Il primo è, naturalmente, l'attesa delle conferenze di Federal Reserve e Banca Centrale Europea, che decideranno se proseguire sulla politica di innalzamento tassi (scelta che, per la verità, è molto probabile, se non scontata), ma soprattutto diranno ai mercati con quale tono intendono proseguire.
In secondo luogo, è perfettamente naturale che le Borse rifiatino dopo un incremento così poderoso (oltre che, ripetiamolo, inatteso).
Infine, a contribuire a una certa ansia è l'arrivo imminente di alcuni importanti dati sugli utili (fra poche ore sono attesi i numeri di Meta, domani quelli di Apple). In generale, per quel che riguarda i dati che verranno pubblicati nel corso di febbraio, salgono i timori di revisioni al ribasso degli utili.
Piano Mattei
Continua intanto a scendere il prezzo del gas, che è poi una delle principali cause dell'inflazione europea. Complici le temperature miti (rese ancora più calde dal favonio in arrivo sul Nord Italia nei prossimi giorni) e il calo del dollaro, il metano potrebbe presto sfondare verso il basso il muro dei 50 euro per megawattora.
Nello stesso tempo, l'Italia si è assicurata una collaborazione importante con il governo libico: l'Eni ha infatti siglato un accordo con Noc, compagnia statale di Tripoli, per produrre gas localmente e acquistarlo per le nostre necessità. L'intesa, che ha suscitato una certa irritazione in Francia, fa parte del revamping del “piano Mattei”, che prevede una partnership fra l'Italia e i paesi africani, all'insegna della condivisione e non dalle logiche predatorie a cui, purtroppo, sono soliti indulgere i paesi occidentali. Proprio obbedendo a queste linee guida, l'obiettivo della partnership è quindi sia garantire energia ai cittadini libici, sia accrescere i flussi di gas verso l'Italia e l'Europa.
Nel caso della Libia, la collaborazione è paritetica: l'Eni investirà 8 miliardi di dollari, ma sarà l'unica società a versare soldi sonanti. Il 50% che la Libia mette sul piatto è infatti costituita dai giacimenti di cui Tripoli è ricca.
Usa-Cina, venti di guerra
Se il “piano Mattei” punta a renderci indipendente dal gas di Mosca, la guerra russo-ucraina continua a imperversare, senza che si intraveda la luce in fondo al tunnel. Come se non bastasse, alcuni giorni fa Mike Minihan, generale dell'aeronautica americana, ha paventato l'apertura di un nuovo fronte, affermando in un rapporto che entro un paio d'anni la Cina potrebbe invadere Taiwan. Operazione che rischierebbe di coinvolgere direttamente gli Usa.
Minihan ha invitato le truppe americane ad “accelerare” la preparazione di un eventuale conflitto fra Pechino e Washington. “Spero di sbagliarmi”, ha affermato l'ufficiale, “ma il mio istinto mi suggerisce che combatteremo nel 2025”.
Una guerra guerreggiata sarebbe, ovviamente, l'incubo più devastante per il mondo intero, che non vedrebbe vincitori, ma solo vinti. Un conflitto che si svolgerebbe in un contesto molto incerto, con una situazione militare favorevole per gli Stati Uniti ma un indubbio vantaggio tecnologico (e numerico) per la Cina.
Se si verificasse invece uno scontro essenzialmente economico, la crisi andrebbe a riverberarsi sull'intero occidente, ormai legato mani e piedi agli scambi con Pechino. Che avrebbe così una fortissima leva nei confronti degli Usa e dei suoi alleati, ben più forte che non il gas e il petrolio russi.
Etf, i più innovativi?
Intanto, un sondaggio realizzato da State Street Global Advisors e diffuso nei giorni scorsi rivela che, per la maggioranza degli investitori di Europa e Medio Oriente, l'Etf rappresenta lo strumento più innovativo realizzato nel mondo delle negoziazioni.
È davvero così? Per l'investitore retail, probabilmente, sì. Alla fine, le performance degli exchange traded fund convergono con quelle offerte dai fondi, ma con commissioni di gestione minori. Proprio per questo motivo, gli Etf hanno avuto l'indubbio merito di aver reso gli investimenti finanziari meno costosi per il cliente retail, aprendo il mercato anche a risparmiatori che in precedenza erano esclusi da questa attività.
Tuttavia, al di là del singolo strumento, è la creazione (e la gestione dinamica) di un portafoglio di investimenti diversificati a fare la differenza: se è corretto porre attenzione sul costo dei singoli strumenti, è indiscutibilmente vero che l'obiettivo di un investimento è quello di generare valore nel tempo, compatibilmente con gli obiettivi dell’investitore ed il suo profilo di rischio.
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Inflazione, si vede una luce in fondo al tunnel
Le stime sui dati di dicembre evidenziano un possibile punto di svolta. Ma in Italia, gli aumenti di trasporti, petrolio e generi alimentari fanno temere un colpo di coda. Mentre la Bce non blocca l'aumento dei tassi
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Nell'Eurozona, l'inflazione ha forse raggiunto il suo picco. Almeno a quanto suggeriscono le stime Eurostat di fine 2022, che vedono in media un'inversione di tendenza: a dicembre, la crescita del vortice inflattivo si è attestata sul 9,2% rispetto a fine 2021, contro il tasso annuo del 10,1% registrato in novembre. Su base mensile, invece, i prezzi al consumo sono calati dello 0,3%.
Il trend è più marcato in Germania, dove secondo Destatis (l'ufficio federale di statistica) l'inflazione è in fase calante - dal 10,4% di ottobre e dal 10% di novembre all'8,6% di dicembre, con un decremento dei prezzi al consumo dello 0,8% mese su mese. Una contrazione che, secondo l'ente, è comunque condizionata dall'intervento del governo; lo stato ha infatti pagato una tantum le bollette di dicembre, riducendo il tasso del mese dell'1,2% (stima Commerzbank).
Italia, possibile colpo di coda
Anche in Italia il dicembre dell'inflazione registra una leggera discesa (dall'11,8 all'11,6% di novembre, sempre su base annua). È un segnale per il futuro, anche se a breve termine potrebbe verificarsi un nuovo rialzo “a tempo”: nonostante la prevista discesa dei prezzi di gas ed energia, occorrerà anche prevedere l'impatto degli aumenti generalizzati di gennaio (tra questi, il rincaro del biglietto dei mezzi pubblici a Milano, da 2 a 2,20 euro, la crescita delle tariffe ferroviarie, il caro-generi alimentari e il “combinato disposto” tra mancato rinnovo del taglio delle accise, sospetti di speculazione sui prezzi dei carburanti e imminente stop alle importazioni di prodotti raffinati dalla Russia, in calendario il prossimo 5 febbraio).
Tutto si giocherà sui prezzi dell'energia, vero motore di questa crisi: se il metano e le materie prime non dovessero tornare a salire, l'inflazione potrebbe intraprendere un importante percorso di ridimensionamento.
Questo trend, se confermato, farebbe molto bene all'obbligazionario, che ha già recuperato il tonfo di dicembre (cui hanno contribuito le dichiarazioni di Christine Lagarde) e potrebbe dar seguito al rimbalzo.
E i tassi?
Per il momento, però, la politica della Bce non cambia. L'Eurotower si appresta ad alzare nuovamente i tassi, che cresceranno ancora di mezzo punto. Potrebbe essere l'ultimo ritocco, anche se è meglio non scommetterci troppo: dalla Banca Centrale Europea è lecito aspettarsi amare sorprese.
Aumenti previsti anche oltre oceano. Lo evidenziano i verbali relativi alla riunione del Fomc (divisione della Fed che si occupa della politica monetaria americana) tenutasi il 13 e 14 dicembre. Anche la Federal Reserve, si è detto nel corso della due giorni, procederà a un aumento di mezzo punto e non diminuirà i tassi neppure in caso di calo dell'inflazione. Almeno fino a quando l'obiettivo dichiarato del 2% non sarà raggiunto. Della serie: non se ne parlerà per almeno un anno.
Banche, buone prospettive
Non tutti, però, piangono per i tassi in rialzo. Perché questo trend è una vera manna per il settore bancario, favorito sia dall'aumento del margine di interesse, sia dalla remunerazione a tassi positivi del denaro depositato in Bce.
In questi anni, inoltre, le aziende di credito hanno visto crollare le loro valutazioni e questo rende lecito ipotizzare un ampio margine di crescita in uno scenario che, come detto, è estremamente favorevole.
Il recupero è già iniziato, come testimonia lo Stoxx Europe 600 Banks, che raccoglie i principali gruppi di credito in Europa: l'indice ha infatti registrato un aumento dai 117 punti dello scorso 12 ottobre a oltre 148. Nel corso di quest'anno, la fase positiva potrebbe proseguire, rendendo fruttuosi gli investimenti in titoli di aziende di credito.
Ottime prospettive anche per le obbligazioni bancarie, che ultimamente stanno rendendo anche oltre il 5%. Anche qui occorre molto prudenza nella selezione degli emittenti e delle emissioni, nonché un buon grado di dinamicità nella gestione delle posizioni.
E se l'aumento dei tassi si fermasse? In questo caso, le utility – che stanno soffrendo in maniera seria i continui rialzi - potrebbero rivelarsi una buona alternativa, con diverse prospettive di rimonta.
Croazia nell'euro. Ed è caos prezzi
Se Europa e Stati Uniti calcolano attentamente i punti percentuali (o i centesimi) di rincaro o di decremento dei costi, in funzione del settore esaminato, c'è un paese Ue che ha recentemente assistito a un’impennata folle dei prezzi. Si tratta della Croazia, che all'indomani dell'ingresso nell'euro (lo scorso gennaio) ha visto lievitare i listini della spesa.
Il boom ha diffuso il panico nel paese, e ciò ha costretto il premier Andrej Plenković a confrontarsi in tutta fretta con gli uomini dell'ispettorato di stato e dell'amministrazione fiscale e doganale, e il ministro dell'economia Davor Filipović a convocare d'urgenza associazioni di categoria e rappresentanti della grande distribuzione.
I 500 controlli effettuati dal 2 al 5 gennaio hanno evidenziato 300 irregolarità, e i numeri stanno salendo vorticosamente. I commercianti, da parte loro, hanno attribuito la responsabilità all'aumento dei prezzi all'ingrosso e degli affitti dei locali, che li avrebbero costretti ad adeguare i costi al dettaglio.
Chiunque sia responsabile di questo boom, sembra di rivivere in tempi più frenetici la situazione europea (soprattutto italiana) dopo l'introduzione dell'euro. Con un'aggravante: i croati conoscevano bene ciò che era accaduto in Europa nel 2002 e negli anni seguenti, ma chi di dovere non ha potuto (o voluto) far nulla per evitare il ripetersi di questa esperienza.
Per la Croazia, l'ingresso nell'euro era probabilmente inevitabile, dati i forti legami (politici, ma soprattutto commerciali) con la Germania; tuttavia, se gli aumenti non dovessero rientrare, a Zagabria potrebbe montare un'ondata di euroscetticismo difficilmente arginabile. Ricalcando, anche in questo caso, le esperienze di altri paesi Ue, fortemente europeisti fino a quando la cattiva gestione della moneta unica e la diminuzione del potere d'acquisto hanno raffreddato l'entusiasmo delle classi medio-basse.
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