Intelligenza artificiale, DeepSeek scatena uno tsunami sul Nasdaq
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Fino a pochi giorni fa, il nome di Liang Wenfeng era sconosciuto al grande pubblico occidentale. Ma lunedì scorso è cambiato tutto: la sua DeepSeek, start up di intelligenza artificiale con sede a Hangzhou, ha infatti conquistato le prime pagine dei giornali, dopo aver causato panico nella Silicon Valley e al Nasdaq. E’ bastato che DeepSeek superasse ChatGpt come app gratuita meglio valutata dagli utenti per alimentare un vero e proprio tsunami: Nvidia ha perso di botto oltre il 17%, lasciando sul terreno circa 589 miliardi di dollari per valore di mercato, e sono arretrati sensibilmente anche altri produttori di microchip (Micron e Broadcom) e bigtech come Alphabet, Microsoft e Oracle.
Un chatbot molto economico
A scatenare il terremoto a Wall Street è stata sicuramente la consapevolezza che le prestazioni del chatbot cinese possono rivelarsi migliori di quelle dei suoi concorrenti americani, ma soprattutto la differenza enorme di costi tra l’Ia made in Usa e quella sviluppata da Liang Wenfeng. DeepSeek abbatte i consumi dei competitor statunitensi e necessita di chip meno sofisticati (quelli, cioè, non inclusi nelle sanzioni Usa alla Cina). Ma, soprattutto, il suo sviluppo è costato davvero poco: realizzare ChatGpt-4 ha richiesto circa 100 milioni di dollari di investimenti, mentre il bot di Liang Wenfeng solo 6. Scoprire che una piccola realtà cinese, saltata fuori dal nulla (anche se fondata nel 2023) e realizzata con un importo molto minore, è capace di fronteggiare bigtech americane costate un’enormità, minacciando il primato dello Zio Sam nell’Ia, non poteva che sconquassare le Borse Usa. E così ha fatto, scatenando la paura del topolino in grado di mettere sotto scacco un branco di elefanti. Una cosa è emersa, e cioè la consapevolezza che l’intelligenza artificiale non è un club per monopolisti, ma c’è ancora spazio per la concorrenza e per nuove imprese.
Non è un “cigno nero”
Lo shock a Wall Street, che ha trasformato il grafico del Nasdaq in una parete a strapiombo, potrebbe assomigliare molto a un “cigno nero” per i tecnologici. Ma molto probabilmente non lo sarà. Semplicemente, le bigtech si stanno sgonfiando dopo aver corso molto, forse troppo. E ora si è verificato il ricalibramento che ci si aspettava per i tecnologici americani e che non dovrebbe stimolare un effetto domino. Non per niente, se Wall Street ha trascorso un lunedì da incubo, il resto dei mercati ha reagito più moderatamente, a parte i singoli casi di Siemens, Schneider Electric e Asml, sotto pressione perché specializzata nella produzione di chip. A una sofferenza dell’Eurostoxx ha risposto la tranquillità della Borsa italiana, che non ha praticamente fatto una piega.
La reazione blanda dell’Europa è una medaglia a due facce. Perché mostra anche una realtà incontrovertibile: nel duello Usa-Cina per l’intelligenza artificiale, noi siamo poco più che spettatori. Se il modello americano è molto efficiente e quello cinese dirigista, gli investimenti Ue sono legati più a fondi pubblici che a venture capital e devono comunque non scontentare gli spesso litigiosi Paesi membri. Ciò rende tutto molto macchinoso, escludendo l’Europa dalla partita. E questo non è un fatto positivo, dato che oggi chi controlla la tecnologia controlla il mondo.
Mps-Montepaschi, un assalto difficile
In Italia, le prime pagine dei giornali sono state conquistate dall’ops lanciata da Montepaschi su Mediobanca. Più che una risposta alle grandi manovre della concorrenza (i tentativi di Unicredit di rilevare Commerzbank e Banco Bpm), l’operazione tentata da Rocca Salimbeni pare finalizzata alla conquista di Generali proprio mentre il Leone ha avviato una partnership con Natixis nel risparmio gestito. Pesa anche la volontà di rivincita di Francesco Gaetano Caltagirone e Delfin, società della famiglia Del Vecchio, che hanno contemporaneamente quote del “cacciatore” (Montepaschi) e delle “prede”, vera e presunta (Mediobanca e Generali). L’ops sembra un tentativo dei due soci di peso di Siena di tornare sul gruppo triestino, di cui avevano cercato (invano) di prendere il controllo. Il Tesoro sembra favorevole all’offerta – contrariamente a quanto era avvenuto con Unicredit-Banco Bpm, che aveva visto un’aperta opposizione da parte del governo.
Tuttavia, la conquista senese di Piazzetta Cuccia appare una strada in salita: il cda di Mediobanca ha già respinto l’offerta come “distruttiva di valore”. Così come resta difficile che vada in porto l’ops Unicredit-Banco Bpm: oltre alla forte resistenza dell’amministratore delegato di Piazza Meda Giuseppe Castagna, emerge lo scarso appeal delle offerte carta contro carta. Per il dossier Commerzbank occorrerà invece attendere le elezioni tedesche.
Tutti vogliono la Groenlandia
Nessuno lo avrebbe pensato fino a poco fa, ma oltre al voto in Germania, altre consultazioni saranno molto importanti per l’economia europea: quelle previste in aprile in Groenlandia.
Gli oltre 50.000 abitanti del territorio costituente del Regno di Danimarca sceglieranno infatti i rappresentanti chiamati a tracciare le linee guida per il futuro. I toni aggressivi di Donald Trump, espressi in una telefonata molto aspra con la premier danese Mette Fredriksen, hanno catapultato l’immensa e placida isola del nord al centro dell’attenzione. Se un’aggressione militare americana è fuori da ogni immaginazione, potrebbero invece manifestarsi pressioni Usa sulla popolazione groenlandese. In questo caso, “pressioni” è sinonimo di “denaro”: i cittadini della Groenlandia sono in maggioranza favorevoli all’indipendenza, ma tutto a un tratto diventano contrari (80%) qualora la sovranità nazionale significasse la perdita degli ingenti sussidi stanziati da Copenaghen.
Da questo ragionamento emergerebbe che Nuuk sarà di chi la paga di più (anche se, ovviamente, la situazione non è così semplice come potrebbe apparire). Sicuramente, il ruolo dell’Unione Europea in questa crisi è (o almeno dovrebbe essere) fondamentale. L’Ue è presente nella capitale dell’isola con un ufficio, e punta a dire la sua (naturalmente con l’autorizzazione della Danimarca e della Groenlandia) nell’estrazione e nell’utilizzo di uranio, metalli rari e altre materie prime presenti nell’isola. Vedremo se Bruxelles, una volta tanto, riuscirà a far sentire il suo peso e instaurare una collaborazione win-win-win con Copenaghen e Nuuk, fermando le mire espansionistiche americane.
Tassi, possibile sorpresa Fed?
Sembra acclarato che il 2025 della Federal Reserve sarà abbastanza stabile, con tagli poco frequenti, se non simbolici. Ma c’è chi prevede addirittura uno stop completo alla discesa. In particolare, a utilizzare toni hawkish nelle sue previsioni è stato Larry Fink nel corso del World Economic Forum di Davos. Secondo il ceo di Blackrock, l’economia americana proseguirà a correre nel corso di quest’anno, almeno fino al primo trimestre. Per questo motivo, ha affermato Fink, la Federal Reserve potrebbe decidere di tenere i tassi stabili per alcuni mesi e poi tagliarli un po’. Ma, sempre secondo il ceo di Blackrock, se l’economia si confermasse brillante, la banca centrale americana potrebbe addirittura invertire la rotta e alzare il costo del denaro.
Una scelta che invece è preclusa alla Banca Centrale Europea, il cui percorso obbligato contempla il calo inesorabile dei tassi.
Foto di Mohamed Nohassi su Unsplash
Banche, in Europa i timori si diradano
Le rigide norme Bce su patrimonio e liquidità hanno stroncato sul nascere i timori di una nuova crisi di sistema. Anche le Borse se ne sono accorte e Piazza Affari ha fatto registrare una serie di chiusure in rialzo. Intanto, l'inflazione si ridimensiona, ma tornano a salire i prezzi di gas e petrolio
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Il rischio di una grande crisi bancaria europea sembra scongiurato. L'assalto degli speculatori agli “anelli deboli” del sistema creditizio del nostro continente si è – almeno per ora – infranto contro le protezioni patrimoniali costruite dalla Bce nel dopo-Lehman. E nulla hanno potuto i tentativi di affossare Deutsche Bank, che nonostante i molti problemi (da tempo evidenti) dispone di una liquidità capace di difenderne la sopravvivenza.
Banche, ottimo investimento
Come avevamo affermato di recente, dunque, i ribassi che si sono verificati dopo il crac di Silicon Valley Bank hanno offerto molte opportunità di investimento sia in bond, sia in azioni bancarie. E il periodo è ancora propizio per entrare in questo settore. Piazza Affari - listino in cui i titoli bancari sono tradizionalmente molto presenti - ha archiviato una settimana di rialzi ininterrotti, che hanno portato l'aumento da inizio anno al 33%. La dinamica italiana è ben diversa da quella americana, dove il trimestre è stato sì ottimo, ma guidato dai titoli tecnologici, che hanno fatto cassa anche con i licenziamenti di massa che hanno avuto luogo nelle aziende della Silicon Valley. Si è invece consolidata una situazione poco propizia nel rendimento delle obbligazioni di stato, in cui la curva si è invertita: i titoli decennali Usa rendono il 3,6%, quelli a un anno il 5%. Gli investitori sono probabilmente convinti che il rialzo dei tassi Usa sia ormai concluso, ma temono una recessione dopo l'estate.
Inflazione a un bivio?
Alt ai tassi probabile negli Stati Uniti, meno in Europa, almeno a quanto traspare dalle dichiarazioni dei vertici Bce. La presidente Christine Lagarde, nel corso di un incontro con 400 studenti, ha dichiarato che i rialzi "stanno appena cominciando a funzionare” e che in Italia l'inflazione core è ancora troppo alta (essendo passata dal 5,6% al 5,7%); per questo motivo, ha aggiunto, “c'è ancora lavoro da fare". Che tipo di lavoro Christine Lagarde abbia in mente traspare dalle parole di Robert Holzmann, governatore della banca centrale austriaca e membro del board Bce, che non ha escluso un nuovo ritocco verso l'alto. Il rialzo, ha detto, potrà verificarsi se la crisi bancaria non peggiorerà. Una posizione che ci fa sentire un po' sballottati tra Scilla e Cariddi: da una parte il rischio di nuovi problemi sul fronte bancario, dall'altra nuovi, affrettati rialzi dei tassi, che rischierebbero di mettere in ginocchio i paesi più indebitati. Preoccupa anche il nuovo rialzo delle materie prime: il petrolio - tornato sopra gli 80 dollari al barile, a causa del taglio della produzione da parte dell'Opec+ - e il gas, che si è spinto sopra quota 50. Un cambio di paradigma causato probabilmente da un colpo di coda della speculazione, che ha forse approfittato dell'eliminazione, annunciata dall'Ue, degli approvvigionamenti di gas dalla Russia entro 18 mesi. Poiché l'inflazione europea dipende principalmente dalle materie prime, questi trend dovranno essere particolarmente tenuti sotto controllo. E ci dimostrano che il vortice inflattivo non è ancora stato domato, anche se la situazione sembra comunque in via di normalizzazione: dal 10%-11% dell'ultimo anno ci stiamo avviando verso un più rassicurante 4%.
Ubs-Credit Suisse: non è tutto oro quello che luccica
Timori anche dalla roadmap che porterà alla nascita del grande “campione nazionale” svizzero Ubs-Credit Suisse. Nonostante la rapida risoluzione del merger, si temono conseguenze per le molte vertenze che gli obbligazionisti (ma anche gli azionisti) di CS stanno già annunciando. L'accordo di fusione potrebbe dunque essere rinegoziato, anche se non è a rischio. Come ha affermato Martin Schlegel, vicepresidente della Banca Nazionale Svizzera, al canale radiotelevisivo di lingua tedesca, se l'operazione non fosse stata effettuata nel corso di quel fine settimana, il Credit Suisse sarebbe saltato alla riapertura dei mercati, causando molto probabilmente “una crisi finanziaria in Svizzera e in tutto il mondo”. Tuttavia, una parte abbastanza consistente dei cittadini elvetici mostra di non gradire la soluzione, ritenendo che sarebbe stata più conveniente una nazionalizzazione della banca e una successiva vendita dell'asset “ripulito”. Preoccupazione anche dai sindacati per i licenziamenti attesi a causa della fusione, pari al 25% della forza lavoro. In tutta questa incertezza, si è comunque sicuri che – come ha detto Sergio Ermotti, ceo “di ritorno” di Ubs – la nuova banca non sarà un colosso. "Anche mettendo insieme Ubs e Credit Suisse”, ha affermato a un intervista al Sole 24 Ore, “non saremo in vetta alla classifica per dimensioni dei gruppi bancari internazionali". Ci sarà dunque una sovrapposizione, più che una crescita. Anche perché, lo ricordiamo, i clienti con il conto corrente in due istituti di credito protagonisti di un merger ne spostano solitamente uno altrove, per mantenere un approccio diversificato e salvaguardare la multibancarizzazione. Quindi, ha affermato Arturo Bris, docente di Finanza alla Imd di Losanna, le sinergie saranno “inesistenti” - a parte quelle che sorgeranno dal calo dei costi. Il modello del nuovo “campione nazionale”, ha comunque assicurato Ermotti, metterà al centro la gestione dei patrimoni, cercando di limitare il più possibile le attività di banca di investimento.
Brasile e Cina, fuga dal dollaro
A livello mondiale fa molto parlare l'accordo di scambio, per molti versi clamoroso, tra Brasile e Cina. Secondo l'intesa, definita in un documento congiunto, i due paesi Brics effettueranno le transizioni finanziarie tra di loro (circa 150 miliardi di dollari l'anno) direttamente in yuan e reais. Escludendo, cioè, il dollaro e il sistema Swift. L'operazione sarà effettuata mediante la fondazione di una clearing house per compensare debiti e crediti nelle due valute nazionali. Per la Cina, questo non è il primo accordo di questo tipo (ne ha già stretti con Russia, Iran, Pakistan e Arabia Saudita), ma l'ingresso del Brasile in questo sistema segna uno sbarco in forze di Pechino in quello che fu il “cortile di casa” degli americani. Oltre che un'indubbia perdita di influenza (economica e politica) degli Usa, la silente espansione cinese sta causando una perdita economica non indifferente a Washington, privata di sempre maggiori commissioni di cambio valuta
Foto di William Navarro su Unsplash


