Moody's promuove l'economia italiana
L'agenzia ha confermato il rating del nostro Paese, alzando l'outlook da negativo a stabile. Hanno contribuito alla valutazione gli impatti positivi del Pnrr, la solidità dei gruppi bancari e il calo dei costi energetici. Ma anche la consapevolezza che il mondo non potrebbe sopportare una nuova crisi. Il giudizio positivo abbatte lo spread e fa volare i titoli delle aziende di credito
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
L'Italia supera brillantemente l'esame di Moody's. L'agenzia ha infatti confermato il rating Baa3, alzando l'outlook da negativo a stabile. Ed evitando in questo modo contraccolpi per i titoli di stato e lo spread. A spingere il Belpaese verso la conferma del giudizio già espresso da S&P, soprattutto le ricadute positive del Pnrr, il forte balzo in avanti delle banche e la diminuzione dei costi energetici rispetto al 2022, anche per la diversificazione delle forniture e le azioni del governo sulle infrastrutture.
I motivi di un successo
L'Italia, promossa prima da S&P, poi da Moody's, tira dunque un sospiro di sollievo. E si prende anche le sue rivincite: molti ricordano le previsioni negative delle grandi banche internazionali sui titoli di stato italiani, che ora vengono frettolosamente corrette in corsa. Un esempio su tutti, quello di Citigroup, che lo scorso settembre aveva consigliato di vendere i Btp italiani a causa dello spread: bene, ora la stessa banca newyorkese ha semplicemente riconosciuto di essersi sbagliata. Sospiro di sollievo, si diceva, ma non stupore. Perché una valutazione positiva era nell'aria per varie ragioni. I tre motivi che abbiamo già elencato, certo. Ma anche cause più “macro”. In primo luogo, il mondo non può permettersi nuove crisi finanziarie, soprattutto su paesi, come l'Italia, che sono cruciali nella tenuta dell'intera economia monetaria europea. Poi, la situazione della nostra economia che, lo abbiamo ricordato molte volte, è migliore di quella registrata da altri Paesi europei, e oltre a questo si presenta in crescita. Certo, a svantaggiare l'Italia c'è la stagnazione, oltre a un debito pubblico atavicamente alto. Ma anche su questo fronte, Moody's ha ricordato che la situazione è in miglioramento: a fine 2023, ha affermato l'agenzia di rating, è previsto un calo, mentre il rapporto debito/pil scenderà dal 141,7% al 140,3%. Valori ancora lontani dalla situazione pre-Covid, ma comunque in progressivo calo. Oltre a questo, non è mai inutile ricordare che alcuni Paesi a economia avanzata hanno una situazione debitoria ben peggiore rispetto al nostro. Il Giappone, per esempio. E gli Stati Uniti, che per il quarto anno consecutivo chiuderanno con un deficit stratosferico (8%), contro il 5% dell'Italia. Se il nostro Paese fosse nella stessa situazione, sarebbe in default da tempo.
Banche a gonfie vele
Il rating positivo di Moody's ha spinto in alto i titoli bancari italiani, già protagonisti di ottime prestazioni. A influire in modo decisivo, il calo degli spread Btp-Bund, che – anche in seguito alla valutazione dell'agenzia di rating – hanno proseguito la discesa da un valore di oltre 200 a poco sopra quota 170. La correlazione tra la presenza forte dei titoli di stato nel portafoglio delle banche e l'orizzonte positivo che il rating Moody's ha dato al Btp è molto chiara. E si inserisce in un momento già di per sé favorevole per il settore. Lo diciamo dall'inizio dell'anno: investire sulle banche è particolarmente redditizio, perché gli istituti di credito hanno un valore borsistico molto più basso rispetto a quello reale. E perché, in un periodo di tassi alti, il settore non può che crescere. Ora, forse, acquistare titoli bancari potrebbe sembrare tardivo, dato che il grande balzo in avanti è stato compiuto. Ma è probabile che il trend di crescita riservi ancora soddisfazioni per il comparto, almeno fino a quando i tassi resteranno a questo livello. Una menzione speciale per Montepaschi, che ha chiuso la scorsa settimana a +13,7% (contro il pur lusinghiero +3,5% di Piazza Affari) e che ha archiviato con successo il collocamento del 20% del capitale effettuato dallo Stato. Ciò dimostra che a volte gli interventi pubblici, quando effettuati a regola d'arte, sono una necessità. Questo è, appunto, il caso di Montepaschi, che spicca il volo dopo molte difficoltà. Le banche sono la benzina perché l'economia funzioni: i trend di Piazza Affari lo stanno ampiamente dimostrando. Il paradosso è che, nonostante questi ultimi record borsistici, il mercato abbia valutazioni ancora basse. Anche in uno scenario da cui emerge un rallentamento economico, dunque, le Borse europee non hanno nessun motivo per scendere.
Mercato unico dei capitali
Archiviata (o messa in pausa, fate voi) la saga dei tassi, Christine Lagarde ha puntato il faro su un progetto che le è particolarmente caro: l'unione del mercato dei capitali. Il settore obbligazionario, ha detto la presidente Bce, è tre volte minore rispetto a quello americano, e il rapporto Ue-Usa del capitale di rischio è addirittura di uno a cinque. Un distacco davvero forte, in grado di frenare l'economia reale del nostro continente che, secondo il numero uno della Banca Centrale Europea, con l'unificazione potrebbe realizzare un esteso mercato delle cartolarizzazioni. Tra i benefici, anche la possibilità di incrementare i finanziamenti alle aziende più innovative: a opinione di Christine Lagarde, il mercato unico dei capitali potrebbe consentire di raccogliere 535 miliardi di euro l'anno per circa 4.800 aziende europee. Il tema è ricorrente e potenzialmente realizzabile. Prima, però, è necessario risolvere alcuni nodi, come per esempio il nuovo patto di stabilità. Le cui regole, lo ricordiamo ancora, non dovranno ricalcare quelle fallimentari della precedente versione.
Materie prime
Nel frattempo, il gas si è stabilizzato nella fascia 40-50, mentre il petrolio è poco sopra gli 80 dollari al barile. Alla fine, la quota accontenta un po' tutti: con un'economia mondiale in difficoltà, e minacciata da varie guerre sparse per il mondo, una quota vicino agli 80 dollari fa comodo a tutti: i produttori guadagnano comunque, mentre non si crea inflazione. Intanto, il Financial Times ha rivelato che il petrolio russo non viene quasi mai venduto per meno di 60 dollari al barile, come stabilito dal price cap europeo. Qualcuno si meraviglia. Ma, con un gioco di parole, è lecito sorprendersi che qualcuno si sorprenda. Proprio come le sanzioni, anche il price cap è stato introdotto da un quinto del mondo. I restanti quattro quinti continuano a commerciare con Mosca e a ignorare le decisioni dei Paesi occidentali. Che, tra le altre cose, non hanno smesso del tutto di comprare gas dalla Russia, pur in minori quantità.
Terremoto Argentina
Tra i Paesi attualmente in bilico tra l'Occidente e i Brics c'è l'Argentina, la cui posizione sullo scacchiere mondiale potrebbe cambiare dopo la vittoria del filo-americano Javier Milei. Difficile che il nuovo capo di stato riesca a fermare l'adesione di Buenos Aires ai Brics, anche perché ogni sua decisione dovrà passare dall'esame del parlamento. Tuttavia, un certo ricollocamento della politica estera (e dell'economia) argentina probabilmente avverrà. In ogni caso, più che per il suo programma economico, basato su privatizzazioni a raffica e dollarizzazione dell'economia, Milei è stato votato dagli elettori per lasciarsi alle spalle i protagonisti del dissesto economico argentino degli ultimi 20 anni. Una gestione poco accurata capace di portare a ben tre crisi economiche un Paese che, se gestito bene, avrebbe le risorse per potersi risollevare. E arrivare a competere con gli stati più ricchi del mondo.
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Rating, nessuna sorpresa: S&P conferma valutazione e outlook
Come ampiamente previsto, l'agenzia ha ribadito il “voto” assegnato all'Italia e le previsioni sulla nostra economia nei prossimi mesi. Mentre la Borsa, in linea con gli altri listini europei, flette ma tiene, nonostante la situazione geopolitica, i tassi elevati e i costi della transizione energetica
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Nel suo primo esame post-manovra, S&P ha confermato il rating dell'Italia (BBB/A-2) e l'outlook stabile del Paese. Le preoccupazioni che avevano creato nervosismo in Borsa si sono dunque rivelate esagerate, mentre le tensioni sullo spread si sono temporaneamente allentate, portando il valore sotto quota 200. Unica nota stonata, le previsioni negative di crescita, che però erano ampiamente nei numeri, anticipati dal Def del governo.
L'idra a tre teste
Nessuna sorpresa, dunque. Che ci sia un rallentamento in atto dell'economia italiana (e non solo) è ampiamente sotto gli occhi di tutti, così come i timori che i numeri possano peggiorare ulteriormente a causa di una specie di “idra a tre teste” che incombe implacabilmente: il combinato disposto tra i conflitti in atto, i tassi di interesse ancora elevati e le strategie discutibili con cui viene condotta la transizione energetica, che possono distruggere il sistema industriale europeo. In presenza di questi rischi, questi, una crisi finanziaria sarebbe molto pericolosa. S&P ha quindi tracciato una linea per molti versi già scritta, dotandosi di un sano buon senso. D'altra parte, a fine anno l'Italia chiuderà con un deficit pari a quello francese e minore rispetto a quello americano. Piu preoccupante sembra il rifinanziamento del debito pubblico, che con i tassi di interesse così alti, provocherà costi supplementari per 10 miliardi di euro. Occorrerà ovviamente tenere sotto controllo la situazione economica europea, che peggiora abbastanza velocemente, con il calo peggiore del Pmi Flash da tre anni a questa parte (da 47,2 punti a 46,5). D'altra parte, però, scende altrettanto rapidamente anche l'inflazione, pari al 5% se calcoliamo gli ultimi 12 mesi, ma nel breve è molto più bassa - forse già al 3%.
La Borsa tiene. Nonostante tutto
E la Borsa? La Borsa, tutto sommato, tiene. Nonostante il nervosismo dovuto all'attesa dei rating (fidarsi è bene, non fidarsi è meglio – verrebbe da dire) e ai tre elementi appena citati che rischiano di destabilizzare l'economia, le flessioni degli indici denotano ancora una situazione di trading range. Milano ha quindi chiuso la settimana a -1,40%, in linea con gli altri listini europei, ma ha poi recuperato lunedì e ora sta attendendo con un certo nervosismo la comunicazione dei risultati delle bigtech Usa. I movimenti sono dunque marginali, in un contesto leggermente ribassista – il che, vogliamo ribadirlo, evidenzia una tenuta non scontata, dato il quadro internazionale che conosciamo fin troppo bene. A preoccupare, invece, sono le obbligazioni, il cui mercato nell'ultimo mese ha perso moltissimo. Già a settembre le azioni hanno sovraperformato i bond e, in questo particolare periodo, l'equity offre più protezione rispetto al mercato obbligazionario. Detto questo, la discesa dei tassi (che, se lo augurano tutti, potrebbe partire già nel corso del primo trimestre 2024) tornerà a restituire qualche rendimento agli investitori.
Banche centrali a un bivio
I tassi potrebbero quindi scendere entro sei mesi. Ma prima di calare, devono fermare la loro avanzata. Quali sono le posizioni delle banche centrali su questo tema? In Europa, i gestori scommettono almeno su una pausa ai rialzi, mentre Christine Lagarde si produce in dichiarazioni scontate stile maestrina (“se ognuno svolgerà il suo compito, la situazione migliorerà”: ma dai?). Il suo “collega” americano Jerome Powell torna invece a pronunciare dichiarazioni da “falco”, non escludendo nuovi aumenti dei tassi. Eppure, negli Stati Uniti, l'inflazione è abbastanza sotto controllo, e soprattutto è molto più determinata da condizioni interne rispetto a quella europea. L'eccesso di spesa pubblica su cui ha puntato l'amministrazione Biden rischia di far esplodere il debito pubblico, e per rifinanziarlo ed evitare il blocco di tutte le attività ci sono voluti interventi in extremis del Congresso. E' lecito ritenere che, se le agenzie di rating utilizzassero per gli Stati Uniti lo stesso metro di giudizio utilizzato per i Paesi europei, ne vedremmo delle belle, poiché (un dato su tutti) gli squilibri della bilancia commerciale Usa pongono Washington al di sotto del livello italiano. Una peculiarità dell'inflazione americana è anche la sua diversificazione a macchia di leopardo: negli Stati a più bassi impatti fiscali (soprattutto a guida repubblicana, ma non solo) l'afflusso di aziende provenienti dalla California o da New York rendono la situazione economica più florida. E l'inflazione più bassa.
Petrolio, su l'asticella
In questa situazione, il petrolio ha fatto il salto: se, fino alla scorsa estate, il valore di riferimento era compreso nella forbice fra i 70 e gli 80 dollari al barile, ora si è spostato sull'intervallo 80-90, con puntate oltre questa quota. Il (voluto) taglio della produzione, spinto da Arabia Saudita e Russia prima, e le (inattese) conseguenze della guerra in Medio Oriente poi hanno reso inevitabile il salto. Tuttavia, questa settimana il valore del greggio ha subìto una contrazione rispetto a quella da poco trascorsa. I Paesi produttori sanno bene che non si può tirare troppo la corda, altrimenti si spezza: non è interesse di nessuno sfondare il muro dei 95 dollari in un periodo contraddistinto dalla recessione mondiale. Si rischierebbe un calo drastico della domanda e, alla fine, ci perderebbero anche i Paesi Opec+. Soprattutto in un periodo di innalzamento del prezzo del gas, ormai abbastanza stabile su quota 50 euro al Ttf di Amsterdam. Inspiegabilmente, considerata l'attuale forza del dollaro, è salito anche l'oro, tornato ad abbattere la soglia psicologica dei 2.000 dollari. La performance, che fa il paio con il raid oltre 32.000 dollari del bitcoin, si spiega forse con la ricerca di investimenti alternativi in presenza di un'inflazione ancora problematica: quando il costo del denaro tornerà a livelli di guardia, per il metallo giallo ci saranno probabilmente pochi margini.
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