Mercati sotto controllo, nonostante la guerra

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La nuova fase della guerra in Medio Oriente, con il coinvolgimento degli Stati Uniti, si è fatta sentire negli ambienti borsistici, ma tutto sommato moderatamente. Dopo l’attacco americano all’Iran si sono verificati arretramenti generalizzati, ma fisiologici e controllati, e dipendenti anche da altri fattori: Milano, che aveva già chiuso la settimana in ribasso a causa del conflitto, ha aperto il primo giorno post-bombardamento Usa lasciando sul terreno l’1% circa, ma sul calo ha inciso anche il maxi-stacco delle cedole; Madrid, unica in Europa, ha addirittura chiuso il primo giorno della settimana in positivo. Più che accusare il colpo i listini lo hanno assorbito, segno che sono ormai in grado di relazionarsi con gli effetti dell’instabilità geopolitica, cedendo il minimo indispensabile per poi provare un recupero. Almeno in Europa, la situazione dei mercati è improntata al sereno: anche dopo i passi indietro della scorsa settimana e di lunedì, Milano rimaneva oltre il 15% da inizio anno, contro lo zero degli indici americani. Quest’anno, insomma, è bastato avere la forza per investire molto sulle Borse europee e rinunciare a un’esposizione in dollari per portare a casa ottimi risultati: le previsioni che intravedevano un biglietto verde addirittura sotto la parità si sono dimostrate fallaci, in un quadro che ora vede la nostra moneta oltre quota 1.15.

Voglia di correre

La forza e la resistenza (e resilienza, come si direbbe oggi) dei listini è emersa chiaramente dopo l’annuncio di un pur instabile cessate il fuoco fra Israele e Iran: la notizia – nonostante l’altalena tra smentite e conferme, allarmi e contrordini e interventi anche duri di Donald Trump – ha innescato un recupero degli indici europei che, potremmo dire, hanno “voglia” di correre e hanno provato il rilancio. Wall Street, da parte sua, ha ceduto qualcosa dopo la risposta iraniana con il bombardamento missilistico alle basi americane in Qatar, ma ha subito invertito la rotta con guadagni generalizzati, che forse sono dipesi dal carattere poco più che simbolico del raid.

Petrolio su e giù

Il recupero delle Borse dipende anche dal prezzo del petrolio, la cui breve corsa, che aveva allarmato i mercati e l’opinione pubblica, si è fermata dopo l’annuncio della tregua: il greggio è tornato sotto quota 70 dollari al barile, facendo gongolare Trump, strenuo sostenitore dei prezzi soft. Il presidente americano, con il suo solito stile informale, ha anche pubblicato un post anti-speculazione sul social Truth, rivolto all’industria americana degli idrocarburi: “Tenete tutti i prezzi del petrolio bassi. Vi tengo d’occhio! State giocando dal lato del nemico, non fatelo”. Se il “combinato disposto” fra un raffreddamento della guerra in Medio Oriente, gli appelli di Trump per il calo del prezzo del greggio e la sovrapproduzione decisa dall’Arabia Saudita dovesse tenere, le Borse europee potranno concentrarsi su semestrali, outlook delle aziende e rischio nuovi dazi (il prossimo 9 luglio, lo stesso Trump dovrebbe annunciare ulteriori decisioni in questo senso).

Le due anime della Fed

I mercati sono anche molto attenti alle strategie delle banche centrali, che hanno scelto percorsi molto divergenti fra loro.
A lasciare i tassi invariati sono state Federal Reserve e Banca d’Inghilterra. L’istituto centrale americano, in realtà, ha espresso l’intenzione di apportare due interventi verso il basso entro fine 2025, facendo però attenzione a eventuali ulteriori effetti negativi dei dazi; tuttavia, Jerome Powell è stato esplicitamente insultato da Trump, che ha espresso il suo disappunto mentre la riunione del direttivo era in corso. L’inquilino della Casa Bianca non è l’unico a spingere per il calo dell’attuale forbice, ferma a 4,25%-4,50%: posizioni dovish si sono infatti registrate anche all’interno della banca centrale, pur con toni molto paludati. In questi giorni, due membri del board dei governatori non hanno escluso la possibilità di un taglio già nel corso della riunione in programma a luglio: prima Christopher Waller si è detto possibilista, poi Michelle Bowman si è dichiarata “favorevole”, sempre nel caso in cui l’inflazione restasse contenuta. Semplici opinioni o candidature alla successione di Powell?

Europa tra falchi e colombe

La Banca d’Inghilterra ha mantenuto i tassi al 4,25%, motivando la scelta con l’imprevedibilità della situazione geopolitica (guerra in Medio Oriente e dazi), mentre l’inflazione fa ancora paura. Oltre a questo, Londra sta ancora scontando le conseguenze della Brexit, che ha limitato la possibilità delle aziende di assumere personale dall’Unione Europea, incidendo sull’economia. La Banca Nazionale Svizzera, da parte sua, ha portato i tassi a zero, molto probabilmente per fermare la corsa del franco svizzero, il cui apprezzamento non piace alle autorità monetarie e politiche elvetiche. In mezzo al guado (anche se ormai più vicina al lato delle colombe) c’è la Banca Centrale Europea, che naviga sull’1,75% ed è ormai a target; nei prossimi mesi, la Bce potrebbe anche tagliare di mezzo punto le percentuali di riferimento, ma poco cambierebbe. Il vero problema dell’Eurozona non è la politica monetaria, ma l’economia diventata asfittica a causa del green deal radicale imposto dalla Commissione.

Risiko bancario

Sul fronte del risiko c’è una novità: il possibile passo indietro di Unicredit sul dossier Banco Bpm. Andrea Orcel, amministratore delegato di Piazza Gae Aulenti, ha fatto intendere che, se gli ostacoli non dovessero essere superabili, potrebbe rinunciare all’opa. A sollevare i dubbi di Unicredit, la difficoltà di convincere gli azionisti di Piazza Meda, arroccati in difesa, ad accettare un’operazione carta contro carta, ma anche il golden power governativo e le conseguenze della sorpresa suscitata dall’offerta Mps su Mediobanca. A proposito di golden power, l’utilizzo intensivo dello strumento è stato criticato da Paolo Savona, giunto all’ultima relazione come presidente della Consob. La facoltà del governo di porre il veto sull’acquisto di partecipazioni per tutelare interessi nazionali, ha detto, era stata pensata come norma extra-ordinem, ma si è trasformata in un esercizio multi-purpose. “L’interazione tra le regole del gioco di mercato e societarie stabilite dal Tuf e le norme sul golden power”, ha affermato il presidente della Consob, “presenta aspetti che richiedono di essere perfezionati e coordinati con le regole dei trattati europei”. Savona ha anche criticato i dazi (operazione che “riporta indietro le lancette della storia”) e le criptovalute, che ha paragonato ai subprime, evidenziando un rischio di bolla.

Musica, maestro

Una bolla di altra natura rischia di coinvolgere i concerti negli stadi, che evidenziano lo strano fenomeno del “tutto esaurito” artefatto.
In pratica, alcuni cantanti ricevono dai promoter prima della tournée un corposo anticipo economico. Nel caso in cui un numero alto di biglietti (carissimi) non venga piazzato, l’artista deve restituire la somma, spesso acquistando di tasca sua una parte dei tagliandi. In altri casi, molti ingressi vengono redistribuiti a prezzi irrisori, o addirittura gratuitamente, a organizzazioni o associazioni ricreative. Questo meccanismo curioso, insieme al costo troppo elevato dei biglietti, potrebbe mettere a rischio il futuro dei concerti, riservando Wembley o San Siro solo ad artisti di altissimo livello, o almeno in grado di riempire le gradinate “spontaneamente”. Il fenomeno della svendita dei molti biglietti invenduti sta anche contraddistinguendo i Mondiali di calcio per club, in corso negli Stati Uniti: secondo alcune testimonianze, i tagliandi vengono ormai abbinati a elettrodomestici o altri articoli venduti negli esercizi della città dove è prevista la partita, con buona pace di chi ha acquistato l’ingresso a 200 o 300 dollari. I Mondiali per club si svolgono in concomitanza non solo con il campionato americano di calcio, che non si è fermato, ma anche con la Gold Club della Concacaf (cioè i campionati per nazionali del Nord e Centro America), anch’essa organizzata dagli Usa e i cui stadi sono semivuoti. Ciò dimostra che l’inflazione di eventi sportivi e calcistici, oltretutto nello stesso Paese, non è il metodo migliore per ottenere ricavi economici.

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Medio Oriente in fiamme. Ma le Borse tengono

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

L’attacco di Israele all’Iran e l’apertura di un nuovo conflitto in Medio Oriente hanno diffuso un senso di paura nelle Borse, intimorite soprattutto dal rischio di picchi del petrolio. Ma le perdite evidenziate dagli indici dopo le prime notizie dell’escalation militare sono almeno parzialmente rientrate; si registrano nuove turbolenze, che però sembrano rientrare nelle normali dinamiche di mercato. Nessun maxi-storno, dunque: le Borse dimostrano una resistenza paradossale ai nuovi problemi geopolitici, che piombano sull’economia mondiale in un periodo contraddistinto anche dalla lunga tiritera sui dazi, dalle incertezze sui tassi Fed e dalla crisi dell’automotive. Il petrolio, da parte sua, è stato inizialmente protagonista di un rialzo fortissimo, ma si è poi assestato sui livelli di inizio anno, cioè nella forbice fra i 70 e gli 80 dollari al barile. Occorre considerare che il nuovo conflitto è iniziato mentre in sede Opec+ era in corso un dibattito acceso sul prezzo del petrolio, con l’Arabia Saudita intenzionata a incrementare ulteriormente la produzione (e un conseguente calo dei prezzi) e la Russia strenuamente contraria a questa eventualità: a causa delle sanzioni Mosca sta vendendo sotto costo il suo greggio a India e Cina – che è anche il primo compratore (a sconto) di greggio iraniano.

Le apprensioni sul petrolio

Le Borse hanno dimostrato di non aver perso gli anticorpi per resistere, almeno fino a quando il prezzo del petrolio rimarrà a livelli comunque bassi. Diverso sarebbe se venissero colpiti i terminal petroliferi iraniani, oppure se Teheran decidesse il blocco dello stretto di Hormuz, snodo indispensabile per il passaggio del greggio. In questo caso, si rischierebbe un rincaro di Brent e Wti difficilmente controllabile. Ma l’eventualità è remota, un po’ per il rischio di un intervento militare americano, un po’ perché il blocco dello stretto danneggerebbe anche l’export della Cina, alleata dell’Iran, e gli interessi economici degli altri Paesi del Golfo. E’ quindi probabile che la situazione non si aggravi ulteriormente e che i mercati riescano a digerire anche questi stimoli negativi (come detto, hanno già inviato segnali in questo senso) e si concentrino sui dazi Usa-Cina.

Oro a go-go

Il dollaro, che ai primi attacchi israeliani aveva recuperato terreno, è poi tornato poco sopra le posizioni del giorno prima. L’euro, pur in miglior salute rispetto al biglietto verde, ha comunque perso nel confronto con varie altre monete. A guadagnare, come di consueto nelle crisi geopolitiche, è invece l’oro, che da tempo è tornato bene rifugio, spinto dalla voglia di sicurezza causata dalle sanzioni alla Russia. Il “re dei metalli” ondeggia sulla quota di 3.400 dollari l’oncia, e sembra avere le prerogative per salire stabilmente sopra i 3.500.

De Meo lascia il settore automobilistico

Hanno fatto scalpore le dimissioni di Luca de Meo dalla carica di ceo del gruppo Renault, che guidava da cinque anni. Il manager italiano, che lascerà la casa transalpina il prossimo 15 luglio, ha spiegato la sua scelta con il desiderio – spiega una nota di Renault – di “affrontare nuove sfide al di fuori del settore automobilistico”. Un settore in cui De Meo lavorava dal 1992, e che lo ha visto operare nei ranghi di varie case con ruoli crescenti. Dal prossimo 15 settembre, il top manager entrerà come amministratore delegato in Kering, la multinazionale del lusso di François-Henri Pinault che controlla marchi come Gucci, Saint Laurent, Bottega Veneta, Balenciaga, Alexander McQueen, Boucheron, Pomellato, DoDo, Qeelin, Brioni, e Ginori 1735. Le dimissioni di De Meo e la sua separazione dal settore in cui aveva sempre militato preoccupa moltissimo: il dirigente era non solo un dirigente specializzato, ma anche un appassionato di motori fin da bambino. Il clamoroso saluto non solo a Renault, ma all’automotive, è stato interpretato come una manifestazione di pessimismo nel futuro del comparto in Europa, duramente messo alla prova dal green deal di Ursula von der Leyen. La reazione della Borsa alle clamorose dimissioni è stata molto forte: giù le azioni Renault, su i titoli Kering. Un atto di fiducia, quest’ultimo, un po’ troppo istintivo: il manager è certamente capace, ma è nuovo di un settore, come il lusso, che non sta attraversando i suoi giorni migliori, anche a causa della crescente concorrenza cinese.

Il caro-gas mette a rischio le fonderie

La crisi dell’automotive europeo contribuisce anche a crescenti difficoltà per acciaierie e ferriere di alluminio. Pochi veicoli immatricolati causano un calo di produzioni industrali e minori rottami a disposizione, con conseguente dumping: Cina, India e Stati Uniti stanno acquistando i detriti in Europa a prezzi che l’industria Ue non può sostenere. Tutto questo si unisce alla nuova impennata del gas, che potrebbe mettere in ginocchio le fonderie, industrie strutturalmente energivore. L’allarme è stato lanciato pochi giorni fa da Fabio Zanardi, presidente di Assofond, organismo di categoria che, in seno a Confindustria, rappresenta le fonderie italiane. Il settore, ha detto, è in bilico sia a causa dei dazi al 50% su acciaio e alluminio, sia per il rincaro dell’energia. Se i prezzi rimarranno questi, ha detto Zanardi, per le fonderie non ci sarà futuro.

Il mondo nel pallone

Sono intanto iniziati negli Stati Uniti i Mondiali di calcio per club, che alla vigilia del calcio d’inizio erano visti a rischio flop economico, anche a causa della vendita a prezzo di saldo dei molti (carissimi) biglietti non acquistati. In parte, però, la strategia ha limitato i danni: se per le partite con meno appeal gli stadi erano semivuoti, i match più interessanti hanno attirato numerosi tifosi, sfiorando il sold out. Questo fa sperare gli organizzatori in vista delle gare a eliminazione diretta, che vedranno prevedibilmente protagoniste squadre europee e sudamericane. La prima edizione allargata del massimo torneo per club serve comunque agli Stati Uniti per lanciare i prossimi Mondiali di calcio, previsti nel 2026 in Usa, Canada e Messico: se la manifestazione riuscisse nel suo intento, passerebbe in secondo piano anche un eventuale insuccesso economico della kermesse. Quali conseguenze economiche avrebbe, invece, un eventuale mancata qualificazione dell’Italia alla Coppa del Mondo per la terza volta consecutiva? La risposta non è così semplice come potrebbe sembrare. Perché da un lato, il calcio vale il 4% del pil italiano, e una qualificazione degli azzurri, con il conseguente maggior coinvolgimento degli appassionati, andrebbe a generare guadagni indiscutibili per bar, ristoranti e “indotto” pallonaro. Dall’altro, però, i fusi orari nordamericani rischierebbero di obbligare i sostenitori a levatacce o veglie notturne per poter assistere ai match, con la conseguente perdita di produttività, impossibile da quantificare, ma difficilmente confutabile.

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Listini ancora incerti, ma salgono le preoccupazioni

Le Borse europee si trovano ancora in un periodo di piccoli scostamenti, che ha i connotati di un nuovo trading range piuttosto che di un calo. Tuttavia il conflitto in Medio Oriente, i timori per un lungo periodo di tassi bloccati su quotazioni alte e il nuovo rimbalzo

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Piazza Affari ha chiuso la seduta di venerdì scorso in leggera flessione, ma archiviando una settimana positiva (+1,5%), in linea con le Borse europee. Prosegue così il nuovo periodo di piccoli scostamenti, che si sta confermando nel corso di questo inizio settimana, e che assomiglia più a un nuovo trading range neutrale piuttosto che a una flessione pronunciata. Il previsto calo fisiologico del mercato, dunque, non si è ancora verificato, dato che a settembre e nella prima parte di ottobre, sul lungo periodo, i bond hanno perso più della Borsa. L’incertezza consiglia dunque prudenza: sembra ancora valida la ricetta basata sul mantenimento e sugli acquisti limitati ai pochi settori tuttora redditizi (su tutti, i comparti bancario e petrolifero).

Rischi geopolitici

L’andamento a zig-zag dei listini è anche influenzato da vari fattori, alcuni negativi, altri positivi. Partiamo dai primi, tra cui non si può non inserire le questioni geopolitiche. Con l’escalation della guerra che oppone Israele ad Hamas (al sud) e ai filo-iraniani Hezbollah (al nord), si sono moltiplicati i timori di un allargamento del conflitto in Europa – purtroppo puntualmente avverati, con i tragici attentati al Louvre e a Bruxelles. E la paura latente del coinvolgimento di altre potenze dell’arena mediorientale, a cominciare dall’Iran. Questa situazione colma di paure e di pericoli, si inserisce a pieno titolo nello “scenario grosso” della guerra russo-ucraina e delle tensioni tra Cina e Taiwan: mentre gli Stati Uniti sono storici alleati di Israele, Mosca è vicina all’Iran, da cui acquista droni che poi impiega sui cieli di Kiev, e Pechino stessa ha avviato contatti con Teheran.

Tassi: è l’ora del plateau?

D’altra parte, la deflagrazione in Medio Oriente rende più difficile un nuovo rialzo dei tassi da parte della Banca Centrale Europea. Ma dallo stop ai rialzi all’inizio della discesa c’è di mezzo, come si usa dire, il mare. Da Marrakech, dove si sono svolti gli incontri annuali del Fmi, Christine Lagarde ha fatto capire che la stretta monetaria starebbe per finire. Ma che, molto probabilmente, i tassi resteranno bloccati per un bel po’ di tempo sul plateau, piuttosto che scollinare da un picco. “Il nostro obiettivo”, ha affermato la presidente Bce, “è riportare l’inflazione al 2% nel medio termine. Lo faremo”, ha aggiunto, “e saremo fermi abbastanza a lungo, pronti a fare di più se necessario”. Una posizione simile è stata espressa da Joachin Nagel, numero uno della Bundesbank, secondo cui il rialzo è stato forte e impetuoso, ma ora potrebbe essere ora di procedere all’alt: “una pausa”, ha sostenuto, “potrebbe essere un'opzione". Se non è una svolta, poco ci manca. La Germania, d’altra parte, è in recessione da nove mesi e rischia di portarsi dietro l’intera Europa: ora anche la sua banca centrale sembra essersene accorta. Con i tassi alti tutti i paesi, nessuno escluso, pagano interessi sul debito. Proprio mentre incombe il ritorno del patto di stabilità – una mina vagante, anche se è ormai sicuro che la sua nuova versione non sarà altrettanto dura come quella originaria.

Il gas schizza in alto

Dalle dichiarazioni di Christine Lagarde e Joachim Nagel si comprende comunque che il massimo risultato a breve termine sarà lo stop ai ritocchi verso l’alto, non la rapida inversione di tendenza. E ciò penalizza le Borse (titoli bancari a parte: come ha anche ricordato la presidente Bce, la stretta monetaria ha dato benefici agli istituti di credito). Come se non bastasse, il petrolio, dopo essere sceso verso gli 84 dollari al barile, è tornato sopra quota 90 (forse spinto dalla guerra in Medio Oriente) in un trading range alto. Ma la vera notizia negativa è l’improvviso rincaro del gas, che ha invertito la tendenza, sfondando il muro dei 50 euro al megawattora e poi assestandosi di poco sotto. La causa principale di questo improvviso rialzo è l’esplosione del Balticconnector, gasdotto che collega Estonia e Finlandia, che avrà un nuovo impatto sulle nostre bollette (anche se i problemi all’infrastruttura sembrano riparabili in pochi mesi). Detto questo, sembra che al Ttf non aspettassero che questo: la piazza di Amsterdam pare abbastanza manipolata dalle speculazioni.

Influssi positivi

Se problemi geopolitici, tassi alti e materie prime in aumento possono influire negativamente sui mercati, ci sono anche elementi in grado di controbilanciare i rischi. Come i primi dati, molto positivi, delle grandi aziende americane per il terzo trimestre 2023. Questi numeri hanno guidato la ripresa delle Borse Usa, con un S&P 500 tornato molto tonico, anche se i valori sono comunque compresi fra i 4.000 e i 4.500 punti, che è poi il target di fine anno. Questo nuovo trend potrà scatenare un effetto domino, o almeno influssi comunque positivi sulle Borse del nostro continente? Può darsi, anche se i mercati made in Usa sembrano correre di più (+1%) rispetto all’Eurostoxx, che fatica a tenere il passo (+0,5%). Per avere le idee più chiare occorrerà attendere le trimestrali delle aziende europee.

Birkenstock: quotazioni esagerate

Sicuramente, a dar man forte ai listini non è stata Birkenstock. L’azienda tedesca di scarpe e pantofole, da circa due anni controllata da un fondo sostenuto da Moët Hennessy Louis Vuitton, ha infatti perso circa il 12% nel giorno del suo debutto al Nyse. Per gli analisti, le cause dell’esordio deludente sono da ricercarsi soprattutto nella situazione attuale, e soprattutto – ancora una volta – nella grande crisi geopolitica e nel rallentamento dell’economia a causa dei tassi elevati. Nulla da dire: questi due fattori hanno particolarmente colpito il settore della moda, come molti altri. Ma c’è di più. L’azienda, pur in grande salute, è stata quotata a un prezzo troppo alto. Acquistare un’impresa a 4 miliardi nel 2021 e darne una valutazione doppia dopo soli due anni sembra un azzardo ben compreso dal mercato che, stufo di ipervalutazioni continue, ha emesso il suo duro verdetto. Dopo la picchiata iniziale, il titolo Birkenstock è rimbalzato, ma – a quanto sembra – non in maniera sufficiente per remunerare gli investitori della prima ora. Sicuramente, il consorzio di collocamento cercherà di tenere la quotazione più su possibile; tuttavia, a fine anno sembra più probabile che il titolo chiuda sotto quota 40.

Foto di Tim Mossholder su Unsplash


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