La calma dopo i fuochi d'artificio
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse si stanno avvicinando alle festività in una situazione di cautela e stabilità. Dopo una settimana molto brillante, l’apertura di ieri ha evidenziato qualche timido e strutturale passo indietro; anche se la chiusura prenatalizia evidenziasse qualche arretramento, il fenomeno sarebbe comunque limitato, e non andrebbe neppure a sfiorare il bilancio altamente positivo di quest’anno. E questo nonostante i lunghi periodi di trading range e i due scivoloni che si sono verificati nel corso del 2025 (il maxistorno di aprile e il calo, più limitato, di ottobre), tra l’altro ampiamente recuperati.
Rischi geopolitici
Unico rischio all’orizzonte, i “soliti” pericoli di carattere geopolitico: quelli nuovi – come il riacutizzarsi delle tensioni fra Israele e Iran e i contrasti fra Stati Uniti e Venezuela – e quelli vecchi, sia in Medio Oriente (Gaza e Libano), sia sul fronte russo-ucraino. Le Borse hanno, però, da tempo sviluppato solidi e rassicuranti anticorpi: due o tre anni fa, la situazione sullo scacchiere mondiale avrebbe causato grandi preoccupazioni per i mercati; oggi – dopo le dimostrazioni di stabilità e “resilienza” a cui ci hanno abituati i listini – le forti inquietudini per l’instabilità geopolitica sono derubricate a timori legittimi, ma sotto controllo. Anche perché è stato scongiurato un rischio che avrebbe potuto mettere alla prova la “vaccinazione” delle Borse contro eventi avversi, e cioè l’utilizzo degli asset russi congelati per sostenere l’Ucraina. L’opzione è stata scartata e sostituita con un prestito comune per Kiev. Ad avere un ruolo importante, se non determinante, nella decisione dell’Ue è stato il Belgio, che detiene la maggior parte degli asset russi attualmente congelati. Due i timori del premier Bart De Wewer. In primo luogo, la possibilità di un ricorso di Mosca alla corte internazionale. Un eventuale esito negativo si sarebbe riversato proprio sul Paese nel cui territorio si trovano gli asset russi congelati, che sarebbe stato costretto a pagare una somma molto maggiore rispetto al denaro sequestrato. Questa situazione avrebbe rischiato anche di convincere gli investitori a vendere bond Ue, innescando rischi sistemici e penalizzando l’euro. Oltre a questo, in caso di utilizzo delle risorse congelate, la Russia avrebbe potuto sequestrare 17 miliardi di asset europei per ritorsione, convincendo anche vari paesi amici a fare altrettanto. Come già detto, la posizione belga ha prevalso, e l’Ue ha optato per un prestito a Kiev, senza attingere a fondi russi.
Spumante in fresco
A meno di sorprese, gli investitori possono rilassarsi e concentrarsi su panettone e spumante, già in fresco: il mercato è infatti virtualmente chiuso, e in attesa del Natale si può iniziare la pianificazione dei prossimi investimenti, identificando i settori più interessanti. A cominciare da quello finanziario, per cui sembra esserci un po’ di spazio, per proseguire con le utility, con l’obiettivo di munirsi di azioni difensive. E’ molto in crescita il settore automobilistico: occorre capire se ci sia ancora margine per puntare anche su questo comparto.
Oro e argento
Per il resto, a presidiare il palco dei vincitori c’è ancora l’oro, che ha superato i 4.400 dollari l’oncia, stabilendo un nuovo record. E’ passato meno di un anno da quando si riteneva difficile lo sfondamento di quota 3.000, e ora i 4.500 dollari sembrano a portata di mano. Crisi geopolitiche, tassi, politica monetaria, desiderio di tranquillità e sicurezza spingono il più tradizionale dei beni rifugio verso una corsa dal futuro imprevedibile. Ma continua a correre anche l’argento, salito più del 20%, e il cui trend potrebbe proseguire persino più a lungo rispetto al “parente nobile”. Perché questo metallo ha anche applicazioni industriali, in grado di accendere il turbo. Anche per questo motivo, l’argento sta entrando a pieno titolo nel novero dei beni rifugio, e sembra particolarmente promettente per l’anno prossimo.
Exor, il disimpegno dall’Italia
Sotto l’albero è molto attiva Exor, che con la sua controllata Lingotto Innovation è entrata nel capitale di Trade Republic, banca digitale tedesca. La cassaforte della famiglia Agnelli sembra insistere nella strategia di acquisizioni all’estero e disimpegno dall’Italia, dove ha ceduto le partecipazioni in Iveco e sta ultimando la cessione di Gedi, restando (almeno per ora) l’azionista di controllo della Ferrari e il principale controllante della Juventus. In quest’ultimo caso, gli Elkann hanno respinto al mittente il miliardo offerto da Tether e, secondo le ultime indiscrezioni, anche i 2 che avrebbero messo sul piatto i sauditi. Visto il trend di abbandono dell’Italia, però, una cessione del club bianconero non è ancora del tutto da escludere. Per il resto, Exor da inizio anno ha perso parecchio per il calo in Borsa delle sue controllate (prima fra tutte, la Ferrari). Tuttavia, la holding di partecipazioni fa ancor molti utili e può godere di una liquidità rassicurante.
Il Mercosur non piace agli agricoltori (e neanche a Italia e Francia)
A fine anno, invece, non stapperanno lo spumante i sostenitori dell’accordo di libero scambio fra Unione Europea e Mercosur, che è stato ancora prorogato – questa volta di un mese – da Ursula von der Leyen. Il rinvio si è rivelato necessario soprattutto per i disaccordi fra la Commissione Europea e l’alleanza tattica tra Francia e Italia: Emmanuel Macron è ostile all’intesa, chiedendo per la sua approvazione una maggioranza qualificata; Giorgia Meloni punta invece a una versione migliorativa del documento, con la reciprocità degli standard di qualità (soprattutto nel commercio di carne) e la salvaguardia della filiera produttiva, per evitare che i prodotti sudamericani possano innescare una concorrenza sleale nei confronti di quelli europei. Meno influenti, invece, sono state le pur ripetute proteste degli agricoltori a Bruxelles, che hanno avuto una copertura mediatica abbastanza marginale. Le bocce non sono ancora ferme, dunque, ma il rinvio – ha detto Andrea Tiso, presidente nazionale di Confeuro – potrebbe rivelarsi un “palliativo” se non sarà istituito un tavolo di confronto con le associazioni di rappresentanza delle associazioni agricole. Insomma: il rinvio di Natale potrebbe anticiparne altri, e allungare i tempi di un accordo in discussione da inizio millennio.
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Mercati, ancora trading range. Mentre i bitcoin crollano
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il dicembre delle Borse si è aperto con un trading range al ribasso, già constatato alla fine del mese precedente. Un lieve movimento, ma meno preoccupante di quanto molti temano: di fatto, il 2025 è ormai praticamente finito (i giorni di apertura delle Borse sono rimasti una ventina) e i mercati fanno piccole manovre per assestarsi, prima arretrando e poi provando cauti rimbalzi. Difficile che questa fase di stanca sia qualcosa di più preoccupante di un normale su e giù: le Borse hanno dimostrato di saper recuperare quei cali ciclici del 2%-3% che si sono verificati di tanto in tanto. Siamo, lo ripetiamo, a fine anno: chi ha approfittato degli utili può aver pensato di portare a casa qualcosa. Hanno influito sulla leggera incertezza anche le crisi geopolitiche, l’attesa dei dati americani del post-shutdown e delle decisioni della Federal Reserve sui tassi. Il mercato ha già scontato il taglio di 25 punti base: una retromarcia della Fed sarebbe dunque una sorpresa negativa. Improbabile, ma non impossibile, dato che l’inflazione Usa è ancora sopra il 2,5%.
Le preoccupazioni Bce
Ha avuto invece un influsso quasi nullo il monito della Banca Centrale Europea, che nel suo rapporto sulla stabilità finanziaria ha paventato un rischio di correzione dei mercati azionario e obbligazionario. Tuttavia, dalle parole di Luis De Guindos, vicepresidente della Bce, sembrerebbe che il momento molto favorevole che ha contraddistinto i mercati fino a non molto tempo fa possa nascondere un’insidia “dietro l’angolo”. Tre i rischi evidenziati dal rapporto. Primo, le valutazioni molto alte dei titoli, soprattutto di quelli dell’intelligenza artificiale: il timore di restare fuori da parte degli investitori hanno causato un forte rialzo dei titoli, ma prima o poi, afferma la Bce, potrebbe verificarsi un improvviso aggiustamento (anche se – precisa la banca centrale – non si ravvisano similitudini con la bolla di inizio millennio). Secondo punto critico, i rischi legati ad alcuni bilanci di Paesi europei. Terzo, i dazi, di cui si parla meno, ma i cui effetti possono ancora colpire le aziende e, di riflesso, il settore bancario, a causa del rischio di credito nei confronti delle imprese esposte alle tariffe doganali di Donald Trump. Come detto, le Borse europee non si sono fatte influenzare da questo rapporto, che rimane un’opinione come un’altra. Sono almeno tre mesi che le banche centrali lanciano avvertimenti pessimistici, ma finora non è accaduto nulla di drammatico, né al mercato obbligazionario, né tanto meno a quello azionario. Intendiamoci: l’effetto dei dazi e dei debiti pubblici sull’economia è reale e sulla tecnologia ci sono valutazioni molto forti e “tirate”, che dovranno essere confermate da crescita di fatturato e di utili; se ciò non avvenisse, i rischi potrebbero rivelarsi reali. Ma sul mercato, in generale, attualmente non ci sono valutazioni da bolla. E’ quindi lecito essere ottimisti sul 2026, che nonostante la volatilità alta potrebbe assestarsi su una crescita annuale fino all’8%. Poco in confronto agli ultimi anni, ma tutto sommato niente male. Dicembre è solitamente un mese di attesa, in cui i più staranno fermi. Eccezione può rivelarsi il titolo Mps, che ai livelli attuali può promettere guadagni: è infatti facile che il tonfo assurdo seguito all’inchiesta per aggiotaggio possa essere recuperato del tutto in tempi brevi.
La (parziale) retromarcia di Trump
I dazi, come si è visto, fanno ancora paura, ma un po’ meno di prima. Trump ha infatti deciso di fare alcuni passi indietro; l’ultimo è lo stop alle tariffe su circa 200 alimenti, in gran parte prodotti solo fuori dagli Stati Uniti, fra cui tè, caffè, cacao, arance, pomodori, succhi e frutta tropicale. Il presidente americano ha motivato la decisione come conseguenza di accordi siglati con alcuni Paesi dell’America Latina, ma è chiaro che sulla marcia indietro ha pesato il vortice dell’inflazione alimentare: l’aumento dei prezzi (a due cifre per beni come carne bovina e caffè in polvere) ha creato tensioni tra i cittadini statunitensi: quando la merce rincara, difficilmente poi torna indietro, anche se le tasse doganali vengono eliminate. Il malcontento degli americani si è già osservato in alcune elezioni locali e potrebbe amplificarsi alle votazioni di mid term. Un vero incubo per il presidente degli Stati Uniti. L’Italia, finora, non è stata toccata dal “colpo di spugna” trumpiano, ma ogni passo verso l’attenuazione delle tariffe rende lecita qualche timida speranza. In ogni caso, non sono i dazi sul cibo a preoccupare l’Italia, ma quelli – al 50% – su acciaio e alluminio.
Bitcoin in rotta
Prosegue il trend ribassista dei bitcoin, con ripetuti tentativi di rimbalzo. Il realizzo degli early adopter ha contribuito a innescare una forte correzione. La crisi sembra assumere il carattere di una vera e propria fuga, che ora pare coinvolgere anche gli Etf. Il calo della “regina delle criptovalute” può impressionare per le sue dimensioni, ma non stupire più di tanto. Perché il bitcoin non è altro che un asset ad alto rischio, e non può entrare nella maniera più assoluta nella categoria dei beni rifugio, già presidiata da oro, argento e franco svizzero. A posteriori, anche l’ok della Fed agli Etf in criptovaluta è stato un azzardo, per l’opacità dello strumento. Una caratteristica che li rende fragili ogni volta che si manifesta un’avversione al rischio.
Il caso Airbus
Nei giorni scorsi Airbus ha richiamato circa 6.000 aerei A320 a causa di una vulnerabilità del software alle radiazioni solari. Il difetto è stato riscontrato in un programma fornito da Thales (ma, a quanto ha affermato Airbus, il problema non è di responsabilità di questa azienda). Il gruppo francese non ha fatto a tempo ad aggiornare con procedura d’urgenza gran parte degli aeromobili che si è presentato un altro problema, questa volta legato ai pannelli della fusoliera (in questo caso, la responsabilità sarebbe di un subfornitore). La notizia ha spinto i titoli Airbus a -11%, poi solo parzialmente recuperati. Occorre precisare che le temute cancellazioni massicce di voli non si sono fortunatamente verificate. E’ però vero che oggi siamo completamente nelle mani della tecnologia, e dobbiamo fidarci, sperando che non ci abbandoni o non ci mostri la sua fragilità.
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Lo storno di settembre
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo il balzo in avanti di fine agosto, con cui le Borse hanno recuperato le perdite di inizio mese, settembre si è aperto con una nuova fase orso. Non c’è, tuttavia, da preoccuparsi più di tanto, un po’ perché a stretto giro si è verificata una pur parziale rimonta, un po’ perché settembre e ottobre sono storicamente mesi non troppo brillanti. E un po’ perché, dopo il rimbalzo che ha portato i listini vicino ai massimi, uno storno era nell’aria. In ogni caso, a mitigare il passo indietro sono i dati americani sul lavoro, positivi anche se inferiori alle attese.
Tassi, si scende
Siamo quindi in una fase di trading range neanche tanto ampio, con un crescente peso degli avvenimenti geopolitici sull’andamento dei mercati. Oltre, naturalmente, all’imminente taglio dei tassi, che è dato per scontato. Anche se non è matematico che la sforbiciata di settembre avvii una tendenza all’insegna del rilassamento della stretta monetaria. Come ha affermato Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea, le decisioni saranno prese volta per volta. Anche se, ha proseguito, “i dati finora confermano la nostra direzione di marcia”, cioè l’ammorbidimento della politica monetaria, “e spero che ci consentiranno di continuare a essere meno restrittivi”. La sua posizione è condivisa da sempre più analisti: è vero che il rialzo dei tassi ha messo un freno (almeno in parte) all’inflazione, anche se fattori esogeni – come la crisi di Hormuz – ne rallentano la discesa; tuttavia, il costo del denaro ha bloccato molti investimenti. Creando difficoltà all’economia Ue, che ha portato tutti i dati di produzione al segno meno.
Il rapporto Draghi
A lanciare l’allarme è stato anche Mario Draghi in un rapporto che gli era stato commissionato dall’Unione Europea. Secondo l’ex presidente Bce ed ex premier, l’Ue ha davanti a sé una sfida cruciale, da cui dovrà uscire con una cura forte (un “doppio Piano Marshall”) per non scivolare in una lenta agonia. In cifre, ha spiegato Draghi, si tratta di una cifra compresa fra 750 e 800 miliardi l’anno, senza i quali – ha aggiunto – è a rischio l’esistenza e persino la libertà dell’Europa. Il nuovo bazooka – la cui proposta ha visto la contrarietà sia di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, sia della Germania – potrebbe avere un fondamento. Ma occorre rispondere a una domanda: dove si possono trovare tutti questi soldi? Soprattutto in un periodo storico che vede il ritorno del patto di stabilità.
Auto elettriche, una sfida persa in partenza?
Tra le sfide evidenziate da Draghi – dai costi elevati dell’energia alla necessità strutturale di importare materie prime, dalle maggiori spese per la difesa al calo della popolazione e del numero dei lavoratori – c’è anche la decarbonizzazione. Che in sé è un obiettivo legittimo, ma che in pratica è stata gestita molto male. Perché uno dei settori più in crisi è quello dell’automotive, che una volta era il fiore all’occhiello di Paesi come Germania, Francia e Italia. Il disinteresse degli acquirenti per le vetture elettriche ha già costretto la Volkswagen ad annunciare la chiusura di uno stabilimento Audi di Bruxelles, adibito appunto alla produzione di macchine “adeguate” alla nuova situazione. E che sta mettendo a rischio anche una unità produttiva in Germania, sempre specializzata nell’elettrico.
Ma il target 2035 non si ferma
Ciò significa che l’Ue potrebbe considerare un passo indietro, o almeno un parziale ripensamento, della sua strategia di elettrificazione delle automobili entro il 2035? Sembra proprio di no. Anzi: tutto il contrario. Il commissario europeo per il mercato interno e i servizi, Thierry Breton, nel corso di una riunione con i produttori, li ha esortati a innescare la quinta e ad accelerare la transizione, per superare i ritardi del settore. Il rischio evidenziato da Breton è il prevalere della Cina, che quasi monopolizza questo mercato. Nel 2026, l’esecutivo comunitario potrebbe in ogni caso intervenire sul target 2035, rimandandone l’attuazione: lo prevede espressamente il regolamento europeo. Ma le posizioni di Ursula von der Leyen e delle forze politiche che formeranno la nuova commissione non lasciano troppo spazio a questa soluzione, a meno di forti pressioni in seno alla stessa maggioranza. O, in alternativa, di una forte presa di posizione di Germania e Italia, magari rinforzata dalle proteste sindacali tedesche già in corso.
Il paradosso del lusso
Un altro settore nell’occhio del ciclone è il comparto lusso. Ma qui non c’è nessuna crisi di produttività. La industry soffre invece di un paradosso: da un lato gli utili sono buoni, in alcuni casi a doppie cifre; dall’altro, i titoli in Borsa stanno evidenziando una performance scarsa. Qual è la ragione di questa apparente discrasia? Occorre fare presente che il lusso viaggia a multipli incomprensibili ed è spesso slegato dalle dinamiche alla base degli scambi borsistici. E’ infatti una categoria che resiste di più alle crisi perchè ha un parterre di compratori in grado di permettersi qualsiasi prezzo. Se però arrivano segnali di rallentamento dall’Asia e dagli Stati Uniti, il comparto può cedere alla paura e ottiene performance minori. Inoltre, il grande recupero di agosto ha coinvolto gli indici, ma non tutte le categorie: si è infatti manifestata una rotazione settoriale, con il recupero di titoli che erano rimasti indietro, come le utility. Vittime della dispersione dei rendimenti sono state, dunque, la tecnologia e, appunto, il lusso, mentre le banche hanno registrato prestazioni abbastanza anonime.
Azioni bancarie, quale futuro?
Già, i gruppi bancari, che potrebbero raggiungere i massimi nel corso di quest’anno e poi scollinare verso una lunga e inevitabile discesa. Con il calo dei tassi, le aziende di credito saranno costrette ad allentare i loro spread, e questo – insieme al maggior rischio di insolvenze – avrà una conseguenza negativa sugli utili. In termini ciclistici, il gran premio della montagna è in vista e l’arrivo è previsto a valle, dopo una lunga discesa pedalabile, non priva di pericoli. Anche se gli utili record riguardano soprattutto le banche europee, il calo dei tassi avverrà anche negli Stati Uniti, e le aziende di credito di oltre oceano dovranno giocoforza risentirne. Può essere uno dei motivi per cui Warren Buffett – un personaggio che difficilmente sbaglia le sue scelte di investimento – ha venduto una forte quantità di azioni di Bank of America, di cui la sua Berkshire Hathaway resta, peraltro, il primo azionista. Altre ragioni che avrebbero spinto Buffett a liberarsi di quasi 7 miliardi di dollari di partecipazioni Boa sono, secondo alcuni analisti, il sentore di un calo dei mercati o, in alternativa, l’accumulo di capitali per un acquisto di grande entità.
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Intesa e Unicredit rilanciano le Borse
Dopo una settimana anonima, gli utili delle due maggiori banche italiane hanno messo il turbo a Piazza Affari. Ora il mercato sembra tornare verso i valori registrati a marzo. Retromarcia Fed: sempre meno probabili i tagli dei tassi Usa
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Il tandem Intesa-Unicredit fa ancora il botto. Le due banche hanno raggiunto ottimi risultati: 2,3 miliardi di utile netto per il gruppo guidato da Carlo Messina (in linea con il target di 8 miliardi previsto a fine anno) e 2,6 per quello capitanato da Andrea Orcel, con gli obiettivi rivisti al rialzo (le stime trimestrali erano di 2,1). Entrambi gli istituti hanno ricevuto elogi dagli analisti e, naturalmente, sono stati premiati in Borsa all'apertura di questa settimana. Così Piazza Affari, trainata ancora una volta dai titoli bancari, ha ripreso a marciare dopo le incertezze della scorsa settimana. E' tornato il sereno e il mercato si sta dirigendo verso i massimi toccati a marzo.
Trading range al rialzo
L'andamento della Borsa, però, non cambia: siamo ancora in regime di trading range al rialzo. Non solo in Italia e in Europa, ma anche (e soprattutto) negli Stati Uniti, dove gli ottimi risultati di Wall Street si devono soprattutto ai titoli tecnologici. Un piccolo intoppo si è registrato in Francia, che risente del calo dell'utile nel primo trimestre 2024 archiviato da Société Générale. Anche se l'indicatore è calato meno rispetto alle attese.
Retromarcia Fed
Mentre Wall Street brinda, appare sempre più improbabile un taglio dei tassi in tempi brevi da parte della Federal Reserve. Nell'ultima riunione, la banca centrale americana ha lasciato il costo del denaro tra il 5,25% e il 5,50%, motivando la scelta con l'inflazione ancora alta. Che a maggio non ci fosse spazio per una sforbiciata era ampiamente prevedibile. Ma ad allarmare la comunità finanziaria è il mood uscito dalla riunione Fed, che è stato interpretato come una possibile retromarcia sull'avvio di un trend di riduzione del costo del denaro. "Non ci aspettiamo", recita a proposito un comunicato della banca centrale statunitense, "che sia appropriato ridurre i tassi quando avremo più fiducia sulla traiettoria dell'inflazione verso l'obiettivo del 2%". Il che può significare tutto e niente. Si è quindi diffuso il timore che i tassi restino invariati fino a fine anno, o che addirittura aumentino. Un'eventualità, quest'ultima, che è stata respinta dalla stessa Fed: le attuali restrizioni, ha detto il suo presidente Jerome Powell, sono sufficienti per raggiungere il 2% di inflazione, rendendo "improbabile" un rialzo dei tassi. Ricordiamoci poi che il 2024 è un anno elettorale: più facile, quindi, che si verifichi un piccolo taglio, magari dello 0,25%, piuttosto che un ulteriore aggravamento. Ma non ci si può attendere molto di più: con un'economia solida e un'inflazione più alta del previsto non ci sono i presupposti per un calo importante del costo del denaro. Certo è che gli Stati Uniti potrebbero chiudere l'anno con un deficit di bilancio compreso tra l'8% e il 9%. Una situazione che Washington si può permettere perché stampa moneta: se gli Usa fossero parte dell'Ue, e si dovessero quindi attenere ai parametri di Maastricht o al fiscal compact, con questi dati sarebbero sicuramente espulsi dall'Eurozona.
Valute e materie prime
Proprio lo squilibrio della bilancia commerciale americana sta spingendo l'euro verso lo 1,08 rispetto al dollaro. Molto lentamente, però, dato che il rapporto tra le due valute è stabile, con una volatilità infinitesimale. Il petrolio si è invece riassestato in una fascia più neutrale, anche se il mancato cessate il fuoco a Gaza ha invertito la tendenza e ha fatto registrare un nuovo trend al rialzo del Brent. Più tranquille le materie prime: dopo essersi spinte in alto per motivi geopolitici e per la crescita, pur moderata, della domanda cinese, le loro quotazioni hanno fermato la corsa. Anche l'oro, che aveva guadagnato molto, ora ha un po' rallentato.
Btp Valore 4, il solito successo
E' partito il collocamento del Btp Valore 4, che solo nella prima mezz'ora di contrattazioni ha totalizzato ordini per 370 milioni di euro. Il successo di questi strumenti dipende naturalmente dal permanere dei tassi a livelli alti, e la quarta emissione viene vista come la probabile ultima occasione per investire in titoli di stato prima dei tagli. A influire sulla grande popolarità dei Btp Valore sono stati anche gli ottimi rendimenti - che hanno attirato non solo risparmiatori retail, ma anche investitori wealth - e la campagna di marketing che ha accompagnato le quattro emissioni. Ne è dimostrazione la crescita della percentuale di debito pubblico detenuta dai privati, passata dal 5% del 2023 al 10% attuale.
Dalla hard alla soft Brexit?
Con la risoluzione 22 dello scorso 2 maggio, l'Agenzia delle Entrate ha fatto chiarezza sui dettagli dell'accordo fiscale retroattivo che stabilisce la reciprocità fra Italia e Gran Bretagna sui rimborsi Iva. In futuro, fra Londra e l'Unione Europea potrebbero essere firmati altri protocolli di vario tipo oltre a quelli già in vigore con Bruxelles e con i singoli Stati, portando a un lento allentamento delle rigide maglie tessute dalla Brexit. Anche se, naturalmente, un ritorno di Londra nell'Ue è assolutamente impensabile. Il processo di riavvicinamento tra Gran Bretagna e Ue sarà sicuramente favorito dalla quasi scontata vittoria del partito laburista alle prossime elezioni generali. L'avanzata dei Labour è stata anticipata dalle consultazioni amministrative di alcuni giorni fa, le peggiori in 40 anni per i Conservatori, capaci di perdere circa la metà dei seggi locali nel 2021. La legge concede al premier Rishi Sunak la decisione sulla data delle prossime elezioni: non è escluso che l'inquilino di Downing Street attenda ancora qualche mese prima di comunicare quando sarà rinnovata la Camera dei Comuni, nella speranza che un calo dell'inflazione (già in corso) possa favorire un parziale recupero dei Conservatori.
Bob, che pasticcio
Fra meno di due anni si svolgeranno i Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, ma non si sa ancora dove si terranno le gare di bob, slittino e skeleton. Tutto questo perché i lavori relativi alla pista del capoluogo ampezzano hanno preso il via con un fortissimo ritardo e il tempo stringe. E stringe davvero. Anche perché il Comitato Olimpico Internazionale ha respinto ogni soluzione dell'ultimo minuto: o il luogo di gara sarà realizzato entro marzo 2025, oppure le medaglie delle tre discipline sportive saranno assegnate altrove. La deadline è molto difficile da rispettare, dato che "mai prima d'ora una pista è stata costruita in così poco tempo", ha detto ai microfoni della Radio Svizzera di lingua italiana il direttore esecutivo dei Giochi Christophe Dubi. "Se la pista sarà omologata nel marzo 2025, sarà sicuramente utilizzata per i Giochi Olimpici", ha sottolineato Dubi. Altrimenti, "non ci saranno più deroghe". In caso di ritardi nei lavori“, ha proseguito, "si dovrebbe decidere di sospenderli e di non procedere all’omologazione. Quindi, ovviamente, ci troveremmo in una situazione assolutamente terribile perché i lavori sarebbero iniziati, ma non potremmo utilizzare la pista. Questo è lo scenario peggiore ". La logica dice che sarebbe saggio rinunciare subito. Perché il rischio di costruire una pista che non sarà utilizzata porterebbe a un enorme spreco di denaro. Ma, anche se l'impianto dovesse farcela per il rotto della cuffia, rischerebbe poi di trasformarsi in una cattedrale nel deserto. L'esempio di Cesana, la pista di Torino 2006 inservibile non molto tempo dopo la chiusura dei Giochi, parla da sé. Meglio quindi optare per St Moritz, che ha un circuito perfettamente funzionante e che necessiterebbe solo di qualche lavoro di illuminazione notturna, nel caso in cui le gare fossero previste oltre il tramonto. La vicinanza della località grigionese a Milano e a Bormio è un ulteriore elemento a favore della sua candidatura. In questo caso, l'investimento per la costruzione tardiva della pista di Cortina, attualmente previsto di oltre 80 milioni di euro, potrebbe essere dirottato per usi più urgenti e utili. La lista è lunga, molto lunga.
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Borse, navigazione tranquilla. In attesa del sell in May
Lo storno si fa ancora attendere: il trading range delle Borse, con tendenza al rialzo, prosegue il suo andamento. Milano guida ancora i listini europei, spinta dai titoli bancari ringalluzziti dalle aspettative ridotte sul taglio dei tassi. L'incognita è ora rappresentata dall'arrivo di maggio, mese tradizionalmente improntato alle vendite
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
I mercati non ne vogliono sapere di scendere. Alla fine della scorsa settimana, le Borse hanno chiuso in guadagno, recuperando quello che avevano lasciato per strada in precedenza e confermando un andamento all'insegna del trading range al rialzo. Mentre tutti i target rivisti sono stati mediamente raggiunti.
Piazza Affari detta (ancora) la linea
Maglia rosa europea è stata, ancora una volta, Piazza Affari, trainata dai titoli finanziari. Il fenomeno, a cui ultimamente abbiamo fatto l'abitudine, dipende dalle aspettative ridotte sui tagli dei tassi, che favoriscono le azioni bancarie massicciamente presenti nell'indice milanese. Ci si chiede ora se il mese di maggio sarà improntato alle vendite, come molto spesso accade. Difficile fare previsioni, anche perché gli utili brillano e le valutazioni non sono care. In un simile contesto, la tradizione del sell in May potrebbe anche non essere rispettata (il condizionale è d'obbligo). Finora, in ogni caso, le azioni sono ancora più convenienti delle obbligazioni che, soprattutto a livello internazionale, stanno offrendo rendimenti mediocri.
Strategia di transizione
In uno scenario di così difficile interpretazione, l'approccio all'azionario non cambia. In questo periodo di transizione non sembra conveniente acquistare i titoli finanziari, che potrebbero essere abbastanza vicini al picco; chi li ha potrebbe però mantenerli, scommettendo magari su nuovi balzi fino al definitivo avvio del taglio dei tassi. Chi vuole acquistare, potrebbe puntare qualche fiche sugli energetici, che attualmente hanno valutazioni più basse del loro valore ma offrono un buon flusso di dividendi, e forse sull'automotive. Per il resto, meglio una strategia di mantenimento o alleggerimento moderato.
Verso le elezioni europee
A proposito di auto, sembra che la transizione energetica e l'agenda "verde" – che insieme all'intelligenza artificiale sono tra i temi centrali del G7 italiano – stiano rallentando. Perché ciò che ispira questa operazione è senza dubbio un obiettivo nobile, ma la sua applicazione è difficile: le tempistiche reali sono più lunghe di quanto si dice e i progetti realizzativi hanno bisogno di molti investimenti. Mentre gli Stati membri di soldi non ne hanno, soprattutto in un periodo di crisi come quello attuale, che ha intaccato persino la proverbiale solidità dell'economia tedesca. Anche per questo motivo, l'attuale ritmo imposto alla transizione energetica non potrà che rallentare, anche nel caso in cui Ursula von der Leyen in Europa e Joe Biden negli Stati Uniti fossero confermati dal voto popolare. Se poi dalle scadenze elettorali uscissero una nuova leadership a Palazzo Berlaymont e il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l'elettrico subirebbe un ulteriore calo di ritmo sulle due sponde dell'Atlantico.
Unione del mercato dei capitali: la ricetta Lagarde
Messo in stand by (per ora) l'argomento tassi, con la mezza promessa di iniziare la discesa a giugno, Christine Lagarde parla d'altro. Più precisamente di un suo vecchio pallino: l'unione del mercato dei capitali, obiettivo per cui ha invocato un cambio di marcia. E di prospettiva. Più nel dettaglio, la presidente Bce ha affermato che per raggiungere l'intento occorre abbandonare l'approccio "dal basso"per passare a quello "dall'alto". Finora, ha affermato Christine Lagarde, si è puntato sui mercati locali e regionali per lasciarsi dietro le spalle le limitazioni tipiche dei contesti nazionali. Ma questa politica "dal basso" ha lasciato settori scoperti a macchia di leopardo e non ha creato l'armonizzazione necessaria nei comparti decisivi – come per esempio la classificazione dei crediti o l’avvio delle procedure di insolvenza, per cui manca una normativa comune. La ricetta Lagarde non è, però, del tutto convincente. Perché spesso gli interventi "dall'alto" hanno dimostrato di non funzionare. Oggi ci troviamo di fronte un'Europa di burocrati – in parte non eletti - che decidono le regole proprio in modalità top down, con un processo di accentramento dei poteri a Bruxelles su cui gli organi democratici degli Stati membri hanno poco da dire. Quanto al mercato unico dei capitali, è fondato il timore è che vada a convogliare il risparmio dei Paesi membri su arene internazionali.
Acquisizione Ita, Lufthansa prova a sbloccare il dossier
Nuovo capitolo nel percorso di acquisizione di Ita Airways da parte di Lufthansa, messo in pausa dalle richieste dell'Antitrust europea. A quanto rivelato dal Corriere della Sera, che si riferisce a fonti Ue, per sbloccare il dossier e ricevere l'agognato via libera dall'autorità di vigilanza la compagnia di bandiera tedesca si dice disposta a cedere 11 coppie di slot da Milano Linate. Una mossa che verrebbe incontro a una delle tre richieste da parte dell'Antitrust europea, che ha puntato il faro proprio sul city airport milanese (oltre che sui voli brevi e su quelli intercontinentali – operazione, quest'ultima, che coinvolgerebbe anche United Airlines e altri partner di Star Alliance).
Evidentemente, Lufthansa e Ita Airways ritengono che la rinuncia ai 22 voli dall'aeroporto Forlanini possa rappresentare un buon compromesso per trovare un punto di incontro con l'authority. E decisamente sembra davvero esserlo. Dopo l'avvio della linea metropolitana 4, che ora lo collega in pochi minuti al centro di Milano, Linate è diventato l'aeroporto più gettonato d'Europa, proprio per la vicinanza alla città. Per questo motivo, la proposta è un grande sacrificio accettato dalle due compagnie di bandiera pur di riavviare il percorso verso l'aggregazione ed evitare la bocciatura del progetto. Il match tra la compagnia tedesca e l'Antitrust europeo dà comunque l'impressione di doversi concludere senza vincitori. Il piano di fusione non può essere fermato: per questo motivo, le due parti finiranno di trovare un compromesso. Se ne saprà di più il prossimo 13 giugno, data in cui è stata rinviata la decisione delle autorità europee, curiosamente poco dopo la scadenza elettorale.
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Flessione a Piazza Affari: storno o trading range?
La settimana scorsa, la Borsa di Milano ha chiuso in flessione e ora sta andando a zig zag. Sembra esaurita, o almeno in pausa, la fase rialzista, ma l'andamento ondivago assomiglia maggiormente a un nuovo periodo all'insegna del mercato laterale piuttosto che all'esordio di un trend negativo
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Piazza Affari ha chiuso la scorsa settimana con un calo di oltre l'1%, per poi recuperare una parte delle perdite nel corso della seduta successiva e calare ancora. E' arrivato il tanto temuto storno? Difficile da dire, ma i segnali sembrano suggerire di no. Pare esaurita, o almeno in pausa, la fase rialzista, ma l'andamento a zig zag assomiglia maggiormente a un nuovo periodo di trading range piuttosto che all'esordio di un trend negativo. In presenza di flessioni oltre il 3% occorre preoccuparsi, ma quando il calo supera di non molto l'1%, la situazione non è di per sé allarmante.
Nuovi rischi geopolitici
Queste osservazioni, è bene puntualizzarlo, devono essere prese con molta cautela. Perché i problemi geopolitici sono sempre incombenti e in crescita, e il mercato – che finora si è dimostrato forte – potrebbe fare fatica a reggere nuovi pesi sulle sue spalle: ora a preoccupare sono i timori di un'escalation tra Iran e Israele, in grado di portare ancora distruzione nell'area mediorientale. Dal lato economico, un conflitto aperto tra i due Paesi rischierebbe un impatto devastante sul prezzo del petrolio, già schizzato oltre i 90 dollari al barile. Un trend inaspettato che è stato pompato dalle solite speculazioni, ormai inevitabili in un'economia così finanziarizzata. E che hanno trasformato un innocente dichiarazione della Fed, che annunciava tre probabili tagli nell'anno, in una tempesta sulle materie prime.
Fed: io vorrei, non vorrei, ma se vuoi...
E, a proposito di tassi Usa, la scorsa settimana una dichiarazione di Loretta Mester, presidente e ceo della Federal Reserve di Cleveland, ha smorzato i toni sul calo del costo del denaro. "Voglio vedere i dati ancora per un paio di mesi", per tenere sotto controllo l'inflazione. "Avevo previsto che l'avremmo vista scendere", ha aggiunto, "e ora abbiamo necessità di vedere più prove che lo confermino. Quando le vedrò, ritengo che saremo nella posizione di abbassare i tassi di interesse". La Fed, ha comunque sottolineato la dirigente, ha "una posizione politica tale da poter affrontare il problema e possiamo abbassare i tassi più rapidamente e prima rispetto alle nostre previsioni di base". L'esternazione ha l'aspetto di un arretramento rispetto alle dichiarazioni precedenti di Jerome Powell, o forse del classico passo di lato, oppure ancora di una scelta di prudenza. D'altra parte, che le banche centrali scelgano di moderare le loro dichiarazioni ci puo stare, dato per tre anni hanno sbagliato molte scelte. Inoltre, la crescita dei rendimenti obbligazionari americani sembra suggerire un cambiamento di sentiment nei confronti dei tre tagli, a cui sempre meno economisti credono. Si fa più probabile l'idea di due soli ritocchi, il primo a fine estate, probabilmente a settembre.
La Bce è più decisa
La politica Bce di ammorbidimento del costo del denaro potrebbe quindi risultare più aggressiva di quella scelta dalla Fed. D'altra parte, l'economia americana può permettersi tassi più alti rispetto a quelli europei. Nell'ultima riunione dell'Eurotower è emerso ottimismo sull'abbassamento dell'inflazione, che sarebbe in marcia verso l'obiettivo del 2%. Anche se su questo occorrono pazienza e cautela. "La data per un primo taglio dei tassi comincia ad essere più chiaramente visibile", si legge nelle minute del board e "gli argomenti a favore di un taglio si stanno rafforzando". Taglio che potrebbe essere annunciato già nel corso della riunione di domani, 11 aprile.
Banche, italians a go-go
Intanto, secondo le cifre fornite dal Sole 24 Ore, le due maggiori banche italiane (considerate insieme) conquistano il secondo posto nell'area euro per capitalizzazioni di mercato. La coppia Intesa Sanpaolo-Unicredit, con 122,2 miliardi complessivi, ha superato il duo Bnp Paribas-Crédit Agricole e lasciato indietro il tandem Deutsche Bank-Commerzbank. Davanti ai due gruppi italiani c'è solo il ticket Santander-Bbva. A spingere la "staffetta azzurra" sono certamente i tassi, ma anche il calo sensibile delle sofferenze e il decremento del rischio relativo all'Italia, con lo spread ampiamente sotto i 150 punti base. Questi dati dimostrano ancora una volta che le opinioni negative che circondano il nostro Paese sono in gran parte pregiudizi. Lo hanno dimostrato anche i successi di chi ha investito sulle nostre azioni bancarie nel 2023 (ma ancora di più nel 2022), che ha incassato ben più delle previsioni. Ai prezzi correnti, comprare questi titoli è però tardivo: il settore tornerebbe interessante solo se evidenziasse un decremento di almeno il 10%.
L'ora degli energetici?
In generale, oltretutto, la situazione non evidenzia motivi per sovrappesare la componente azionaria. Chi ha investito sull'Europa si è aggiudicato ottimi rendimenti: oggi potrebbe essere l'ora di alleggerire il portafoglio di un 20%-25% del margine, magari vendendo proprio titoli bancari. E cambiando mix di investimento: ora sono gli energetici a convenire, con la crescita delle materie prime e del petrolio. Queste aziende sono nelle condizioni delle banche di due anni fa: pochi le scelgono, ma hanno una grande prospettiva di crescita, con utili replicabili in futuro.
Auto elettriche, la Germania rilancia
A proposito di energia, la Germania cerca di rilanciare l'auto elettrica con maxi-finanziamenti. Ma l'assenza di infrastrutture e i limiti attuali del comparto non smuovono l'opinione negativa dei consumatori e dei produttori. Mentre la corsa verso le e-cars potrebbe spingere l'occidente tra le braccia della Cina. Paese che, oltre a essere leader nel settore, è decisamente molto avanti anche nei servizi forniti a queste vetture. Per esempio: nelle stazioni di servizio cinesi non si offre solo la ricarica, ma anche la sostituzione immediata delle batterie – attività che in Europa e in Nord America sarebbe considerata fantascienza. Un adeguamento dei servizi alle auto elettriche potrebbe forse ammorbidire l'atteggiamento delle persone nei confronti di queste vetture, anche se difficilmente la diffidenza generale sarà intaccata. Forse in Europa il processo che porterà allo stop della produzione di auto endotermiche entro il 2035 è irreversibile; tuttavia, se le urne dovessero ribaltare la "maggioranza Ursula" e mandare in pensione la von der Leyen, l'operazione potrebbe essere rallentata e cambiare, almeno parzialmente, connotati. Con un approccio più moderato al problema. E magari un recupero delle ibride.
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Borse, un “pareggio” che vale una vittoria
Il gennaio dei listini europei sta trascorrendo all'insegna di una fase laterale, che potrebbe sembrare poco interessante. Tuttavia, in presenza di una situazione geopolitica molto difficile, questo andamento è sinonimo di ottima tenuta per i mercati. Anche in virtù del fatto che, dopo un anno di grandi prestazioni, non si è registrato il normale calo fisiologico che segue i rally prolungati. Settimana record a Wall Street. Anche se...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse europee stanno ancora attraversando una fase interlocutoria che dura più o meno da inizio anno. La chiusura moderatamente positiva registrata martedì scorso, seguita dal leggero calo di lunedì, è comunque parte del momento un po' laterale che è attualmente protagonista degli scambi. Unico acuto, per l'Italia, l'ulteriore abbassamento dello spread, ormai vicino a quota 150.
Ottima tenuta
Fase di stanca, si è detto, che però non è da sottovalutare. Perché, in presenza di una situazione internazionale così precaria ed esplosiva, anche un periodo all'insegna del trading range può essere definito molto positivo. Dimostra infatti che le Borse tengono, e tengono molto bene, anche in virtù del fatto che i mercati non hanno ancora “digerito” un 2023 molto brillante e un bimestre novembre-dicembre davvero eccezionale. Ora si attendono i dati di bilancio che saranno diffusi dalle aziende di casa nostra. Dati indispensabili per capire quale sarà la direzione delle Borse nel corso dei prossimi mesi.
Roba da grandi
Se i mercati europei (compresa Piazza Affari) tengono, Dow Jones e S&P 500 hanno archiviato una settimana da record, spinti dai dati positivi sul Pil made in Usa. Ma attenzione: non è tutto oro quel che luccica. Perché se scorporiamo i dati, possiamo vedere che a spingere i grafici in alto sono i grandi gruppi, soprattutto del settore tech. Se dunque togliessimo i big dall'indice, scopriremmo che la performance ottenute a New York non sono tanto differenti da quelle, calme e placide, delle Borse europee. Guardando l'evoluzione dei titoli tecnologici, che risentono della grande rivoluzione portata dall'intelligenza artificiale, occorrerà esaminare l'impatto a medio e lungo termine di questa disciplina.
Le banche centrali temporeggiano
Intanto, sempre negli Stati Uniti, si registra una crescita del 3,3% annualizzato, mentre cala l'inflazione (pur in presenza di un aumento dei prezzi). Questo doppio trend positivo sembrerebbe mostrare che, nonostante i tassi alti, le cose di oltre oceano vanno comunque bene. Bene al punto da instillare nei responsabili Fed l'idea di un rinvio dell'operazione per portare il costo del denaro a livelli più bassi? Difficile rispondere: le previsioni su questo argomento sono state spesso smentite, mentre, più in generale, è praticamente impossibile comprendere i ragionamenti delle banche centrali. Per fare un esempio, abbiamo visto la posizione di Christine Lagarde, presidente della Bce, che ha definito “prematuro” il taglio dei tassi – il che rende arduo prevedere se davvero quest'estate sarà avviata l'operazione in Europa. Sicuramente, prima di decidere, gli istituti centrali esamineranno i dati complessivi del primo trimestre di quest'anno, che non si preannunciano particolarmente brillanti.
L'auto elettrica non piace
Un freno allo sviluppo potrebbe provenire dall'interpretazione radicale delle politiche per il clima, che rischiano di trasformare un'esigenza corretta in una serie di gabbie per l'economia e i suoi operatori. E che già registra rinunce importanti. Prendiamo la transizione all'elettrico: è di non molti giorni fa la notizia sul passo indietro della Ford, che ha dimezzato la produzione del pick up F-150 Lightning, dopo quattro mesi di invenduto. Hertz, da parte sua, ha messo sul mercato 20.000 auto elettriche - settore su cui sembrava aver puntato parecchio - e sembra intenzionata a orientarsi nuovamente sui veicoli a benzina. Inutile girarci intorno: il sistema, così come è stato predisposto, non funziona ed è costosissimo sia per l’acquisto dell’auto, sia per i rifornimenti. C'è una sorta di presa di coscienza del consumatore che potrebbe cambiare le cose. In aggiunta a tutto questo, sembra che chi ha già deciso una via di fuga obbligata dall'alimentazione tradizionale a benzina o diesel (leggi: Unione Europea) abbia individuato una soluzione (la transizione obbligata all'elettrico) senza pensare alle evoluzioni prossime venture della ricerca. Non è infatti escluso che entro il 2035 emergano nuove alternative praticabili. Come le auto a idrogeno, che oggi sembrano avere controindicazioni non ancora risolte, ma che un domani potrebbero rivelarsi pronte all'utilizzo. E' similmente legata alla transizione ecologica la protesta degli agricoltori, che è partita in Olanda e in Germania e si è rapidamente diffusa in gran parte d'Europa, Italia compresa. I coltivatori stanno bloccando sempre più nodi di traffico e autostrade per protesta contro l'obbligo di ridurre le emissioni (del 55% entro il 2030 e del 100% nel 2050) e altre decisioni prese dal parlamento europeo (o da governi nazionali) senza un dialogo con la categoria.
Gnl, stop dagli Usa?
La versione radicale delle strategie “verdi” potrebbe rivelarsi anche causa di nuovi problemi legati al gas: il presidente americano Joe Biden ha messo in pausa il rafforzamento degli impianti legati all'export del Gnl. Una vera doccia fredda per l'Europa, che già ha ridotto notevolmente l'afflusso di gas russo e che rischia di trovarsi nuovamente in carenza di rifornimenti. Varie organizzazioni industriali europee, giapponesi e persino americane hanno scritto a Biden, invitandolo a riconsiderare questa disposizione. Tuttavia, non è facile che l'inquilino della Casa Bianca si smentisca: siamo in piena campagna elettorale e il tema green è uno dei pochi argomenti su cui il leader democratico può trovare consenso per sperare in una rielezione.
Euribor manipolato
Ha fatto molto discutere la sentenza della Cassazione sulla manipolazione dell'Euribor da parte di alcune banche europee. La nuova situazione potrebbe offrire la possibilità di ottenere rimborsi ai clienti che hanno acceso un mutuo variabile fra il 29 marzo 2005 e il 30 maggio 2008. Insorgeranno, per gli istituti di credito, problemi tali da compromettere l'ottimo andamento del settore? Assolutamente no. A poter chiedere il risarcimento saranno poche persone, e non è detto che tutti gli aventi diritto si imbarchino in una causa che potrebbe durare anni. Sono, tra le altre cose, esclusi dalla possibilità di ricorrere i clienti il cui contratto è ormai in prescrizione e quelli che riceverebbero un importo modesto. La sentenza dovrebbe dunque pesare sulle banche qualche decimale di punto: il suo valore è poco più che simbolico. Il tema vero non è rappresentato tanto dal ricalcolo delle commissioni, quanto dalle eventuali sanzioni civili per le aziende di credito che si sono rese protagoniste di questa operazione e quelle penali per i dirigenti. Un aspetto, questo, su cui però l'intervento dei tribunali sembra, almeno per ora, piuttosto carente.
Listini ancora incerti, ma salgono le preoccupazioni
Le Borse europee si trovano ancora in un periodo di piccoli scostamenti, che ha i connotati di un nuovo trading range piuttosto che di un calo. Tuttavia il conflitto in Medio Oriente, i timori per un lungo periodo di tassi bloccati su quotazioni alte e il nuovo rimbalzo
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Piazza Affari ha chiuso la seduta di venerdì scorso in leggera flessione, ma archiviando una settimana positiva (+1,5%), in linea con le Borse europee. Prosegue così il nuovo periodo di piccoli scostamenti, che si sta confermando nel corso di questo inizio settimana, e che assomiglia più a un nuovo trading range neutrale piuttosto che a una flessione pronunciata. Il previsto calo fisiologico del mercato, dunque, non si è ancora verificato, dato che a settembre e nella prima parte di ottobre, sul lungo periodo, i bond hanno perso più della Borsa. L’incertezza consiglia dunque prudenza: sembra ancora valida la ricetta basata sul mantenimento e sugli acquisti limitati ai pochi settori tuttora redditizi (su tutti, i comparti bancario e petrolifero).
Rischi geopolitici
L’andamento a zig-zag dei listini è anche influenzato da vari fattori, alcuni negativi, altri positivi. Partiamo dai primi, tra cui non si può non inserire le questioni geopolitiche. Con l’escalation della guerra che oppone Israele ad Hamas (al sud) e ai filo-iraniani Hezbollah (al nord), si sono moltiplicati i timori di un allargamento del conflitto in Europa – purtroppo puntualmente avverati, con i tragici attentati al Louvre e a Bruxelles. E la paura latente del coinvolgimento di altre potenze dell’arena mediorientale, a cominciare dall’Iran. Questa situazione colma di paure e di pericoli, si inserisce a pieno titolo nello “scenario grosso” della guerra russo-ucraina e delle tensioni tra Cina e Taiwan: mentre gli Stati Uniti sono storici alleati di Israele, Mosca è vicina all’Iran, da cui acquista droni che poi impiega sui cieli di Kiev, e Pechino stessa ha avviato contatti con Teheran.
Tassi: è l’ora del plateau?
D’altra parte, la deflagrazione in Medio Oriente rende più difficile un nuovo rialzo dei tassi da parte della Banca Centrale Europea. Ma dallo stop ai rialzi all’inizio della discesa c’è di mezzo, come si usa dire, il mare. Da Marrakech, dove si sono svolti gli incontri annuali del Fmi, Christine Lagarde ha fatto capire che la stretta monetaria starebbe per finire. Ma che, molto probabilmente, i tassi resteranno bloccati per un bel po’ di tempo sul plateau, piuttosto che scollinare da un picco. “Il nostro obiettivo”, ha affermato la presidente Bce, “è riportare l’inflazione al 2% nel medio termine. Lo faremo”, ha aggiunto, “e saremo fermi abbastanza a lungo, pronti a fare di più se necessario”. Una posizione simile è stata espressa da Joachin Nagel, numero uno della Bundesbank, secondo cui il rialzo è stato forte e impetuoso, ma ora potrebbe essere ora di procedere all’alt: “una pausa”, ha sostenuto, “potrebbe essere un'opzione". Se non è una svolta, poco ci manca. La Germania, d’altra parte, è in recessione da nove mesi e rischia di portarsi dietro l’intera Europa: ora anche la sua banca centrale sembra essersene accorta. Con i tassi alti tutti i paesi, nessuno escluso, pagano interessi sul debito. Proprio mentre incombe il ritorno del patto di stabilità – una mina vagante, anche se è ormai sicuro che la sua nuova versione non sarà altrettanto dura come quella originaria.
Il gas schizza in alto
Dalle dichiarazioni di Christine Lagarde e Joachim Nagel si comprende comunque che il massimo risultato a breve termine sarà lo stop ai ritocchi verso l’alto, non la rapida inversione di tendenza. E ciò penalizza le Borse (titoli bancari a parte: come ha anche ricordato la presidente Bce, la stretta monetaria ha dato benefici agli istituti di credito). Come se non bastasse, il petrolio, dopo essere sceso verso gli 84 dollari al barile, è tornato sopra quota 90 (forse spinto dalla guerra in Medio Oriente) in un trading range alto. Ma la vera notizia negativa è l’improvviso rincaro del gas, che ha invertito la tendenza, sfondando il muro dei 50 euro al megawattora e poi assestandosi di poco sotto. La causa principale di questo improvviso rialzo è l’esplosione del Balticconnector, gasdotto che collega Estonia e Finlandia, che avrà un nuovo impatto sulle nostre bollette (anche se i problemi all’infrastruttura sembrano riparabili in pochi mesi). Detto questo, sembra che al Ttf non aspettassero che questo: la piazza di Amsterdam pare abbastanza manipolata dalle speculazioni.
Influssi positivi
Se problemi geopolitici, tassi alti e materie prime in aumento possono influire negativamente sui mercati, ci sono anche elementi in grado di controbilanciare i rischi. Come i primi dati, molto positivi, delle grandi aziende americane per il terzo trimestre 2023. Questi numeri hanno guidato la ripresa delle Borse Usa, con un S&P 500 tornato molto tonico, anche se i valori sono comunque compresi fra i 4.000 e i 4.500 punti, che è poi il target di fine anno. Questo nuovo trend potrà scatenare un effetto domino, o almeno influssi comunque positivi sulle Borse del nostro continente? Può darsi, anche se i mercati made in Usa sembrano correre di più (+1%) rispetto all’Eurostoxx, che fatica a tenere il passo (+0,5%). Per avere le idee più chiare occorrerà attendere le trimestrali delle aziende europee.
Birkenstock: quotazioni esagerate
Sicuramente, a dar man forte ai listini non è stata Birkenstock. L’azienda tedesca di scarpe e pantofole, da circa due anni controllata da un fondo sostenuto da Moët Hennessy Louis Vuitton, ha infatti perso circa il 12% nel giorno del suo debutto al Nyse. Per gli analisti, le cause dell’esordio deludente sono da ricercarsi soprattutto nella situazione attuale, e soprattutto – ancora una volta – nella grande crisi geopolitica e nel rallentamento dell’economia a causa dei tassi elevati. Nulla da dire: questi due fattori hanno particolarmente colpito il settore della moda, come molti altri. Ma c’è di più. L’azienda, pur in grande salute, è stata quotata a un prezzo troppo alto. Acquistare un’impresa a 4 miliardi nel 2021 e darne una valutazione doppia dopo soli due anni sembra un azzardo ben compreso dal mercato che, stufo di ipervalutazioni continue, ha emesso il suo duro verdetto. Dopo la picchiata iniziale, il titolo Birkenstock è rimbalzato, ma – a quanto sembra – non in maniera sufficiente per remunerare gli investitori della prima ora. Sicuramente, il consorzio di collocamento cercherà di tenere la quotazione più su possibile; tuttavia, a fine anno sembra più probabile che il titolo chiuda sotto quota 40.
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