Lo storno di settembre

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo il balzo in avanti di fine agosto, con cui le Borse hanno recuperato le perdite di inizio mese, settembre si è aperto con una nuova fase orso. Non c’è, tuttavia, da preoccuparsi più di tanto, un po’ perché a stretto giro si è verificata una pur parziale rimonta, un po’ perché settembre e ottobre sono storicamente mesi non troppo brillanti. E un po’ perché, dopo il rimbalzo che ha portato i listini vicino ai massimi, uno storno era nell’aria. In ogni caso, a mitigare il passo indietro sono i dati americani sul lavoro, positivi anche se inferiori alle attese.

Tassi, si scende

Siamo quindi in una fase di trading range neanche tanto ampio, con un crescente peso degli avvenimenti geopolitici sull’andamento dei mercati. Oltre, naturalmente, all’imminente taglio dei tassi, che è dato per scontato. Anche se non è matematico che la sforbiciata di settembre avvii una tendenza all’insegna del rilassamento della stretta monetaria. Come ha affermato Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea, le decisioni saranno prese volta per volta. Anche se, ha proseguito, “i dati finora confermano la nostra direzione di marcia”, cioè l’ammorbidimento della politica monetaria, “e spero che ci consentiranno di continuare a essere meno restrittivi”. La sua posizione è condivisa da sempre più analisti: è vero che il rialzo dei tassi ha messo un freno (almeno in parte) all’inflazione, anche se fattori esogeni – come la crisi di Hormuz – ne rallentano la discesa; tuttavia, il costo del denaro ha bloccato molti investimenti. Creando difficoltà all’economia Ue, che ha portato tutti i dati di produzione al segno meno.

Il rapporto Draghi

A lanciare l’allarme è stato anche Mario Draghi in un rapporto che gli era stato commissionato dall’Unione Europea. Secondo l’ex presidente Bce ed ex premier, l’Ue ha davanti a sé una sfida cruciale, da cui dovrà uscire con una cura forte (un “doppio Piano Marshall”) per non scivolare in una lenta agonia. In cifre, ha spiegato Draghi, si tratta di una cifra compresa fra 750 e 800 miliardi l’anno, senza i quali – ha aggiunto – è a rischio l’esistenza e persino la libertà dell’Europa. Il nuovo bazooka – la cui proposta ha visto la contrarietà sia di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, sia della Germania – potrebbe avere un fondamento. Ma occorre rispondere a una domanda: dove si possono trovare tutti questi soldi? Soprattutto in un periodo storico che vede il ritorno del patto di stabilità.

Auto elettriche, una sfida persa in partenza?

Tra le sfide evidenziate da Draghi – dai costi elevati dell’energia alla necessità strutturale di importare materie prime, dalle maggiori spese per la difesa al calo della popolazione e del numero dei lavoratori – c’è anche la decarbonizzazione. Che in sé è un obiettivo legittimo, ma che in pratica è stata gestita molto male. Perché uno dei settori più in crisi è quello dell’automotive, che una volta era il fiore all’occhiello di Paesi come Germania, Francia e Italia. Il disinteresse degli acquirenti per le vetture elettriche ha già costretto la Volkswagen ad annunciare la chiusura di uno stabilimento Audi di Bruxelles, adibito appunto alla produzione di macchine “adeguate” alla nuova situazione. E che sta mettendo a rischio anche una unità produttiva in Germania, sempre specializzata nell’elettrico.

Ma il target 2035 non si ferma

Ciò significa che l’Ue potrebbe considerare un passo indietro, o almeno un parziale ripensamento, della sua strategia di elettrificazione delle automobili entro il 2035? Sembra proprio di no. Anzi: tutto il contrario. Il commissario europeo per il mercato interno e i servizi, Thierry Breton, nel corso di una riunione con i produttori, li ha esortati a innescare la quinta e ad accelerare la transizione, per superare i ritardi del settore. Il rischio evidenziato da Breton è il prevalere della Cina, che quasi monopolizza questo mercato. Nel 2026, l’esecutivo comunitario potrebbe in ogni caso intervenire sul target 2035, rimandandone l’attuazione: lo prevede espressamente il regolamento europeo. Ma le posizioni di Ursula von der Leyen e delle forze politiche che formeranno la nuova commissione non lasciano troppo spazio a questa soluzione, a meno di forti pressioni in seno alla stessa maggioranza. O, in alternativa, di una forte presa di posizione di Germania e Italia, magari rinforzata dalle proteste sindacali tedesche già in corso.

Il paradosso del lusso

Un altro settore nell’occhio del ciclone è il comparto lusso. Ma qui non c’è nessuna crisi di produttività. La industry soffre invece di un paradosso: da un lato gli utili sono buoni, in alcuni casi a doppie cifre; dall’altro, i titoli in Borsa stanno evidenziando una performance scarsa. Qual è la ragione di questa apparente discrasia? Occorre fare presente che il lusso viaggia a multipli incomprensibili ed è spesso slegato dalle dinamiche alla base degli scambi borsistici. E’ infatti una categoria che resiste di più alle crisi perchè ha un parterre di compratori in grado di permettersi qualsiasi prezzo. Se però arrivano segnali di rallentamento dall’Asia e dagli Stati Uniti, il comparto può cedere alla paura e ottiene performance minori. Inoltre, il grande recupero di agosto ha coinvolto gli indici, ma non tutte le categorie: si è infatti manifestata una rotazione settoriale, con il recupero di titoli che erano rimasti indietro, come le utility. Vittime della dispersione dei rendimenti sono state, dunque, la tecnologia e, appunto, il lusso, mentre le banche hanno registrato prestazioni abbastanza anonime.

Azioni bancarie, quale futuro?

Già, i gruppi bancari, che potrebbero raggiungere i massimi nel corso di quest’anno e poi scollinare verso una lunga e inevitabile discesa. Con il calo dei tassi, le aziende di credito saranno costrette ad allentare i loro spread, e questo – insieme al maggior rischio di insolvenze – avrà una conseguenza negativa sugli utili. In termini ciclistici, il gran premio della montagna è in vista e l’arrivo è previsto a valle, dopo una lunga discesa pedalabile, non priva di pericoli. Anche se gli utili record riguardano soprattutto le banche europee, il calo dei tassi avverrà anche negli Stati Uniti, e le aziende di credito di oltre oceano dovranno giocoforza risentirne. Può essere uno dei motivi per cui Warren Buffett – un personaggio che difficilmente sbaglia le sue scelte di investimento – ha venduto una forte quantità di azioni di Bank of America, di cui la sua Berkshire Hathaway resta, peraltro, il primo azionista. Altre ragioni che avrebbero spinto Buffett a liberarsi di quasi 7 miliardi di dollari di partecipazioni Boa sono, secondo alcuni analisti, il sentore di un calo dei mercati o, in alternativa, l’accumulo di capitali per un acquisto di grande entità.

Foto di Mark Basarab su Unsplash


Recessione alle porte

Secondo alcuni analisti finanziari, il 2023 potrebbe rivelarsi l'anno peggiore per l'economia dalla crisi del 2009. L'economista Nouriel Roubini calca la mano e prevede che la depressione sarà lunga e dolorosa per famiglie e aziende. Tuttavia, le Banche centrali non hanno cambiato strategia rispetto a 14 anni fa, limitandosi a uno scontato rialzo dei tassi

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La recessione mondiale sembra ormai alle porte. Per l'economia globale il 2023 rischia di essere l'anno peggiore dal 2009. E, tra i paesi occidentali, la Gran Bretagna sembra essere l'apripista verso questo scenario da incubo.

Nouriel Roubini, uno dei pochi economisti ad avere previsto la crisi del 2008, ha persino rincarato la dose: secondo il professore della New York University, la recessione che sta per arrivare sarà molto brutta, potrebbe durare anni e farà soffrire molto famiglie e imprese, mentre i governi non saranno nelle condizioni di introdurre adeguate facilitazioni fiscali per la mancanza di margini.

I dati sull'aumento delle spese confermano i primi segnali di tempesta. Un esempio su tutti: in Germania, i prezzi alla produzione di agosto sono saliti del 45,6% annuo, mentre il costo dell'energia ha registrato un aumento del 20,4% su base mensile e del 139% a livello tendenziale. Si tratta dei rincari più alti mai registrati dall'inizio dell'indagine statistica nel 1949.

Vecchi rimedi

La storia, si dice, è maestra di vita: per affrontare questa tempesta incombente dovremmo imparare da quanto è accaduto in passato, e possibilmente evitare gli errori commessi.

E invece no: le banche centrali si comportano come fecero nel biennio 2008-09. E cioè, si limitano ad alzare i tassi. Mentre le poche misure (comunitarie e nazionali) introdotte in Europa contro il caro-energia e i costi folli del gas si rivelano inefficaci e confuse – con l'eccezione del tetto introdotto autonomamente in Spagna e Portogallo.

In Spagna e Portogallo. Non in Italia, dove si è puntato sui crediti di imposta per aiutare le aziende a pagare le bollette. Va da sé che la misura è monca: aiuterà infatti alcune imprese e ne escluderà altre, dato che per godere di un credito di imposta occorre avere utili. Paradossalmente, saranno lasciate fuori le aziende con più necessità di sostegno, che dovranno fronteggiare senza alcun aiuto il pagamento di bollette aumentate di sei-sette volte.

Ma se Roma piange, Bruxelles non ride. La proposta del tetto al prezzo del gas è ferma su una scrivania perché non trova l'unanimità dei paesi membri, e neppure il disaccoppiamento tra le tariffe del gas e quelle dell'energia è scontato. Unica certezza è che il prossimo 30 settembre, data in cui i ministri dell'energia si troveranno di nuovo, saranno introdotti razionamenti e limitazioni per il cittadino. Per dirla con il cantautore milanese Walter Valdi, semper mì. Cioè: le situazioni scomode vengono scaricate regolarmente sul consumatore, che alla fine è costretto a pagare per errori altrui.

Aria di bonaccia

In questa calma innaturale, che sembra tanto la quiete prima della tempesta, una cosa è chiara: che la questione energetica e le sue variabili rendono la situazione attuale potenzialmente più grave rispetto a quella del 2008. Con conseguenze imprevedibili: solo una (probabile) contrazione del Pil pari al 2,5% equivale a mezzo milione di posti di lavoro in meno. Davvero una patata bollente per chiunque vinca le prossime elezioni.

Nel mentre, è passata praticamente sotto silenzio la violazione dei confini armeni da parte delle truppe azere. Avvenuta, fra l'altro, a poche ore di distanza dall'accordo di fornitura del gas fra Unione Europea e Azerbaigian.

Ciò conferma inequivocabilmente quanto si diceva all'inizio della crisi ucraina: misure come le sanzioni possono essere coerenti con un'idea di pace, democrazia e rispetto delle leggi internazionali solo se sono comminate a tutti i paesi che non rispettano i diritti umani. Indistintamente. Un'impresa impossibile, dato che la maggioranza di chi ci fornisce materie prime non brilla certo sotto questo aspetto. La non reazione dell'Ue alla crisi armeno-azera non fa che confermare, ancora una volta, questa incoerenza.

Federer, fine di un'era

Se la nuova crisi ci fa tornare indietro di 14 anni, l'annuncio di Roger Federer, che ha comunicato il suo ritiro dal tennis dopo la Laver Cup, ci riporta al 2001 - anno in cui il fuoriclasse basilese vinse il suo primo torneo Atp, a Milano.

L'inizio dell'era-Federer coincide con gli anni dell'euromania: nel 2002 la moneta unica fu accolta con entusiasmo ai quattro angoli d'Europa e nel 2003 - anno in cui il tennista renano conquistò il suo primo slam, sull'erba amica di Wimbledon - la nostra valuta cavalcava l'onda della grande rivalutazione sul dollaro. Mentre cresceva il boom dell'europeismo, favorito anche dai voli low cost e dal crescente scambio di esperienze tra cittadini dell'Unione (soprattutto giovani).

Oggi, l'euro è sotto la parità con il dollaro, e ancor più sotto nel rapporto con il franco svizzero, l'economia ha subito una serie di crisi devastanti e l'euroscetticismo è ai massimi. Il nostro continente ha abbandonato il suo ruolo di “gigante economico” e si è impoverito, mentre il resto del mondo si è arricchito.

Dove abbiamo sbagliato? È mancata del tutto la coesione. Pensavamo di entrare in una nuova era, ma purtroppo non abbiamo sviluppato quell'unione politica e fiscale che si sarebbe dimostrata necessaria per competere con Stati Uniti e Far East.

Il passo non è stato compiuto, e ciò ha reso impossibile la fase successiva, e cioè la progettazione di un debito pubblico comune, vero scudo contro ogni possibile attacco all'euro e alla nostra leadership economica.

Trent'anni dal “mercoledì nero”

Si parlava del primo torneo vinto da Federer da professionista, all'ombra del biscione visconteo di Milano. Alcuni anni prima, il tennista svizzero ancora bambino aveva dominato un altro torneo, questa volta da junior, sotto un altro biscione visconteo, quello di Bellinzona. Correva l'anno 1992. Quello del “mercoledì nero”, che vide affossare la lira e la sterlina sotto i colpi di un attacco speculativo, e il cui trentennale è stato ricordato alcuni giorni fa.

L'euro non c'era ancora e i paesi Ue avevano la possibilità di svalutare. Però, Italia e Gran Bretagna erano state costrette uscire dal sistema di cambi dello Sme, con gravi ripercussioni sull’economia.

Il “mercoledì nero” ha rappresentato la prima “scommessa” contro l'Italia da parte della finanza speculativa – libera, ora come allora, di mettere in ginocchio intere economie.

Sempre nel 1992, alcuni mesi prima, il governo italiano aveva inaugurato la stagione di privatizzazioni e di dismissione del patrimonio dello stato. Da allora, si è pian piano ridotta la classe media. Oggi, per la prima volta nella storia, i figli stanno peggio dei propri genitori, e i ragazzi non riescono più a farsi una famiglia, braccati da crisi, disoccupazione e dumping salariale, innescato anche dalla concorrenza della crescente manodopera straniera.

Petrolio, la grande incognita

C'è tranquillità, invece, sul fronte del petrolio, che si sta deprezzando. Il trend sta creando malumori nell'Opec+: i produttori, guidati dall'Arabia Saudita, sono intenzionati a fermare la discesa delle quotazioni.

Sembra che il decremento del greggio sia stato influenzato da un'operazione dell'amministrazione Biden, che in vista delle elezioni di mid term, sta ricorrendo alle riserve strategiche per evitare rincari della benzina. Per motivi essenzialmente elettoralistici.

Dopo il rinnovo delle camere – o comunque all'esaurimento delle riserve – gli Stati Uniti dovranno però ricostituire il magazzino. E in quel momento, è prevedibile che il prezzo del greggio torni a salire. Senza che sia necessario l'intervento dell'Opec+.

Scende, invece, l'oro. Il trend è l'ulteriore dimostrazione di quanto siano confusi oggi i mercati: il metallo giallo non protegge più dall'inflazione. Il dato potrebbe anche essere condizionato dalla vendita di oro da parte della Russia, per finanziare la guerra in Ucraina.

Le Borse, da parte loro, sono nervose e volatili per il nuovo, possibile rialzo dei tassi negli Stati Uniti, oltre che per la crisi incombente. Per questo, sono ancora consigliati i titoli difensivi, come le utility e i petroliferi. Disco rosso, invece, per le azioni industriali: su questo fronte è meglio aspettare di capire come sarà affrontata la tempesta-bollette.

Il merge di Ethereum

Soffrono i mercati e soffrono le criptovalute, influenzate anche dal nuovo decremento dei titoli tecnologici e del Nasdaq. A questa discesa non si sottrae neppure Ethereum, nonostante la grande operazione (il merge) che ha portato la moneta virtuale dall'inquinante ed energivoro proof of work al più sostenibile proof of stake.

Per ora, la scelta non ha premiato le quotazioni, mantenendo Ethereum in linea con le altre crypto. Un domani, però, questa divisa virtuale potrebbe invertire la tendenza generale, premiata da una scelta all'insegna della sostenibilità.

In futuro, la vendita di Bitcoin e il contestuale acquisto di Ethereum potrebbe rivelarsi una strategia tutt'altro che remota – perché si avveri, però, è necessario che qualche grande investitore rompa l'attesa e traini il mercato verso questa scelta. Una mossa che, naturalmente, al momento non può essere prevista.

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