Allargamento dei Brics: che cosa cambia?

Dal prossimo anno, sei nuovi Paesi entreranno a far parte del raggruppamento attualmente composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Tra i programmi dell'alleanza economica, una spinta alla de-dollarizzazione e all'utilizzo delle valute locali per gli scambi. Ma l'idea di una valuta comune è praticamente un'utopia...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

L'allargamento dei Brics – che dal prossimo 1 gennaio porterà nel raggruppamento economico composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica sei nuovi Paesi (Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Egitto e Argentina) – ha scatenato previsioni e commenti assortiti. Qualche osservatore ha puntato sul ruolo geopolitico di questa operazione, che ha luogo proprio mentre Russia e Cina stanno cercando di allargare la loro sfera di influenza in Africa. Qualcun altro ha sottolineato la crescita di un gruppo di Stati che si propone come alternativa al mondo occidentale, anche a costo di mettere insieme Paesi fino a ieri nemici (come Arabia Saudita e Iran).

Addio al biglietto verde?

Non sono mancate le analisi economiche, per la verità molto variegate. C'è, per esempio, chi prende molto sul serio la tendenza, espressa da vari leader politici, a commerciare in valute Brics piuttosto che in dollari, contribuendo a diminuire l'importanza del biglietto verde. “Valute Brics”, tradotto, significherebbe “yuan”, dato che le voci sulla creazione di una moneta unica del raggruppamento guidato da Pechino sono poco meno di un'utopia. Una chimera, almeno nella situazione attuale, è anche il tentativo di indebolire in maniera incisiva il ruolo del dollaro: gli Stati Uniti sono ancora la prima potenza mondiale e reagirebbero in maniera attiva se Bretton Woods fosse messa in discussione con fatti concreti (e non a parole, come è avvenuto finora). Basti pensare all'accordo trilaterale Usa-Giappone-Corea del Sud, che ha contenuti politici e militari, ma anche economici (i tre Paesi, si legge nel testo dell'intesa, "rafforzeranno la loro cooperazione per attivare finanziamenti per infrastrutture di qualità" – probabile risposta al progetto cinese di “Via della Seta”). Fino a quando gli Usa saranno la prima potenza mondiale, insomma, il dollaro rimarrà la moneta di riferimento. Anche se i paesi emergenti dovessero rinunciare a utilizzarlo per gli scambi. Oltre a queste considerazioni, è facile osservare la distanza geografica fra i Paesi Brics, ma anche la loro diversità istituzionale: alcuni membri sono democrazie, altri sono regimi autocratici. Il che renderebbe più difficile la creazione di una banca centrale comune (controllata da chi?) e ancora di più un progetto di unificazione fiscale, che non si riesce a completare persino nell'Unione Europea. Infine, più che un meccanismo di scambi “a raggera”, il sistema Brics ha più le parvenze di una struttura sinocentrica, dove gli scambi tra Pechino e “gli altri” assumono un ruolo preminente.

La Cina si accaparra microchip

Per intaccare la centralità del dollaro, la Cina dovrebbe inoltre imporre pagamenti in yuan anche ai Paesi europei (e occidentali) con cui commercia. Ma questa sarebbe un'eventualità fantascientifica. A Pechino interessa, prima di tutto, vendere la propria merce e i propri servizi, e certamente non si assumerebbe il rischio di perdere mercati redditizi per questioni valutarie. Soprattutto in un periodo come quello che stiamo vivendo, colmo di tensioni di carattere geopolitico che, inevitabilmente, si riverberano sull'economia. Come sta accadendo con il tentativo, da parte dell'amministrazione americana, di frenare l'innovazione tecnologica cinese, anche attraverso il mancato invio di microchip di fabbricazione occidentale. A questa strategia, che alcuni mesi fa ha visto Olanda e Giappone annunciare l'adesione alla campagna di restrizioni tecnologiche nei confronti di Pechino, è seguita una rapida contromossa da parte della Cina, che a giugno e luglio ha aumentato del 70% su base annua proprio l'acquisto di microchip. Gran parte dei quali – guarda caso – proviene proprio da Olanda e Giappone, alla vigilia della stretta alle forniture. Occorre poi aggiungere che, nonostante la chiusura dei rubinetti da parte degli Usa, la Cina continua ad acquistare tecnologia americana, “triangolata”, come sempre accade, su un paese terzo e redistribuita per via indiretta sulla strada per Pechino.

Jackson Hole, tanto rumore per nulla

Al simposio di Jackson Hole, che riunisce i banchieri centrali di tutto il mondo, non sono invece uscite molte indicazioni. Leitmotiv della riunione, la lotta all'inflazione che – si è detto e ridetto nella località del Wyoming – è ancora troppo alta ed è lungi dall'essere stata sconfitta (“ci voleva l'esperto americano”, recitava una pubblicità televisiva degli anni Novanta). In particolare, Christine Lagarde ha sottolineato che la lotta contro l'inflazione sarà ancora lunga, e che i tassi resteranno alti fino a quando servirà; tuttavia, la presidente Bce non ha fornito anticipazioni sull'agenda della riunione che il prossimo settembre definirà le nuove strategie dell'Eurotower. Un po' meno scontato l'intervento di Jerome Powell: il numero uno della Fed è apparso più “falco” di Christine Lagarde, aprendo a nuovi rialzi dei tassi negli Stati Uniti. Sembra però che la posizione di Powell sia difficilmente sostenibile, almeno a lungo termine: la Fed, è vero, potrebbe scegliere di operare un nuovo, ultimo rialzo da 25 punti, ma fra pochi mesi sarà costretta ad ammorbidire la stretta monetaria. Nel 2024 gli Usa voteranno il nuovo presidente, ed è praticamente impossibile che la banca centrale prosegua una politica restrittiva in un anno elettorale. Al contrario, Powell riceverà sicuramente pressioni politiche per avviare una fase espansiva, almeno da febbraio in poi. In ogni caso, le dichiarazioni raccolte al simposio non hanno influito sulle Borse, che hanno anzi chiuso la settimana in positivo.

Milano-Cortina, l'Olimpiade mutilata

Mancano ormai due anni e mezzo circa ai Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, che si apriranno allo stadio Meazza il 6 febbraio 2026. La kermesse a cinque cerchi è, però, in bilico fra opportunità e rischi. Se infatti il premier Giorgia Meloni li ha definiti una “grande occasione”, con un possibile impatto di 4,5 miliardi di euro sul prodotto interno lordo, il progetto iniziale in termini di infrastrutture e impianti è già stato modificato. Non per scelta, ma per necessità. A Milano, l'ex Palasharp di Lampugnano non sarà della partita: impossibile renderlo disponibile in tempo utile per l'accensione della fiamma. Il palazzetto, designato come sede dell'hockey femminile, sarà sostituito dai padiglioni 22 e 24 di Rho Fiera, che a loro volta erano subentrati a Baselga di Piné per ospitare il pattinaggio di velocità. Lo stop dell'ex Palasharp dipende soprattutto dalla crescita del prezzo dei materiali, che – anche a causa dell'emergenza bellica – è arrivato a +155%. Tra le infrastrutture (utilissime) che non si faranno, la nuova metrotramvia Rogoredo-Repetti e la superstrada veloce verso Chiavenna. Sembrerebbe invece sventata (il condizionale è d'obbligo) una figuraccia forse ancora più plateale: i ritardi nella costruzione dell'anello di bob, slittino e skeleton di Cortina d'Ampezzo. Fino a pochi giorni fa, sembrava che queste discipline dovessero migrare nella vicina Innsbruck, o addirittura a St Moritz, a causa della mancata partecipazione di concorrenti al bando d'asta; ora una trattativa d'emergenza potrebbe finalmente sbloccare i cantieri e aprirli entro settembre, mese limite per poter ancora sperare di veder sfrecciare bob e slittini a Cortina. L'intervento in extremis di Simico, società pubblica che cura le infrastrutture, dimostra ancora una volta che esiste un'Italia a più velocità, con la solita iperburocrazia che grava come una cappa sul Paese, rallentando qualsiasi progetto. Proprio per questo, nei lavori pubblici l'unico modello che funziona è, quello emergenziale, come è emerso anche dalla ricostruzione veloce del ponte San Giorgio di Genova, inaugurato in piena epoca Covid con un ritardo tutto sommato accettabile.

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Evergrande, niente di nuovo sotto il sole

La mossa del gruppo immobiliare cinese, che ha presentato istanza ai sensi del Chapter 15 al tribunale di Manhattan, non rappresenta una grande novità, dato che la società era di fatto già fallita due anni fa. A preoccupare sono altri rischi, ben più inquietanti...

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La tranquillità che solitamente si accompagna all'agosto del mondo finanziario è stata apparentemente scossa dal caso Evergrande. Proprio due giorni dopo Ferragosto, il promotore immobiliare cinese ha dichiarato bancarotta protetta negli Stati Uniti, depositando l'istanza ai sensi del Chapter 15 al tribunale fallimentare di Manhattan. Evergrande proverà a ristrutturare il debito offshore e sta già imbastendo trattative a Hong Kong con i molti creditori (per centinaia di miliardi di dollari).

Timori esagerati

I giornali hanno fatto di questa notizia un lancio da prima pagina, accanto alle solite news sul nuovo anticiclone caldo e le altrettanto usuali indiscrezioni politiche. A rimbalzare sul tam tam di giornali, radio, televisioni e testate web sono state due domande: “Siamo di fronte a una nuova Lehman?” “Il Chapter 15 di Evergrande porterà fallimenti a catena?”. Questi timori sono per lo meno esagerati. Perché Evergrande era già fallita due anni fa in Cina, quando non aveva rimborsato i suoi obbligazionisti. E la mossa del promotore immobiliare negli Stati Uniti è stata poco più che un colpo di coda di una situazione già giudicata drammatica nel 2021. In altri termini, probabilmente non si verificherà una nuova Lehman, anche se certamente si possono prevedere alcune conseguenze serie.

Zhongrong e le banche ombra

A destare preoccupazione sono invece intervenute altre situazioni problematiche, in una bolla più ampia che sembra aver decretato la fine del boom cinese. Tra queste, la crisi di Zhongrong Trust, che non ha rimborsato gli importi dovuti agli investitori e che, secondo le stime, sarebbe indebitata per circa 3mila miliardi di dollari – una somma forse troppo cospicua per sperare in un intervento pubblico. Il caso Zhongrong potrebbe nascondere una crisi più ampia delle banche ombra cinesi, con conseguenze molto critiche per il sistema economico di Pechino. Oltre a questo, fa paura la scelta, da parte delle autorità della seconda potenza mondiale, di non diffondere i dati sulla disoccupazione giovanile, evidentemente troppo alti e in grado di generare timori diffusi. Il rallentamento di Pechino, tuttavia, non dipende solo da dinamiche interne al mercato cinese, ma anche dalla strategia America First lanciata da Donald Trump e confermata da Joe Biden, che ha riportato in patria varie attività in precedenza delocalizzate in Cina. Una mossa che ha costretto Pechino a rinsaldare i rapporti, anche economici, con i Brics, rafforzando alleanze con paesi una volta rivali (India e Russia). Questi accordi, prevedibilmente, diventeranno ancora più stretti dopo le iniziative economiche e geopolitiche intraprese dagli Stati Uniti, come il recente vertice multilaterale Usa-Giappone-Corea del Sud. Troppo enfatizzati, infine, l'effetto del taglio dei tassi deciso dalle autorità economiche di Pechino per spingere i cittadini ai consumi (in un trimestre sono passati dal 2,65% al 2,50% - quasi un'inezia) e il presunto “crollo” dello yuan, che in un anno ha perso poco più del 3% nei confronti del dollaro. Una percentuale certamente minore rispetto a quanto l'euro aveva lasciato sul terreno nei mesi successivi all'attacco russo in Ucraina.

Il crollo del rublo

Se per lo yuan non si può parlare di “crollo”, ma solo di calo – e non così pesante – la situazione del rublo è invece molto seria. La moneta russa ha infatti perso il 40% circa su euro e dollaro. Che cosa ha causato la picchiata della divisa di Mosca? La risposta non è automatica, dato che l'economia russa è piuttosto opaca e i suoi numeri sono difficili da leggere in modo esaustivo. Quasi certamente, però, a causare la crisi è stato soprattutto lo sforzo economico per sostenere la guerra, combinato con la natura del rublo che, in quanto moneta parzialmente liquida, è più volatile rispetto ad altre divise. Ha contribuito anche l'indebitamento maggiore del paese, che ha risentito del blocco di potenziali compratori di valuta da parte del mondo commerciale. D'altra parte, però, la Russia ha aperto fronti (politici, ma anche economici) in Africa, attirando nella sua sfera di influenza alcuni paesi ricchi di materie prime - ultimo tra i quali il Niger, che dopo il colpo di stato si è allontanato dall'atavico controllo francese post-coloniale per avvicinarsi a Mosca. Un allargamento a macchia d'olio dell'influenza russa (e cinese) in Africa potrebbe rivelarsi in grado di dirottare molte materie prime lontane dal mondo occidentale e di utilizzare forti ondate migratorie come arma di ricatto nei confronti del Vecchio Continente.

Rischio pantano per l'economia

Un'Europa che, intanto, dibatte ancora sui tassi. Perché non è detto che la stagione dei rialzi sia archiviata: è stato ipotizzato (anche se, per la verità, non è molto probabile) che, nonostante le ultime dichiarazioni abbastanza rassicuranti in casa Bce, i falchi finiscano per prevalere. E per imporre un nuovo ritocco verso l'alto. Prima che, finalmente, si possa dire la parola fine sulla stretta monetaria e iniziare a pianificare il ritorno “a valle”. Eppure, l'inflazione europea è in discesa: si può prevedere che a fine anno ci attesteremo fra il 3% e il 4%. Il campanello d'allarme ora è un altro: si è tirata troppo la corda e l'economia si sta impantanando un po' ovunque. E' possibile che nel 2024 la Bce sia costretta ad abbassare i tassi con una velocità maggiore rispetto alle previsioni, per scuotere un'economia in stallo ed evitare una recessione profonda e molto pericolosa. Un dato simbolico che fotografa questa situazione è rappresentato dalle presenze 2023 nelle nostre località di mare, che nonostante la voglia di vacanze dopo anni di restrizioni Covid ha comunque fatto registrare un preoccupante -20% anno su anno. Una tendenza al risparmio che si è vista anche nei supermercati, dove da un po' di mesi i prodotti vicini alla scadenza (e quindi molto scontati) sono molto più gettonati rispetto agli anni precedenti.

Rischi anche negli Stati Uniti

Nonostante la natura diversa dell'inflazione americana, che ha reso più giustificati (o meno ingiustificati, fate voi) gli aumenti dei tassi decisi dalla Fed, anche negli Stati Uniti la stretta monetaria sta presentando problemi. Forse ancora più preoccupanti. Uno dei campanelli d'allarme evidenzia il rischio dei tassi alti sull'immobiliare americano e sui rifinanziamenti dei private equity, che rischiano (ben più del crack Evergrande) di causare una nuova crisi globale. Anche la Fed potrebbe vedersi costretta, dal 2024 in avanti, a un tour de force in discesa, per evitare all'economia americana di fermarsi. E per cercare di disinnescare “bombe inesplose” disseminate sul terreno accidentato del real estate.

Piazza Affari, rimbalzano i bancari

Intanto, le Borse europee hanno chiuso la settimana un po' in flessione. Soprattutto Piazza Affari, che ha ancora risentito del calo degli onnipresenti titoli bancari, a causa della tassa sugli extra-profitti. Venerdì scorso, Milano ha chiuso a -0,42%, dopo essere scesa più volte sotto l'1%. La controtendenza, però, non si è fatta attendere: lunedì i bancari sono generalmente risaliti. Perché, molto probabilmente, si è rimarginato un timore che in fondo è soprattutto psicologico. Nella peggiore delle ipotesi, la tassa - ammesso che si riveli un prelievo una tantum – avrà un impatto del 10% sugli utili netti di quest'anno e le conseguenze si riveleranno così assolutamente gestibili. In questa situazione, per gli investitori, è bene tenere le posizioni. E aspettare le prime indicazioni relative all'apertura di settembre, che tradizionalmente chiude il classico “armistizio” estivo delle Borse.

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Mercati, calma piatta in attesa delle trimestrali

Ancora tranquillità per le Borse, che attendono i dati del primo quarter per riprendere la corsa o fermarsi. Superata la crisi bancaria, almeno in Europa, restano ben presenti i timori per l'inflazione e i nuovi rialzi dei tassi. Lo yuan e la “guerra” delle valute

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Per la seconda settimana di fila, i mercati procedono tranquilli e senza particolari spunti: gli scambi sono pochi e il clima è di attesa. Superata, almeno in Europa, la grande paura di una nuova crisi bancaria, i timori delle Borse sono legati all'inflazione, ancora più alta del previsto, e al probabile, nuovo ritocco dei tassi verso l'alto da parte delle principali banche centrali. Mentre la volatilità si sta calmando, anche sul versante obbligazionario. E questo, naturalmente, è un buon segnale.

In attesa delle trimestrali

Il lungo rimbalzo sembra comunque esaurito, o almeno in pausa; siamo vicini ai punti di massimo, gli scambi sono pochi e i mercati non hanno una direzione né un'intonazione precisa. È con questo approccio “neutro” che ci si appresta ad attraversare il periodo delle trimestrali – già aperto dai dati delle prime aziende finanziarie Usa e che in Italia inizieranno a svelarsi nel corso di maggio. I primi risultati dell'anno, soprattutto nei titoli bancari, si riveleranno quasi sicuramente in grado di indirizzare l'andamento dei listini nei prossimi mesi.

Tassi, nuovi rialzi in vista

Sul lato tassi, l'onda lunga dell'inflazione non favorisce un cambiamento di prospettiva da parte delle banche centrali. Fed e Bce continueranno per un po' con l'inesorabile rialzo dei tassi. Lo rivelano le dichiarazioni di esponenti delle due banche centrali, che confermano la persistenza di una strategia poco lungimirante, soprattutto in Europa. Sul versante americano, è stato James Bullard, presidente della Federal Reserve di St Louis, ad affermare che gli Usa dovrebbero proseguire a ritoccare i tassi, a causa dell'inflazione persistente e della crescita dell'economia, su cui i rialzi non hanno avuto un impatto negativo troppo forte. Nell'area euro, d'altra parte, Christine Lagarde non si è sbottonata troppo, limitandosi ad affermare che nel corso della prossima riunione Bce (3-4 maggio) sarà presa una decisione sulla base dei dati macroeconomici. Tuttavia Martin Kazaks, governatore della banca centrale lettone e membro del direttivo Bce, ha parlato di un possibile ritocco di 25 punti base a maggio (non escludendo, peraltro, il “solito” rialzo di 50), dimostrandosi fiducioso sulla capacità di Eurolandia di evitare la recessione. Secondo gli osservatori sono probabili tre mesi di rialzi a 25 punti base. Poi si vedrà. Ancora una volta finirebbero dunque di prevalere i falchi, anche se in maniera meno netta rispetto ai mesi precedenti. La speranza è che almeno dopo l'estate l'Eurotower inizi a invertire la tendenza. Sempre che l'energia non torni a servirci sul piatto nuove brutte sorprese. Già, l'energia, principale motivo dell'inflazione europea, che ha colpito il continente su due diverse direttrici. Oltre alla guerra russo-ucraina, anche la dinamica con cui si è organizzata la transazione energetica, che ha causato costi spropositati e timori di vario tipo – anche occupazionali. E che, per l'inflazione di casa nostra, ha assunto un ruolo ancora più determinante di quanto non abbia fatto il conflitto.

Usa: rischio default tecnico?

Negli Stati Uniti attualmente c'è un altro problema: lo scorso gennaio, infatti, Washington ha raggiunto il limite autorizzato del debito pubblico, a 31.381 miliardi di dollari. Secondo un'analisi di Schroders, firmata dall'economista George Brown, il Tesoro americano ha utilizzato alcuni espedienti contabili per far fronte ai suoi obblighi, ma non potrà farlo all'infinito. Per gli Stati Uniti, dunque, l'alternativa è una sola: o modificare il tetto del debito (operazione effettuata oltre cento volte nel dopoguerra), oppure andare in default tecnico. Come finirà? Molto probabilmente, con un “tampone”: il tetto sarà alzato per tempo, magari con un compromesso dell'ultimo momento tra i due partiti. Una soluzione diversa causerebbe il blocco dei fondi federali e sospensioni dal lavoro, o addirittura licenziamenti dall'oggi al domani, dei dipendenti: un rischio - foriero, tra l'altro, di volatilità sui mercati - che a un passo dalla campagna elettorale presidenziale nessuno può permettersi di correre. Facile, dunque, che si trovi l'accordo. Ma prima di allora avverrà il solito braccio di ferro fra i democratici – che punteranno a recuperare denaro alzando le tasse – e i repubblicani – che invece si prodigheranno per ottenere tagli di spesa. Si intravede quindi la via, già sperimentata, del compromesso, capace di attenuare (anche per motivi elettoralistici) la politica di forte spesa pubblica condotta da Joe Biden. Una politica capace di rivelarsi, negli Usa, la terza causa scatenante dell'inflazione, insieme alle due (meno influenti oltre oceano) che l'hanno fatta lievitare in Europa.

Euro, lento recupero sul dollaro

Sul versante monetario, è in corso l'assestamento del rapporto euro-dollaro nella fascia di oscillazione 1,08-1,12. Dopo un breve periodo all'insegna della parità, dunque, la nostra moneta si è gradualmente rimessa in quadro: ora siamo nel bel mezzo di una fase laterale, all'insegna dei piccoli aggiustamenti. Il nuovo equilibrio fra le due monete, naturalmente, fa bene all'Europa, che sterilizza i rialzi delle materie prime, i cui costi sono espressi in dollari. E contribuisce a minare l'inflazione. In un prossimo futuro potremmo assistere a una svalutazione del biglietto verde, come avviene ogni volta che gli Stati Uniti attraversano una crisi che richiede un cedimento sulle quotazioni della moneta nazionale.

Lo yuan avanza

Una svalutazione del dollaro potrebbe avvenire se il suo ruolo uscisse ridimensionato dalle spinte “autonomiste” dei Brics. I cinque paesi, guidati dall'intraprendenza cinese, stanno infatti sperimentando scambi con monete diverse dal dollaro, con lo yuan nel ruolo di jolly e di possibile antagonista delle banconote americane. È presto per azzardare previsioni sulla persistenza di questo fenomeno; certo è che agli accordi fra Cina e Brasile, che utilizzeranno yuan e reais per le loro transazioni bilaterali, potrebbero seguirne altri, che segnerebbero un arretramento della valuta americana. Cina, Brasile, Russia, India e Sudafrica rappresentano circa il 40% della popolazione mondiale: se lo yuan si imponesse come la moneta di riferimento per queste economie (e magari per paesi vicini, come per esempio l'Argentina), gli Stati Uniti potrebbero rischiare gravi squilibri delle bilance commerciali. Se un ruolo più centrale dello yuan non è da escludere, è invece molto difficile pensare a una moneta unica dei Brics, di cui si è parlato e riparlato a intermittenza. Una valuta comune per paesi così distanti tra loro (e non soltanto geograficamente) sarebbe di ben più difficile realizzazione rispetto all'euro, la cui fondazione non è stata propriamente una passeggiata. E che ancora adesso è esposto a problemi strutturali, a cominciare dai sempre incombenti ampliamenti degli spread.

Oro, fine della corsa

Infine, la situazione dell'oro, che sembra ben lungi dal battere nuovi record. Per ora, il limite dei 2.000 dollari l'oncia sembra aver stabilito uno spartiacque. Il metallo giallo è ora in una fase di assestamento, che è tale solo per l'attuale debolezza del dollaro. Se le quotazioni fossero definite in euro, il re dei preziosi avrebbe già imboccato la via dell'arretramento. Difficile stabilire se si verificherà una nuova forza propulsiva. La crisi bancaria europea sembra superata, ma non quella americana: se avvenissero novità negative sul fronte degli istituti di credito a stelle e strisce, non è escluso un nuovo volo dell'oro. In caso contrario, l'inflazione e i tassi alti potrebbero tarpargli le ali.

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Banche, in Europa i timori si diradano

Le rigide norme Bce su patrimonio e liquidità hanno stroncato sul nascere i timori di una nuova crisi di sistema. Anche le Borse se ne sono accorte e Piazza Affari ha fatto registrare una serie di chiusure in rialzo. Intanto, l'inflazione si ridimensiona, ma tornano a salire i prezzi di gas e petrolio

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Il rischio di una grande crisi bancaria europea sembra scongiurato. L'assalto degli speculatori agli “anelli deboli” del sistema creditizio del nostro continente si è – almeno per ora – infranto contro le protezioni patrimoniali costruite dalla Bce nel dopo-Lehman. E nulla hanno potuto i tentativi di affossare Deutsche Bank, che nonostante i molti problemi (da tempo evidenti) dispone di una liquidità capace di difenderne la sopravvivenza.

Banche, ottimo investimento

Come avevamo affermato di recente, dunque, i ribassi che si sono verificati dopo il crac di Silicon Valley Bank hanno offerto molte opportunità di investimento sia in bond, sia in azioni bancarie. E il periodo è ancora propizio per entrare in questo settore. Piazza Affari - listino in cui i titoli bancari sono tradizionalmente molto presenti - ha archiviato una settimana di rialzi ininterrotti, che hanno portato l'aumento da inizio anno al 33%. La dinamica italiana è ben diversa da quella americana, dove il trimestre è stato sì ottimo, ma guidato dai titoli tecnologici, che hanno fatto cassa anche con i licenziamenti di massa che hanno avuto luogo nelle aziende della Silicon Valley. Si è invece consolidata una situazione poco propizia nel rendimento delle obbligazioni di stato, in cui la curva si è invertita: i titoli decennali Usa rendono il 3,6%, quelli a un anno il 5%. Gli investitori sono probabilmente convinti che il rialzo dei tassi Usa sia ormai concluso, ma temono una recessione dopo l'estate.

Inflazione a un bivio?

Alt ai tassi probabile negli Stati Uniti, meno in Europa, almeno a quanto traspare dalle dichiarazioni dei vertici Bce. La presidente Christine Lagarde, nel corso di un incontro con 400 studenti, ha dichiarato che i rialzi "stanno appena cominciando a funzionare” e che in Italia l'inflazione core è ancora troppo alta (essendo passata dal 5,6% al 5,7%); per questo motivo, ha aggiunto, “c'è ancora lavoro da fare". Che tipo di lavoro Christine Lagarde abbia in mente traspare dalle parole di Robert Holzmann, governatore della banca centrale austriaca e membro del board Bce, che non ha escluso un nuovo ritocco verso l'alto. Il rialzo, ha detto, potrà verificarsi se la crisi bancaria non peggiorerà. Una posizione che ci fa sentire un po' sballottati tra Scilla e Cariddi: da una parte il rischio di nuovi problemi sul fronte bancario, dall'altra nuovi, affrettati rialzi dei tassi, che rischierebbero di mettere in ginocchio i paesi più indebitati. Preoccupa anche il nuovo rialzo delle materie prime: il petrolio - tornato sopra gli 80 dollari al barile, a causa del taglio della produzione da parte dell'Opec+ - e il gas, che si è spinto sopra quota 50. Un cambio di paradigma causato probabilmente da un colpo di coda della speculazione, che ha forse approfittato dell'eliminazione, annunciata dall'Ue, degli approvvigionamenti di gas dalla Russia entro 18 mesi. Poiché l'inflazione europea dipende principalmente dalle materie prime, questi trend dovranno essere particolarmente tenuti sotto controllo. E ci dimostrano che il vortice inflattivo non è ancora stato domato, anche se la situazione sembra comunque in via di normalizzazione: dal 10%-11% dell'ultimo anno ci stiamo avviando verso un più rassicurante 4%.

Ubs-Credit Suisse: non è tutto oro quello che luccica

Timori anche dalla roadmap che porterà alla nascita del grande “campione nazionale” svizzero Ubs-Credit Suisse. Nonostante la rapida risoluzione del merger, si temono conseguenze per le molte vertenze che gli obbligazionisti (ma anche gli azionisti) di CS stanno già annunciando. L'accordo di fusione potrebbe dunque essere rinegoziato, anche se non è a rischio. Come ha affermato Martin Schlegel, vicepresidente della Banca Nazionale Svizzera, al canale radiotelevisivo di lingua tedesca, se l'operazione non fosse stata effettuata nel corso di quel fine settimana, il Credit Suisse sarebbe saltato alla riapertura dei mercati, causando molto probabilmente “una crisi finanziaria in Svizzera e in tutto il mondo”. Tuttavia, una parte abbastanza consistente dei cittadini elvetici mostra di non gradire la soluzione, ritenendo che sarebbe stata più conveniente una nazionalizzazione della banca e una successiva vendita dell'asset “ripulito”. Preoccupazione anche dai sindacati per i licenziamenti attesi a causa della fusione, pari al 25% della forza lavoro. In tutta questa incertezza, si è comunque sicuri che – come ha detto Sergio Ermotti, ceo “di ritorno” di Ubs – la nuova banca non sarà un colosso. "Anche mettendo insieme Ubs e Credit Suisse”, ha affermato a un intervista al Sole 24 Ore, “non saremo in vetta alla classifica per dimensioni dei gruppi bancari internazionali". Ci sarà dunque una sovrapposizione, più che una crescita. Anche perché, lo ricordiamo, i clienti con il conto corrente in due istituti di credito protagonisti di un merger ne spostano solitamente uno altrove, per mantenere un approccio diversificato e salvaguardare la multibancarizzazione. Quindi, ha affermato Arturo Bris, docente di Finanza alla Imd di Losanna, le sinergie saranno “inesistenti” - a parte quelle che sorgeranno dal calo dei costi. Il modello del nuovo “campione nazionale”, ha comunque assicurato Ermotti, metterà al centro la gestione dei patrimoni, cercando di limitare il più possibile le attività di banca di investimento.

Brasile e Cina, fuga dal dollaro

A livello mondiale fa molto parlare l'accordo di scambio, per molti versi clamoroso, tra Brasile e Cina. Secondo l'intesa, definita in un documento congiunto, i due paesi Brics effettueranno le transizioni finanziarie tra di loro (circa 150 miliardi di dollari l'anno) direttamente in yuan e reais. Escludendo, cioè, il dollaro e il sistema Swift. L'operazione sarà effettuata mediante la fondazione di una clearing house per compensare debiti e crediti nelle due valute nazionali. Per la Cina, questo non è il primo accordo di questo tipo (ne ha già stretti con Russia, Iran, Pakistan e Arabia Saudita), ma l'ingresso del Brasile in questo sistema segna uno sbarco in forze di Pechino in quello che fu il “cortile di casa” degli americani. Oltre che un'indubbia perdita di influenza (economica e politica) degli Usa, la silente espansione cinese sta causando una perdita economica non indifferente a Washington, privata di sempre maggiori commissioni di cambio valuta

Foto di William Navarro su Unsplash


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