Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La Banca Centrale Europea ha annunciato l’ulteriore abbassamento del costo del denaro, con decorrenza oggi, 23 ottobre. Come le altre due operazioni del 2024, e contrariamente all’ultimo intervento Fed, questo taglio è di 25 punti base e porta i tassi rispettivamente al 3,25% (depositi), al 3,40% (operazioni di rifinanziamento principali) e al 3,65% (prestiti marginali). Manca poco alla fine dell’anno e in questo breve tempo potrebbe verificarsi un’altra sforbiciata. Poi si vedrà.

Quale ritmo per il 2025?

Nel 2025, anche a causa della crisi industriale che sta attanagliando l’Europa, il ritmo dei tagli potrebbe velocizzarsi, per avvicinarsi al tasso target del 2%. O forse andare persino più in là: “se i processi di disinflazione si dovessero consolidare”, ha detto il membro del board e presidente della banca centrale lituana Gediminas Šimkus, “è possibile che i tassi siano più bassi del livello naturale”. In ogni caso, ha precisato Christine Lagarde, la Bce seguirà “un approccio guidato dai dati, in base a cui le decisioni sono definite a ogni riunione, volta per volta”. E la nuova sforbiciata, ha aggiunto la presidente della Bce, “è proprio uno di questi casi”.

La reazione dei mercati

Quale la risposta dalle Borse? Tendenzialmente neutrale. I mercati avevano già anticipato una decisione che ai più appariva scontata, anche nelle modalità: la Bce è storicamente meno imprevedibile della Federal Reserve per stupire tutti con un taglio da 50 come quello deciso oltre oceano. La scorsa settimana per le Borse europee è quindi stata brillante indipendentemente dal calo dei tassi; i listini hanno poi rifiatato alla riapertura, anche per l’attesa delle prime trimestrali Usa. Ottime anche le prestazioni di Wall Street, in positivo già da sei settimane, mentre la Cina attende benefici dagli effetti delle politiche fiscali espansive e di sostegno all’economia e ai consumi interni – ammesso che si rivelino davvero efficaci. Anche perché c’è un recupero da completare. Lo Hang Seng, dall’inizio di quest’anno, è rimbalzato in modo importante, con un +22%; tuttavia, Hong Kong è stato bear market per cinque anni, la base da cui è partito era molto sacrificata e il suo potenziale di recupero non è ancora stato espresso del tutto. Il mercato cinese, in altri termini, è ancora tra i più appetibili – sicuramente molto più di quello indiano: per questo motivo, l’investimento di una piccola parte del portafoglio sulla Borsa di Hong Kong potrebbe riservare soddisfazioni per gli investitori.

Economia e politica

Per l’Europa, lo abbiamo già detto, il problema più importante è la crisi industriale, soprattutto del settore automobilistico, causata dalla versione radicale del green deal che per la Commissione Ue è una vera bandiera. Per di più, in un periodo molto delicato per le imprese europee, l’Unione è di fatto senza guida: abbiamo votato a giugno, ma il nuovo organo esecutivo non si è ancora insediato – anzi: mancano ancora le audizioni per il vaglio dei commissari europei e le operazioni potrebbero protrarsi fino a dicembre, o addirittura oltre. D’altra parte, se Atene piange, Sparta non ride. Perché, se andiamo oltre oceano, possiamo notare che non sempre si conosce il nome del presidente americano alla chiusura delle urne: in alcuni casi, il conteggio si protrae per molto tempo, un paio di settimane e forse più. Le Borse, che aspettano l’elezione dell’inquilino della Casa Bianca per potersi orientare, potrebbero dunque essere rallentate dall’incertezza che regna sul nome del prossimo vincitore. In ogni caso, l’economia americana è molto forte e il trend non dovrebbe farsi influenzare dalla vittoria dell’uno o dell’altro candidato. Chiunque si insedi al potere, gli Stati Uniti continueranno a fare debito, mentre le differenze fra il tycoon e l’attuale vicepresidente potrebbero limitarsi alla preferenza per l’uno o l’altro settore: una vittoria di Donald Trump avrebbe un impatto positivo sul petrolio e su un certo tipo di economia tradizionale, mentre l’affermazione di Kamala Harris si riverbererebbe maggiormente sul green deal e una visione più ecologista dell’impresa, forse avvicinando le strategie americane a quelle europee.

Record dell’oro

A non fermare la sua corsa è l’oro, ormai stabilizzato sui 2.700 dollari l’oncia e in corsa verso nuovi record. Tutte le previsioni che scommettevano su un ripiegamento del metallo giallo sono state smentite dai fatti. E questo non dipende tanto dalle incertezze dell’economia europea, dall’attesa del presidente Usa e dalle tensioni in Medio Oriente, quanto dalle sanzioni dell’Occidente alla Russia, che hanno scatenato un effetto domino nell’area Brics. Il blocco dei beni di Mosca in Europa e negli Stati Uniti, e il loro parziale utilizzo per sostenere economicamente l’Ucraina, hanno acceso allarmi rossi in vari Paesi non appartenenti al mondo occidentale, tra cui l’India e soprattutto la Cina. Il timore che i propri investimenti nei mercati europeo o americano possano essere un giorno bloccati, con il rischio di una mancata restituzione, hanno convinto Pechino a evitare il più possibile titoli di Stato occidentali e a dirigersi a tutta dritta sull’oro, unico investimento che non potrà essere bloccato. Improbabile che questa strategia sia contingente: anche se la situazione-sanzioni finisse per normalizzarsi, il precedente che si è creato spaventa Pechino e genera inquietudine in un numero sempre maggiore di Paesi, che facilmente accresceranno il loro coinvolgimento su un asset neutrale come il “re dei metalli”. Re anche per prezzo, dato che ormai il valore dell’oro ha superato quello – storicamente superiore – del platino. Per l’Italia, la notizia è ottima, dato che Roma, per riserve auree, si trova sul podio mondiale insieme a Stati Uniti e Germania con un valore di circa 2 miliardi di euro. Una quantità record, la cui vendita parziale (in caso di bisogno estremo) avrebbe la forza per abbattere il nostro debito pubblico. Il rincaro dell’oro non piace invece ai gioiellieri, costretti a diminuire il prezzo dei loro monili per evitare una fuga della classe media da questi articoli di lusso.

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