Ora anche Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, parla di un imminente allentamento della stretta monetaria, probabilmente a giugno. Jerome Powell, numero uno della Federal Reserve, fa invece un passo indietro: niente tagli se l’inflazione americana non scenderà. Le reazioni delle Borse

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Sempre più probabile il calo dei tassi Bce a giugno. Lo ha confermato Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, in alcune dichiarazioni rilasciate a margine degli incontri Fmi. “Stiamo osservando un processo disinflazionistico che avanza secondo le nostre aspettative”, ha affermato la numero uno dell’istituto centrale alla Cnbc, mostrando un certo ottimismo. “Dobbiamo soltanto creare un po’ più di fiducia in questo processo”, ha aggiunto. “Ma se si muove secondo le nostre aspettative, se non subiamo un grande shock, stiamo andando verso un momento in cui dovremo moderare la politica monetaria restrittiva”. E questo, ha aggiunto Christine Lagarde, avverrà “in un periodo di tempo ragionevolmente breve”. Più chiara di così…

Una scadenza nota da tempo

La previsione di Christine Lagarde non deve sorprendere, nonostante l’atteggiamento hawkish dimostrato negli ultimi due anni. Non deve sorprendere perché da un po’ di tempo la Bce, a suon di dichiarazioni e controdichiarazioni, sta girando intorno a qualcosa che è nota da tempo. E cioè che  il calo dei tassi inizierà a giugno, o giù di lì. Qualche “colomba” ha provato ad anticipare i tempi, ma l’appuntamento sembra tacitamente fissato da un bel po’. Se l’imminenza dei tagli non è praticamente in discussione, molti più dubbi sorgono sulla loro entità e sulla loro frequenza. Christine Lagarde si è subito coperta le spalle, ricordando che la Bce non si è impegnata preventivamente a una serie di sforbiciate: un primo taglio a giugno, quindi, non presuppone obbligatoriamente altri ritocchi entro la notte di San Silvestro 2024. E’ comunque probabile che nel corso di quest’anno possa verificarsi un aggiustamento complessivo dello 0,50%, magari diviso in due operazioni.

Fed, semaforo rosso da Powell

Molto differente la situazione in casa Fed. Rovesciando la dichiarazione di alcune settimane fa, che aveva aperto a tre tagli entro fine anno, Jerome Powell ha affermato che i tassi resteranno fermi se l’inflazione non scenderà. In questo caso, ha detto il presidente della Federal Reserve, si potrà “mantenere l’attuale livello di restrizione per tutto il tempo necessario”. La cautela di Powell dipende proprio dalla situazione del vortice inflattivo americano, che non è stato del tutto domato, mentre l’economia va bene e sembra in grado di sopportare senza troppi contraccolpi un eventuale prolungamento delle condizioni restrittive del costo del denaro. L’inflazione americana (come del resto quella europea, pur in regressione) dipende soprattutto dalle materie prime. A cominciare dal prezzo del petrolio (che però ultimamente ha subito una flessione sia nell’indice Brent, sia nel Wti), e  proseguendo con l’oro, ma anche con la crescita a doppia cifra di rame e alluminio (+10%) e la fiammata delle materie prime agricole. Se poi aggiungiamo a questi dati la situazione di difficoltà nello stretto di Hormutz, lungi dall’essere risolta, l’affresco è completato.

Borse nervose, ma non troppo

In un contesto di inflazione da materie prime e di preoccupazioni per la situazione in Medio Oriente, lo S&P è arrivato a perdere il 5% circa, anche se ora la flessione sembra essere quasi del tutto rientrata. Piazza Affari va invece a tratti, confermando la situazione all’insegna del trading range, ma mostrando ottimi spunti. La Borsa di Milano sembra resistere alle sollecitazioni negative; per esempio, lunedì scorso ha subito un arretramento in apertura per il pagamento delle (succose) cedole, senza le quali però avrebbe progredito dello 0,8%. Il mercato rimane dunque molto forte, e il ritorno del petrolio sotto quota 90 rappresenta un ulteriore elemento di tranquillità. La crisi mediorientale non ha quindi innescato la flessione tanto temuta – e non lo farà, finché le tensioni rimarranno a livello regionale. Una situazione, quest’ultima, che sembra confermata dalla de-escalation tra Iran e Israele.

Pil italiano ridimensionato

Preoccupano invece le stime del Fondo Monetario Internazionale sul prodotto interno lordo italiano, che è visto in crescita per quest’anno, ma al ribasso nel 2025, al +0,7%, contro le previsioni del governo pari all’1,2%. Se si verificasse questa situazione, l’Italia sarebbe maglia nera tra i Paesi del G7: secondo il Fondo Monetario Internazionale, tutti gli altri Paesi saliranno dell’1% o di più (il Canada del 2,3%, gli Stati Uniti dell’1,9%, la Gran Bretagna dell’1,5%, la Francia dell’1,4%, la Germania dell’1,3% e il Giappone dell’1%). Premesso che ultimamente il Fondo Monetario Internazionale ha sbagliato molte previsioni, il dato relativo al nostro Paese non è comunque confortante. Sicuramente, nel Def, il governo italiano è stato troppo ottimistico sulla questione: anche Banca d’Italia ha rimarcato che le stime sulla crescita del pil dovranno essere riviste al ribasso. Non è comunque detto che le previsioni si avverino del tutto: la Gran Bretagna sta ancora lottando con le ricadute negative della Brexit (e presumibilmente lo farà ancora per lungo tempo) e la Germania è alle prese con la recessione, che ha caratterizzato la chiusura del 2023 per la “locomotiva d’Europa”. Non è quindi escluso che l’Italia possa evitare di ricoprire lo scomodo ruolo di fanalino di coda, giocandosi l’ultimo posto con questi due Paesi.

Foto di Ian Taylor su Unsplash

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