Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La telenovela dei dazi continua a offrire colpi di scena. Ora è la volta dell’accordo preliminare fra Stati Uniti e Cina, raggiunto dopo una settimana di colloqui a Ginevra, che prevede una riduzione reciproca delle tariffe pari al 115% da oggi, per 90 giorni. In pratica, l’armistizio commerciale – chiamiamolo così – porterà i dazi americani dal 145% al 30% e quelli cinesi dal 125% al 10%, in attesa di un accordo quadro fra le due potenze. “Abbiamo un interesse comune”, ha affermato il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent – che, per dirla tutta, guida l’ala anti-tariffe della variegata amministrazione Trump. Le premesse per una trattativa proficua ci sono tutte anche se, a parere di molti osservatori, 90 giorni sono troppo pochi per portare a risultati duraturi. Il periodo fissato, comunque, può senza alcun dubbio essere prorogato, se le parti lo decidono.

Lo storno è un ricordo

L’accordo fra Washington e Pechino ha suscitato reazioni positive dalle Borse che, per la verità, avevano già recuperato gran parte dello storno causato dall’annuncio delle tasse doganali. Ora, guardando i grafici, sembra che negli scorsi 40 giorni non sia successo niente, e questo è già di per sé incredibile. Siamo tornati a livelli pre-annuncio e anche oltre (Milano, per esempio, ha sfondato quota 40.000, registrando nuovi massimi – ma l’exploit di Piazza Affari è trainato anche da trimestrali e risiko bancario). Ciò significa che la strategia migliore si è rivelata ancora una volta quella conservativa. Che ha premiato chi, dopo il 2 aprile, ha mantenuto i nervi saldi, conservando le azioni in portafoglio e magari comprando qualcosa sfruttando i ribassi. Ora le Borse europee possono anche approfittare di multipli più bassi rispetto a quelli americani, e sono in grado di convincere gli investitori a puntare ancora di più sull’azionario del nostro continente, che si è rivelato vincente anche nei confronti dell’obbligazionario.

Economia cauta, Europa lenta

Se le Borse hanno ripreso a galoppare, l’economia non ha ancora superato lo choc del 2 aprile ed è ancora in fase di piena incertezza. Non potrebbe essere altrimenti: la produzione reagisce più lentamente rispetto ai flussi finanziari. Tanto più che le sospensioni dei dazi sono ancora temporanee e – aspetto da non trascurare – l’Unione Europea non sembra avere un piano organico per impostare una trattativa con Donald Trump. L’Ue si è fatta anticipare dalla Svizzera, che pragmaticamente ha contattato le autorità americane, per poi avviare rapidamente i colloqui la scorsa settimana. La presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter ha annunciato l’intenzione di chiudere le trattative entro 15 giorni, ma Scott Bessent ha addirittura accennato alla possibilità di velocizzare ulteriormente le operazioni. L’Unione Europea, da parte sua, si è limitata da un lato a promettere agli Usa maggiori acquisti di gas americano (tra l’altro carissimo), dall’altro a compilare una minuta lista di controdazi da applicare agli Stati Uniti. Si avverte, invece, la necessità di intavolare una discussione più profonda, per poter raggiungere un accordo quadro sulla questione. Ma ciò, purtroppo, è tutt’altro che scontato.

Prosegue il “gioco dell’opa”

Come già anticipato, gli effetti del grande “gioco dell’opa” che sta cercando di cambiare i connotati al mondo bancario e assicurativo si avvertono (positivamente) anche in Borsa. Tutto ciò mentre le partite si giocano in più campi, con continui rovesciamenti di fronte, e l’esito del risiko è estremamente incerto, almeno come quello del campionato di calcio. Sul fronte Banco Bpm, Unicredit non si arrende, nonostante il golden power del governo: Piazza Gae Aulenti cerca la trattativa con l’esecutivo, mentre segue con attenzione l’intervento della Commissione Ue, che potrebbe anche chiedere all’Italia di modificare o addirittura eliminare l’ostacolo sulla strada del colosso bancario. Da parte sua, il governo potrebbe cercare di convincere Unicredit a cambiare obiettivo: non più Banco Bpm, ma Generali, per evitare che il Leone di Trieste passi sotto controllo francese. Mediobanca, da parte sua, sta cercando di resistere, e dopo aver aperto il match su Banca Generali (per cui ha anche coinvolto il suo team di legali) ha respinto l’offerta pubblica di scambio presentata da Montepaschi. Che, da parte sua, incassa una valutazione record in Borsa, in attesa che (sperano a Siena) le resistenze di Piazzetta Cuccia vengano piegate e l’ops vada a buon fine.

I rincari fanno piangere il carrello della spesa

L’inflazione è in linea con i livelli target, ma i disastri che ha provocato sono sotto gli occhi di tutti. Lo rivelano, di tanto in tanto, alcune indagini, che evidenziano in che misura i rincari reali siano spesso più sostanziosi rispetto a quelli ufficiali. E’ il caso, per esempio, di uno studio realizzato dal Centro di formazione e ricerca sui consumi (Crc) sui prezzi della pizza, che – al pari dell’aperitivo – è considerato una soluzione economica per cenare fuori casa. O forse “era” considerata tale. Perché, secondo l’indagine, il prezzo della specialità napoletana per eccellenza è cresciuto del 20% negli ultimi sei anni, con una media di 12 euro. L’allarme dello studio Crc è confermato anche dai costi della colazione – o del singolo caffè – che in alcune zone “vip” di varie città (come il centro di Milano) raggiunge ormai 1,50 euro: l’esplosione dei costi è stata generalizzata e la sua percezione è, in alcuni casi, devastante. La responsabilità risiede, in gran parte, nelle conseguenze degli stop in epoca Covid, nel rincaro dell’energia e nei costi delle materie prime. Per questa ragione è più che condivisibile l’appello di Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, che ha chiesto interventi strutturali per contenere i costi energetici, paventando un rischio di tenuta delle aziende.

Verso una nuova Rerum Novarum?

Intanto, si iniziano a profilare le prime linee guida del pontificato di Leone XIV. Che ha scelto questo nome per ragioni ben precise, collegate al suo programma in tema di economia, temi sociali e innovazione. Leone XIII, ha ricordato il nuovo Papa ai Cardinali, affrontò con l’enciclica Rerum Novarum i problemi derivanti dalla rivoluzione industriale, gettando le basi per la Dottrina sociale della Chiesa. Nei tempi moderni, sono il digitale e l’intelligenza artificiale a porre quesiti, problemi e sfide “per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro”, ha detto il Santo Padre. L’intervento è più che mai necessario, come è vero che l’IA rischia di portare un terremoto sul mondo del lavoro, con licenziamenti di massa. Leone XIV potrebbe avere in programma un’enciclica per spronare le aziende a non limitarsi a remunerare gli azionisti, ma a mostrare i doveri di responsabilità sociale a cui sono chiamate.

Foto di Markus Winkler su Unsplash

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