Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La nuova escalation nel Golfo ha destato attenzione nelle Borse europee, già concentrate sul futuro dei titoli tecnologici e IA. Tuttavia, l’andamento degli indici resta cauto e prudente, senza particolari scossoni, nonostante l’alta volatilità che contraddistingue i mercati mondiali. A evitare storni importanti, oltre che l’ormai atavica resilienza dei listini, anche le speranze di un nuovo stop ai rombi di guerra, suffragate dalla possibilità di una nuova tregua di dieci giorni.
Dubbi sui tecnologici
La dinamica che guida i mercati sembra insomma simile al classico passo avanti e passo indietro, mentre i Paesi belligeranti hanno palesi difficoltà a uscire dal cul-de-sac in cui sono bloccati. Parallelamente alla tenuta degli indici, prosegue la rotazione settoriale, con comparti (come quello dei semiconduttori) intenti a leccarsi le ferite per le correzioni pesanti che hanno dovuto subire, mentre sembra esserci ancora un po’ di spazio sui finanziari. Vari titoli tecnologici in tutto il mondo hanno lasciato per strada percentuali a due cifre; Samsung, per esempio, è crollato del 30% in un mese nella Borsa coreana, anche se il titolo è ancora a quasi +90% in un anno. Discorso simile per Micron Technology, quotato al Nasdaq, in perdita di oltre il 25% in un mese, ma a fronte di una crescita di oltre 180% in un anno. A proposito di Nasdaq, questo indice è stato protagonista di un rimbalzo, per poi assestarsi. Tuttavia, gli entusiasmi potrebbero presto raffreddarsi: se si osserva l’analisi tecnica, l’indice non sembra impostato bene e ci si potrebbe attendere a breve una correzione al ribasso. Per capire se sarà bolla IA o no, comunque, dovremo attendere almeno sei mesi, se non di più. In teoria siamo in presenza di valutazioni sì alte, ma non folli come nel 2000. Il rischio-bolla potrebbe farsi più pressante solo se in un prossimo futuro i margini dovessero assottigliarsi.
Il gas fa paura
La quotazione del petrolio ha subito l’influenza della nuova escalation e si è alzata, anche se non troppo: il Brent resta nella fascia alta della forbice 80/90 dollari al barile e il Wti in quella bassa. Entrambe si trovano nella classica “terra di nessuno” che non preoccupa (ancora) più di tanto mercati, aziende e famiglie. E’ più inquietante invece il picco del gas al Ttf di Amsterdam, che è pericolosamente vicino ai 60 euro, con il rischio di causare parecchie difficoltà all’economia reale. Certamente, a risolvere il ciclico ripresentarsi dei rincari di petrolio e metano non saranno le ultime indicazioni europee, che sanno di grida manzoniane e che mirano ad accrescere i consumi di elettricità (a scapito, appunto, di fossili e gas) dal 23,4% al 32,3% nel 2030 e al 40% circa dieci anni dopo. Questo obiettivo dimentica che l’elettricità è un vettore e non una fonte di energia. Oro e argento, dopo la correzione forte, navigano invece su prezzi da cui sembra faticoso rimbalzare. Il dollaro si sta infine mantenendo fra quota 1,13/1,15 euro, con andamento piatto da un mese e mezzo, in una fase di equilibrio senza particolari dinamiche.
Poste-Tim, parte l’opas
Dopo la luce verde della Consob è partita il 20 luglio l’opas volontaria e totalitaria di Poste Italiane su Tim. I termini dell’offerta, che si concluderà l’11 settembre 2026, vedono il “gigante giallo” mettere sul piatto, per ogni titolo dell’azienda telefonica, una parte in denaro, che ammonta a 1,67 euro, e un’altra in titoli, pari a 0,218 azioni ordinarie Poste Italiane di nuova emissione. In pratica, saranno corrisposti 835 euro e 109 azioni Poste per ogni pacchetto di 500 titoli Tim. Per avere successo l’opas dovrà raggiungere l’adesione del 66,67% degli azionisti della telco. Altrimenti, ha detto Matteo Del Fante, amministratore delegato di Poste Italiane, a Radio 24, “si dovrà pronunciare il consiglio”. In ogni caso, il cda Tim ha ritenuto congrua l’offerta. L’approvazione all’unanimità dell’operazione da parte del board, ha scritto a questo proposito Pietro Labriola, ceo della società telefonica, ai dipendenti, si verifica “in coerenza con il percorso di trasformazione intrapreso dal nostro gruppo”. Dal punto di vista industriale, l’operazione ha un suo significato: alla fine è bene che determinati asset rimangano nelle mani di determinati Paesi piuttosto che essere ceduti a fondi di private equity. Tanto più che Poste Italiane è ancora a maggioranza statale, e un’eventuale riuscita dell’opas riporterebbe di fatto la ex Telecom Italia in mani pubbliche.
Mondiali di calcio, ricavi record
Si sono chiusi con la vittoria della Spagna i Mondiali di calcio 2026, la prima kermesse iridata pallonara a 48 squadre, che si è rivelata un affare per la Fifa. Grazie all’allargamento del numero delle partecipanti, il governo del football guidato da Gianni Infantino ha infatti registrato ricavi per circa 13 miliardi di dollari, di cui 8,9 quest’anno. Una cifra ben più alta rispetto alle più rosee previsioni, che ha fatto del torneo nordamericano la Coppa del Mondo più ricca di tutti i tempi. Per avere una pietra di paragone, i Giochi Olimpici 2024 di Parigi hanno reso meno della metà, e cioè 5,2 miliardi. Importo, quest’ultimo, che è di poco superiore ai soli diritti tv di Usa-Canada-Messico 2026, pari a 4,3 miliardi nel quadriennio. Una cifra superiore a 3 miliardi, invece, hanno fruttato i biglietti, oltre 2 in più rispetto alla Coppa del Mondo 2022 in Qatar. Una medaglia che ha anche un suo rovescio: gli stadi, è vero, erano spesso esauriti, ma con un prezzo dei tagliandi molto elevato, e accessibile solo a spettatori molto ricchi. Ora, spinta dai ricavi record che le hanno conferito un potere economico clamoroso, la Fifa potrebbe allargare il prossimo Mondiale a 64 squadre, con più partite, più incassi e più ricavi.
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