I tassi sempre più su

Le speranze di uno stop alla stretta monetaria sono state vanificate dai nuovi rialzi decisi dalla Banca Centrale Europea. “Ora non possiamo dire di essere al picco”, ha dichiarato apertamente la presidente Christine Lagarde, ma la recessione dilagante fa pensare che alla prossima riunione si deciderà la fine degli aumenti o almeno uno stop.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Il nodo è stato sciolto: la Banca Centrale Europea ha nuovamente alzato (con decisione non unanime) i tassi di interesse degli ormai consueti 25 punti, segnando il decimo aumento consecutivo e stabilendo il record del 4,50%. Vane tutte le speranze in senso contrario: la maggioranza dei “falchi”, lungi dall’assottigliarsi in maniera determinante, ha nuovamente tirato fuori gli artigli. E questo nonostante la Germania sia già in recessione. Il motivo del rialzo è sempre lo stesso: “l’inflazione”, ha detto Christine Lagarde, presidente della Bce, “continua a diminuire, ma ci si attende tuttora che rimanga troppo elevata per un periodo di tempo troppo prolungato”. Il solito mantra è l’obiettivo del2% nel medio termine”. La presidente Bce non ha escluso una pausa, ma ha lasciato le porte aperte anche a un nuovo rialzo: “ora non possiamo dire di essere al picco dei tassi", come dichiarato senza mezzi termini, rispondendo a una domanda in conferenza stampa.

Crescono i malumori

La decisione della Banca Centrale Europea ha lasciato scontenti molti esponenti del mondo economico e politico. Tra gli addetti ai lavori sta girando una battuta sarcastica: “la Bce ha rivisto al ribasso le previsioni sull'economia e per essere sicura di centrare le previsioni ha alzato ancora i tassi”. Scherzi a parte, il consiglio dell'istituto centrale è composto da persone competenti: per questo motivo, è più che lecito chiedersi perché, pur conoscendo bene la stagnazione attuale dell'economia europea, prosegua imperterrito ad avvitare i bulloni della stretta monetaria. La prosecuzione dei rialzi mette in difficoltà tutti i paesi, in particolare quelli più indebitati, creando nuovi rischi di tenuta (e, forse, persino di sopravvivenza) per l'euro. All'Italia, in particolare, la stretta monetaria costerà 12 miliardi nel 2023, e 18 l'anno prossimo. Grandi società internazionali, come Goldman Sachs e Morgan Stanley, iniziano già a prevedere una salita dello spread, resa ancora più probabile dallo stop all'acquisto di titoli di stato italiani da parte della Bce.

Tassa sulla povertà

Oltre a questo, gli interessi alti sono anche una tassa sulla povertà: i più abbienti possono permettersi di investire il loro denaro ricevendo interessi sicuri da conti deposito, titoli di stato o obbligazioni, mentre quelli con difficoltà economiche non ne hanno l'opportunità. In compenso, questi ultimi devono fronteggiare un'inflazione sferzante, acuita dal recente rialzo del petrolio. Il greggio, anche per l'accordo tra Russia e Arabia Saudita in ambito Opec+, sta ormai galoppando verso quota 100, portando nuovi aumenti su molti prodotti al dettaglio, oltre che sul costo dei trasporti su gomma. E mettendo a serio rischio-crollo la produzione industriale europea. Nonostante i dieci rialzi consecutivi dei tassi, l'euro flette sul biglietto verde. L'incremento del valore del dollaro sulla nostra moneta dipende anche dalla crescita della ricchezza di famiglie e privati americani, nonostante l'esplosione del debito che ha recentemente portato al rischio di blocco di tutte le attività pubbliche. In aggiunta, gli Usa possono sopravvivere con il solo mercato interno, dispongono di materie prime e battono la valuta di riferimento per il mercato mondiale. Un vantaggio non da ridere, anche in presenza di un debito molto alto.

Forse non sarà domani. O forse sì

Considerata la posizione di Christine Lagarde e l'insistenza del consiglio su una linea incapace di cambiare strategie in corsa, è lecito domandarsi quando la Banca Centrale avrà il coraggio di invertire la marcia. Tutto è possibile, soprattutto esaminando la rigidità dei “falchi”. Tuttavia, è sensato pensare che questo aumento dovrebbe essere l'ultimo. O, almeno, che la Bce segua l'esempio della Fed e conceda un po' di respiro all'economia, optando per una pausa. Le pressioni in questo senso sono sempre più frequenti. Non per niente, rumours ricorrenti parlano di un ritorno di Mario Draghi in un ruolo europeo. L'ex presidente Bce, ricordiamolo, è l'uomo del whatever it takes, strategia del tutto opposta a quella attuale, che sembra disinteressata ai paesi con debito pubblico alto e, di riflesso, ai destini dell'euro.

Patto di stabilità: l'urgenza di una riforma

La crisi che morde rende oltremodo necessario che le trattative per la riforma del Patto di Stabilità vadano avanti spedite, accantonando le rigidità degli anni passati. I paesi membri dell'Ue hanno espresso il proposito di cambiare le regole entro fine anno, mentre gli ottimisti sperano di chiudere la partita già a fine ottobre (“il 70% del testo della nuova regolamentazione è più meno accordato”, ha detto Nadia Calviño, ministro dell'Economia e dell'Industria del governo spagnolo). Tutti sembrano voler evitare il ritorno alle vecchie regole, che con l'economia in recessione, l'inflazione e i paesi indebitati a rischio potrebbero avere conseguenze devastanti. E anche influire sulle elezioni europee, aprendo a uno scenario che sicuramente non piace agli attuali membri della Commissione.

Sorpresa Borse

In tutta questa situazione come hanno reagito le Borse? Sorprendentemente bene. Nonostante il rialzo dei tassi, infatti, i listini europei sono saliti; in particolare, Piazza Affari ha chiuso la scorsa settimana con una crescita di oltre il 2%. La riapertura di lunedì scorso ha poi evidenziato un arretramento, ma i mercati tutto sommato tengono, anche se quelli americani sembrano attualmente più resistenti. In ogni caso - nonostante la recessione, la scarsità di idee che emerge in questo periodo e l'atavica tendenza all'arretramento di settembre e ottobre - il mercato sembra non aver voglia di scendere. A questi prezzi, è quindi consigliato mantenere le posizioni, puntando soprattutto sui petroliferi come titoli difensivi, su qualche farmaceutico e ancora sulle banche. Il motto è: non mettere e non togliere: al limite, spostare, ma non di molto.Dal lato obbligazionario sono invece interessanti, nonostante il rialzo dei tassi, i bond a cinque anni di durata, che restituiscono più dell'inflazione attesa.

Euro digitale

Nel mentre, la Commissione Europea sta preparando l'introduzione dell'euro digitale, che non è altro che la versione virtuale dei contanti, garantita dall'Eurotower e scambiabile con il cash a valore nominale, senza commissioni (il che lo differenzia dalle carte di pagamento). Il progetto, che potrebbe essere operativo entro cinque anni, divide le banche europee, ma è talmente sentito da convincere la Bce a nominare, come membro italiano proprio un superesperto in valuta digitale, Pietro Cipollone, al posto di Fabio Panetta, che dal prossimo 1 novembre si insedierà a Palazzo Koch come governatore della Banca d'Italia. Il progetto non è una grande rivoluzione, avendo comunque dinamiche simili a quelli delle carte di pagamento; tuttavia c'è spazio anche per preoccupazioni legate alla privacy dei dati e alla possibilità, da parte delle autorità, di controllare i comportamenti dei cittadini o addirittura di bloccare la possibilità di utilizzare il denaro. Certamente, l'euro digitale è un alleato per prevenire le frodi, ma a condizione che si eviti la perdita di libertà e di privacy per i cittadini.

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Imminente la riunione Bce: estrema cautela sui mercati

Domani la Banca Centrale Europea deciderà se alzare ulteriormente i tassi o mantenerli al livello attuale. In attesa del verdetto, le Borse si muovono con molta cautela, portando le movimentazioni al minimo. Mentre la recessione già incalza e la crisi tedesca spaventa l'intera Unione

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Dopo la chiusura della scorsa settimana in attivo, che ha ribaltato la precedente situazione di difficoltà, la Borsa di Milano è ripartita, come gli altri listini europei, con una certa cautela. Unici acuti, il recupero delle banche, capaci di riprendersi dopo i precedenti cali, e la buona performance di Saipem, che quest'anno è salita di più rispetto alla media del mercato (anche se la sua quotazione è ancora del 90% più bassa rispetto a cinque anni fa). L'incertezza dipende dall'attesa delle riunioni di Bce (domani) e Fed (20 e 21 settembre), che prenderanno decisioni molto importanti sulla politica monetaria nel mondo occidentale. Importanti anche i dati sull'inflazione americana, che saranno diffusi a breve.

Il monito di Draghi

Quando le decisioni delle banche centrali saranno comunicate, potremo anche intuire meglio quale sarà l'intonazione dei mercati. Per ora non possiamo far altro che aspettare. Non è facile, infatti, azzardare previsioni sulle prossime mosse di Francoforte e Washington. In particolare, sono le scelte dell'Eurotower ad apparire enigmatiche: la prosecuzione della stretta monetaria e lo stop ai rialzi dei tassi sembrano avere pari probabilità. Chi sostiene la prima opzione, sottolinea che l'inflazione è attualmente al 5,3%, ben lontana dall'obiettivo del 2% fissato dalle autorità monetarie europee. Chi invece caldeggia la seconda scelta, focalizza l'attenzione sull'economia in difficoltà (per non dire a rischio) e la recessione che, come uno spettro, si aggira per l'intera Europa. Una situazione che è stata evidenziata persino da Mario Draghi: l'ex presidente Bce ha sottolineato che o l'Europa cambia, o l'Europa salta, lanciando, come un sasso nello stagno, anche una domanda retorica: “può un'unione monetaria sopravvivere senza un'unione fiscale?”. Un eventuale nuovo rialzo dei tassi potrebbe, insomma, aprire un pericoloso vaso di Pandora che finora è rimasto faticosamente chiuso, rendendo devastante una recessione che già si sta manifestando nell'intera Ue. Anche in Germania, alla luce della crisi che ha scosso la locale economia. Per non parlare dei paesi con un debito pubblico alto, già in difficoltà per il costo sempre più elevato del denaro. Quale la reazione delle Borse a un eventuale, nuovo rialzo dei tassi? Sicuramente negativa, anche se i listini europei potrebbero rivelarsi in grado di limitare i danni. Soprattutto Piazza Affari, essenzialmente per l'alta presenza di titoli bancari, che sono tra le poche azioni favorite dal rialzo dei tassi.

Germania in crisi

Come detto, la crisi improvvisa dell'economia tedesca è molto pericolosa per l'intera Europa. La Commissione Ue ha rivisto al ribasso le prospettive di crescita di Berlino, passando dal +0,2% al -0,4% Alla congiuntura negativa della Germania, la prima dopo la fase acuta della pandemia, non è certamente estraneo il rialzo dei tassi Bce – ironia della sorte, caldeggiato proprio dalle autorità monetarie di Berlino. Da parte sua l'inflazione europea ha ridotto sensibilmente il valore degli stipendi, provocando da un lato il calo dei consumi interni, dall'altro la discesa della domanda a livello internazionale, che a sua volta ha fatto scattare un decremento significativo delle esportazioni. Una voce, questa, determinante per il buono stato dell'economia tedesca. Preoccupante anche la diminuzione di manodopera, dovuta essenzialmente all'ondata di pensionamenti e al calo demografico: se perdurasse questa situazione, il cancelliere Olaf Scholz potrebbe proporre il ricorso a lavoratori sia comunitari, sia extra-Ue, scatenando malumori su una parte della popolazione.

Rischio effetto domino

La recessione che ha colpito la locomotiva d'Europa preoccupa non poco, anche per l'effetto domino che – soprattutto se si dimostrasse molto profonda - potrebbe scatenare nel resto dell'Unione. Soprattutto in Italia: la nostra economia, nel bene e nel male, è intrecciata con quella di Berlino, e sicuramente ne risentirebbe qualora la Germania chiudesse l'anno con una contrazione del pil. Davanti a questi dati, e a questi rischi, è lecito chiedersi: la posizione tedesca in ambito Bce cambierà? Oppure Berlino proseguirà nella linea di austerity e stretta monetaria, non abbandonando l'alleanza con i “falchi”? Le prime risposte potrebbero essere fornite domani dalle autorità monetarie e a breve da quelle politiche, in sede di discussione sulla reintroduzione del patto di stabilità dal prossimo 1 gennaio. Scelta che si potrebbe rivelare molto pericolosa, considerata la situazione generale. La strada più logica sarebbe, ça va sans dire, la riforma di questo strumento, che nella sua attuale formulazione si è dimostrato più una camicia di forza che un volano di stabilità. Auspicabile, anche se molto improbabile, sarebbe un passo ulteriore: il cambiamento radicale dei principi di governance europea, che però andrebbe a intaccare (e ridefinire) i trattati.

Bene il dollaro, la sterlina soffre

In questo scenario, il dollaro ha recuperato sull'euro. A contribuire alla performance del biglietto verde, il probabile stop della Fed al rialzo dei tassi, su cui i mercati scommettono molto di più che non su un'analoga decisione Bce. Si è invece fatto molto clamore sul calo della sterlina. Forse troppo. E' vero che la moneta di Sua Maestà, ultimamente, ha sofferto per un'inflazione persino maggiore che nel resto d'Europa, anche a causa della carenza di risorse e di personale. Ma, almeno finora, i grafici del pound sono fluttuanti e i valori attuali restano ampiamente inferiori alle valutazioni dei mesi pre-Covid. Poco credibile, se non fantascientifica, è invece una imminente situazione di parità sterlina-euro-dollaro. E, anche se questa inverosimile possibilità si verificasse, ci vorrebbero almeno due o tre anni per vedere un simile tonfo della sterlina. A meno, ovviamente, di “cigni neri” particolarmente devastanti.

Ottobre, riparte il Btp Valore

In questa situazione di estrema incertezza, c'è qualcosa di sicuro: il mese prossimo partirà la nuova emissione del Btp Valore, di durata quinquennale, con cedola trimestrale e premio finale di fedeltà. Indipendentemente dai tassi minimi garantiti, che saranno comunicati il prossimo 29 settembre, la notizia è buona. E' infatti positivo che il Ministero del Tesoro cerchi, per quanto possibile, di offrire sul mercato interno il proprio debito pubblico. Certamente, il futuro di queste emissioni dipenderà molto dalla situazione dei tassi nei prossimi mesi.

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Tassi di interesse, mercati con il fiato sospeso

Dopo i dati sul lavoro americano, sembra più difficile che la Federal Reserve insista con la stretta monetaria. Più incertezza invece in casa Bce, dove Christine Lagarde, oggetto di aspre critiche da parte dell'Economist, non fa trapelare alcuna previsione

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Dati contrastanti dal dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti sull'occupazione nel mese di agosto. Da una parte, infatti, le imprese dello Zio Sam hanno creato più posti rispetto alle attese (187.000 contro i 170.000 attesi). Dall'altra, però, il tasso di disoccupazione è salito dal 3,5% al 3,8%, facendo segnare il record dal mese di febbraio 2022.

Aspettando il 14 settembre

Con questi dati, diventa meno probabile il rialzo dei tassi Usa, che pur era stato presentato come ipotesi plausibile dalla Fed al summit di Jackson Hole. Il rallentamento dell'economia è ormai sotto gli occhi di tutti, e trova un'ulteriore dimostrazione dai dati macro e micro di Usa, Cina ed Eurozona. Già, l'Eurozona, i cui mercati attendono con trepidazione la riunione del prossimo 14 settembre, che dovrà stabilire se alzare ulteriormente i tassi o fermare la stretta monetaria e sancirne il picco (o, molto più probabilmente, il plateau). Se dovessimo dar retta ai numeri, occorrerebbe fermare l'innalzamento dei tassi. L'inflazione, è vero, ad agosto è tornata a crescere (5,3%, oltre le previsioni); tuttavia, occorre esaminare i trend, in discesa da qualche mese – a parte la recente fiammata del petrolio, che ha poi innescato la nuova campagna speculativa sulla benzina. Nel mentre, è avvenuta una contrazione del prodotto interno lordo tedesco, e anche di quello italiano (-0,4%), e le previsioni sono di un pil negativo in tutta Europa. Proprio mentre si parla della reintroduzione, dal prossimo 1 gennaio, del tasso di stabilità – decisione che aggraverebbe ulteriormente la situazione.

I siluri dell'Economist

Questi trend sconsigliano un rafforzamento della stretta monetaria. Non per niente – nel mezzo di una battaglia che in casa Bce sta contrapponendo falchi e colombe – persino Christine Lagarde non si sbottona, invocando invece apertamente più umiltà e (bontà sua) una migliore comunicazione. E' lecito chiedersi se queste esternazioni siano state influenzate dalle dure critiche dell'Economist alla presidente Bce. Il periodico inglese ha evidenziato il rischio stagflazione, che turberebbe i sonni dei politici europei, ma non della banca centrale, per cui sarebbe preferibile una “sofferenza economica, piuttosto che non riuscire a ridurre la crescita dei prezzi”. L'Economist ha sottolineato l'indebolimento dell'economia europea, mentre il raggiungimento del target del 2% non è cosa del tutto certa. I politici, ha aggiunto il periodico, dovrebbero tenere i tassi fermi, per organizzare una reazione in caso di scenari catastrofici.

La crisi cinese

L'attesa frenetica del 14 settembre ha reso un po' inquiete le Borse, anche se tutto sommato il livello di nervosismo è ancora accettabile. Tradizionalmente, infatti, settembre e ottobre sono mesi non troppo favorevoli, e per di più una flessione può rivelarsi fisiologica in una situazione che ha visto i listini in ottima salute per dieci mesi. Tuttavia pesa come una spada di Damocle la crisi della Cina, che risente di un problema strutturale: la sua crescita è stata molto impetuosa e, proprio per questo motivo, difficile da gestire. Pechino ha anche sofferto il disimpegno degli investimenti americani, iniziato sotto il mandato presidenziale di Donald Trump e proseguito da Joe Biden. La Repubblica Popolare deve inoltre relazionarsi con una mancanza strutturale di materie prime, che la costringe a legarsi mani e piedi alla Russia e a cercare di espandere la sua sfera di influenza in Africa, oltre a proseguire con convinzione nel progetto dei Brics. C'è poi il problema del debito. Oltre a registrare quello “ufficiale” (4.700 miliardi di euro, che addizionando famiglie e aziende raggiunge il 282% del pil), la Cina dovrà fare i conti con prestiti e bond allocati dagli enti locali. Con cui rischia di raggiungere un importo-monstre stimato di circa 8.350 miliardi di euro.

Materie prime

A proposito di materie prime, non è solo il caro-petrolio a preoccupare mercati, aziende e famiglie. I consueti rumours, infatti, prevedono un nuovo, imminente rialzo dei prezzi dell'energia. Qualcuno si preoccupa anche di avvenimenti lontani, come la minaccia di sciopero da parte dei lavoratori australiani della Chevron Lng: i lavoratori degli impianti naturali di gas potrebbero incrociare le braccia dal 14 settembre per 15 giorni. “L’Offshore Alliance sta intensificando le azioni sindacali protette per dimostrare che i nostri negoziati sul contratto sono tutt’altro che intrattabili'”, hanno dichiarato i rappresentanti dei lavoratori. Un'azione così circoscritta e legata a un'area del mondo così sganciata dall'Europa non dovrebbe, di per sé, rappresentare un problema sul prezzo del gas nel nostro continente: a preoccupare maggiormente sono gli scioperi in atto in Gran Bretagna, soprattutto nei servizi e nei trasporti. Ma, come abbiamo imparato da alcuni anni a questa parte, qualsiasi intoppo in ogni parte del mondo può dare inizio a una speculazione su scala globale.

Africa inquieta

Nel mentre, un nuovo colpo di stato cambia i vertici in un altro paese africano. Questa volta, al centro dell'attenzione è il Gabon, dove il generale Brice Clotaire Oligui Nguema ha posto fine al lungo governo del presidente Ali Bongo Ondimba, che nel 2009 si era insediato succedendo al padre Omar, a sua volta in sella dal 1967. Un nuovo colpo alla Francia, che rischia di vedersi sottratta, come in una versione 2.0 di Risiko (o di Pacman, fate voi) un’altra colonna della sua sfera d'influenza politica ed economica nel continente, non per nulla soprannominata “Françafrique”. Una colonna portante, se è vero che Libreville è paese esportatore di petrolio (membro dell'Opec dal 1975) e, ancora di più, di manganese e di legno pregiato. Oltre a questo, Parigi rischia un'erosione della propria dotazione neocoloniale, senza che il fenomeno sia adeguatamente considerato dai paesi del nord Europa, poco interessati alle vicende africane. La stagione dei colpi di stato nella parte dell'ampia zona di influenza francese, così ravvicinati tra di loro, rischia anche di indebolire il franco cfa, che insieme all'euro è l'unica moneta transnazionale su grande scala esistente al mondo.

Vigilante attesa

In questa situazione, la scelta più saggia per gli investitori è mantenersi in vigilante attesa, con antenne puntate sui mercati asiatici, le materie prime e le manovre elettorali negli Stati Uniti. Ma soprattutto - come ampiamente ricordato - sulla riunione Bce del 14 settembre, che potrebbe sancire (come molti si augurano) la fine della stretta monetaria o prolungarla ulteriormente. Con forti rischi di recessione e ancora di più di storni dei mercati.

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Allargamento dei Brics: che cosa cambia?

Dal prossimo anno, sei nuovi Paesi entreranno a far parte del raggruppamento attualmente composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Tra i programmi dell'alleanza economica, una spinta alla de-dollarizzazione e all'utilizzo delle valute locali per gli scambi. Ma l'idea di una valuta comune è praticamente un'utopia...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

L'allargamento dei Brics – che dal prossimo 1 gennaio porterà nel raggruppamento economico composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica sei nuovi Paesi (Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Egitto e Argentina) – ha scatenato previsioni e commenti assortiti. Qualche osservatore ha puntato sul ruolo geopolitico di questa operazione, che ha luogo proprio mentre Russia e Cina stanno cercando di allargare la loro sfera di influenza in Africa. Qualcun altro ha sottolineato la crescita di un gruppo di Stati che si propone come alternativa al mondo occidentale, anche a costo di mettere insieme Paesi fino a ieri nemici (come Arabia Saudita e Iran).

Addio al biglietto verde?

Non sono mancate le analisi economiche, per la verità molto variegate. C'è, per esempio, chi prende molto sul serio la tendenza, espressa da vari leader politici, a commerciare in valute Brics piuttosto che in dollari, contribuendo a diminuire l'importanza del biglietto verde. “Valute Brics”, tradotto, significherebbe “yuan”, dato che le voci sulla creazione di una moneta unica del raggruppamento guidato da Pechino sono poco meno di un'utopia. Una chimera, almeno nella situazione attuale, è anche il tentativo di indebolire in maniera incisiva il ruolo del dollaro: gli Stati Uniti sono ancora la prima potenza mondiale e reagirebbero in maniera attiva se Bretton Woods fosse messa in discussione con fatti concreti (e non a parole, come è avvenuto finora). Basti pensare all'accordo trilaterale Usa-Giappone-Corea del Sud, che ha contenuti politici e militari, ma anche economici (i tre Paesi, si legge nel testo dell'intesa, "rafforzeranno la loro cooperazione per attivare finanziamenti per infrastrutture di qualità" – probabile risposta al progetto cinese di “Via della Seta”). Fino a quando gli Usa saranno la prima potenza mondiale, insomma, il dollaro rimarrà la moneta di riferimento. Anche se i paesi emergenti dovessero rinunciare a utilizzarlo per gli scambi. Oltre a queste considerazioni, è facile osservare la distanza geografica fra i Paesi Brics, ma anche la loro diversità istituzionale: alcuni membri sono democrazie, altri sono regimi autocratici. Il che renderebbe più difficile la creazione di una banca centrale comune (controllata da chi?) e ancora di più un progetto di unificazione fiscale, che non si riesce a completare persino nell'Unione Europea. Infine, più che un meccanismo di scambi “a raggera”, il sistema Brics ha più le parvenze di una struttura sinocentrica, dove gli scambi tra Pechino e “gli altri” assumono un ruolo preminente.

La Cina si accaparra microchip

Per intaccare la centralità del dollaro, la Cina dovrebbe inoltre imporre pagamenti in yuan anche ai Paesi europei (e occidentali) con cui commercia. Ma questa sarebbe un'eventualità fantascientifica. A Pechino interessa, prima di tutto, vendere la propria merce e i propri servizi, e certamente non si assumerebbe il rischio di perdere mercati redditizi per questioni valutarie. Soprattutto in un periodo come quello che stiamo vivendo, colmo di tensioni di carattere geopolitico che, inevitabilmente, si riverberano sull'economia. Come sta accadendo con il tentativo, da parte dell'amministrazione americana, di frenare l'innovazione tecnologica cinese, anche attraverso il mancato invio di microchip di fabbricazione occidentale. A questa strategia, che alcuni mesi fa ha visto Olanda e Giappone annunciare l'adesione alla campagna di restrizioni tecnologiche nei confronti di Pechino, è seguita una rapida contromossa da parte della Cina, che a giugno e luglio ha aumentato del 70% su base annua proprio l'acquisto di microchip. Gran parte dei quali – guarda caso – proviene proprio da Olanda e Giappone, alla vigilia della stretta alle forniture. Occorre poi aggiungere che, nonostante la chiusura dei rubinetti da parte degli Usa, la Cina continua ad acquistare tecnologia americana, “triangolata”, come sempre accade, su un paese terzo e redistribuita per via indiretta sulla strada per Pechino.

Jackson Hole, tanto rumore per nulla

Al simposio di Jackson Hole, che riunisce i banchieri centrali di tutto il mondo, non sono invece uscite molte indicazioni. Leitmotiv della riunione, la lotta all'inflazione che – si è detto e ridetto nella località del Wyoming – è ancora troppo alta ed è lungi dall'essere stata sconfitta (“ci voleva l'esperto americano”, recitava una pubblicità televisiva degli anni Novanta). In particolare, Christine Lagarde ha sottolineato che la lotta contro l'inflazione sarà ancora lunga, e che i tassi resteranno alti fino a quando servirà; tuttavia, la presidente Bce non ha fornito anticipazioni sull'agenda della riunione che il prossimo settembre definirà le nuove strategie dell'Eurotower. Un po' meno scontato l'intervento di Jerome Powell: il numero uno della Fed è apparso più “falco” di Christine Lagarde, aprendo a nuovi rialzi dei tassi negli Stati Uniti. Sembra però che la posizione di Powell sia difficilmente sostenibile, almeno a lungo termine: la Fed, è vero, potrebbe scegliere di operare un nuovo, ultimo rialzo da 25 punti, ma fra pochi mesi sarà costretta ad ammorbidire la stretta monetaria. Nel 2024 gli Usa voteranno il nuovo presidente, ed è praticamente impossibile che la banca centrale prosegua una politica restrittiva in un anno elettorale. Al contrario, Powell riceverà sicuramente pressioni politiche per avviare una fase espansiva, almeno da febbraio in poi. In ogni caso, le dichiarazioni raccolte al simposio non hanno influito sulle Borse, che hanno anzi chiuso la settimana in positivo.

Milano-Cortina, l'Olimpiade mutilata

Mancano ormai due anni e mezzo circa ai Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, che si apriranno allo stadio Meazza il 6 febbraio 2026. La kermesse a cinque cerchi è, però, in bilico fra opportunità e rischi. Se infatti il premier Giorgia Meloni li ha definiti una “grande occasione”, con un possibile impatto di 4,5 miliardi di euro sul prodotto interno lordo, il progetto iniziale in termini di infrastrutture e impianti è già stato modificato. Non per scelta, ma per necessità. A Milano, l'ex Palasharp di Lampugnano non sarà della partita: impossibile renderlo disponibile in tempo utile per l'accensione della fiamma. Il palazzetto, designato come sede dell'hockey femminile, sarà sostituito dai padiglioni 22 e 24 di Rho Fiera, che a loro volta erano subentrati a Baselga di Piné per ospitare il pattinaggio di velocità. Lo stop dell'ex Palasharp dipende soprattutto dalla crescita del prezzo dei materiali, che – anche a causa dell'emergenza bellica – è arrivato a +155%. Tra le infrastrutture (utilissime) che non si faranno, la nuova metrotramvia Rogoredo-Repetti e la superstrada veloce verso Chiavenna. Sembrerebbe invece sventata (il condizionale è d'obbligo) una figuraccia forse ancora più plateale: i ritardi nella costruzione dell'anello di bob, slittino e skeleton di Cortina d'Ampezzo. Fino a pochi giorni fa, sembrava che queste discipline dovessero migrare nella vicina Innsbruck, o addirittura a St Moritz, a causa della mancata partecipazione di concorrenti al bando d'asta; ora una trattativa d'emergenza potrebbe finalmente sbloccare i cantieri e aprirli entro settembre, mese limite per poter ancora sperare di veder sfrecciare bob e slittini a Cortina. L'intervento in extremis di Simico, società pubblica che cura le infrastrutture, dimostra ancora una volta che esiste un'Italia a più velocità, con la solita iperburocrazia che grava come una cappa sul Paese, rallentando qualsiasi progetto. Proprio per questo, nei lavori pubblici l'unico modello che funziona è, quello emergenziale, come è emerso anche dalla ricostruzione veloce del ponte San Giorgio di Genova, inaugurato in piena epoca Covid con un ritardo tutto sommato accettabile.

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Evergrande, niente di nuovo sotto il sole

La mossa del gruppo immobiliare cinese, che ha presentato istanza ai sensi del Chapter 15 al tribunale di Manhattan, non rappresenta una grande novità, dato che la società era di fatto già fallita due anni fa. A preoccupare sono altri rischi, ben più inquietanti...

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La tranquillità che solitamente si accompagna all'agosto del mondo finanziario è stata apparentemente scossa dal caso Evergrande. Proprio due giorni dopo Ferragosto, il promotore immobiliare cinese ha dichiarato bancarotta protetta negli Stati Uniti, depositando l'istanza ai sensi del Chapter 15 al tribunale fallimentare di Manhattan. Evergrande proverà a ristrutturare il debito offshore e sta già imbastendo trattative a Hong Kong con i molti creditori (per centinaia di miliardi di dollari).

Timori esagerati

I giornali hanno fatto di questa notizia un lancio da prima pagina, accanto alle solite news sul nuovo anticiclone caldo e le altrettanto usuali indiscrezioni politiche. A rimbalzare sul tam tam di giornali, radio, televisioni e testate web sono state due domande: “Siamo di fronte a una nuova Lehman?” “Il Chapter 15 di Evergrande porterà fallimenti a catena?”. Questi timori sono per lo meno esagerati. Perché Evergrande era già fallita due anni fa in Cina, quando non aveva rimborsato i suoi obbligazionisti. E la mossa del promotore immobiliare negli Stati Uniti è stata poco più che un colpo di coda di una situazione già giudicata drammatica nel 2021. In altri termini, probabilmente non si verificherà una nuova Lehman, anche se certamente si possono prevedere alcune conseguenze serie.

Zhongrong e le banche ombra

A destare preoccupazione sono invece intervenute altre situazioni problematiche, in una bolla più ampia che sembra aver decretato la fine del boom cinese. Tra queste, la crisi di Zhongrong Trust, che non ha rimborsato gli importi dovuti agli investitori e che, secondo le stime, sarebbe indebitata per circa 3mila miliardi di dollari – una somma forse troppo cospicua per sperare in un intervento pubblico. Il caso Zhongrong potrebbe nascondere una crisi più ampia delle banche ombra cinesi, con conseguenze molto critiche per il sistema economico di Pechino. Oltre a questo, fa paura la scelta, da parte delle autorità della seconda potenza mondiale, di non diffondere i dati sulla disoccupazione giovanile, evidentemente troppo alti e in grado di generare timori diffusi. Il rallentamento di Pechino, tuttavia, non dipende solo da dinamiche interne al mercato cinese, ma anche dalla strategia America First lanciata da Donald Trump e confermata da Joe Biden, che ha riportato in patria varie attività in precedenza delocalizzate in Cina. Una mossa che ha costretto Pechino a rinsaldare i rapporti, anche economici, con i Brics, rafforzando alleanze con paesi una volta rivali (India e Russia). Questi accordi, prevedibilmente, diventeranno ancora più stretti dopo le iniziative economiche e geopolitiche intraprese dagli Stati Uniti, come il recente vertice multilaterale Usa-Giappone-Corea del Sud. Troppo enfatizzati, infine, l'effetto del taglio dei tassi deciso dalle autorità economiche di Pechino per spingere i cittadini ai consumi (in un trimestre sono passati dal 2,65% al 2,50% - quasi un'inezia) e il presunto “crollo” dello yuan, che in un anno ha perso poco più del 3% nei confronti del dollaro. Una percentuale certamente minore rispetto a quanto l'euro aveva lasciato sul terreno nei mesi successivi all'attacco russo in Ucraina.

Il crollo del rublo

Se per lo yuan non si può parlare di “crollo”, ma solo di calo – e non così pesante – la situazione del rublo è invece molto seria. La moneta russa ha infatti perso il 40% circa su euro e dollaro. Che cosa ha causato la picchiata della divisa di Mosca? La risposta non è automatica, dato che l'economia russa è piuttosto opaca e i suoi numeri sono difficili da leggere in modo esaustivo. Quasi certamente, però, a causare la crisi è stato soprattutto lo sforzo economico per sostenere la guerra, combinato con la natura del rublo che, in quanto moneta parzialmente liquida, è più volatile rispetto ad altre divise. Ha contribuito anche l'indebitamento maggiore del paese, che ha risentito del blocco di potenziali compratori di valuta da parte del mondo commerciale. D'altra parte, però, la Russia ha aperto fronti (politici, ma anche economici) in Africa, attirando nella sua sfera di influenza alcuni paesi ricchi di materie prime - ultimo tra i quali il Niger, che dopo il colpo di stato si è allontanato dall'atavico controllo francese post-coloniale per avvicinarsi a Mosca. Un allargamento a macchia d'olio dell'influenza russa (e cinese) in Africa potrebbe rivelarsi in grado di dirottare molte materie prime lontane dal mondo occidentale e di utilizzare forti ondate migratorie come arma di ricatto nei confronti del Vecchio Continente.

Rischio pantano per l'economia

Un'Europa che, intanto, dibatte ancora sui tassi. Perché non è detto che la stagione dei rialzi sia archiviata: è stato ipotizzato (anche se, per la verità, non è molto probabile) che, nonostante le ultime dichiarazioni abbastanza rassicuranti in casa Bce, i falchi finiscano per prevalere. E per imporre un nuovo ritocco verso l'alto. Prima che, finalmente, si possa dire la parola fine sulla stretta monetaria e iniziare a pianificare il ritorno “a valle”. Eppure, l'inflazione europea è in discesa: si può prevedere che a fine anno ci attesteremo fra il 3% e il 4%. Il campanello d'allarme ora è un altro: si è tirata troppo la corda e l'economia si sta impantanando un po' ovunque. E' possibile che nel 2024 la Bce sia costretta ad abbassare i tassi con una velocità maggiore rispetto alle previsioni, per scuotere un'economia in stallo ed evitare una recessione profonda e molto pericolosa. Un dato simbolico che fotografa questa situazione è rappresentato dalle presenze 2023 nelle nostre località di mare, che nonostante la voglia di vacanze dopo anni di restrizioni Covid ha comunque fatto registrare un preoccupante -20% anno su anno. Una tendenza al risparmio che si è vista anche nei supermercati, dove da un po' di mesi i prodotti vicini alla scadenza (e quindi molto scontati) sono molto più gettonati rispetto agli anni precedenti.

Rischi anche negli Stati Uniti

Nonostante la natura diversa dell'inflazione americana, che ha reso più giustificati (o meno ingiustificati, fate voi) gli aumenti dei tassi decisi dalla Fed, anche negli Stati Uniti la stretta monetaria sta presentando problemi. Forse ancora più preoccupanti. Uno dei campanelli d'allarme evidenzia il rischio dei tassi alti sull'immobiliare americano e sui rifinanziamenti dei private equity, che rischiano (ben più del crack Evergrande) di causare una nuova crisi globale. Anche la Fed potrebbe vedersi costretta, dal 2024 in avanti, a un tour de force in discesa, per evitare all'economia americana di fermarsi. E per cercare di disinnescare “bombe inesplose” disseminate sul terreno accidentato del real estate.

Piazza Affari, rimbalzano i bancari

Intanto, le Borse europee hanno chiuso la settimana un po' in flessione. Soprattutto Piazza Affari, che ha ancora risentito del calo degli onnipresenti titoli bancari, a causa della tassa sugli extra-profitti. Venerdì scorso, Milano ha chiuso a -0,42%, dopo essere scesa più volte sotto l'1%. La controtendenza, però, non si è fatta attendere: lunedì i bancari sono generalmente risaliti. Perché, molto probabilmente, si è rimarginato un timore che in fondo è soprattutto psicologico. Nella peggiore delle ipotesi, la tassa - ammesso che si riveli un prelievo una tantum – avrà un impatto del 10% sugli utili netti di quest'anno e le conseguenze si riveleranno così assolutamente gestibili. In questa situazione, per gli investitori, è bene tenere le posizioni. E aspettare le prime indicazioni relative all'apertura di settembre, che tradizionalmente chiude il classico “armistizio” estivo delle Borse.

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Quando Giuseppe incontra Maria: una lezione spettacolo di Davide Longo

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Domenica 3 settembre alle 17 presso Opificiodellarte (via De Agostini, 7/C - Biella) lo scrittore Davide Longo, prendendo spunto da un dipinto di Raffaello, affronterà uno dei grandi misteri dei Vangeli che ha ispirato la penna e la chitarra di Fabrizio De Andrè.

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