Allargamento dei Brics: che cosa cambia?
Dal prossimo anno, sei nuovi Paesi entreranno a far parte del raggruppamento attualmente composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Tra i programmi dell'alleanza economica, una spinta alla de-dollarizzazione e all'utilizzo delle valute locali per gli scambi. Ma l'idea di una valuta comune è praticamente un'utopia...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
L'allargamento dei Brics – che dal prossimo 1 gennaio porterà nel raggruppamento economico composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica sei nuovi Paesi (Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Egitto e Argentina) – ha scatenato previsioni e commenti assortiti. Qualche osservatore ha puntato sul ruolo geopolitico di questa operazione, che ha luogo proprio mentre Russia e Cina stanno cercando di allargare la loro sfera di influenza in Africa. Qualcun altro ha sottolineato la crescita di un gruppo di Stati che si propone come alternativa al mondo occidentale, anche a costo di mettere insieme Paesi fino a ieri nemici (come Arabia Saudita e Iran).
Addio al biglietto verde?
Non sono mancate le analisi economiche, per la verità molto variegate. C'è, per esempio, chi prende molto sul serio la tendenza, espressa da vari leader politici, a commerciare in valute Brics piuttosto che in dollari, contribuendo a diminuire l'importanza del biglietto verde. “Valute Brics”, tradotto, significherebbe “yuan”, dato che le voci sulla creazione di una moneta unica del raggruppamento guidato da Pechino sono poco meno di un'utopia. Una chimera, almeno nella situazione attuale, è anche il tentativo di indebolire in maniera incisiva il ruolo del dollaro: gli Stati Uniti sono ancora la prima potenza mondiale e reagirebbero in maniera attiva se Bretton Woods fosse messa in discussione con fatti concreti (e non a parole, come è avvenuto finora). Basti pensare all'accordo trilaterale Usa-Giappone-Corea del Sud, che ha contenuti politici e militari, ma anche economici (i tre Paesi, si legge nel testo dell'intesa, "rafforzeranno la loro cooperazione per attivare finanziamenti per infrastrutture di qualità" – probabile risposta al progetto cinese di “Via della Seta”). Fino a quando gli Usa saranno la prima potenza mondiale, insomma, il dollaro rimarrà la moneta di riferimento. Anche se i paesi emergenti dovessero rinunciare a utilizzarlo per gli scambi. Oltre a queste considerazioni, è facile osservare la distanza geografica fra i Paesi Brics, ma anche la loro diversità istituzionale: alcuni membri sono democrazie, altri sono regimi autocratici. Il che renderebbe più difficile la creazione di una banca centrale comune (controllata da chi?) e ancora di più un progetto di unificazione fiscale, che non si riesce a completare persino nell'Unione Europea. Infine, più che un meccanismo di scambi “a raggera”, il sistema Brics ha più le parvenze di una struttura sinocentrica, dove gli scambi tra Pechino e “gli altri” assumono un ruolo preminente.
La Cina si accaparra microchip
Per intaccare la centralità del dollaro, la Cina dovrebbe inoltre imporre pagamenti in yuan anche ai Paesi europei (e occidentali) con cui commercia. Ma questa sarebbe un'eventualità fantascientifica. A Pechino interessa, prima di tutto, vendere la propria merce e i propri servizi, e certamente non si assumerebbe il rischio di perdere mercati redditizi per questioni valutarie. Soprattutto in un periodo come quello che stiamo vivendo, colmo di tensioni di carattere geopolitico che, inevitabilmente, si riverberano sull'economia. Come sta accadendo con il tentativo, da parte dell'amministrazione americana, di frenare l'innovazione tecnologica cinese, anche attraverso il mancato invio di microchip di fabbricazione occidentale. A questa strategia, che alcuni mesi fa ha visto Olanda e Giappone annunciare l'adesione alla campagna di restrizioni tecnologiche nei confronti di Pechino, è seguita una rapida contromossa da parte della Cina, che a giugno e luglio ha aumentato del 70% su base annua proprio l'acquisto di microchip. Gran parte dei quali – guarda caso – proviene proprio da Olanda e Giappone, alla vigilia della stretta alle forniture. Occorre poi aggiungere che, nonostante la chiusura dei rubinetti da parte degli Usa, la Cina continua ad acquistare tecnologia americana, “triangolata”, come sempre accade, su un paese terzo e redistribuita per via indiretta sulla strada per Pechino.
Jackson Hole, tanto rumore per nulla
Al simposio di Jackson Hole, che riunisce i banchieri centrali di tutto il mondo, non sono invece uscite molte indicazioni. Leitmotiv della riunione, la lotta all'inflazione che – si è detto e ridetto nella località del Wyoming – è ancora troppo alta ed è lungi dall'essere stata sconfitta (“ci voleva l'esperto americano”, recitava una pubblicità televisiva degli anni Novanta). In particolare, Christine Lagarde ha sottolineato che la lotta contro l'inflazione sarà ancora lunga, e che i tassi resteranno alti fino a quando servirà; tuttavia, la presidente Bce non ha fornito anticipazioni sull'agenda della riunione che il prossimo settembre definirà le nuove strategie dell'Eurotower. Un po' meno scontato l'intervento di Jerome Powell: il numero uno della Fed è apparso più “falco” di Christine Lagarde, aprendo a nuovi rialzi dei tassi negli Stati Uniti. Sembra però che la posizione di Powell sia difficilmente sostenibile, almeno a lungo termine: la Fed, è vero, potrebbe scegliere di operare un nuovo, ultimo rialzo da 25 punti, ma fra pochi mesi sarà costretta ad ammorbidire la stretta monetaria. Nel 2024 gli Usa voteranno il nuovo presidente, ed è praticamente impossibile che la banca centrale prosegua una politica restrittiva in un anno elettorale. Al contrario, Powell riceverà sicuramente pressioni politiche per avviare una fase espansiva, almeno da febbraio in poi. In ogni caso, le dichiarazioni raccolte al simposio non hanno influito sulle Borse, che hanno anzi chiuso la settimana in positivo.
Milano-Cortina, l'Olimpiade mutilata
Mancano ormai due anni e mezzo circa ai Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, che si apriranno allo stadio Meazza il 6 febbraio 2026. La kermesse a cinque cerchi è, però, in bilico fra opportunità e rischi. Se infatti il premier Giorgia Meloni li ha definiti una “grande occasione”, con un possibile impatto di 4,5 miliardi di euro sul prodotto interno lordo, il progetto iniziale in termini di infrastrutture e impianti è già stato modificato. Non per scelta, ma per necessità. A Milano, l'ex Palasharp di Lampugnano non sarà della partita: impossibile renderlo disponibile in tempo utile per l'accensione della fiamma. Il palazzetto, designato come sede dell'hockey femminile, sarà sostituito dai padiglioni 22 e 24 di Rho Fiera, che a loro volta erano subentrati a Baselga di Piné per ospitare il pattinaggio di velocità. Lo stop dell'ex Palasharp dipende soprattutto dalla crescita del prezzo dei materiali, che – anche a causa dell'emergenza bellica – è arrivato a +155%. Tra le infrastrutture (utilissime) che non si faranno, la nuova metrotramvia Rogoredo-Repetti e la superstrada veloce verso Chiavenna. Sembrerebbe invece sventata (il condizionale è d'obbligo) una figuraccia forse ancora più plateale: i ritardi nella costruzione dell'anello di bob, slittino e skeleton di Cortina d'Ampezzo. Fino a pochi giorni fa, sembrava che queste discipline dovessero migrare nella vicina Innsbruck, o addirittura a St Moritz, a causa della mancata partecipazione di concorrenti al bando d'asta; ora una trattativa d'emergenza potrebbe finalmente sbloccare i cantieri e aprirli entro settembre, mese limite per poter ancora sperare di veder sfrecciare bob e slittini a Cortina. L'intervento in extremis di Simico, società pubblica che cura le infrastrutture, dimostra ancora una volta che esiste un'Italia a più velocità, con la solita iperburocrazia che grava come una cappa sul Paese, rallentando qualsiasi progetto. Proprio per questo, nei lavori pubblici l'unico modello che funziona è, quello emergenziale, come è emerso anche dalla ricostruzione veloce del ponte San Giorgio di Genova, inaugurato in piena epoca Covid con un ritardo tutto sommato accettabile.
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Evergrande, niente di nuovo sotto il sole
La mossa del gruppo immobiliare cinese, che ha presentato istanza ai sensi del Chapter 15 al tribunale di Manhattan, non rappresenta una grande novità, dato che la società era di fatto già fallita due anni fa. A preoccupare sono altri rischi, ben più inquietanti...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La tranquillità che solitamente si accompagna all'agosto del mondo finanziario è stata apparentemente scossa dal caso Evergrande. Proprio due giorni dopo Ferragosto, il promotore immobiliare cinese ha dichiarato bancarotta protetta negli Stati Uniti, depositando l'istanza ai sensi del Chapter 15 al tribunale fallimentare di Manhattan. Evergrande proverà a ristrutturare il debito offshore e sta già imbastendo trattative a Hong Kong con i molti creditori (per centinaia di miliardi di dollari).
Timori esagerati
I giornali hanno fatto di questa notizia un lancio da prima pagina, accanto alle solite news sul nuovo anticiclone caldo e le altrettanto usuali indiscrezioni politiche. A rimbalzare sul tam tam di giornali, radio, televisioni e testate web sono state due domande: “Siamo di fronte a una nuova Lehman?” “Il Chapter 15 di Evergrande porterà fallimenti a catena?”. Questi timori sono per lo meno esagerati. Perché Evergrande era già fallita due anni fa in Cina, quando non aveva rimborsato i suoi obbligazionisti. E la mossa del promotore immobiliare negli Stati Uniti è stata poco più che un colpo di coda di una situazione già giudicata drammatica nel 2021. In altri termini, probabilmente non si verificherà una nuova Lehman, anche se certamente si possono prevedere alcune conseguenze serie.
Zhongrong e le banche ombra
A destare preoccupazione sono invece intervenute altre situazioni problematiche, in una bolla più ampia che sembra aver decretato la fine del boom cinese. Tra queste, la crisi di Zhongrong Trust, che non ha rimborsato gli importi dovuti agli investitori e che, secondo le stime, sarebbe indebitata per circa 3mila miliardi di dollari – una somma forse troppo cospicua per sperare in un intervento pubblico. Il caso Zhongrong potrebbe nascondere una crisi più ampia delle banche ombra cinesi, con conseguenze molto critiche per il sistema economico di Pechino. Oltre a questo, fa paura la scelta, da parte delle autorità della seconda potenza mondiale, di non diffondere i dati sulla disoccupazione giovanile, evidentemente troppo alti e in grado di generare timori diffusi. Il rallentamento di Pechino, tuttavia, non dipende solo da dinamiche interne al mercato cinese, ma anche dalla strategia America First lanciata da Donald Trump e confermata da Joe Biden, che ha riportato in patria varie attività in precedenza delocalizzate in Cina. Una mossa che ha costretto Pechino a rinsaldare i rapporti, anche economici, con i Brics, rafforzando alleanze con paesi una volta rivali (India e Russia). Questi accordi, prevedibilmente, diventeranno ancora più stretti dopo le iniziative economiche e geopolitiche intraprese dagli Stati Uniti, come il recente vertice multilaterale Usa-Giappone-Corea del Sud. Troppo enfatizzati, infine, l'effetto del taglio dei tassi deciso dalle autorità economiche di Pechino per spingere i cittadini ai consumi (in un trimestre sono passati dal 2,65% al 2,50% - quasi un'inezia) e il presunto “crollo” dello yuan, che in un anno ha perso poco più del 3% nei confronti del dollaro. Una percentuale certamente minore rispetto a quanto l'euro aveva lasciato sul terreno nei mesi successivi all'attacco russo in Ucraina.
Il crollo del rublo
Se per lo yuan non si può parlare di “crollo”, ma solo di calo – e non così pesante – la situazione del rublo è invece molto seria. La moneta russa ha infatti perso il 40% circa su euro e dollaro. Che cosa ha causato la picchiata della divisa di Mosca? La risposta non è automatica, dato che l'economia russa è piuttosto opaca e i suoi numeri sono difficili da leggere in modo esaustivo. Quasi certamente, però, a causare la crisi è stato soprattutto lo sforzo economico per sostenere la guerra, combinato con la natura del rublo che, in quanto moneta parzialmente liquida, è più volatile rispetto ad altre divise. Ha contribuito anche l'indebitamento maggiore del paese, che ha risentito del blocco di potenziali compratori di valuta da parte del mondo commerciale. D'altra parte, però, la Russia ha aperto fronti (politici, ma anche economici) in Africa, attirando nella sua sfera di influenza alcuni paesi ricchi di materie prime - ultimo tra i quali il Niger, che dopo il colpo di stato si è allontanato dall'atavico controllo francese post-coloniale per avvicinarsi a Mosca. Un allargamento a macchia d'olio dell'influenza russa (e cinese) in Africa potrebbe rivelarsi in grado di dirottare molte materie prime lontane dal mondo occidentale e di utilizzare forti ondate migratorie come arma di ricatto nei confronti del Vecchio Continente.
Rischio pantano per l'economia
Un'Europa che, intanto, dibatte ancora sui tassi. Perché non è detto che la stagione dei rialzi sia archiviata: è stato ipotizzato (anche se, per la verità, non è molto probabile) che, nonostante le ultime dichiarazioni abbastanza rassicuranti in casa Bce, i falchi finiscano per prevalere. E per imporre un nuovo ritocco verso l'alto. Prima che, finalmente, si possa dire la parola fine sulla stretta monetaria e iniziare a pianificare il ritorno “a valle”. Eppure, l'inflazione europea è in discesa: si può prevedere che a fine anno ci attesteremo fra il 3% e il 4%. Il campanello d'allarme ora è un altro: si è tirata troppo la corda e l'economia si sta impantanando un po' ovunque. E' possibile che nel 2024 la Bce sia costretta ad abbassare i tassi con una velocità maggiore rispetto alle previsioni, per scuotere un'economia in stallo ed evitare una recessione profonda e molto pericolosa. Un dato simbolico che fotografa questa situazione è rappresentato dalle presenze 2023 nelle nostre località di mare, che nonostante la voglia di vacanze dopo anni di restrizioni Covid ha comunque fatto registrare un preoccupante -20% anno su anno. Una tendenza al risparmio che si è vista anche nei supermercati, dove da un po' di mesi i prodotti vicini alla scadenza (e quindi molto scontati) sono molto più gettonati rispetto agli anni precedenti.
Rischi anche negli Stati Uniti
Nonostante la natura diversa dell'inflazione americana, che ha reso più giustificati (o meno ingiustificati, fate voi) gli aumenti dei tassi decisi dalla Fed, anche negli Stati Uniti la stretta monetaria sta presentando problemi. Forse ancora più preoccupanti. Uno dei campanelli d'allarme evidenzia il rischio dei tassi alti sull'immobiliare americano e sui rifinanziamenti dei private equity, che rischiano (ben più del crack Evergrande) di causare una nuova crisi globale. Anche la Fed potrebbe vedersi costretta, dal 2024 in avanti, a un tour de force in discesa, per evitare all'economia americana di fermarsi. E per cercare di disinnescare “bombe inesplose” disseminate sul terreno accidentato del real estate.
Piazza Affari, rimbalzano i bancari
Intanto, le Borse europee hanno chiuso la settimana un po' in flessione. Soprattutto Piazza Affari, che ha ancora risentito del calo degli onnipresenti titoli bancari, a causa della tassa sugli extra-profitti. Venerdì scorso, Milano ha chiuso a -0,42%, dopo essere scesa più volte sotto l'1%. La controtendenza, però, non si è fatta attendere: lunedì i bancari sono generalmente risaliti. Perché, molto probabilmente, si è rimarginato un timore che in fondo è soprattutto psicologico. Nella peggiore delle ipotesi, la tassa - ammesso che si riveli un prelievo una tantum – avrà un impatto del 10% sugli utili netti di quest'anno e le conseguenze si riveleranno così assolutamente gestibili. In questa situazione, per gli investitori, è bene tenere le posizioni. E aspettare le prime indicazioni relative all'apertura di settembre, che tradizionalmente chiude il classico “armistizio” estivo delle Borse.
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Quando Giuseppe incontra Maria: una lezione spettacolo di Davide Longo
Nell'ambito di #fuoriluogo2023 e in collaborazione con Alicanto Capital SGR
Domenica 3 settembre alle 17 presso Opificiodellarte (via De Agostini, 7/C - Biella) lo scrittore Davide Longo, prendendo spunto da un dipinto di Raffaello, affronterà uno dei grandi misteri dei Vangeli che ha ispirato la penna e la chitarra di Fabrizio De Andrè.
Scarica il programma completo di #fuoriluogo2023 e di #fuoriluogokids2023
9° edizione del Festival letterario #fuoriluogo
54 eventi, più di 90 ospiti provenienti da tutta Italia. E altri 10 eventi di #fuoriluogo Kids & Young. Il Festival è cresciuto ancora!
Grazie a nuove forme di incontro tra autori e lettori l'esperienza della manifestazione sarà sempre più sorprendente e intrigante.
Anche quest'anno Alicanto Capital SGR è partner dell'iniziativa. Vi aspettiamo a Biella dal 31 agosto al 3 settembre!
Debito pubblico Usa: tiene banco il downgrade di Fitch
L'agenzia di rating ha portato la valutazione del deficit americano da AAA ad A+, scatenando le proteste dell'amministrazione Biden. Ma la decisione non fa che allinearsi a una mossa simile di Standard & Poor's, che aveva abbassato il “voto” dello Zio Sam nel lontano 2011. E da allora, la situazione del disavanzo di Washington è decisamente peggiorata
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La settimana delle Borse è stata influenzata dal downgrade del debito sovrano americano da parte di Fitch, che lo ha abbassato da AAA a AA+. L'agenzia di rating ha spiegato la decisione con un deterioramento di bilancio previsto per il prossimo triennio, l'assenza di un piano fiscale nel medio termine, la recessione attesa per i prossimi due trimestri e il rallentamento della crescita del Pil.
Le proteste del Tesoro americano
Il nuovo rating di Fitch ha prontamente scatenato proteste da parte dell'amministrazione Biden. In particolare, Janet Yellen ha definito la retrocessione “arbitraria” e “obsoleta”, perché – sempre secondo il segretario al Tesoro Usa – si basa su dati vecchi. Ma, visto da un osservatorio più neutrale, il downgrade non rappresenta nulla di nuovo. Anzi: adegua la visione di Fitch a quella di Standard and Poor's, che abbassò la valutazione del debito statunitense nel lontano 2011, intuendo quanto stava accadendo in seguito alla crisi finanziaria deflagrata tre anni prima. E da allora, per lo Zio Sam, le cose sono cambiate, sì, ma in peggio. La tendenza riscontrata da S&P con la sua decisione (che fu vista come clamorosa) è peggiorata ancora: in totale, negli ultimi 15 anni, il debito americano è più che triplicato, ultimamente anche per effetto del Covid. A stupire non dovrebbe, dunque, essere il downgrade, ma che Fitch se ne sia accorto solo ora. E che, in generale, le agenzie di rating abbiano effettuato aggiustamenti tutto sommato lievi rispetto alla situazione. Se davvero, come si usa dire, a pensar male si fa peccato, ma spesso si azzecca, verrebbe da collegare l'approccio tutto sommato “morbido” delle società di valutazione con il fatto che la loro sede è in territorio americano. In caso contrario – se i rating, cioè, dovessero davvero riflettere la situazione reale del debito – il “voto” a Washington non sarebbe tanto diverso da quello attribuito all'Italia. Tanto più che il deficit pubblico Usa – ben superiore al nostro – non conteggia il debito dei comuni e degli stati, ed è quindi potenzialmente più profondo di quanto evidenziato.
Borse in calo
L'aggiustamento in basso da parte di Fitch è quindi una tempesta in un bicchier d'acqua. Così come sono probabilmente esagerate le conseguenze che molti osservatori hanno voluto derivare dalla diminuzione del rating. È vero che le Borse europee hanno chiuso la settimana in negativo (con Milano a -3,1%) e che anche i listini asiatici hanno registrato un calo, ma il downgrade non può essere visto come l'unico responsabile. In particolare nel nostro continente, una piccola correzione era già in atto, dopo un semestre che ha alternato grandi balzi in avanti con un periodo di trading range lungo e tutto sommato rassicurante. Anche il rialzo del prezzo del petrolio dipende dal declassamento del deficit americano fino a un certo punto. Lo spostamento della forbice nell'intervallo compreso tra gli 80 e i 90 dollari, tra l'altro già in atto, sembra causato anche da altri fattori: tra questi, i prevedibili aggiustamenti estivi, ma anche i bombardamenti sui porti russi del Mar Nero, che comincia a chiudersi come spazio di navigazione, una possibile richiesta di greggio russo da parte della Cina e la spaccatura dell'Africa sul colpo di stato in Niger. Il rincaro del greggio rende comunque appetibili gli investimenti sul settore petrolifero.
Banche, la tassa sugli extraprofitti
Nel mentre, a inizio settimana, Piazza Affari ha proseguito a evidenziare una certa sofferenza. I nuovi cali, intorno al 2%, sono stati causati soprattutto dalla forte flessione dei titoli bancari, che ha raggiunto anche il 6-7%. Il ribasso, a sua volta, dipende in gran parte dalla nuova misura del governo, che il 7 agosto ha introdotto un prelievo fiscale straordinario, pari al 40%, per gli extraprofitti delle banche (evidentemente, come spesso accade, c'era chi sapeva qualcosa in anticipo). La tassa, che dovrà essere saldata il prossimo anno, servirà – ha specificato una nota dell'esecutivo - per finanziare il “fondo per i mutui sulla prima casa e per interventi volti alla riduzione della pressione fiscale”, tutelare gli “utenti dei servizi di trasporto aereo e terrestre; incentivare gli investimenti, anche in riferimento al settore dei semiconduttori e della microelettronica; intervenire su specifiche attività economicamente rilevanti, in particolare nel settore della pesca e delle produzioni vinicole". L'intervento del governo intende lanciare un monito agli istituti di credito, che con l'inizio della stretta monetaria Bce hanno prontamente alzato i tassi passivi dimenticandosi di fare altrettanto per quelli attivi. In questo modo, le banche hanno probabilmente inteso recuperare i magri ricavi raccolti quando i tassi erano negativi. Misure di questo tipo, tuttavia, mostrano tutti i loro limiti, per il carattere nazionale dell'intervento, che rischia di minare la competitività delle banche italiane rispetto a quelle del resto d'Europa. Diverso sarebbe se fosse l'Ue a occuparsi, in maniera uniforme, della questione. O, meglio ancora, se ci fosse un'autorità di garanzia europea incaricata di vigilare su eventuali distorsioni di questo tipo. E rilevare i casi in cui i gruppi creditizi hanno proseguito a remunerare con lo 0% i conti dei piccoli clienti, offrendo nel contempo a quelli grandi i pronti contro termine con rendimenti simili a quelli dei bot. Detto questo, è il mercato che ha già risposto a questa strategia delle banche: i clienti hanno spostato pian piano la liquidità dai conti correnti ad altre forme di investimento, o ai sicuri e redditizi conti deposito ampiamente pubblicizzati dalle aziende di credito più lungimiranti.
Trimestre anti-inflazione
Il governo sta cercando di agire sul fronte del caro-prezzi anche con un'iniziativa che ha fatto parlare: il “trimestre anti-inflazione”, che scatterà dal prossimo 1 ottobre. Si tratta di un'iniziativa, introdotta in seguito a un accordo fra il ministero delle Imprese e del Made in Italy e alcune sigle di rappresentanza di commercio, distribuzione, farmacie e parafarmacie (non dell'industria, almeno per ora), che prevede prezzi calmierati su vari articoli. Nel dossier, che sarà definito nel successivo incontro del 10 settembre, ci sono prezzi fissi e scontati, ma anche attività promozionali. “Con il paniere calmierato”, ha detto il ministro delle Imprese Adolfo Urso, “siamo convinti di poter dare un definitivo colpo all'inflazione riconducendola a livelli naturali. Proprio ieri secondo i dati Ocse, l'inflazione in Italia nell'ultimo mese scende dal 7,6% al 6,4%, con un calo di 1,2 punti percentuali, maggiore a quello registrato nell'area Ocse dove l’indice dei prezzi al consumo si è ridotto in media dello 0,8%. Un trend consolidato proprio grazie all'effetto del costante monitoraggio dei prezzi effettuato dal Mimit, con i nuovi poteri conferiti dal decreto trasparenza di gennaio, e anche all'impegno già in atto della filiera della distribuzione e del commercio, che in questi mesi ha svolto un ruolo importante nel contenimento dei prezzi e nella tutela del potere di acquisto delle famiglie”. Resta, però, escluso il settore che ha subito il caro-prezzi maggiore: quello dei servizi. Nei mesi estivi si sono verificati forti rincari di ristoranti e alberghi (prezzi che, come è facile da comprendere, sono impossibili da controllare e calmierare), ma anche di voli, soprattutto nazionali, e delle tariffe ferroviarie. Queste ultime, è persino inutile ricordarlo, difficilmente caleranno con il ribasso dell'inflazione. La storia ci insegna, infatti, che una volta alzate, le tariffe ferroviarie, come quelle autostradali, non calano più.
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Golpe in Niger: nuove incertezze sulle materie prime
La presa del potere dei militari nel paese saheliano lancia l'allarme energia in Francia, e a cascata nell'intera Unione Europea. Per Parigi, Niamey è infatti un fornitore importante di uranio, fondamentale per il funzionamento delle centrali nucleari. E, sul fronte gas...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La settimana delle Borse ha evidenziato un calo tutto sommato contenuto di Piazza Affari, che ha però chiuso come fanalino di coda dei listini europei. Niente di cui preoccuparsi, comunque. Un po' perché la diminuzione è comunque di decimali, in un contesto di leggeri rialzi e ribassi, un po' perché da inizio anno la Borsa di Milano ha registrato un avanzamento di quasi il 25%.
Banche, stress test ok
Un grande merito è, naturalmente, del settore bancario, che ha premiato gli investitori in modo sostanzioso, con dividendi in alcuni casi impensabili. E che ha letteralmente tirato – come un ciclista nella classica “trenata” a dieci chilometri dall'arrivo – il “gruppone” dell'indice milanese. La natura “bancocentrica” del Mib sembrerebbe essere una garanzia anche per il futuro, e assicurare una protezione della Borsa anche se dovesse verificarsi una più che probabile correzione. A meno che la recessione si riveli più profonda di quanto i mercati stiano prevedendo. Le nostre banche hanno anche aggiunto una freccia al loro arco: i risultati degli stress test condotti dall'Eba, che le hanno premiate, elevandole in una posizione migliore di quelle francesi e tedesche. Una notizia per nulla inattesa, almeno per chi segue l'andamento dei mercati e controlla periodicamente la situazione di “salute” del settore creditizio nei vari paesi d'Europa. In pole position si è piazzata Unicredit, che ha diffuso la migliore semestrale della sua storia. Per il gruppo milanese, ha precisato una nota, il “punto di arrivo del livello di capitale al 2025 è il più alto rispetto alle banche comparabili, grazie alla sua robusta capitalizzazione”. Ottima (e, per certi aspetti, sorprendente) anche la valutazione di Montepaschi: la banca senese ha archiviato i migliori stress test di sempre. Il risultato eccellente, che ha premiato anche gli istituti italiani valutati solo dalla Bce (e quindi non dall'Eba), contrasta con i pessimi voti delle aziende di credito tedesche, che annaspano nelle retrovie: in particolare, ben tre banche del paese motore dell'economia europea languono nelle ultime posizioni della classifica.
Tassi: sempre più malumori
Quello bancario è uno dei pochissimi settori dell'economia europea ad aver tratto giovamento dall'aumento dei tassi, che è proseguito anche a luglio con il previsto rialzo della Bce. La buona notizia è che, a quanto pare, l'ennesima stretta sarà l'ultima; poi - prevedibilmente - le percentuali resteranno ferme in un lungo plateau prima di tornare a scendere. Con calma, se prestiamo orecchio alle strategie di Christine Lagarde. L'ulteriore rialzo ha comunque scatenato i malumori di una parte crescente dell'economia e del mondo politico, trasformando i brusii di disapprovazione in aperte proteste. Tra le critiche pronunciate nei confronti della Bce, anche quella del vicepremier italiano Antonio Tajani, secondo cui “la soluzione per combattere l'inflazione non è aumentare il costo del denaro" e rischiare così il blocco dell'economia, mettendo a rischio il pagamento delle rate dei mutui e la richiesta di prestiti da parte di famiglie e aziende. Una situazione che, aggiungiamo, acuisce la divaricazione fra i cittadini più abbienti e quelli in difficoltà economiche, rendendo i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Giappone batte Occidente
L'esternazione del vicepremier sembra essere confermata dal confronto fra i dati di inflazione europei (e, at large, occidentali) e quelli giapponesi, che si stanno comportando esattamente allo stesso modo. Pur in presenza di una politica opposta da parte degli istituti centrali, con la Banca del Giappone che, in controtendenza, non ha toccato i tassi, proseguendo sulla strada tracciata dal compianto ex premier Shinzō Abe. Nella sua critica aperta alla Bce e ai suoi falchi, Tajani ha anche insistito sulla differenza tra l'inflazione americana - causata dai dati sui posti di lavoro e, in generale dalla crescita economica - e quella italiana - che dipende dall'ormai atavico problema delle materie prime.
Il Niger minaccia le bollette francesi. E non solo
Come se non bastasse, si è abbattuto un fulmine a cielo già nuvoloso sui consumatori europei: il colpo di stato in Niger, con cui una giunta militare ha destituito il presidente Mohamed Bazoum. Una notizia che preoccupa, e per varie ragioni. In primo luogo, perché – a quanto si vocifera – al cambio di regime non sarebbero estranee la Russia e, forse, la Cina, che potrebbero mettere pressione all'Europa con l'invio di un milione di migranti, facendo definitivamente collassare l'economia Ue. E poi perché il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio. Se il nuovo regime di Niamey si consolidasse, a rischiare molto sarebbe l'economia francese e, di riflesso, quella Ue. Un po' perché Parigi è la potenza neocoloniale in quell'area dell'Africa, pur insidiata sempre di più dalla presenza della Russia. Un po' (anzi: soprattutto) perché l'uranio è l'elemento chimico fondamentale per il funzionamento delle centrali nucleari, su cui si basa ben oltre la metà del rifornimento energetico transalpino. Detto ancora più chiaramente, la Francia importa un terzo del suo uranio dal Niger ed è presente sul territorio del paese saheliano, oltre che con un contingente militare, anche con un'azienda di estrazione: se i nuovi vertici del paese (spinti magari dai nuovi alleati russi) dovessero cambiare strategia economica e boicottare l'ex potenza coloniale, sarebbero guai seri per i consumatori francesi e, a cascata, per l'Unione Europea. In prospettiva, sorgerebbero parecchi problemi anche sul fronte del grande gasdotto sahariano, attualmente in costruzione, che dovrebbe collegare la Nigeria e il Maghreb, transitando anche nel sottosuolo nigerino: se il progetto si bloccasse, sarebbe vanificato il tentativo di azzerare le importazioni del gas russo in Europa. Come reagirà la Francia? Sono diffusi i timori di un intervento militare, che però rischierebbe - soprattutto agli occhi dei paesi esterni al mondo occidentale - di sbalzare Parigi alla stregua di Mosca come potenza occupante di uno stato indipendente. La soluzione al problema dovrebbe essere cercata più a monte. E cioè rimediando all'assenza di una politica energetica per l'Africa. Un'operazione che andrebbe a riverberarsi anche in un rapporto diverso tra le ex potenze coloniali e un continente pieno di materie prime, rovesciando l'annosa strategia di sfruttamento paternalista e sostituendola con una collaborazione paritaria, capace anche di portare un pacifico sviluppo democratico dei paesi africani. Certamente, l'Unione Europea (con l'Occidente in generale) è chiamata a cambiare prospettiva, dato che finora ha fatto orecchie da mercante, considerando l'Africa un enorme deposito da cui attingere liberamente, senza curarsi di chi il territorio lo abita. Se sviluppato bene, il nuovo piano Mattei lanciato dall'Italia potrebbe rivelarsi un primo passo per favorire questo cambio di prospettiva.
Petrolio su, gas giù
Il colpo di stato in Niger si verifica in un periodo tutto sommato tranquillo sul fronte delle materie prime. Il gas continua a scendere, in un periodo in cui il caldo ha spaccato l'Italia: temperature elevate al centro-sud, estate più fresca degli ultimi 15 anni al nord. Il clima tutto sommato moderato a settentrione (al netto dei temporali e delle trombe d'aria) ha comunque la meglio sul consumo di energia, anche per la maggior concentrazione di uffici (e il conseguente minor ricorso all'aria condizionata) nelle metropoli del nord. Un po' peggiori, ma non drammatiche, le notizie sul fronte petrolio, che ha sì abbandonato la fascia di sicurezza che aveva presidiato per mesi, ma non ha “sfondato”. La politica saudita dei tagli alla produzione ha causato l'abbandono della fascia 70-80, su cui il greggio si era impantanato per vari mesi, e la marcia verso quota 85. Ancora presto per abbozzare un nuovo trend: occorrerà aspettare un po' di tempo per scoprire se i prezzi del greggio si attesteranno su un limite superiore. Intanto Alessandro Ortis, presidente dell'authority per l'Energia, ha denunciato l'eccessiva volatilità dei prezzi della benzina, identificando una “speculazione” e proponendo l'istituzione di una Borsa europea del petrolio, in grado di bloccare il passaggio tra “barili veri e barili di carta”. La possibile indagine su un eventuale cartello del petrolio avrebbe il compito di scoprire se sono stati compiuti abusi, soprattutto nel periodo di riduzione delle accise (oggi la situazione sembra più sotto controllo) ed evitare rincari ingiustificati, dovuti a logiche speculatorie.
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Forte calo di Tesla: dobbiamo preoccuparci?
L'azienda di Elon Musk ha arretrato il margine lordo dal 19,3% al 18,1%, cioè ai livelli più bassi dal 2019. Il tonfo in Borsa del titolo ha sfiorato il 10%. Ma, se guardiamo i valori a lungo termine...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Primi dati del secondo trimestre 2023 per le aziende quotate americane. Ad aprire il giro dei numeri sono state Netflix e Tesla, che hanno entrambe deluso le aspettative. La società di intrattenimento e film in streaming ha ottenuto una crescita più debole del previsto - con annesso calo in Borsa - nonostante il record di abbonamenti dovuto anche alle nuove regole sulla condivisione delle password. Molto peggio è andata a Elon Musk, che nonostante il +20% dell'utile, ha visto arretrare il margine lordo dal 19,3% al 18,1%, cioè ai livelli più bassi dall'era pre-Covid (2019). Il tonfo in Borsa del titolo ha sfiorato il 10%. I dati fanno scalpore, ma non devono preoccupare troppo gli investitori. Perché, se guardiamo più attentamente, l'ammiraglia di Elon Musk ha visto arretrare il suo titolo dopo un guadagno di oltre il 100% da inizio anno. Più che un crollo, dunque, si tratta di un riassestamento su posizioni comunque molto vantaggiose. Più che la situazione di Tesla – gestibilissima – Elon Musk si dovrebbe preoccupare di Twitter, che finora si è dimostrato un investimento poco riuscito. Qualcuno ha persino affermato che il recente cambiamento del logo del social network – dal tradizionale uccellino blu a un'anonima X – sia un modo per distrarre l'attenzione generale dalla sostenibilità di Twitter, deviandola su argomenti più leggeri.
Parola d'ordine: mantenere
Il calo di Tesla non ha frenato la corsa delle Borse americane. Il Dow Jones, per esempio, da anni non chiudeva con nove sedute consecutive in rialzo. L'Europa, invece, non ha offerto grossi spunti: siamo ancora in una fase di calma, aspettando settembre. Il consiglio per gli investitori non cambia da quelli espressi in precedenza: mantenere, mantenere e mantenere, senza aumentare le posizioni (o almeno senza farlo troppo). Il mercato è ancora ben intonato, ma tiene per inerzia: le altre trimestrali e lo “scavallamento” dell'estate schiariranno le idee un po' a tutti.
Punto di domanda
Naturalmente, di qui ad agosto c'è anche l'appuntamento con le decisioni di Fed e Bce sui tassi. I mercati sono convinti che il rialzo estivo di Washington e Francoforte avverrà, sempre nella misura dello 0,25%. La vera incognita è l'appuntamento successivo, più incerto per la Federal Reserve (aperta allo stop definitivo se i dati di inflazione lo permetteranno), meno per la Banca Centrale Europea, che potrebbe fermarsi solo dopo i due interventi ritenuti probabili da mercati e analisti. Attualmente, l'economia americana sta comunque meglio di quella Ue, il cui momento negativo è, ancora una volta, influenzato dalla lunga guerra russo-ucraina. Mentre, ironia della sorte, la pur sanzionata Russia registrerà performance migliori rispetto ai principali paesi dell'Unione, e probabilmente anche della stessa Eurozona. Questo perché, mentre l'Occidente prosegue con la politica di embargo, la maggior parte del mondo non ha smesso di fare affari con Mosca, sfruttando anzi i prezzi migliori che, data la situazione geopolitica, si possono spuntare.
Braccio di ferro sul grano
Questa situazione non cambia neppure in tempo di “guerra del grano”, i cui effetti si potrebbero sentire presto sulle economie dell'Europa occidentale. Anche se, a quanto sembra, gli ucraini sembrano aver trovato vie alternative per assicurarne il passaggio. In questo caso, gli eventuali aumenti dei generi alimentari sarebbero da attribuire alla solita speculazione, i cui effetti nefasti abbiamo già sperimentato con le bollette di luce e gas. Finora, l'unica conseguenza tangibile sull'economia mondiale dovuto al braccio di ferro è l'aumento del petrolio, che però ha superato solo di poco gli 80 dollari, da qualche settimana limite massimo ufficioso del “territorio di sicurezza”.
Calciatori d'Arabia
L'Arabia Saudita segue una politica ormai consolidata all'insegna dei tagli alla produzione di greggio, ma non bada a spese per il suo nuovo business: la realizzazione di una lega calcio competitiva, che a suon di petrodollari attiri i migliori giocatori del mondo. Un campionato che non vuole certo proporsi come ultimo approdo per molti campioni anziani – come furono la lega americana degli anni Settanta, con l'ingaggio di fuoriclasse del calibro di Pelé e Franz Beckenbauer, e il più recente ma egualmente effimero campionato cinese. Se i sauditi hanno ingaggiato un Cristiano Ronaldo ormai a fine carriera, stanno infatti portando a casa anche giocatori nel pieno del vigore, e provando affondi clamorosi (come l'offerta folle di 300 milioni di euro per Kylian Mbappé). Lo scopo dell'offensiva di Riad sul calcio è creare un campionato di poche squadre che possa affiancarsi ai tradizionali appuntamenti calcistici europei e sudamericani, facendo concorrenza a tornei di lunga tradizione e “tirando la volata” a un eventuale campionato del mondo in Arabia. Tuttavia, c'è forse anche un ulteriore obiettivo: indebolire le squadre che partecipano alla Champions League – o, almeno, quelle che non hanno una proprietà riconducibile alle ricche famiglie della penisola arabica. Non per niente, le squadre della Saudi Professional League puntano soprattutto (anche se non solo) su giocatori svincolati, il cui ingaggio non prevede la corresponsione di denaro al club di origine del calciatore.
Perplessità elettriche
Se l'Arabia Saudita cerca di comprarsi un ruolo nel calcio, la Cina potrebbe prendersi, dal 2035 in poi, l'automotive. Tuttavia, il passaggio della mobilità all'elettrico desta sempre più perplessità. Oltre al ridimensionamento di un'industria fondamentale per paesi come Italia, Germania e Francia, sono sempre più all'ordine del giorno questioni di sicurezza: in caso di urto, le auto elettriche provocano un incendio, se non un'esplosione. È sufficiente una scintilla oppure una giornata di caldo estremo per combinare il patatrac. Inoltre, la ricarica di queste vetture è troppo lenta, e in alcuni casi impossibile. Prendiamo l’esempio del terribile uragano con trombe d'aria che solo poche ore fa ha sconvolto il nord Italia, provocando parecchi danni a Milano. Poco dopo il passaggio della tromba d'aria, la metropoli ambrosiana è stata interessata da lunghi black out elettrici, che in alcuni casi si sono spinti oltre le tre ore. In questo caso, anche la ricarica notturna dell'automobile subirebbe un lungo stop, rendendo inservibile la vettura per un lungo periodo.
Piccole (e grandi) filiali chiudono
Non è la regolamentazione, ma la tecnologia a far chiudere sempre più sportelli bancari. Secondo una rilevazione della First Cisl, da inizio anno in Italia hanno terminato di operare quasi 600 filiali, con Milano leader di questa tendenza. Oltre all'effetto chiaro e innegabile della digitalizzazione, è possibile anche riscontrare un'altra causa: prima del boom dell'on line banking, era avvenuta una deregolamentazione per l'apertura delle agenzie, che aveva sostituito la vecchia disciplina di autorizzazione rigida da parte di Bankitalia per qualsiasi nuova inaugurazione. Gli sportelli che anni fa aprivano in numero elevato ora causano esuberi, spesso gestiti con scivoli e prepensionamenti di personale. A perderci sono soprattutto gli over 70, in molti casi poco abituati alle nuove tecnologie mobile e, oltretutto, bisognosi di rapporti umani che il digitale inevitabilmente riduce. Non è da escludere, in caso di chiusura di filiali, che alcuni anziani effettuino una scelta di prossimità. Con l'addio alla banca che ha rinunciato allo sportello in zona e l'approdo a un altro istituto che ha mantenuto la succursale sufficientemente vicina al loro domicilio.
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Wall Street da record, Borse europee più tranquille
Il Dow Jones ha superato i massimi storici e il Nasdaq raggiunge livelli molto alti, trainato dall'intelligenza artificiale. Nel nostro continente, invece, i listini procedono in ordine sparso, in attesa dei dati di metà anno delle società quotate. La Legge sul ripristino della natura e i suoi rischi
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Record assoluto per il Dow Jones, che ha superato i massimi storici, mentre il Nasdaq ha raggiunto il livello migliore degli ultimi sei anni. Tra gli elementi che hanno spinto in alto Wall Street, il calo dell'inflazione Usa, mentre il recupero della fiducia delle famiglie americane (con l'indice più alto dal 2021) ha influito molto meno: si tratta infatti di una percezione, che dipende dal ciclo economico ed è stata fortemente influenzata dall'aumento dei salari. L'exploit delle Borse di oltre oceano non è stato intaccato neppure dallo stop russo agli accordi sul passaggio del grano nel Mar Nero. Occorre però effettuare un distinguo. Prendiamo le 500 società quotate all'indice S&P: sette di queste aziende capitalizzano il 30% dell'intero indice, trainate anche dal boom (che potrebbe rivelarsi una bolla) dell'intelligenza artificiale. Ad avere frantumato i record sono soprattutto questi sette titoli. Se scorporiamo le restanti 493 imprese, gli enormi rialzi si riducono al 2%.
Una breve attesa
Ora, in ogni caso, i mercati americano ed europeo (meno brillante e con andamento “misto”) attendono i dati di metà anno, per capire da che parte tirerà il vento del ciclo economico. Per ora, gli investitori possono proseguire in una strategia di mantenimento (soprattutto su Piazza Affari, ancora sostenuta da un buon flusso di dividendi, in media al +4%), senza però lasciarsi prendere la mano dagli acquisti. E raddrizzando le antenne, per captare gli eventuali, primi segnali di un possibile storno: la lunga stagione dei rialzi è iniziata lo scorso 6 ottobre ed è stata attutita solo da un periodo di trading range: prima o poi è comprensibile aspettarsi una correzione. Anche perché le avvisaglie ci sono tutte, e ci mostrano indizi di rallentamento del ciclo economico. Mentre in Asia la Cina non cresce più come prima.
Banche centrali: quanti rialzi?
I timori di una nuova crisi economica sono molto alti, ma le banche centrali si apprestano a un altro rialzo dei tassi. Occorrerà capire di quanto saliranno. Jamie Dimon, presidente e ceo di Jp Morgan, ha previsto una nuova crescita dell'inflazione Usa, che potrebbe portare i tassi di interesse al 6% o al 7% in breve tempo, rendendo inevitabile una recessione. Che cosa farà, invece, la Bce? Ancora non si sa. L'Eurotower non ha ritenuto sufficiente il calo di ritmo dell'inflazione registrato a giugno (la sua crescita è stata del 6,4%, contro il 7,6% di maggio), e quasi sicuramente procederà, prima di fine mese, a un lla che nuovo ritocco dello 0,25%. La notizia è che l'intervento potrebbe essere l'ultimo. Il probabile stop di agosto fungerà anche da pausa di riflessione, con esiti ancora tutti da definire, specialmente se l'inflazione dovesse confermare il trend ribassista. Una posizione - quetende a condizionare la decisione all'esame dei dati - su cui si è detto favorevole anche Joachim Nagel, presidente di Bundesbank, nonché sostenitore della politica di inasprimento monetario intrapreso nel corso di quest'ultimo anno dalla Bce.
Il monito di Visco
Leggere i dati, certo: ma come? Lo deciderà l'ennesimo confronto fra “falchi” e “colombe” nell'ambito dell'Eurotower: i primi più concentrati sulla lotta al vortice inflattivo, i secondi sulla prevenzione dei rischi di recessione che incombono sull'economia europea. Nel secondo gruppo c'è Ignazio Visco, governatore di Banca d'Italia, che ieri, in un'intervista a Bloomberg Tv, a margine del G20 di Gandhinagar (India) ha voluto piazzare qualche paletto. L'inflazione, ha detto il governatore di Banca d'Italia, “scenderà ancora perché inizieranno a riflettersi gli effetti della riduzione del prezzo dell'energia”. Secondo Visco, il calo “sarà più veloce del previsto". Anche se l'inflazione core, ha aggiunto, “si sta mostrando ancora ostinata". L'obiettivo del 2% previsto entro fine 2025, ha poi puntualizzato, “potrebbe essere raggiunto prima del previsto ". In ogni caso, ha concluso, “non penso che abbiamo bisogno di una recessione. Possiamo disinflazionare l'economia senza” doverci per forza arrivare. E, aggiungiamo noi, senza vedere aumentare la rata media dei mutui casa, che è già salita della percentuale monstre del 28%. E che sta mettendo a rischio i rimborsi di chi ha scelto la formula a tasso variabile, che ora si sta dimostrando particolarmente discutibile.
Legge sul “ripristino della natura”: economie a rischio?
A Bruxelles, dopo uno scontro senza precedenti, il Parlamento europeo ha votato la controversa Legge sul ripristino della natura, con uno scarto di appena 21 voti. La norma prevede, entro il 2030, di reintrodurre non meno del 20% degli habitat perduti o minacciati. Questo, secondo i sostenitori della misura, contribuirebbe alla lotta contro i cambiamenti climatici, invertendo il trend che sta portando il pianeta alla perdita di biodiversità. Una posizione che è stata contrastata da chi ha votato contro questa norma, nella convinzione che questi obiettivi debbano essere raggiunti in maniera graduale e senza minacciare le attività economiche. La legge appena approvata, infatti, non si applicherebbe solo alle aree protette, ma anche alle zone attualmente adibite ad attività agricole o produttive. Causando, di fatto, una minaccia per varie imprese. Si teme che la legge possa dare il via libera a situazioni estreme, simili a quella che si è creata in Olanda, dove il governo Rutte ha fatto dell'obbligo di abbattere di un terzo dei capi fra mucche, maiali e galline un cavallo di battaglia. Una posizione che ha scatenato la dura protesta degli allevatori e minato il consenso popolare all'esecutivo, poi caduto sulla legge migranti. La Legge sul ripristino della natura, dunque, rischia di replicare in altri paesi d'Europa (prima di tutto in Francia) situazioni simili. E, di conseguenza, di favorire tagli abnormi a produzioni agricole e casearie, causare proteste popolari e provocare perdite alle aziende. Creando, oltretutto, fenomeni paradossali, che facilmente vedrebbero i paesi europei sopperire alla carenza di raccolto e produzione importando da paesi che non soggiacciono a misure di questo tipo, né agli scrupolosi controlli igienici comunitari. Risultato? Un peggioramento della qualità del cibo sulle nostre tavole e vari danni alle nostre economie. Oltre che, last but not least, una pericolosa perdita di autosufficienza dell'Europa, che metterebbe il nostro continente alla mercé di altre aree del mondo. Come già avviene per altri comparti produttivi.
Foto di Jan Kopřiva su Unsplash








