Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La settimana scorsa, le Borse europee erano tornate a viaggiare tranquille, sovraperformando quelle statunitensi, in calo del 5% circa. Tuttavia, l’apertura di ieri si è svolta all’insegna di una vera e propria doccia fredda, con un arretramento importante un po’ in tutto il continente.
Devastazioni nelle città europee
La nuova correzione, che ha generalmente superato l’1%, dipende da un cocktail micidiale di fattori, alcuni già presenti, altri nuovi. Tra questi ultimi, le devastazioni di cui sono stati vittime Parigi, altre città francesi e non solo (non sono sfuggite al caos dello scorso week end Milano e altri comuni italiani). A colpire i mercati sono soprattutto i fatti di Francia, per un motivo ben semplice: Parigi ha la spesa pubblica più alta del mondo occidentale, pari al 57% del Pil. Una spesa che è praticamente incomprimibile, anche se la situazione critica del debito transalpino richiederebbe tagli importanti al bilancio. Così si è creato il classico stallo tipo “Scilla e Cariddi”: se una spesa ormai esplosa non si tocca, il debito avanza ulteriormente, con le annesse preoccupazioni per le ripercussioni sull’area euro; se invece si procede a tagli, si crea un rischio forte di massicce dimostrazioni di piazza, che a loro volta potrebbero creare le condizioni per l’infiltrazione di teppisti, vandali e saccheggiatori, la cui violenza distruttiva si è già dimostrata in grado di mettere in scacco le città. Proprio per questo motivo, sono le violenze in Francia a deprimere maggiormente le Borse: in Italia la spesa pubblica è infatti limitata da parecchi anni, per le note restrizioni europee, e i cittadini sono ormai meno reattivi nei confronti di una politica di bilancio restrittiva.
Giù le banche
Un altro fattore che potrebbe aver causato l’apertura in calo delle Borse europee è l’arretramento delle azioni finanziarie. Arretramento che dipende da due cause: da un lato, la tendenza degli investitori extraeuropei, soprattutto americani, a riportare in patria il loro denaro allocato nei nostri mercati; dall’altra i timori delle aziende di investire in questo periodo contrassegnato da inflazione, crisi del debito francese, caro-energia e problemi geopolitici che deprimono le Borse e l’economia. In Italia si aggiunge un terzo elemento capace di penalizzare i titoli finanziari e di condizionare maggiormente la chiusura di ieri sera (-1,50% circa, ai minimi dallo scorso maggio) e la tendenza al ribasso di oggi: il tentativo governativo di inserire nella manovra una extratassa sulle banche. Un contributo che, ha affermato il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, vuole essere “sostenibile”. Il titolare del Mef ha parlato di un importo di 5 miliardi di euro nella legge di Bilancio 2027. A questa eventualità, le banche hanno risposto per le rime: secondo le parole del presidente Abi Antonio Patuelli, la costituzione non prevede che alcuni (cioè gli istituti di credito) debbano essere “mazzolati”. Il suo vice Gianfranco Torriero ha rincarato la dose, affermando che questa misura non è stata concordata con le banche, a differenza di quanto è accaduto nell’ultimo biennio. Alla dichiarazione di Patuelli ha risposto a sua volta il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini, che ha elencato i maxi utili delle aziende di credito tra il 2022 e il 2025 e la chiusura di sportelli e gli esuberi dello stesso periodo. Salvini ha anche affermato che il tax rate del mondo del credito, del 19,2% nel 2025, è stato inferiore a quello di altre aziende. Sembra dunque essersi creato un nuovo braccio di ferro fra banche e governo – anzi, una parte dell’esecutivo, dato che l’altro vicepremier Antonio Tajani ha cercato di buttare acqua sul fuoco, puntando sulla ricerca di un accordo con gli istituti di credito in grado di non spaventare gli investitori. Ed è ciò che, probabilmente, accadrà: non è infatti improbabile che le due parti si trovino a metà strada, raggiungendo un compromesso accettabile.
Crisi energetica
Anche la crisi energetica contribuisce alle tensioni che pervadono le Borse europee. Il Brent ha superato i 110 dollari al barile, mentre la quotazione del gas ad Amsterdam è pericolosamente vicina a quota 90. Oltre che avere un impatto sugli indici, il caro-energia (con annesso aumento del prezzo dei carburanti) inizia a provocare proteste, come quella degli autotrasportatori nel Mezzogiorno. Le dimostrazioni, con blocchi di strade, svincoli e porti, sono pacifiche, ma al sud hanno già sguarnito gli scaffali dei supermercati come non si vedeva dai tempi del Covid. Il prezzo alla pompa, ancora molto alto, rivela che in Europa non sono giunti gli echi della distensione energetica fra Stati Uniti e Russia, né la possibilità di colloqui fra Mosca, Washington e Pechino al prossimo vertice Apec in Cina per negoziare una via d’uscita alla guerra in Ucraina. Un avvenimento che, comunque la si pensi, potrebbe contribuire a calmierare i prezzi di energia e carburante. E’ probabile che, ora come ora, i prezzi siano ancora alti perché i Paesi europei hanno l’esigenza di ricostituire le riserve strategiche, intaccate nel corso di questi mesi difficili. Prossimamente, se non interverranno nuovi elementi di crisi, ci si può aspettare un calo della quotazione del greggio.
In attesa delle trimestrali
Petrolio meno caro significa possibili benefici per le Borse. Ma – va da sé – a giocare un ruolo importante saranno le imminenti trimestrali, la cui attesa tiene i mercati con il fiato sospeso. In caso di risultati positivi, l’effetto-bilanci potrebbe favorire il tradizionale ciclo rialzista che spesso si verifica a novembre. Anche se, naturalmente, non è detto che ciò succeda. Attualmente le Borse sono ancora nel mezzo di una correzione normale e non allarmante. Solo alcuni settori hanno evidenziato criticità, come i semiconduttori, che hanno perso il 20% in meno di dieci sedute. Tuttavia, i tecnologici possono scontare in ogni momento storni di assestamento, anche importanti, che sembrano fisiologici dopo i balzi in avanti così poderosi del passato. In generale ci troviamo in una situazione delicata, che lascia i mercati in un’area un po’ neutrale; oggi il modo migliore per avere protezione sull’azionario è comprare titoli lunghi, come le obbligazioni a 10 e 15 anni in titoli di stato italiani e tedeschi.
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