I dazi deprimono le Borse

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

I dazi del 25% annunciati dall’amministrazione Trump contro Canada e Messico sono stati temporaneamente sospesi poco prima che entrassero in vigore. Tuttavia, la pur effimera notizia dell’imminente guerra commerciale contro i due “vicini di casa” degli Stati Uniti ha fatto a tempo a scuotere le Borse, che poi hanno recuperato, ma solo parzialmente. La paura dei mercati è stata rinforzata dall’annuncio di dazi Usa del 10% per le merci cinesi (con la pronta ritorsione di Pechino: 15% su carbone e Gnl e 15% su petrolio, auto di lusso, macchine agricole e altri beni) e, soprattutto, dall’indiscrezione del Telegraph su un possibile balzello doganale americano del 10% all’Ue, che vanta un surplus commerciale favorevole di 157 miliardi di euro sugli Usa.

Bullismo o tattiche negoziali?

La reazione allarmata dei mercati dimostra che serpeggia una certa paura che Donald Trump faccia sul serio, soprattutto nei confronti dell’Unione Europea. Però è egualmente probabile che le sparate da “bullo” del presidente americano siano in realtà classici bluff per spingere le controparti a trattare su argomenti importanti per il presidente americano. Questa seconda versione sarebbe suffragata dalla sospensione delle misure prima nei confronti del Messico, poi del Canada. Nel primo caso, dopo un colloquio con la sua omologa Claudia Sheinbaum, il presidente americano ha congelato i balzelli per un mese, promettendo l’appoggio ai vicini meridionali nella lotta contro i trust della droga e ottenendo lo spiegamento di 10.000 soldati messicani al confine statunitense, incaricati di bloccare l’immigrazione illegale e il fentanyl. Il contrasto al traffico di “persiano bianco” è stato al centro anche della chiacchierata fra Trump e il premier canadese Justin Trudeau, che ha assicurato all’inquilino della Casabianca l’appoggio nella lotta contro i flussi del farmaco incriminato, concedendo anche l’ok a una forza congiunta contro criminalità organizzata e riciclaggio di denaro.

La Cina non è vicina

Finora non sono stati congelati i dazi annunciati contro la Cina (che, come abbiamo visto, hanno causato una rapida ritorsione), ma il negoziato è in corso. Sicuramente quest’ultimo dossier è il più delicato, perché si inserisce nel braccio di ferro tra Washington e Pechino per il ruolo di prima potenza mondiale. Inoltre, il disavanzo commerciale degli Stati Uniti nei confronti della Cina è enorme, molto maggiore rispetto a quello detenuto con altri Paesi. Detto questo, in caso di tensioni commerciali con Pechino, un’economia americana in ottima salute rischierebbe di rallentare a causa di spinte inflattive impreviste. La Cina, da parte sua, non è nel suo miglior momento: prima la crisi immobiliare, poi il ritorno di molte famiglie dalle città alle campagne hanno evidenziato la fatica che ancor oggi penalizza l’economia del “gigante asiatico”. E che peggiorerebbe in caso di dazi incrociati.

Europa debole

Se Messico e Canada hanno accettato la trattativa e la Cina sta negoziando su posizioni di parità, l’Europa si sta dividendo tra falchi e colombe. I primi sono fautori della proposta di ritorsioni su settori agroalimentare, superalcolici e alcuni veicoli a motore (Harley Davidson, suv e pick up). I secondi sembrano offrire sul piatto, in cambio della rinuncia al dazio del 10%, l’impegno ad acquistare più armi e ad approvvigionarsi di Gnl dallo Zio Sam, spendendo quattro volte tanto rispetto a ora. L’Europa sembra anche propensa a chiedere all’Italia un impegno di mediazione con gli Usa, grazie anche ai buoni rapporti fra il presidente americano e la coppia Giorgia Meloni-Antonio Tajani, investito ufficiosamente del ruolo di mediatore tra le parti.

Euro debole

Sicuramente, la trattativa conviene a tutti. Come ha ricordato Roberta Metsola, presidente del Parlamento Europeo, “le guerre commerciali non giovano a nessuno e la nostra priorità è quella di evitarne una”. A titolo di esempio, è interessante citare uno studio Prometeia, secondo cui, in caso di nuovi dazi, solo le imprese italiane potrebbero perdere da 2 a 9 miliardi di dollari, in funzione dei settori coinvolti. Alcuni dei quali, ricordiamoci, sono stati già colpiti da misure protezionistiche della presidenza Trump 1 – misure curiosamente non revocate dall’amministrazione Biden. Già dalle reazioni dei mercati si comprende quanto nuovi balzelli doganali sarebbero distruttivi: i soli rumours – lo abbiamo detto – sono stati capaci di creare panico in Borsa, ma anche di indebolire l’euro, che per un tempo pur limitato ha raggiunto i minimi sul dollaro da due anni a questa parte. Un risultato, questo, che non piace né all’Ue, né a Trump, sostenitore di un biglietto verde debole. Ai massimi storici sulla moneta è invece arrivato il franco svizzero, che poi ha ritracciato. Il timore di una guerra commerciale ha infatti rinforzato i classici beni rifugio; non per niente, anche l’oro ha raggiunto livelli record.

Bank of America: “investite in Europa”

In un contesto di tensioni commerciali fra Stati Uniti ed Europa, i “consigli per gli acquisti” di Bank of America sembrano premiare il Vecchio Continente. Secondo il gruppo di Charlotte, le aziende tecnologiche Usa sono (come noi sosteniamo da tempo) decisamente ipervalutate; per questo motivo, la banca consiglia di investire nelle Borse europee. Soprattutto nel settore finanziario, in forza degli utili e dei dividendi ancora previsti per le prossime scadenze trimestrali.
Con la discesa dei tassi Bce, aggiungiamo, può convenire un acquisto di utility, mentre le azioni petrolifere dovrebbero risentire positivamente dell’approccio pro-oil di Trump.

La Bce ritocca i tassi, la Fed no

Se la Banca Centrale Europea ha tagliato i tassi di 25 punti base, la Federal Reserve è rimasta ferma. Nessuna sorpresa, dunque. Dal board dell’Eurotower, guidato da Christine Lagarde, ci si può aspettare altre due riduzioni piuttosto veloci, per poi ragionare sulle conseguenze delle elezioni tedesche. Le imminenti consultazioni in Germania potrebbero rivelarsi il momento principale del 2025 per il futuro dell’Ue: i risultati definiranno l’economia dell’Unione, ma anche l’umore dei mercati e l’intonazione delle Borse. E, forse, un nuovo approccio per l‘automotive.

Commerzbank alza gli scudi

Fra le vicende che saranno influenzate dal voto tedesco, anche il dossier Unicredit-Commerzbank. Il gruppo di Francoforte ha cercato di giocare d’anticipo e alzare gli scudi, mediante l’annuncio di un nuovo riacquisto di titoli pari a 400 milioni di euro. In forza degli utili record ottenuti, la banca ha anche annunciato il raddoppio delle cedole. Come reagirà Unicredit? Le ultime mosse di Piazza Gae Aulenti – e cioè la crescita al 4,1% nell’azionariato di Generali – sembrerebbero rivelare che Andrea Orcel potrebbe cambiare le carte in tavola. E cioè lanciare una contro-opa su Mediobanca (con il Leone di Trieste come obiettivo finale), mossa spregiudicata che avrebbe molto più senso rispetto all’offerta di Montepaschi. Se ciò si avverasse, Unicredit potrebbe decidere di lasciar perdere Commerzbank o Banco Bpm, o addirittura entrambe. Certo è che l’approccio vivace di Orcel trasforma il risiko bancario in una partita di poker su più tavoli.

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Piazza Affari vede ancora rosa

In una settimana positiva per le Borse Europee, Milano chiude ancora una volta in posizione di leadership. Emerge il ruolo dei titoli bancari, ma anche di quelli assicurativi. Ottima prestazione di Enel. Sui tassi, le banche centrali sono divergenti: la Svezia inizia a tagliare, la Bce è sempre più vicina alla prima sforbiciata, mentre la Banca d'Inghilterra tiene tutto fermo. E la Fed...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Ancora una volta la Borsa di Milano ha archiviato una settimana sul tetto d'Europa, con i listini del nostro continente che hanno evidenziato ottime performance. Come spesso è accaduto ultimamente, buona parte del merito è dei titoli bancari, che hanno risentito degli ottimi dati trimestrali e dell'outlook positivo sull'esercizio 2024. Contributo robusto anche dal comparto assicurativo, guidato da Allianz (record di utili, dividendi e performance del titolo), Generali e varie altre compagnie. Entrambi i settori hanno tratto beneficio da tre elementi: oltre agli ottimi risultati, il miglioramento dell'economia italiana e l'aspettativa di tagli molto ridotti ai tassi, che agevolano le banche per il livello alto degli interessi sui prestiti e le assicurazioni per la maggior attività sulla parte vita.

 Il caso Bff Bank

Non tutti, però, vanno bene nel settore finance: Bff Bank (la ex Banca Farmafactoring) ha visto a fine settimana cadere in picchiata il valore dei suoi titoli (-10% giovedì e un ulteriore 26,3% venerdì). Il motivo è semplice: nel corso della conferenza di presentazione dei dati di esercizio del primo trimestre (con utili in calo del 21% e incremento dei ricavi del 15%), l'amministratore delegato Massimo Belinghieri ha rivelato il blocco dei dividendi, imposto da Banca d'Italia dopo un'ispezione dello scorso gennaio. Una misura che è stata affiancata anche dallo stop alla parte variabile degli stipendi e all'apertura di filiali oltre confine. L'istituto centrale ha evidenziato una differenza di metodi di contabilizzazione dei crediti dal 2021 in avanti, non adeguato ai dettami dell'Eba. La comunicazione ha innescato vendite a cascata, con il conseguente crollo del titolo. Le preoccupazioni sono legittime, ma eccessive, dato che la banca si sta già muovendo per adeguarsi ai rilievi di Via Nazionale. Non per niente, il titolo sta recuperando e gli analisti di Mediobanca lo hanno definito neutral. A queste condizioni, le azioni Bff Bank potrebbero rivelarsi un investimento possibile in previsione di un suo ritorno in carreggiata, dato che a questi prezzi il suo titolo è molto interessante. Ottima prestazione, invece, per Enel, che conferma le buone prospettive del settore energetico.

Giù i tassi, dopo la Svizzera è la volta della Svezia

Intanto, sul fronte dei tassi, nei Paesi europei che hanno una valuta propria si muove qualcosa. Dopo la Svizzera, che già il 21 marzo aveva deciso di sforbiciare il costo del denaro dello 0,25%, portandolo a 1,5%, è ora la volta della Svezia. Riksbank, istituto centrale di Stoccolma, ha infatti deciso (per la prima volta dal 2016) di ammorbidire la stretta monetaria, sempre con un calo di 25 punti base, e di portare il valore di riferimento a 3,75%. Con questa mossa, la banca centrale ha voluto dare fiato a un'economia che arranca, mentre l'inflazione si sta avvicinando ai target identificati dallo stesso organismo di vigilanza. Se da questo punto di vista le cose andassero positivamente, potrebbero verificarsi ulteriori aggiustamenti. Forse due entro fine mese.

Niente tagli, siamo inglesi

Niente tagli, invece, a Londra. La Bank of England ha deciso di lasciare ancora le bocce ferme e di non schiodarsi dal 5,25%. Una scelta ampiamente prevista, nonostante gli appelli del mondo politico ed economico: l'inflazione è ulteriormente scesa, ma è ancora al 3,2%. Vale a dire, il "mitico" obiettivo del 2% si avvicina ma non è ancora a portata di mano. Nessun segnale decisivo, invece dalla Fed, che potrebbe rimanere bloccata più a lungo, mentre la Bank of England facilmente seguirà le orme dell'Eurotower.

Bce, tutto pronto

Sarà quindi la Banca Centrale Europea la prima fra le big three del mondo occidentale (Bce, Fed Boe) a procedere ai tagli? Sembra di sì, anche per le dichiarazioni confortanti che stanno giungendo da più parti nei dintorni dell'Eurotower. In pratica non ci sono piu motivi per non tagliare, quindi a giugno si inizierà la pur lenta discesa. La decisione sta portando una coda polemica all'interno del board: non perché qualcuno voglia rinviare ulteriormente l'ammorbidimento della stretta monetaria, ma perché le "colombe" hanno apertamente criticato i tempi dell'operazione, sostenendo che l'avvio avrebbe dovuto verificarsi prima. Il contrasto tra l'ala hawkish e quella dovish potrebbe tornare a manifestarsi nel prossimo futuro, quando si deciderà se, al quasi sicuro taglio di giugno, ne seguiranno altri oppure se per il 2024 non si muoverà più nulla. Nel primo caso potrebbe verificarsi una strana (e difficilmente pronosticabile solo due mesi fa) divergenza fra Bce e Fed, con la prima in discesa e la seconda ferma oltre il 5%. Se succedesse, potrebbe accadere qualcosa di imprevedibile sul fronte del cambio euro-dollaro? Non è semplice da dire perché i tassi di cambio dipendono da molti fattori e sono difficili da prevedere. Tanto più quello del dollaro. Tutto ciò che possiamo affermare è che, in generale, è più facile che il biglietto verde si indebolisca rispetto alla nostra moneta che non l'evenienza opposta.

Buone notizie dal Pil

Sono solo correzioni di pochi decimali di punti, ma l'effetto sulla morale è indubbio: il Pil italiano (+0.3%) corre di più rispetto a quello francese e quello tedesco (entrambi a un +0,2%). Il dato rettifica lo 0,1% previsto da Banca d'Italia. Il Paese va dunque discretamente bene, anche se ha i soliti problemi di conti pubblici. E la difficoltà a uscire dal pantano del Superbonus, con il vortice creato e le polemiche suscitate anche in seno alla maggioranza, non aiuta di certo. Un esempio di questo clima di tensione è dato dall'emendamento introdotto dal ministro dell'Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti. La misura prevede che le organizzazioni finanziarie non potranno più compensare i crediti del superbonus con debiti di tipo previdenziale. A causare discussioni è soprattutto la retroattività del provvedimento, anche alla luce del fatto che la Bce non consente di ricorrere a questa formula per le leggi fiscali. Difficile prevedere il risultato della discussione tra i membri del governo (con una posizione molto dubbiosa da parte del vicepremier Antonio Tajani). Certo è che intervenire su condomini e privati potrebbe creare nuove povertà e gettare nel panico molte famiglie, e ciò rende la soluzione impraticabile. Tanto più in tempo di elezioni europee: con un simile provvedimento, i partiti di governo rischierebbero un travaso di voti, cosa che nessun esecutivo vorrebbe. Le istituzioni finanziarie, da questo punto di vista, non hanno invece alcuna influenza sul consenso elettorale. E, con gli utili che continuano a macinare, non ne risentirebbero certo in maniera determinante.

Foto di Pawel Czerwinski su Unsplash


Golpe in Niger: nuove incertezze sulle materie prime

La presa del potere dei militari nel paese saheliano lancia l'allarme energia in Francia, e a cascata nell'intera Unione Europea. Per Parigi, Niamey è infatti un fornitore importante di uranio, fondamentale per il funzionamento delle centrali nucleari. E, sul fronte gas...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

La settimana delle Borse ha evidenziato un calo tutto sommato contenuto di Piazza Affari, che ha però chiuso come fanalino di coda dei listini europei. Niente di cui preoccuparsi, comunque. Un po' perché la diminuzione è comunque di decimali, in un contesto di leggeri rialzi e ribassi, un po' perché da inizio anno la Borsa di Milano ha registrato un avanzamento di quasi il 25%.

Banche, stress test ok

Un grande merito è, naturalmente, del settore bancario, che ha premiato gli investitori in modo sostanzioso, con dividendi in alcuni casi impensabili. E che ha letteralmente tirato – come un ciclista nella classica “trenata” a dieci chilometri dall'arrivo – il “gruppone” dell'indice milanese. La natura “bancocentrica” del Mib sembrerebbe essere una garanzia anche per il futuro, e assicurare una protezione della Borsa anche se dovesse verificarsi una più che probabile correzione. A meno che la recessione si riveli più profonda di quanto i mercati stiano prevedendo. Le nostre banche hanno anche aggiunto una freccia al loro arco: i risultati degli stress test condotti dall'Eba, che le hanno premiate, elevandole in una posizione migliore di quelle francesi e tedesche. Una notizia per nulla inattesa, almeno per chi segue l'andamento dei mercati e controlla periodicamente la situazione di “salute” del settore creditizio nei vari paesi d'Europa. In pole position si è piazzata Unicredit, che ha diffuso la migliore semestrale della sua storia. Per il gruppo milanese, ha precisato una nota, il “punto di arrivo del livello di capitale al 2025 è il più alto rispetto alle banche comparabili, grazie alla sua robusta capitalizzazione”. Ottima (e, per certi aspetti, sorprendente) anche la valutazione di Montepaschi: la banca senese ha archiviato i migliori stress test di sempre. Il risultato eccellente, che ha premiato anche gli istituti italiani valutati solo dalla Bce (e quindi non dall'Eba), contrasta con i pessimi voti delle aziende di credito tedesche, che annaspano nelle retrovie: in particolare, ben tre banche del paese motore dell'economia europea languono nelle ultime posizioni della classifica.

Tassi: sempre più malumori

Quello bancario è uno dei pochissimi settori dell'economia europea ad aver tratto giovamento dall'aumento dei tassi, che è proseguito anche a luglio con il previsto rialzo della Bce. La buona notizia è che, a quanto pare, l'ennesima stretta sarà l'ultima; poi - prevedibilmente - le percentuali resteranno ferme in un lungo plateau prima di tornare a scendere. Con calma, se prestiamo orecchio alle strategie di Christine Lagarde. L'ulteriore rialzo ha comunque scatenato i malumori di una parte crescente dell'economia e del mondo politico, trasformando i brusii di disapprovazione in aperte proteste. Tra le critiche  pronunciate nei confronti della Bce, anche quella del vicepremier italiano Antonio Tajani, secondo cui la soluzione per combattere l'inflazione non è aumentare il costo del denaro" e rischiare così il blocco dell'economia, mettendo a rischio il pagamento delle rate dei mutui e la richiesta di prestiti da parte di famiglie e aziende. Una situazione che, aggiungiamo, acuisce la divaricazione fra i cittadini più abbienti e quelli in difficoltà economiche, rendendo i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Giappone batte Occidente

L'esternazione del vicepremier sembra essere confermata dal confronto fra i dati di inflazione europei (e, at large, occidentali) e quelli giapponesi, che si stanno comportando esattamente allo stesso modo. Pur in presenza di una politica opposta da parte degli istituti centrali, con la Banca del Giappone che, in controtendenza, non ha toccato i tassi, proseguendo sulla strada tracciata dal compianto ex premier Shinzō Abe. Nella sua critica aperta alla Bce e ai suoi falchi, Tajani ha anche insistito sulla differenza tra l'inflazione americana - causata dai dati sui posti di lavoro e, in generale dalla crescita economica - e quella italiana - che dipende dall'ormai atavico problema delle materie prime.

Il Niger minaccia le bollette francesi. E non solo

Come se non bastasse, si è abbattuto un fulmine a cielo già nuvoloso sui consumatori europei: il colpo di stato in Niger, con cui una giunta militare ha destituito il presidente Mohamed Bazoum. Una notizia che preoccupa, e per varie ragioni. In primo luogo, perché – a quanto si vocifera – al cambio di regime non sarebbero estranee la Russia e, forse, la Cina, che potrebbero mettere pressione all'Europa con l'invio di un milione di migranti, facendo definitivamente collassare l'economia Ue. E poi perché il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio. Se il nuovo regime di Niamey si consolidasse, a rischiare molto sarebbe l'economia francese e, di riflesso, quella Ue. Un po' perché Parigi è la potenza neocoloniale in quell'area dell'Africa, pur insidiata sempre di più dalla presenza della Russia. Un po' (anzi: soprattutto) perché l'uranio è l'elemento chimico fondamentale per il funzionamento delle centrali nucleari, su cui si basa ben oltre la metà del rifornimento energetico transalpino. Detto ancora più chiaramente, la Francia importa un terzo del suo uranio dal Niger ed è presente sul territorio del paese saheliano, oltre che con un contingente militare, anche con un'azienda di estrazione: se i nuovi vertici del paese (spinti magari dai nuovi alleati russi) dovessero cambiare strategia economica e boicottare l'ex potenza coloniale, sarebbero guai seri per i consumatori francesi e, a cascata, per l'Unione Europea. In prospettiva, sorgerebbero parecchi problemi anche sul fronte del grande gasdotto sahariano, attualmente in costruzione, che dovrebbe collegare la Nigeria e il Maghreb, transitando anche nel sottosuolo nigerino: se il progetto si bloccasse, sarebbe vanificato il tentativo di azzerare le importazioni del gas russo in Europa. Come reagirà la Francia? Sono diffusi i timori di un intervento militare, che però rischierebbe - soprattutto agli occhi dei paesi esterni al mondo occidentale - di sbalzare Parigi alla stregua di Mosca come potenza occupante di uno stato indipendente. La soluzione al problema dovrebbe essere cercata più a monte. E cioè rimediando all'assenza di una politica energetica per l'Africa. Un'operazione che andrebbe a riverberarsi anche in un rapporto diverso tra le ex potenze coloniali e un continente pieno di materie prime, rovesciando l'annosa strategia di sfruttamento paternalista e sostituendola con una collaborazione paritaria, capace anche di portare un pacifico sviluppo democratico dei paesi africani. Certamente, l'Unione Europea (con l'Occidente in generale) è chiamata a cambiare prospettiva, dato che finora ha fatto orecchie da mercante, considerando l'Africa un enorme deposito da cui attingere liberamente, senza curarsi di chi il territorio lo abita. Se sviluppato bene, il nuovo piano Mattei lanciato dall'Italia potrebbe rivelarsi un primo passo per favorire questo cambio di prospettiva.

Petrolio su, gas giù

Il colpo di stato in Niger si verifica in un periodo tutto sommato tranquillo sul fronte delle materie prime. Il gas continua a scendere, in un periodo in cui il caldo ha spaccato l'Italia: temperature elevate al centro-sud, estate più fresca degli ultimi 15 anni al nord. Il clima tutto sommato moderato a settentrione (al netto dei temporali e delle trombe d'aria) ha comunque la meglio sul consumo di energia, anche per la maggior concentrazione di uffici (e il conseguente minor ricorso all'aria condizionata) nelle metropoli del nord. Un po' peggiori, ma non drammatiche, le notizie sul fronte petrolio, che ha sì abbandonato la fascia di sicurezza che aveva presidiato per mesi, ma non ha “sfondato”. La politica saudita dei tagli alla produzione ha causato l'abbandono della fascia 70-80, su cui il greggio si era impantanato per vari mesi, e la marcia verso quota 85. Ancora presto per abbozzare un nuovo trend: occorrerà aspettare un po' di tempo per scoprire se i prezzi del greggio si attesteranno su un limite superiore. Intanto Alessandro Ortis, presidente dell'authority per l'Energia, ha denunciato l'eccessiva volatilità dei prezzi della benzina, identificando una “speculazione” e proponendo l'istituzione di una Borsa europea del petrolio, in grado di bloccare il passaggio tra “barili veri e barili di carta”. La possibile indagine su un eventuale cartello del petrolio avrebbe il compito di scoprire se sono stati compiuti abusi, soprattutto nel periodo di riduzione delle accise (oggi la situazione sembra più sotto controllo) ed evitare rincari ingiustificati, dovuti a logiche speculatorie.

Foto di Frédéric Paulussen su Unsplash


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