Investire in tempo di inflazione
La recessione sembra vicina: ormai non ci si chiede più se ci colpirà, ma quanto durerà. Proviamo a dare indicazioni su come navigare i mercati finanziari in questi tempi difficili
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Sono bastati i dati di settembre sull'occupazione negli Stati Uniti, diffusi venerdì scorso, per mandare in tilt le Borse Usa. L'incremento dei posti di lavoro, anche se leggermente più basso rispetto alle attese, è stato valutato dai mercati come un'approvazione (non gradita) del rialzo dei tassi da parte della Fed. Il dato ha dunque provocato un calo di Dow Jones (-2,10%), Nasdaq (-3,80%) e S&P 500 (-2,80%), trascinando con sé anche le Borse asiatiche.
Europa più resistente
Attualmente, i mercati europei sembrano più resistenti rispetto a quelli americani: in settembre l'Euro Stoxx 50 ha perso il 4,6% contro il 9% dell’indice S&P americano. È pur vero che l'andamento delle economie Usa e Eu è molto divergente, dato che la prima subisce un rallentamento, la seconda è decisamente malata. Ma negli Stati Uniti l'inflazione tocca tutto: case, salari, prezzi al consumo. Quella europea è invece dipendente dalle materie prime, maggiori responsabili dell'inflazione galoppante. Il consiglio è sempre lo stesso: è ormai tardi per vendere, tutti gli indici mondiali perdono almeno il 25% da inizio anno e vale la pena di ricordare che, nella storia, dopo i ribassi, gli indici hanno sempre recuperato e conseguito nuovi massimi. Qui di seguito riportiamo un grafico esplicativo di quanto detto:

La logica ci porta dunque a dire che, con un po’ di cautela e con un orizzonte temporale di medio periodo, vale la pena cominciare a investire. È così che si comportano gli smart investor, a cominciare da Warren Buffet, che ha costruito parte della sua fortuna comprando azioni durante il crollo del mercato nel famoso “lunedì nero” del 1987. Oggi un investitore ha la possibilità di entrare in un mercato sofferente per poi approfittare dei futuri rialzi. I settori più consigliati sono il bancario e l'energetico. Attualmente, gli istituti di credito valgono il 40% del loro book value, e saranno probabilmente i primi a riprendersi, anche in virtù del rialzo dei tassi e del fatto che, una volta finita la recessione, saranno tra le prime società a beneficiare in termini di maggiori utili
Petrolio ancora su
I titoli energy potrebbero invece rivelarsi un buon affare soprattutto a causa dei nuovi rialzi del petrolio, spinto dal taglio della produzione del 2% (2 milioni di barili al giorno) da parte dell'Opec+. Una decisione caldeggiata soprattutto dall'Arabia Saudita, che ha convinto il presidente americano Joe Biden a cercare di correre ai ripari, per evitare aumenti alla pompa e conseguenti malumori dei cittadini, in vista delle imminenti elezioni di mid term. L'amministrazione Usa si è convinta ad intervenire sulle riserve strategiche americane, ma anche ad ammorbidire i rapporti con paesi da tempo considerati ostili, come l'Iran e il Venezuela di Nicolás Maduro. È la classica situazione di un paese che si scopre debole e che è obbligato a rimuovere le sanzioni a un paese quando le applica a un altro. L'Europa cerca invece di stabilire un tetto al prezzo del greggio, ma solo a quello russo, lasciando tutto il resto alla mercé della speculazione. La sanzione potrebbe venire applicata mediante una proibizione alle compagnie Ue di assicurare le petroliere se trasportano greggio russo venduto ad un prezzo più alto rispetto al cap. Questa norma sarebbe, tuttavia, facilmente aggirabile. Anche perché la Russia prosegue a vendere le sue materie prime ai molti Stati che non applicano le sanzioni, e non è escluso che questi le possano rivendere all'Europa a prezzi maggiori. Ricordiamolo: paesi importanti come Cina, India e Brasile non applicano le sanzioni contro la Russia, rafforzando il loro atteggiamento con un'astensione alle risoluzioni prese in sede Onu. Un atteggiamento di benevola neutralità che non è in discussione da nessuna parte. Neppure in Brasile, dato che l'unico punto di contatto tra Luiz Lula e Jair Bolsonaro, acerrimi avversari al ballottaggio presidenziale, è un atteggiamento critico nei confronti dell'amministrazione americana.
Il trionfo dell'inerzia
In una situazione così magmatica, prosegue l'azione confusa e inconcludente dei leader europei per affrontare l'emergenza gas. Un'urgenza che avrebbe dovuto essere risolta già a fine 2021. E invece ha subito rinvii su rinvii, per poi rimanere intatta dopo il vertice di Praga. Ancora una volta in Europa non è servito a niente il famoso motto latino: “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”. Anzi, a peggiorare le cose, in un sovranismo che pervade, ogni Paese fa da sé (altro che Orban) e la Germania, come già detto la settimana scorsa, ha approvato sovvenzioni a famiglie e imprese per 200 miliardi di euro, un fatto gravissimo che metterà fuori gioco la filiera industriale italiana che sta affrontando una crisi devastante. Il timore è che nei mesi a venire le tensioni sociali esploderanno pressoché ovunque in un’Europa solidale a parole, ma individualista, totalmente egoista nei fatti e suicida nelle decisioni strategiche di politica economica. Anche perché i segnali negativi si moltiplicano. Ultimo allarme, il dato sulle vendite al dettaglio in Italia nel mese di agosto, calato dello 0,4%. Lo “zero virgola” che non deve ingannare, dato che nei mesi estivi è sempre prevista una forte crescita per il forte afflusso di turisti. Facile comprendere che gli italiani stanno già tagliando (e di molto) la spesa a causa del caro bollette.
Euro, la debolezza è temporanea
La crisi del gas sta anche affossando l'euro, che continua a far registrare minimi storici. Almeno in questo caso, tuttavia, la nostra moneta dovrebbe tornare in tempi non esageratamente lunghi sopra la parità con il dollaro: la forza attuale del biglietto verde non ha molta logica, in presenza di una bilancia dei pagamenti fortemente negativa negli Stati Uniti. La ragione della forza momentanea del dollaro è dovuta in gran parte alle tensioni geopolitiche in Europa e al forte divario che si registra oggi fra gli Stati Uniti - dove i tassi a breve hanno raggiunto ormai il 4% - e l’Europa che, giustamente, li mantiene appena sopra l’1%. Sul versante asiatico, visto che quest’anno non ci si fa mancare niente, è Pechino ora ad avere grossi problemi. L'economia cinese ha in corso una devastante crisi immobiliare seguita al fallimento di Evergrande (ma non solo), una crescita decisamente inferiore al previsto legata all’assurda politica di continui lockdown per contenere il coronavirus, una potenziale crisi di relazioni internazionali legate alle continue rivendicazioni su Taiwan e un accentramento di poteri su Xi Jinping. Poteri che, se confermati nell’ormai prossimo congresso del partito comunista, gli conferirebbero una carica a vita. Tutto questo ha da tempo spaventato gli investitori, principalmente americani, che da un lato stanno spostando gli insediamenti industriali di loro aziende dalla Cina all’India e al Vietnam, dall’altro hanno azzerato nuovi possibili investimenti su Pechino.
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Recessione alle porte
Secondo alcuni analisti finanziari, il 2023 potrebbe rivelarsi l'anno peggiore per l'economia dalla crisi del 2009. L'economista Nouriel Roubini calca la mano e prevede che la depressione sarà lunga e dolorosa per famiglie e aziende. Tuttavia, le Banche centrali non hanno cambiato strategia rispetto a 14 anni fa, limitandosi a uno scontato rialzo dei tassi
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La recessione mondiale sembra ormai alle porte. Per l'economia globale il 2023 rischia di essere l'anno peggiore dal 2009. E, tra i paesi occidentali, la Gran Bretagna sembra essere l'apripista verso questo scenario da incubo.
Nouriel Roubini, uno dei pochi economisti ad avere previsto la crisi del 2008, ha persino rincarato la dose: secondo il professore della New York University, la recessione che sta per arrivare sarà molto brutta, potrebbe durare anni e farà soffrire molto famiglie e imprese, mentre i governi non saranno nelle condizioni di introdurre adeguate facilitazioni fiscali per la mancanza di margini.
I dati sull'aumento delle spese confermano i primi segnali di tempesta. Un esempio su tutti: in Germania, i prezzi alla produzione di agosto sono saliti del 45,6% annuo, mentre il costo dell'energia ha registrato un aumento del 20,4% su base mensile e del 139% a livello tendenziale. Si tratta dei rincari più alti mai registrati dall'inizio dell'indagine statistica nel 1949.
Vecchi rimedi
La storia, si dice, è maestra di vita: per affrontare questa tempesta incombente dovremmo imparare da quanto è accaduto in passato, e possibilmente evitare gli errori commessi.
E invece no: le banche centrali si comportano come fecero nel biennio 2008-09. E cioè, si limitano ad alzare i tassi. Mentre le poche misure (comunitarie e nazionali) introdotte in Europa contro il caro-energia e i costi folli del gas si rivelano inefficaci e confuse – con l'eccezione del tetto introdotto autonomamente in Spagna e Portogallo.
In Spagna e Portogallo. Non in Italia, dove si è puntato sui crediti di imposta per aiutare le aziende a pagare le bollette. Va da sé che la misura è monca: aiuterà infatti alcune imprese e ne escluderà altre, dato che per godere di un credito di imposta occorre avere utili. Paradossalmente, saranno lasciate fuori le aziende con più necessità di sostegno, che dovranno fronteggiare senza alcun aiuto il pagamento di bollette aumentate di sei-sette volte.
Ma se Roma piange, Bruxelles non ride. La proposta del tetto al prezzo del gas è ferma su una scrivania perché non trova l'unanimità dei paesi membri, e neppure il disaccoppiamento tra le tariffe del gas e quelle dell'energia è scontato. Unica certezza è che il prossimo 30 settembre, data in cui i ministri dell'energia si troveranno di nuovo, saranno introdotti razionamenti e limitazioni per il cittadino. Per dirla con il cantautore milanese Walter Valdi, semper mì. Cioè: le situazioni scomode vengono scaricate regolarmente sul consumatore, che alla fine è costretto a pagare per errori altrui.
Aria di bonaccia
In questa calma innaturale, che sembra tanto la quiete prima della tempesta, una cosa è chiara: che la questione energetica e le sue variabili rendono la situazione attuale potenzialmente più grave rispetto a quella del 2008. Con conseguenze imprevedibili: solo una (probabile) contrazione del Pil pari al 2,5% equivale a mezzo milione di posti di lavoro in meno. Davvero una patata bollente per chiunque vinca le prossime elezioni.
Nel mentre, è passata praticamente sotto silenzio la violazione dei confini armeni da parte delle truppe azere. Avvenuta, fra l'altro, a poche ore di distanza dall'accordo di fornitura del gas fra Unione Europea e Azerbaigian.
Ciò conferma inequivocabilmente quanto si diceva all'inizio della crisi ucraina: misure come le sanzioni possono essere coerenti con un'idea di pace, democrazia e rispetto delle leggi internazionali solo se sono comminate a tutti i paesi che non rispettano i diritti umani. Indistintamente. Un'impresa impossibile, dato che la maggioranza di chi ci fornisce materie prime non brilla certo sotto questo aspetto. La non reazione dell'Ue alla crisi armeno-azera non fa che confermare, ancora una volta, questa incoerenza.
Federer, fine di un'era
Se la nuova crisi ci fa tornare indietro di 14 anni, l'annuncio di Roger Federer, che ha comunicato il suo ritiro dal tennis dopo la Laver Cup, ci riporta al 2001 - anno in cui il fuoriclasse basilese vinse il suo primo torneo Atp, a Milano.
L'inizio dell'era-Federer coincide con gli anni dell'euromania: nel 2002 la moneta unica fu accolta con entusiasmo ai quattro angoli d'Europa e nel 2003 - anno in cui il tennista renano conquistò il suo primo slam, sull'erba amica di Wimbledon - la nostra valuta cavalcava l'onda della grande rivalutazione sul dollaro. Mentre cresceva il boom dell'europeismo, favorito anche dai voli low cost e dal crescente scambio di esperienze tra cittadini dell'Unione (soprattutto giovani).
Oggi, l'euro è sotto la parità con il dollaro, e ancor più sotto nel rapporto con il franco svizzero, l'economia ha subito una serie di crisi devastanti e l'euroscetticismo è ai massimi. Il nostro continente ha abbandonato il suo ruolo di “gigante economico” e si è impoverito, mentre il resto del mondo si è arricchito.
Dove abbiamo sbagliato? È mancata del tutto la coesione. Pensavamo di entrare in una nuova era, ma purtroppo non abbiamo sviluppato quell'unione politica e fiscale che si sarebbe dimostrata necessaria per competere con Stati Uniti e Far East.
Il passo non è stato compiuto, e ciò ha reso impossibile la fase successiva, e cioè la progettazione di un debito pubblico comune, vero scudo contro ogni possibile attacco all'euro e alla nostra leadership economica.
Trent'anni dal “mercoledì nero”
Si parlava del primo torneo vinto da Federer da professionista, all'ombra del biscione visconteo di Milano. Alcuni anni prima, il tennista svizzero ancora bambino aveva dominato un altro torneo, questa volta da junior, sotto un altro biscione visconteo, quello di Bellinzona. Correva l'anno 1992. Quello del “mercoledì nero”, che vide affossare la lira e la sterlina sotto i colpi di un attacco speculativo, e il cui trentennale è stato ricordato alcuni giorni fa.
L'euro non c'era ancora e i paesi Ue avevano la possibilità di svalutare. Però, Italia e Gran Bretagna erano state costrette uscire dal sistema di cambi dello Sme, con gravi ripercussioni sull’economia.
Il “mercoledì nero” ha rappresentato la prima “scommessa” contro l'Italia da parte della finanza speculativa – libera, ora come allora, di mettere in ginocchio intere economie.
Sempre nel 1992, alcuni mesi prima, il governo italiano aveva inaugurato la stagione di privatizzazioni e di dismissione del patrimonio dello stato. Da allora, si è pian piano ridotta la classe media. Oggi, per la prima volta nella storia, i figli stanno peggio dei propri genitori, e i ragazzi non riescono più a farsi una famiglia, braccati da crisi, disoccupazione e dumping salariale, innescato anche dalla concorrenza della crescente manodopera straniera.
Petrolio, la grande incognita
C'è tranquillità, invece, sul fronte del petrolio, che si sta deprezzando. Il trend sta creando malumori nell'Opec+: i produttori, guidati dall'Arabia Saudita, sono intenzionati a fermare la discesa delle quotazioni.
Sembra che il decremento del greggio sia stato influenzato da un'operazione dell'amministrazione Biden, che in vista delle elezioni di mid term, sta ricorrendo alle riserve strategiche per evitare rincari della benzina. Per motivi essenzialmente elettoralistici.
Dopo il rinnovo delle camere – o comunque all'esaurimento delle riserve – gli Stati Uniti dovranno però ricostituire il magazzino. E in quel momento, è prevedibile che il prezzo del greggio torni a salire. Senza che sia necessario l'intervento dell'Opec+.
Scende, invece, l'oro. Il trend è l'ulteriore dimostrazione di quanto siano confusi oggi i mercati: il metallo giallo non protegge più dall'inflazione. Il dato potrebbe anche essere condizionato dalla vendita di oro da parte della Russia, per finanziare la guerra in Ucraina.
Le Borse, da parte loro, sono nervose e volatili per il nuovo, possibile rialzo dei tassi negli Stati Uniti, oltre che per la crisi incombente. Per questo, sono ancora consigliati i titoli difensivi, come le utility e i petroliferi. Disco rosso, invece, per le azioni industriali: su questo fronte è meglio aspettare di capire come sarà affrontata la tempesta-bollette.
Il merge di Ethereum
Soffrono i mercati e soffrono le criptovalute, influenzate anche dal nuovo decremento dei titoli tecnologici e del Nasdaq. A questa discesa non si sottrae neppure Ethereum, nonostante la grande operazione (il merge) che ha portato la moneta virtuale dall'inquinante ed energivoro proof of work al più sostenibile proof of stake.
Per ora, la scelta non ha premiato le quotazioni, mantenendo Ethereum in linea con le altre crypto. Un domani, però, questa divisa virtuale potrebbe invertire la tendenza generale, premiata da una scelta all'insegna della sostenibilità.
In futuro, la vendita di Bitcoin e il contestuale acquisto di Ethereum potrebbe rivelarsi una strategia tutt'altro che remota – perché si avveri, però, è necessario che qualche grande investitore rompa l'attesa e traini il mercato verso questa scelta. Una mossa che, naturalmente, al momento non può essere prevista.
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